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G. Rizzolati, C. Sinigaglia

So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio

R. Cortina Editore, Milano 2006

In uno dei pochi articoli dedicati sinora alle neuroscienze sul sito Nil AlienumL’ottica miope delle neuroscienze -, ponevo una questione metodologica a mio avviso decisiva per lo sviluppo della disciplina. Cito integralmente:

C’è un difetto di fondo nelle neuroscienze quando esse affrontano il problema delle funzioni psichiche superiori: quello di considerarle espressive dell’attività di un cervello isolato. Si tratta di un difetto sorprendente se si tiene conto del fatto che molti neuroscienziati sono convinti che il salto dall’attività mentale degli animali superiori a quella umana sia dovuta al linguaggio. Certo, ogni uomo è dotato della capacità di apprendere una lingua e di usarla per esprimere i suoi contenuti psichici, casomai anche creativamente. Ma questa potenzialità in tanto si realizza e consente di parlare in quanto il soggetto è immerso in un ambiente sociale. Abbandonato a se stesso, un infante non sviluppa alcuna funzione psichica superiore rispetto agli animali.

Si dirà: il linguaggio è trasmesso attraverso la catena delle generazioni, ma all’inizio qualcuno deve averlo “inventato”. È ovvio, ma l’invenzione non è riconducibile ad un uomo ma ad un gruppo di uomini. Il linguaggio è una convenzione sociale, postula l’accordo di più persone nell’assegnare ad un determinato significante un determinato significato. Il linguaggio è dunque una funzione che emerge non solo dalla complessità strutturale di un organo, ma anche in conseguenza di un’esperienza sociale.

Sembra una banalità, e invece è un nodo di fondo epistemologico. Un cervello isolato, quello a cui fanno riferimento i neuroscienziati per risolvere il problema delle funzioni psichiche superiori, è un’astrazione: non esiste, e se esistesse sarebbe un cervello dotato di potenzialità inespresse e, forse, atrofizzate. Un cervello strutturalmente umano, ma funzionalmente infraumano…

La coscienza e le funzioni psichiche superiori non affiorano dalla complessità strutturale del cervello ma dall’interazione del cervello con altri cervelli e, forse, dallo sforzo e dalla necessità sociale di comunicare. Il cervello isolato delle neuroscienze non esiste: esistono solo soggetti interagenti tra di loro, la cui attività mentale s’intreccia indissolubilmente. E forse non è assurdo dire che la coscienza è anzitutto coscienza dell’altro e/o della relazione tra io e altro.

Tali affermazioni sottolineano un difetto metodologico o, per dire meglio, un errore “ideologico” che ha inciso non poco sulle neuroscienze, il cui sviluppo è avvenuto sostanzialmente a partire da un modello di riferimento inerente l’attività mentale identificabile nel cognitivismo. Secondo tale modello, il cervello è un organo computazionale e la mente si costruisce e funziona come un elaboratore di informazioni. In questa ottica, la sorgente delle informazioni ha un valore secondario: essa è univocamente ricondotta all’ambiente, inteso come realtà esterna. Questa impostazione non mi ha mai convinto perché mette tra parentesi il ruolo del tutto particolare svolto, a livello di organizzazione e di funzionamento mentale, dall’ambiente sociale e, in particolare, dalle relazioni interpersonali. Da questo punto di vista, il saggio in questione, di cui ho già anticipato i contenuti di fondo in un articolo precedente, sembra configurare un salto di qualità di portata assolutamente rivoluzionaria.

Come riportato nella quarta di copertina, uno studioso si è spinto ad affermare che “i neuroni specchio saranno per la psicologia quello che il DNA è stato per la biologia“. Forse il giudizio è prematuro. Quello che è certo è che, in virtù della scoperta dei neuroni specchio, le neuroscienze sembrano avere imboccato la via giusta: una via che permette già di valutare “quanto bizzarro sia concepire un io senza un noi.” (p. 4)

Data l’importanza dell’argomento, il lettore di questa recensione dovrà armarsi di un po’ di pazienza. Le ipotesi esposte nel saggio sono, infatti, sostanzialmente semplici, ma le argomentazioni su cui si fondano e i dati sperimentali che le corroborano hanno una certa complessità. Esse poi aprono un tale ventaglio di problematiche antropologiche e filosofiche che sarà difficile approfondire nei limiti di un articolo. Cercherò dapprima di riassumere la trama concettuale del saggio, che si fonda su di una ricca messe di dati sperimentali. Successivamente esporrò alcune riflessioni teoriche di ordine personale.

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