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Testimonianza di Renzo Marinoni

Non sono uno scrittore, anche se scrivere mi ha sempre attirato, è come se mi incamminassi su un sentiero ignoto e, mano a mano che mi addentro, scoprissi ciò che nemmeno conosco coscientemente. A volte, scrivere quello che ho nel cuore, mi fa l’effetto di un dialogo con me stesso, se poi quello che scrivo, può essere utile, non lo so; non nego che mi piacerebbe saper trasferire sulla carta certe mie fluttuazioni interiori. Sono un introverso e, come tutti gli introversi, buona parte della mia vita è stata trascorsa in silenzio o, almeno, non ho mai raccontato quella parte di me che viene dal cuore, perché, secondo me, una cosa è il contenuto della mente, che è fatto di ragionamenti e di condizionamenti, e tutt’altra cosa è pescare in fondo al cuore, raccontandosi al solo scopo di parlare a se stessi.
La cosa che mi spinge in questo dialogo con me stesso è la consapevolezza di quanto poco io sappia di me e di quanto senta il bisogno di cominciare questo dialogo, che può prendere avvio solo dalla mia storia.

Per tutta la mia giovinezza mi sono chiesto il motivo di questa mia diversità, mai ho avuto una risposta al perché provavo vergogna, per la mia inadeguatezza, per la mia incapacità ad esternare ciò che sentivo.
Sicuramente la paura di essere deriso per questi miei sentimenti, così profondi, già l’avevo sperimentata, fin dalla prima elementare: arrivai a scuola candido ed innocente, ma l’ambiente si rivelò da subito disastroso, la maestra dopo tre settimane aveva già capito che ero un asino e non trovò di meglio che relegarmi nell’allora molto in voga “bancata degli asini”. Ritenendo che ciò che dice un adulto fosse molto più della verità, ci ho creduto. È stata un’esperienza veramente penosa, l’unico in tutta la classe ad essere bocciato in prima elementare, con un giudizio finale che non lasciava scampo. I commenti, anche a casa, erano gli stessi: ero già un delinquente scavezzacollo che preferiva girovagare per i campi, piuttosto che andare a scuola. Se dovessi descrivere in poche parole quell’ambiente, direi un posto dove il massimo divertimento è deridere per qualsiasi anomalia del fisico, dell’abbigliamento o del comportamento, e se non c’era, si inventava. Un regime autoritario, dove contavi solo se eri figlio di…, diversamente ti facevano pesare la tua condizione di povero e appartenente al gradino più basso della società. Ero il sesto di nove figli in una famiglia al limite della sopravvivenza, dalla quale non ho memoria sia arrivata una sola parola di incoraggiamento, i miei ricordi si limitano ad affermazioni come “non vai bene”, “sbagli tutto”, “sei un delinquente”, “farai una brutta fine”, “sei la pecora nera”, “è meglio che ti mettiamo in collegio”. E poi le percosse, che erano quasi preferibili, si fa per dire, agli insulti.
I compagni di scuola, poi, erano dei veri mostri, se non spargevi benzina sui gatti, almeno una volta alla settimana, e guardavi il gatto morire tra atroci sofferenze, eri un codardo. Poveri animali, ancora me li sogno la notte, dopo quarant’anni, e poi sempre “prove di forza”: dovevi picchiare qualcuno una volta alla settimana, sennò non potevi far parte del branco, eri una femminuccia. Per il mio grado di introversione la solitudine era assicurata. Se penso di averli anche invidiati questi “fenomeni”, mi sento male, oggi sono proprio felice di non aver bruciato nessun gatto e di non aver mai picchiato nessuno, almeno mi sono risparmiato questo tipo di sensi.

Ho scoperto, grazie al dottor Luigi Anepeta e al suo manuale (Timido, docile, ardente…), che io non sono nato per essere violento, ma che il mio patrimonio è proprio questa incapacità di far male e la gioia che deriva dal condurre una vita semplice. Condivido insieme a chi mi ama uno stile di vita fatto di rispetto e di passione per la famiglia umana e per la natura, che pone attenzione ai piccoli dettagli del quotidiano. Provo una gioia infinita, nel sapere che non sono l’unico ad avere il desiderio di essere felice, ed accetto la mia introversione, non come un disagio, ma come un patrimonio da conoscere e far conoscere, senza più vergogna tossica.

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