Testimonianza di Maria Concetta Cirrincione
Dopo 36 anni di lavoro finalmente arriva la liberazione: la pensione. Non che non amassi il mio lavoro, anzi… mi manca… se potessi lo svolgerei a casa. Non mi manca l’ambiente e nemmeno le persone (eccetto alcune).
Se avete la pazienza di leggere e di scusarmi per gli eventuali errori e la mia forma espressiva un po’ contorta, vi racconterò la mia vita lavorativa da introversa in un ambiente in cui predomina l’ipocrisia, la prevaricazione, lo sfruttamento e in alcuni casi anche il mobbing e il dispregio dei più elementari diritti del lavoratore.
Nel 1970 mi sono trasferita a Roma dalla Sicilia lasciando un ambiente e una famiglia di cui non accettavo i valori e ho iniziato a lavorare come Infermiera Professionale in un Ospedale. L’impatto è stato durissimo, mi sentivo un numero non una persona; i medici con cui sono venuta a contatto si sentivano dei padreterni e ti trattavano come una pezza da piedi, come una deficiente. L’unica gratificazione era qualche scambio di parole con i pazienti. Avevo la tentazione di andar via, ma l’idea di tornare a casa sconfitta ed andare di nuovo a lottare contro i mulini a vento non mi garbava affatto. Premetto che sia durante l’infanzia che nell’adolescenza ho sfoderato un io oppositivo molto agguerrito con le relative conseguenze che vi lascio immaginare, data la mia identità di genere e il contesto culturale meridionale.
Ero molto ligia al dovere, anche nelle minime cose, parlavo poco, comunicavo poco e lavoravo come una schiava saltellando da un reparto all’altro. Non sapevo mai né i turni né i riposi. Finché non mi sono ribellata e, dopo avere avuto in mano la lettera di assunzione dell’Ospedale Maggiore di Milano, ho presentato le dimissioni che non sono state accettate perché ero una delle poche persone di cui non si lamentava nessuno e quindi non potevano privarsi di un elemento così prezioso. Vinta la battaglia, finalmente ho avuto un reparto tutto mio.
La decisione di restare è stata comunque molto condizionata dall’odio verso i meridionali che sentivo nelle parole e nei comportamenti dei milanesi con cui sono venuta a contatto nei pochi giorni di permanenza in quella città. Infatti, prendendo alloggio in un albergo, dopo aver guardato il mio documento mi hanno rifiutato la camera che qualche ora prima era disponibile. Finale della favola, ho dormito in una camera ricavata da un sottoscala, dopo l’intervento di un poliziotto che, presa da una rabbia cieca per l’ingiustizia subita, avevo chiamato.
Riguardo la mia introversione (a quei tempi la definivo carattere chiuso e a detta degli altri asociale) ricordo un episodio: un giorno un ginecologo con cui lavoravo mi disse che ero una brava ragazza, preparata, discreta, affidabile, ma spinosa come la pianta SPINA DI GESÙ CRISTO.
Nel frattempo mi ero sposata e avevo avuto una bambina che purtroppo era affetta da una sindrome celiaca e necessitava di cure materne. Ho chiesto in Direzione un cambio turno presentandomi con un’altra ragazza che sempre per motivi familiari desiderava lavorare di pomeriggio e quindi avremmo garantito sempre un turno giornaliero. Risultato, a me chiedevano il pomeriggio all’altra la mattina. Questo è sadismo o cosa?
Mi sono rimboccata le maniche e ho cominciato a fare concorsi per evitare i turni. Stendo un altro velo pietoso su questo argomento: basti dire che mi sono trovata davanti al clientelismo ed alle raccomandazioni più sfacciate inconcepibili per il mio modo di vedere. Evidentemente vigeva e ancora vige la raccomandocrazia e non la meritocrazia.
Dopo 2 anni circa sono riuscita a ottenere il cambio di qualifica e ho iniziato a lavorare come tecnico di laboratorio, ma, ancora una volta per la mia incapacità a stare zitta dopo aver subito delle ingiustizie, ho detto al Direttore che ero a conoscenza del perché per due volte ero risultata idonea e non vincitrice: a parità di titoli e di meriti non avevo il “bonus” di una raccomandazione. Risultato: l’ho pagata cara, non mi ha mai dato un momento di tregua, qualsiasi cosa chiedessi (quando la chiedevo!) era subito no. Me lo trovavo all’improvviso dietro le spalle e non gli andava mai bene quello che facevo, eppure non avevo niente da rimproverarmi perché ho sempre dato il meglio di me stessa, anche se devo dire che il senso di inadeguatezza mi ha sempre rosicchiata e quindi, come il cane che si morde la coda, davo sempre di più. A distanza di tanti anni penso che in fondo con il potere che aveva, poteva benissimo farmi del male e non l’ha fatto. Un giorno addirittura presa da una rabbia furibonda perché voleva che adoperassi un apparecchio per le semine su piastra di cui non mi fidavo perché non sterilizzava bene l’ansa, gli ho detto che aveva i paraocchi come il cavallo e tutto davanti a un codazzo di altri medici. In seguito ho chiesto scusa, non perché mi rifiutavo di lavorare con quell’accrocco, ma perché lo avevo messo in difficoltà davanti agli altri. A distanza di tanti anni penso che in fondo mi stimava.

