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Su La Repubblica del 9 aprile è stato pubblicato, a cura di Stefania Di Lellis, un articolo dal titolo altisonante: Arrossire adesso è bello: dal web la riscossa dei timidi. In esso si fa riferimento alla comparsa in Rete di siti che tentano di opporsi allo stereotipo normativo dominante qualificando la timidezza come indizio di una grande sensibilità e di doti fuori dell’ordinario che, ben coltivate, possono portare ad organizzare una vita ricca di soddisfazioni. Tra i siti in questione viene citato il più famoso, Shy and Free, attivo già da qualche anno, che, tra l’altro, sta organizzando una comunità online. Utilizzando i link presenti in questo sito, se ne possono visitare parecchi altri (Highly Sensitive People, SHY United, Shake Your Shyness).

Nell’articolo in questione viene fornita anche un’informazione di notevole interesse. La prossima settimana a Newcastle accademici e medici si incontrano per dibattere sul tema del “mercato delle malattie”, un business che prospera sulla trasformazione di condizioni naturali in patologie da trattare. Tra queste “patologie”, indubbiamente la timidezza (metonimia che, malauguratamente, sta per introversione) occupa uno dei primi posti.
Il convegno si propone di denunciare la crescente medicalizzazione della vita, che induce numerosi soggetti, tra cui non pochi introversi, a sottoporsi ad una “cosmesi psico-farmacologica” e a svariati trattamenti psicologici.
Posto che questa denuncia e il tam-tam del Web conseguano qualche effetto nel sensibilizzare l’opinione pubblica sulla condizione di diversità degli introversi, c’è da chiedersi quali conseguenze possano derivarne. Se si consultano i siti citati, non ci sono motivi per essere ottimisti.
Certo, il riferimento all’introversione come modo di essere diverso, ma non patologico, ricco di qualità emozionali e creative, è pressoché costante. In sé e per sé questo è un fatto positivo, se non altro perché argina la possibilità che gli introversi giungano essi stessi ad autodiagnosticare la loro condizione come una “malattia”.

Al di là delle proposte commerciali (acquisto di libri, possibilità di accedere ad una terapia online o di persona) presenti sui siti in questione, il problema è che: primo, non si dà un’adeguata definizione della personalità introversa; secondo, non c’è quasi alcun riferimento alla carriera sociale degli introversi; terzo, non si sottolinea la frequenza con cui gli introversi sviluppano un disagio psicopatologico franco; quarto, si dà per scontato che il problema possa essere affrontato – direi anche con una certa facilità – sul piano della ricostruzione dell’autostima, della valorizzazione sociale di sé, della spiritualità, ecc.

Il messaggio, in altri termini, è rivolto agli introversi come individui che possono raggiungere una grande indipendenza di giudizio rispetto al contesto socio-culturale e fare un salto di qualità nella percezione di sé senza che si realizzino cambiamenti oggettivi nell’organizzazione complessiva della società. Non escludo che una possibilità del genere si possa realizzare in un certo numero di introversi, ma essa riguarda solo gli adulti e per giunta non gravati da un disagio psichico franco.

Il problema vero, a mio avviso, è incidere sulla carriera evolutiva degli introversi, e questo, se anche comporta l’acquisizione graduale da parte loro di un bagaglio di consapevolezze inerenti la loro condizione, non può prescindere dal fatto che la loro diversità sia riconosciuta come tale dalla società e rispettata.
Nonostante questo, ritengo che anche la sola presenza di questi siti sul Web sia un segno dei tempi o, comunque, un indizio che il modello normativo dominante estroverso, intraprendente, aggressivo e scarsamente sensibile sotto il profilo sociale comincia ad attivare una reazione di rigetto.

È inutile dire che la LIDI ha un impianto teorico diverso e finalità ben più ambiziose dell’aggregare i “timidi”, fornendo loro strumenti di maggiore consapevolezza della loro singolare condizione. Essa ambisce anzitutto a prevenire lo sviluppo di un disagio psichico a livello infantile e adolescenziale. In secondo luogo, si prefigge di rilanciare a tutto campo il discorso sulla normalità/anormalità e sulla produzione sociale degli uomini.
Si può pensare che, in rapporto alle forze di cui si dispone, gli obiettivi siano troppo elevati. Volendo, però, restaurare il significato storico e non metastorico della progettualità utopistica, la LIDI (o almeno per ora il suo fondatore) preferisce mirare in alto piuttosto che farsi carico di un intento adattivo.

Per facilitare il lettore, riporto di seguito parte della bibliografia consigliata dal sito Shy and Free, la presentazione dello stesso e un “brogliaccio di consigli”. Da questo materiale dovrebbe risultare chiaro che la LIDI è o pretende di essere altra cosa…

I testi riportati di seguito sono copyright © di Shy and Free

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