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Tornando alla storia della mia introversione, il dolore che derivò da quelle esperienze rimase dentro, creando rabbia e rancore verso questo mondo, di cui non mi sentivo partecipe, ma completamente isolato e solo.
Per farvi comprendere meglio le mie sensazioni e quanto si possa essere pieni di pregiudizio nei confronti di noi stessi e della nostra storia, vi racconto un episodio della mia infanzia.

Quando avevo 12 anni, c’era un adulto di quarant’anni circa, che chiameremo Loris: abitava nel mio stesso paese, trecento anime in tutto, era molto gentile e s’interessava a me, portandomi in giro in macchina la domenica. Lo vedevo come un amico, ero molto felice che un adulto mi prendesse in considerazione e dimostrasse attenzione per me. Per mia madre ero il numero sei e certo non aveva tempo di dialogare con me; era come stare in collegio: regole da seguire, altrimenti punizioni, non c’era tempo per affetto o smancerie di questo tipo. Avevo cercato varie volte di manifestare le mie paure, ma suscitavo solo delle risate, che sentivo di scherno, perciò mi ero completamente chiuso, provando un senso di solitudine a volte esasperato. Una domenica, era sera, il sole era tramontato, Loris ed io stavamo rientrando da una gita e mi sentivo triste al pensiero di tornare a casa. Durante quella giornata Loris mi aveva portato a visitare una fabbrica dove si produceva la birra e mi aveva fatto bere molto, soprattutto per la mia età. Non ero quindi molto presente e ad un certo punto mi trovai la sua mano fra le cosce: mi si gelò il sangue, non ebbi il coraggio di dire nulla, rimasi impietrito. Non capivo a che scopo, io non ero nemmeno sviluppato e di sesso non ne sapevo niente, ma percepivo che era comunque una cosa brutta. Quella volta finì così, senza andare oltre. La notte fu molto tormentata, un senso di sporcizia e parecchi sensi di colpa sporcavano la mia anima, pensavo che fosse colpa mia se era accaduto. Da allora in poi, ogni volta che uscivamo insieme, andava a finire così. Era una cosa penosa, da cui non mi sapevo sottrarre, durò qualche anno, lasciando una ferita profonda, il senso di sporcizia, e risentimento nei miei confronti. Pur avendo avuto innumerevoli occasioni, non raccontai mai quanto accaduto, mi sentivo il solo responsabile, ero arrabbiato con me stesso per non essermi ribellato e mi vergognavo a morte anche solo all’idea di parlarne. Mi stavo condannando senza appello.
Solitudine e silenzio, due compagni a lungo presenti nella mia esperienza dei giorni in cui camminavo a testa bassa, ripetendomi quanto fossi fallito e come tutto ciò che toccavo non funzionasse.

Mi sposai all’età di vent’anni, ero in fuga da una famiglia che era un lager e prima dei venticinque avevo già due figli. Pensavo che l’amore avrebbe finito col riempire quel vuoto che mi divorava, ma non fu così. Ben presto, sotto la pressione delle responsabilità e della mia incapacità ad interagire con un mondo dove le persone dicevano una cosa, ma ne pensavano un’altra, il tutto peggiorato dalla mia patetica ingenuità, vennero giorni dove il senso del fallimento nel lavoro e negli affetti assumeva una sembianza simile alla nebbia notturna, quando cerchi di camminare, ma non trovi più i punti di riferimento che ti indicano il tragitto.
Fu in quel periodo che cominciai a bere alcool, perché mi dava quel coraggio che non avevo; ma col passare del tempo tutto precipitò. Nel giro di pochi mesi mi trovai di fronte ad una vera catastrofe, mia moglie voleva divorziare ed anche il lavoro andava a rotoli.
Mi ricordo benissimo ciò che pensavo in quel periodo, nonostante siano passati 25 anni: il senso di non appartenenza, il disprezzo delle persone, gli sguardi pieni di giudizio e l’ansia che mi attanagliava la gola, come chi sta sull’orlo del precipizio e non vede via d’uscita. Oggi capisco che non potevo fare altro che tentare un bel suicidio. Nonostante sia stato uno dei momenti più drammatici della mia esistenza, è anche stato il punto di rottura col disperato tentativo di imitare gli estroversi in tutti i modi, ma senza alcun successo.

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