La vergogna nelle scarpe
Quella di Daniele è la storia di un disadattamento tristemente preannunciato. La risposta al dramma soggettivo strenua quanto eroica. La sua anima è un campo devastato da eventi ridicoli (primo iato: quali eventi si possono considerare tali di fronte alla soggettività?) eppure destrutturanti tanto da riuscire a farmi provare l’orrore della sua mutilazione.
Sedici anni appena, come una foglia accartocciata arsa da un dolore primitivo, vive in un tempo sospeso, in una attesa senza tempo una dissoluzione gloriosa, un “incontro di spade e di giudizio” e “una fine di fuoco”.
Da quegli occhi fossili balugina un coacervo di rabbie e colpe che si rincorrono imprigionate nel cristallo della sua esperienza (secondo iato: tutte le esperienze vivono e soffrono perchè vogliono essere almeno libere di sperare in un ordine superiore di intelligibilità che le ospiti nell’alvo dell’umano).
Una luce legge il cuore di questo cristallo e lo racconta spigolo per spigolo.
Daniele è a scuola, frastornato dal vocìo dei compagni ingrembiulati e arruolati, ma veracemente disordinati. Questa volta il disordine precedente all’arrivo della suora non lo disagia, ma lo accudisce, quasi lo alleggerisce anzichè preoccuparlo della rappresaglia che sa che spetta ad un tale moscaio. Il suo silenzio rispetta le consegne, ma tradisce la natura dell’ orda. (terzo iato: Daniele è intimorito da quel genere di iniziative terroristiche che mirano a punire indiscriminatamente. È tenuto a sentirsi responsabile delle azioni altrui, quali che siano. Deve quindi agire sia su di sé che sugli altri).
Catapultato da una sequenza ad un’altra, quasi viaggiassero parallelamente Daniele si ritrova con i suoi compagni davanti al sussidiario, ognuno il proprio, guai a dimenticarlo: dapprima si passa in rassegna poi si fa la conta di chi rimane seduto e di chi subisce l’onta della derisione, relegato al muro in piedi: una fucilazione morale, ma anche una sorta di acquisita immortalità vista la quotidiana reiterazione dei caduti, gli stessi che non impareranno mai a leggere.
Si inaugura l’agone della lettura a salti, una staffetta che non ammette ritardi, pena la retrocessione di giornata nel purgatorio delle classi inferiori fin giù all’inferno asilare.
Uno strano torpore rischia comunque di distoglierlo dalla batteria di “squalificazione”, ma è abituato ad esercitare su se stesso raffinate e ostinate forme di controllo. Nonostante ciò lo sguardo non può fare a meno di svelare una atroce manchevolezza: Daniele si scopre senza scarpe. La vergogna lo espone alla ” vertigine del vuoto”.
Il senso del sogno angoscioso di Daniele è nella tirannide delle sue notti che si avvicinano come ombre minacciose ogni volta all’imbrunire. D’estate il sollievo è dato dal loro rarefarsi, allontanate dalle giornate di luce più viva e di più lunga vita.
Daniele è stato fin dall’avvio dell’esperienza scolare un bambino perfetto, ma raramente si è sentito esemplare. Tutto teso a conquistare l’oggetto d’amore, l’affetto e la stima della suora, Daniele è pronto a tradire se stesso per un Bene Supremo che dopo averlo forgiato al sacro fuoco del dovere per il dovere, in cambio della promessa di una vita di luce riflessa, getta l’ombra del rifiuto per l’assenza di autenticità del suo sforzo. Il Bene Supremo, come gli amori isterici, lo seduce e lo cattura e poi, non lo getta via, ma lo tiene in stallo per misurarne la capacità di resistenza, e, solo dopo le dolorose abluzioni, decide di allontanarlo perché l’ha troppo domato.
(Quarto iato: Daniele con il petto gonfio di rabbia ha ancora il capo cosparso di cenere).
“Perché mi offri questi pasticcini?”
Preso dal panico della risposta che tutti s’attendono, inciampa in quella ingenuità costituzionale.
“… perché tu possa volermi più bene”
“Te lo hanno suggerito i tuoi genitori?”
Per non raccogliere che i cocci tra vasi di ferro Daniele è costretto a vivere nella sua gabbia d’acciaio faticosamente costruita inaccessibile e trasparente.
La sua vita diventa un rituale antico, troppo antico per capirne donde viene. Nulla deve concedersi al di fuori di esso, nulla può concedere.
Solo continuare a scagionarsi.
Finito il tempo della Madre Matrigna inizierà quello del Padre Egoista. Sono tempi metaforici.
Daniele questo ancora non lo sa perchè Daniele segretamente coltiva il sogno del proprio ammutinamento.
Il motore non perde un colpo, sale più velocemente che in discesa, è quasi spietato. Un ritmo trascendente lo incalza. E lo soffoca.
