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Ho riportato la lunga citazione non solo per sottolineare l’evidente contraddizione tra l’apparente neutralità scientifica di Jung e la sua ostilità (peraltro contraccambiata) nei confronti di Freud. In realtà, essa rivela i limiti dell’impostazione teorica junghiana sui tipi psicologici. Al di là della distinzione dei due orientamenti – introverso e estroverso -, la teoria junghiana, infatti, per un verso è troppo fenotipica per avere un valore universale, e, per un altro, pur implicandoli, trascura il ruolo dei fattori ambientali.

Questi limiti risulteranno più chiari dopo aver analizzato l’articolazione concettuale del saggio.

Nell’appendice, i tipi psicologi sono definiti nel modo seguente:

Il tipo è un esempio od un modello del carattere peculiare di una specie o di una collettività. Nel senso più ristretto di questo lavoro, il tipo è un modello caratteristico di un atteggiamento generale, che si manifesta sotto diverse forme individuali. Dei numerosi tipi possibili in questa sede ne ho definiti quattro; essi sono quelli che seguono le quattro funzioni tipiche fondamentali: il pensiero, il sentimento, l’intuizione, la sensazione. Quando un tale atteggiamento è abituale e caratterizza l’individuo, io parlo di tipo psicologico. I tipi basati sulle funzioni fondamentali si possono chiamare: tipo logico, tipo sentimentale, tipo intuitivo, tipo sensoriale; tutti questi tipi si dividono in razionali e irrazionali. Ai primi appartengono il tipo logico e quello sentimentale; ai secondi il tipo sensoriale e il tipo intuitivo.

Infine, le preferenze della libido permettono di distinguere introversi ed estroversi. Tutti i tipi fondamentali possono appartenere ad ambedue le classi, secondo che domini l’introversione o l’estroversione.
pp. 442

La tipologia di Jung comporta dunque otto tipi: il tipo logico estroverso, il tipo sentimentale estroverso, il tipo intuitivo estroverso, il tipo sensoriale estroverso, il tipo logico introverso, il tipo sentimentale introverso, il tipo intuitivo introverso, il tipo sensoriale introverso.

L’introversione è

il rivolgersi della libido verso l’interno del soggetto. Questo fatto esprime un rapporto negativo del soggetto verso l’oggetto. L’interesse non si dirige verso l’oggetto, ma si ritira e ritorna verso il soggetto stesso.

L’uomo introverso pensa, sente e agisce in un modo che mostra chiaramente che è il soggetto a determinare ogni suo atteggiamento, mentre l’oggetto ha solo un’importanza secondaria. L’introversione può avere un carattere intellettuale o affettivo; essa può anche avere come suo carattere distintivo l’intuizione o la sensazione; essa è attiva se il soggetto vuole isolarsi dall’oggetto; è passiva quando il soggetto è incapace di ricondurre sull’oggetto la libido che se ne ritrae. L’introversione abituale è caratteristica del tipo introverso.
p. 422

L’estroversione, viceversa,

significa orientamento della libido verso l’esterno. Chiamo estroverso un rapporto del soggetto con l’oggetto tale che l’interesse soggettivo si muove positivamente verso l’oggetto. Nello stato di estroversione si pensa, si sente e si agisce relativamente all’oggetto, in modo evidente e direttamente percettibile, tanto che l’atteggiamento positivo del soggetto riguardo all’oggetto è fuori di dubbio. In un certo senso, è un atto di trasferimento dell’interesse del soggetto nell’oggetto. Se si tratta di un’estroversione del pensiero, il soggetto si pensa in qualche modo nell’oggetto; se si tratta invece di un’estroversione del sentimento, questo compenetrerà l’oggetto come dall’interno. Nello stato di estroversione il soggetto è fortemente ma non esclusivamente condizionato dall’oggetto. L’estroversione è attiva quando è intenzionale, voluta dal soggetto; passiva, al contrario, quando è l’oggetto che l’ottiene con forza, attirando, suo malgrado, l’interesse del soggetto. L’estroversione abituale produce il tipo estroverso.
p. 399

In breve:

Si potrebbe definire la tendenza all’introversione quella che in ogni circostanza cerca di dare all’io e ai processi psicologici soggettivi il predominio sugli oggetti e i processi oggettivi, o per lo meno, di affermarli di fronte all’oggetto, dando così più importanza al soggetto che all’oggetto…

La tendenza all’estroversione, al contrario, subordina il soggetto all’oggetto, che quindi acquista un valore preponderante. A sua volta, il soggetto non ha più che un’importanza marginale; i processi soggettivi appaiono talora qualcosa di superfluo o dannoso rispetto agli avvenimenti oggettivi.
p. 37

Le due tendenze sono rappresentate entrambe in ogni soggetto con un peso diverso, secondo una logica combinatoria che configura uno spettro. Neppure agli estremi di questo, si danno delle forme pure perché l’orientamento prevalente verso uno dei due mondi – quello interno e quello esterno -, nella cui interfaccia si realizza l’esperienza cosciente, è comunque compensato da un orientamento verso l’altro, che, se non è rappresentato a livello cosciente, si realizza sempre a livello inconscio.

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