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Anthony Storr

Solitudine: il ritorno a se stessi

Mondadori, Milano 1989

Anthony Storr è stato uno psichiatra e uno psicoanalista eterodosso e controcorrente – uno scettico eclettico piuttosto che un convertito, secondo le sue stesse parole -, che, pur avendo avuto una formazione junghiana, ha sempre rivendicato una notevole indipendenza rispetto a qualsivoglia scuola. Di formazione umanistica, egli ha espresso più volte la sua insofferenza nei confronti della psichiatria nosografica, contestando il rigido confine tra salute e malattia mentale e giungendo a scrivere: “il sano è più malato, e il malato più sano di quanto si pensa comunemente“.

Dal 1960 al 1996, Storr ha pubblicato numerosi saggi – tra i quali Integrity of the Personality (1960), The Dynamics Of Creation (1972), Jung (1973), The Art Of Psychotherapy (1979), Solitude (1989), Freud (1989), Music And The Mind (1993), e Feet Of Clay (1996) -, che lo hanno reso famoso.

Solitudine, che si può ritenere il capolavoro di Storr, ha avuto un grande successo. A distanza di oltre un quarto di secolo dalla sua pubblicazione, una rilettura è necessaria. La struttura del testo, infatti, può facilmente indurre a pensare che il contenuto dell’opera verta sulla psicologia del genio, sull’intreccio tra genialità e introversione. Io ritengo viceversa che le intuizioni di Storr siano estensibili tout-court al modo di essere introverso, indipendentemente dal tasso di genialità che, come ho scritto più volte, riguarda solo una minoranza di introversi.

La rilettura è resa più agevole dal tenere conto della biografia dell’autore che, come accade talora agli introversi, segue fedelmente le orme della favola del brutto anatroccolo che si trasforma in cigno. Le ipotesi di fondo di Solitudine, infatti, sono manifestamente tratte dall’esperienza personale dell’autore che, pur avendo raggiunto un elevato grado di autorealizzazione, non si può ritenere e, con ogni probabilità, non si riteneva un genio.

Anthony Storr viene al mondo con le stimmate di un’introversione precoce e marcata: ultimo di quattro figli, è un bambino sensibile, solitario, mutacico e, per di più, cagionevole di salute. Solo a otto, scampato ad una setticemia che ne ha messo in gioco la sopravvivenza, anni, egli prende a frequentare la scuola, ma l’esperienza è traumatica.
Il piccolo Storr non ama giocare, non lega con gli altri, si isola: è letteralmente un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro. I coetanei, che non lo capiscono, lo prendono in giro e lo sottopongono ad angherie di ogni genere che egli, sprovvisto di qualunque aggressività, subisce e di cui non fa cenno ai suoi. Nonostante la vivace intelligenza, l’infelicità estrema che si determina nella sua anima incide anche sul rendimento scolastico, che rientra nell’ambito di un’aurea mediocrità. Storr, poco supportato da un contesto familiare piuttosto freddo sotto il profilo affettivo, si sente inadeguato e privo di valore, finché non scopre di avere una spiccata attitudine musicale.
L’apprendimento e la pratica della musica preservano il suo equilibrio emozionale e la sua salute mentale. È un’attitudine a tal punto spiccata che, oltre a cantare in un coro, Storr diventa un eccellente violista e pianista. Nonostante questo, il suo modo di essere, isolato e dedito unicamente alla musica, non riscuote l’approvazione dei parenti: egli non è quello che essi si aspettano che sia, e sono molto preoccupati per il suo futuro.

La svolta decisiva avviene nel 1939, allorché il suo tutor, avendo intuito le sue straordinarie qualità umane, approva caldamente il suo progetto di dedicarsi alla psichiatria. In questa prospettiva, Storr intravede la possibilità di acquisire un’identità professionale prestigiosa, di essere di aiuto ad altri e di poter coltivare i suoi molteplici interessi.
Frequentando l’Università, laureandosi, specializzandosi e sottoponendosi ad un training junghiano, egli acquisisce una piena consapevolezza del suo valore. Avvia la pratica privata, poi, portata avanti unitamente all’insegnamento universitario.

Solo intorno ai quarant’anni Storr, che continua a coltivare la musica, intuisce la sua attitudine alla scrittura. I suoi libri hanno un inaspettato successo, che dura nel corso degli anni. Riceve infine una serie di riconoscimenti ufficiali di grande portata: è eletto Emeritus Fellow of Green College (1984), Fellow of the Royal Society of Literature (1990) and Honorary FRCPsych (1993).

La sua straordinaria umanità e cultura è riconosciuta da tutti, e si esprime soprattutto nel rapporto con i pazienti e gli studenti. Muore nel 2001, a 80 anni, famoso e appagato.

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