È una scoperta che lo imbarazza, che rinnega rimaneggiando l’armatura. Avrebbe bisogno di un traghettatore.
Il narcisismo dei padri vili che tengono per sé i segreti della vita sprofonda Daniele in una palude grigia. Senza maestri di coraggio non si può saltare il fosso.
In una mattina di cose inutili ha un leggero capogiro. Quel liceo non ha mantenuto la promessa. Quanta fatica da troppo, troppo tempo e ora la stagione delle farfalle la deve vedere dal letto.Quella mattina il motore non ha retto. Il padre se lo è andato a prendere allo sfasciacarrozze.
“Pochi giorni di riposo basteranno”. Con in cuore un triste presagio.
“… non so, arrivederci” con il ghigno del tradimento del suo latino, del suo greco, stupidi vangeli che non hanno mai resuscitato nessuno.
Daniele è caduto sotto il colpo più pesante: qualcuno gli ha strappato di dosso l’armatura lasciandolo nudo come un verme.
Quella mattina di cose inutili Daniele scopre che quella testa che aveva con fatica tentato di riempire il più possibile ora lascia spazio al vuoto temuto. Credo anche cercato.
Un vuoto che invade mano a mano quella memoria ricca di strumenti di perfezione e di tortura.
Fatica con il suo linguaggio disarticolato, con la sua attenzione labile catturata da uno stato catatonico, il suo guscio di salvataggio che lo difende da quella corsa pazza.
Daniele era fuggito da quella antica paura rincorrendo un mito di onnipotenza. Sempre primo per non scivolare giù.
Fino a quando ascolterà chi cerca i nodi di un fallimento personale, una ossessione malsana coltivata con il piacere della supremazia, Daniele non potrà capire perché la sua intima natura lo tradisca ancora, refrattaria e ribelle. Ma quando un apostata gli spiegherà che è vittima inconsapevole di un complotto, un Ordito che fabbrica replicatori, Daniele comprenderà l’insipienza della Cultura alla quale hanno obbedito la Madre Matrigna, i Padri Egoisti e, non ultimo, meschino, Lui stesso.
Post criptum
Questo “racconto clinico” (perché anche la sociologia comincia ad avere titolo per applicazioni cliniche, dal verbo greco clino, piegarsi per risollevare) è stato scritto per una cornice particolare che è quella di un volume collettaneo, appena pubblicato, che raccoglie emozioni intorno alla scuola.
Una prima stesura accompagnava la storia con considerazioni di natura teorica, ma evidentemente il rispetto del topos letterario imposto dalla casa editrice lo escludeva.
Mi sono dovuto rendere conto che se il binomio introversione-disagio psicosociale alla fine degli anni ottanta – inizio anni novanta faceva la stessa impressione, destava la stessa incomprensione e il doloroso scetticismo di un incesto nel torbido del quale si pensa alla vittima come ad una connivente, oggi la sola introversione fa gridare allo scandalo.
È la tacita eresia dei nostri tempi per la quale non esiste neanche una inquisizione. È più vicina all’oblio.
Ancora di più, in un colloquio privato con una titolata accademica che si occupa di sociopatogenesi del disagio giovanile, mi sono arreso alla constatazione che si è persa una grammatica che declini l’introversione.
“Gli introversi, ai miei tempi, erano strani, ma suscitavano un certo fascino, li avvertivamo come presenze imperiture… Ora proprio a pensarci a quegli anni, a quelle amicizie, a quel fragore come in una lunga strada di campagna tra le cicale quegli ombrosi cipressi… Ecco li sentivamo presenti, discreti, importanti come i cipressi che ti danno la sensazione di chiudere il cerchio della vita, vivere sapendo che passeggi allegramente assieme alla morte quieta, al suo significato trascendente. Oggi ci siamo dimenticati di quel silenzio così pieno… è uno strappo…”
E poi ancora: “noi ragazze ne eravamo affascinate se poi incontravamo un giovane introverso belloccio, con quel mistero tutto addosso: un sacramento. Comunque prima finivano quasi tutti a fare o gli artisti o i matti. Non mi ricordo, come mi dice lei, di ribelli nei confronti del sistema… ma sa, in Sicilia quando eravamo adolescenti noi, non c’era motivo di ribellarsi. Le famiglie ci accudivano seriamente: noi figli eravamo oggetti sacri. Oggi che fanno gli introversi… ?
Mi lascio trascinare da quella inerzia, con lo sguardo perso in una emozione di solitudine che mi accompagna all’esilio: non serve dichiararsi introverso visto che oggi ci si può celare facilmente presi dalla cecità dell’unica morsa – esisti non esisti: ” non lo so, mi dica lei…”
“Vede il punto è ma esistono ancora?”
Credo che ogni buon pensiero sia per ognuno di noi criptico nella misura in cui si presta ad una semiosi illimitata, cioè ad una generazione di più piani di significato che vanno scoperti. Anche la fatica di accettare ciò è un segno dei tempi.
