Intanto il matrimonio si era rivelato un vero fallimento. Nonostante la nascita di una seconda figlia la situazione precipitava sempre di più. Da un lato il lavoro che mi toglieva il respiro, dall’altro l’accudimento della famiglia con tutte le implicazioni sia fisiche che psicologiche, il mantenere il perfetto controllo di tutte le mie facoltà mentali e dare l’apparenza della normalità. Infatti, per mio marito ero una pazza furiosa e cercava in tutti i modi di dimostrarlo. Le poche persone con cui parlavo, mi dicevano che dovevo lasciare a casa i problemi e lasciarmi scivolare addosso quelli del lavoro. Ma non potevo. Lo facevo per due o tre giorni e poi mi sentivo peggio. Mi si chiedeva di scindermi in due persone: quella che lavorava in modo alienante e quella che viveva una vita affettiva logorante e insoddisfacente sotto tutti i punti di vista. Mi sembrava di diventare veramente matta.
Le crisi continuavano a susseguirsi finché dopo varie terapie che esitavano in un fallimento sono approdata al dott. Anepeta. Dopo due anni, risolta in parte la situazione familiare con una separazione burrascosa (due procedimenti civili e due penali), e prendendo coscienza che non ero pazza, i problemi del lavoro sono passati in secondo piano. Premetto che gli attacchi del marito si sono rarefatti ma soltanto da pochi anni. Scusatemi gli accenni alla vita privata ma, come ho detto prima, i due aspetti sono strettamente legati perché la persona è una in qualsiasi situazione e in qualsiasi momento ci si trovi e un aspetto influenza l’altro. Ho continuato la terapia per altri due anni circa per aiutare le mie figlie a superare tutte le difficoltà psicologiche che erano scaturite dalla separazione e dai continui attacchi del padre. Poi, sono stata “licenziata”: potevo camminare con le mie gambe.
Gli anni sono passati tra alti e bassi anzi, più bassi che alti e la situazione lavorativa stagnava. Passavo il tempo cercando di districarmi tra desiderio di fare sempre bene e nuove richieste che scaturivano dall’aumento del lavoro per l’introduzione di nuove metodiche e dall’essere (a detta del mio diretto superiore) più affidabile di altre persone. Spesso, per l’eccessivo carico di lavoro, scattava una rabbia incontrollata e dopo una litigata mi imponevo di lavorare all’acqua di rose o di tralasciare qualche esame. Durava poco o niente perché si mobilitavano i sensi di colpa: il DOVERE, le aspettative dei GRANDI dovevano essere soddisfatte, dovevo dimostrare, dimostrare, dimostrare… ma cosa? Inoltre, nel momento di massimo bisogno affettivo durante il periodo della separazione ho avuto diverse persone che mi hanno contenuto e sono state molto presenti e quindi scattava anche il sentimento della riconoscenza che non poteva essere disatteso.
Nel frattempo era cambiato il Direttore e questo è stato il periodo più sereno. Quello nuovo ci trattava come esseri umani, liberi di autogestirci, ma è stato duramente attaccato proprio dal personale del laboratorio scambiando questa fiducia nei nostri confronti per disinteresse e per incompetenza, non considerando che questo è il solo modo umano di lavorare ottenendo il massimo. Come succede per tutte le cose belle, l’esperienza è durata poco, infatti pochi anni dopo è morto. Aveva un cancro allo stomaco. Ricordo un episodio: nel mese di marzo era morta mamma e al mio ritorno al lavoro mi chiese come era successo, se lei avesse capito cosa stava succedendo, se avesse sofferto e tutte queste domande furono fatte con discrezione, con pudore, con sensibilità; ma, dietro ad esse ho sentito un terrore profondo del trapasso e del dopo. Avrei voluto confortarlo, rassicurarlo, ma come al solito la distanza tra me e i grandi mi ha legato la lingua e ho cominciato a balbettare, a dire frasi inutili anche se nella testa mi si affollavano altre parole.
Morì a ottobre ad appena 54 anni. Poco prima ci volle vedere tutti e io fui una delle ultime ad andare perché in quel reparto lavorava mio marito. Pochi sguardi, pochi gesti, poche parole, ma mi sono resa conto che aveva capito il grosso sacrificio che avevo fatto andando a trovarlo per l’ultima volta.
Ci fu un periodo di stallo. Poi venne un altro Direttore e a poco a poco la situazione si fece più nera. Il personale veniva trattato solo come una forza lavoro, spersonalizzato, senza tener conto delle più elementari forme di comprensione, di rispetto e di umanità. Nel frattempo due capitecnici andarono in pensione e si bandì un concorso. Presentai domanda per due motivi: primo, perché avevano escluso dalla presentazione della domanda molte persone che non avevano titolo, ma che per l’anzianità nel servizio avevano forse più competenza dei nuovi diplomati e quindi mi sono sentita il dovere di rappresentarli; secondo, perché l’aumento di un parametro qualche anno prima della pensione avrebbe fatto lievitare anche se di poco l’ammontare della stessa, considerando che avrei vissuto solo di quello.
La mia partecipazione è stata possibile solo in virtù del fatto di possedere un diploma di istruzione secondaria che non aveva niente a che fare con l’attuale qualifica. Sorvolo sulle chiacchere, sui giudizi… I posti come al solito erano già stati assegnati e io, pensando che non potessi parteciparvi, avevo rotto come al solito le uova nel paniere.
Dopo poco tempo assunsi le funzioni di capotecnico ma ricominciarono i guai anche perché fui letteralmente sbattuta fuori dall’ambiente che mi aveva contenuto nel periodo della separazione e dall’istituto fui mandata in ospedale dove mi aspettava un ambiente pieno di ipocrisia, di lecchinaggi e la presenza scomoda di mio marito, che la mattina mi aspettava nei pressi del laboratorio lanciandomi sguardi di odio. Per mia scelta non avevo occupato un posto fisso e quindi saltellavo da una postazione di lavoro all’altra, sostituendo le persone che mancavano per ferie o per malattia. Per me era un modo di mantenere viva l’attenzione e nel contempo di imparare le nuove metodiche che erano state introdotte. Per le colleghe, non avendo un lavoro fisso, io non facevo niente e quando arrivava l’approvvigionamento dei reagenti, dato che questo rientrava nelle mie mansioni, nessuno si muoveva per aiutarmi. Dopo aver qualche volta, molto timidamente, chiesto aiuto (anche se la mia posizione mi permetteva di ordinare, non l’ho mai fatto) e non avendolo ottenuto, ho smesso di farlo. Le colleghe avevano sempre di che lamentarsi e fra le altre cose chiedevano, a ragione, interventi presso il Direttore per la carenza di personale, cosa impossibile se non c’era coalizione tra loro e facevano marcia indietro al suo cospetto… Bastava uno strillo e tutte uscivano con la coda in mezzo alle gambe.

