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Su consiglio di una mia amica, una madre mi chiede aiuto con un’e-mail:

Vorrei far seguire mia figlia di circa 10 anni perché da diversi anni soffre di sintomi nervosi quali tic ossessivi e ripetitivi, sbalzi d’umore, rabbia ingiustificata, isolamento saltuario. È già stata in passato seguita per qualche mese, ma dopo i primi miglioramenti è tornata al punto di partenza.

Per quanto solitamente non mi faccia carico di situazioni infantili, non mi sento di respingere la richiesta. Primo, perché anche per indirizzare ad altri terapeuti persone che si rivolgono a me preferisco prendere visione delle problematiche da affrontare. Secondo, perché intuisco che la situazione in questione dovrebbe presentare degli aspetti interessanti. Lo intuisco tenendo conto dell’amica che ha consigliato di consultarmi, la quale mi conosce abbastanza bene per non considerarmi un counselor. Lo intuisco anche perché, nell’e-mail, la madre mi lascia il cellulare perché la contatti presso il suo studio professionale dalle 8 alle 17. Madre, dunque, professionista a tempo pieno, con un orario che implica che anche la figlia è una studentessa a tempo pieno. Labili indizi, che però rievocano in me una sorta di dejà-vu.

Cristina è uno scricciolo che dimostra meno degli anni che ha, ma si presenta con la disinvoltura un po’ manierata delle bambine cresciute troppo in fretta. Ha uno sguardo vivacissimo, attraverso il quale traspare un’intelligenza superiore alla media, e un eloquio straordinariamente preciso.
Non ha alcuna difficoltà a ragguagliarmi sulla sua sintomatologia. Da alcuni anni, sono comparsi dei tics al volto abbastanza disturbanti, peraltro del tutto evidenti. Mentre mi parla, il suo volto è percorso da fremiti che riguardano gli occhi, le palpebre, la fronte, il naso, la bocca. Oggettivamente, sembrano smorfie che la imbruttiscono, ma, ai miei occhi, ogni tanto l’insieme dei tics assume una configurazione significativa.
Il volto di Cristina mi richiama repentinamente quello di chi assiste a un film dell’orrore o a qualche scena raccapricciante.
I tics si associano frequentemente a mal di testa, dolori addominali e a stati d’animo che Cristina ha difficoltà a descrivere. Si tratta, però, inconfutabilmente, di picchi di ansia che raggiungono talora l’acme del panico (cuore in gola, senso di soffocamento, vertigini, ecc.).
La sintomatologia è insorta da alcuni anni, vale a dire dall’inizio della scolarizzazione, e si va progressivamente incrementando. Cristina mi mette al corrente che essa è del tutto regredita nel corso di un recente viaggio fatto con la scuola, e che di solito si attenua con l’avvio delle vacanze estive o natalizie.

Elementare, direbbe Watson. Si tratta, per adottare un linguaggio convenzionale, di una sindrome da stress legata alla scuola. Per sormontare il linguaggio convenzionale, occorre capire meglio di che tipo di stress si tratta.

È superfluo dire che Cristina ha un rendimento scolastico buono: un po’ al di sotto del suo impegno, che è totalizzante, e da qualche tempo in calo. La maestra ha detto alla madre che Cristina rende, ma potrebbe fare molto di più…
Le chiedo esplicitamente come vive il rapporto con lo studio e con la scuola. La risposta è precisa e inequivocabile: studiare, in genere, le piace, ma la scuola è un “incubo”. L’incubo di fatto traspare sul suo volto attraverso i tics e nelle sue viscere, spesso sconvolte dal dolore.
Perché un incubo? Cristina a riguardo è lucidissima. Si lavora troppo, i compiti a casa non danno un attimo di respiro, anche il week-end e le vacanze sono gravate da impegni estremamente onerosi. Studiare è insomma una corsa ad ostacoli, con ostacoli sempre più alti e ravvicinati. È ingiusto – dice – vivere così, come se la vita fosse una montagna da scalare.

La madre interviene a questo punto con grande onestà. Riconosce che la maestra di Cristina è una perfezionista, un’insegnante che si impegna all’estremo, ma richiede dai suoi alunni il massimo. La scelta della scuola e dell’insegnante non è avvenuta per caso. Essa ha preso informazioni, dalle quali è risultato che l’insegnante godeva di un grande credito presso le madri che avevano affidato ad essa i figli. Certo, è una maestra che pretende molto, ma dà ai suoi alunni le “basi” per poter poi conseguire, a livello di studi superiori, eccellenti risultati.
Riconosce anche, la madre, di essere pienamente connivente con l’impostazione della maestra: di essere insomma lei stessa una perfezionista piuttosto severa e di avere esercitato nel corso degli anni una costante pressione su Cristina perché rispondesse alle richieste dell’insegnante. Pensa che la vita sia di fatto una corsa ad ostacoli, la quale richiede un grande impegno per non rimanere nella fascia dei mediocri.

La rabbia ingiustificata di cui mi ha fatto cenno nella lettera è riconducibile alle proteste periodiche di Cristina contro un’organizzazione della vita da “incubo”. Neppure i mal di testa e i dolori addominali giustificano, secondo la maestra, le assenze. Occorre proprio star male, avere la febbre, per rimanere a casa. È il gran circo della vita.

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