Partendo dal mio racconto di vita (quella di Daniele nella sua vergogna nelle scarpe) mi rendo conto di alludere spesso, di omettere per lasciare spazio al simbolico (intendendo come qualcosa che sta per il tutto con l’ineffabilità che lo contraddistingue), per tentare una ” presa diretta”.
La scelta di questo stile è più un’imposizione di natura: bisogna sforzarsi di capire quanto ha da dire un introverso accettando la superficiale inaccessibilità. Il mio messaggio è volutamente in-trasparente, il suo linguaggio è inoppugnabilmente scostante come tutte le verità in minuscolo che scivolano di mano.
Una mia amica mi rinnova le “critiche di sempre”: “il tuo stile e di pensiero e di scrittura seppure rappresenta bene la complessità delle tue idee – se posso permettermi una interpretazione – sembra una fuga dal timore di esporti al pubblico, l’esigenza tutta solipsistica di avvolgerti in spire e di scrivere per te stesso, la delusione per la distanza degli altri, la loro incapacità di comprendere-comprenderti.”
Riferendosi poi ad alcune mie disavventure di salute e al mio confino ospedalizzato che oggettivamente mi hanno creato una sorta di involucro di asetticità dal mondo: “goditi, se possibile, questo tuo ritiro e la sua magia del negativo che tanto ti affascina e che è parte di te.”
Sebbene, non ingiustificatamente, le attribuisca una capacità di analisi intellettuale così sottile e originale da considerarla una “rabdomante”, trovo una contaminazione pregiudiziale in quello che dice.
L’aspetto del ritiro degli introversi che pure va contemplato, non può giustificare la loro parabola. Essi parlano all’invisibile.
Da C. G. Jung in Tipi Psicologici, ed. Netwon Compton:
Il giudizio dell’estroverso non può credere a forze invisibili.
p. 306
Credo che quello che in sociologia viene considerata la società del rischio sia strutturata in modo tale da rimuovere le forme invisibili come relazioni logico affettive, pure esistenti all’interno dei processi sociali.
Dal punto di vista logico questo è abbozzato ancora in Jung:
L’intuito introverso coglie le immagini che provengono dalla base dell’inconscio, presenti in essi a priori, ereditarie. Questi archetipi, la cui essenza più intima è inaccessibile all’esperienza, rappresentano il precipitato dei processi psichici di coloro che ci hanno preceduto, la ripetizione di milioni di volte di esperienze dell’esistenza organica accumulatesi e condensatesi in tipi. Perciò in questi archetipi sono rappresentate tutte le esperienze che sono state vissute su questo pianeta. [...]
[...] l’intuito introverso percependo i processi interni fornisce certi dati (informazioni) che possono essere importantissimi per la concezione dell’evento generale, anzi può addirittura prevedere, più o meno chiaramente, sia le nuove possibilità sia ciò che avverrà successivamente. Tale capacità profetica si spiega col suo rapporto, con gli archetipi, che rappresentano il punto di partenza di tutte le cose sperimentabili.
p. 314
Dal punto di vista dell’affettività, del sentire l’altro, sappiamo che il ritiro introversivo non può prescindere dal portarsi in valigia, interiorizzate e talvolta ugualmente incombenti il gran fracasso di voci nella testa che impartiscono imperativi nel cuore che correggono l’egoismo.
Dato il suo sentire primitivo aspira a una intensità interiore… che è possibile solo immaginare, non certo capirne la profondità, che rende le persone taciturne e poco accessibili.
p. 304
Perché mi sono “permesso” di invocare un Ordito ai danni di Daniele ?
E perché c’è bisogno di un manuale per solo pensare, rendere “tracciabile” nella nebulosa sociale, l’introversione? Lo dice l’accademica con parole ingenue, ma franche: perché non ne avvertiamo più la presenza possiamo ritenere che non esista più.
Come sociologo so bene che non fu Freud a scoprire l’inconscio, ma a dar conto della sua giustificazione. Il contesto della scoperta è una impresa, sebbene maturata per lo più inconsciamente, collettiva per richiamare l’insegnamento di Kuhn. La mente è un paradigma sociale che ogni tanto ricorda le proprie colonne d’Ercole a qualche avventuriero che osa varcarle. Ma non dipende da lui che ciò che trova diventi scienza riconosciuta.
Se di fronte alla meraviglia per il movimento di un meccanismo di orologio, lo volessimo smontare per analizzarlo ne capiremmo le parti, il funzionamento di queste, ma ci accorgeremmo fin tanto che è sotto esame di non “sentirlo” più.
Ne perderemmo, in altre parole, l’ineffabile esperienza della sua presenza.
Credo dunque che i manuali per montare e smontare le esperienze non possano restituire “al paradigma” l’introversione. E questo il mio caro amico Luigi Anepeta lo sa e lo denuncia pure.

