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Presentazione del saggio

Presentazione del saggio

Il 3 marzo alle ore 11.30 il saggio Timido, docile, ardente. Manuale per capire ed accettare valori e limiti dell’introversione (propria o altrui) è stato presentato presso la Scuola di Specializzazione in Psichiatria dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, diretta dal Prof. Carlo Saraceni, in un’aula aperta al pubblico. L’organizzazione della presentazione è stata dovuta al Prof. Pietro Bria, amico carissimo di lunga data, che ha introdotto il volume con profonda competenza, riconducendone opportunamente la tessitura alla griglia teorica della teoria struttural-dialettica. Riconoscendo in esso un’attenzione inconsueta per il rapporto tra soggettività e storia sociale, il Prof. Bria ha rievocato con toni commoventi la esaltante stagione culturale degli anni ‘70 vissuta in comune.

Le relazioni sono state svolte dal Prof. Carlo Caltagirone, Ordinario di neurologia presso l’Università di Roma Tor Vergata – IRCCS S. Lucia, e dal Dott. Giorgio Sassanelli, Psichiatra e Psicoanalista della SPI. Il primo ha sostanzialmente elogiato il libro, rilevando con acume che la sua scrittura apparentemente piana implica una densa trama di riferimenti bibliografici e concettuali, che ha cercato di decrittare particolarmente in riferimento ad A. Miller e a Kohut. Il secondo ha riferito con grande finezza il caso di un giovane paziente il cui tragitto di esperienza rientra a pieno titolo in una delle carriere descritte nel libro.

Dopo aver ringraziato Pietro Bria e i relatori, ho sottolineato che il libro, nonostante la sua tessitura concettuale, ambisce a porsi come il manifesto di un movimento (la Lega per la tutela dei Diritti degli Introversi) destinato, nei miei propositi, ad incidere a livello di prevenzione del disagio psichico, soprattutto nelle scuole. Ho fatto riferimento in particolare al drammatico fenomeno della morte dell’adolescenza che, in conseguenza della crescente pressione esercitata dal codice culturale estroverso e adultomorfo, costringe i ragazzi ad operare prematuramente una “scelta” comunque alienante, sia che essi, come gli introversi, non essendo in grado di farsi carico di quel codice, tendano a ripiegarsi su se stessi, sia che essi lo assumano come una maschera che li porta a “normalizzarsi” soffocando lo sviluppo autentico della personalità.

Tra i numerosi interventi del pubblico, particolarmente significativo è stato quello di una madre che ha narrato la storia di un figlio introverso il cui sviluppo è avvenuto armoniosamente finché ha frequentato ambienti pedagogici ispirati al rispetto del libero sviluppo individuale, e che poi, inserito in una scuola statale, ha risentito traumaticamente dell’impatto sviluppando una forma di disagio psichico piuttosto seria. Questa esperienza esemplare mi ha portato a riflettere sul pericolo di creare ambienti pedagogici protetti, che rinviano l’incontro con il mondo così com’è, e sulla necessità di agire nella direzione di una diversa programmazione sociale della produzioe antropologica.

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