Figlia: Papà, perché le cose finiscono sempre in disordine?
Papà: Come, le cose? D’accordo, ma sei sicura di dare a “disordine” il significato che gli darebbe una qualunque altra persona? Ricominciamo daccapo. Tu hai detto: perché le cose finiscono sempre in disordine? Ora cambiamo la domanda così: Perché le cose finiscono in uno stato che Cathy chiama “non ordinato”? Capisci perché voglio cambiare la domanda in questo modo?
Figlia: Credo di sì… perché se ordinato vuol dire una cosa speciale per me, allora certi ordini delle altre persone mi sembreranno disordini… anche se siamo d’accordo sulla maggior parte di quello che chiamiamo disordini. Papà non hai finito. Perché le mie cose finiscono sempre nel modo che io dico che non è ordinato?
Papà: Ma io ho finito… è solo perché ci sono più modi che tu chiami “disordinati” che modi che tu chiami “ordinati”.
(tratto liberamente da uno dei Metaloghi, in Gregory Bateson, Verso una ecologia della mente, Adelphi)
1.
Credo sia possibile definire “ascesso introversivo” quella fase della vita psicologica di un introverso adulto durante la quale o, suo malgrado, a causa della quale per fattori congiunturali riemergono prepotentemente aspetti della personalità rimasti latenti o, più raramente, sacrificati coscientemente a favore del processo di adattamento al mondo.
Nel primo caso, quello della latenza, si affacciano alla coscienza un nodo di rivendicazioni e frustrazioni di significato ignoto al soggetto di cui però si avverte, anche dall’esterno, l’insopportabile e incontenibile irruenza e tirannia mentale. Solo raramente a mio avviso possono dar luogo ad un clamoroso viraggio della condotta di vita che comunque, data la complessità della personalità introversiva tendenzialmente autocolpevolizzante, non può che prendere la via o di un rinforzo-accomodamento dell’armatura superegoica o di una sovrascrittura di un nuovo falso sé su quello precedente (mi riferisco ad un sé-innesto solo apparentemente di segno opposto-oppositivo rispetto alla precedente forma, ma che deriva dalle stesse forze psicodinamiche, e che si situa dal lato opposto del campo. Mutando prospettiva dà l’impressione che ci si sia spostati di campo).
In generale si restaura la vecchia identità cosciente accompagnata da vissuti di vergogna tanto più forti quanto più si sono coltivate fantasie di trasgressione o di vendetta mai peraltro agite, come lo scioglimento repentino di un legame. Il più delle volte le parti latenti reclamano un ascolto che la scarsa strumentazione critica e di autoanalisi non possono offrire e esitano quindi in un conflitto permanente e irrisoluto, o in un conformismo di difesa dalle angosce di una frantumazione di sé che le placa.
Ho potuto constatare che in generale l’introverso, più spiccatamente e drammaticamente nell’adolescenza per ovvi motivi di ordine evolutivo e per necessità strutturali intrinseche, ha bisogno in tutte le sue fasi di crescita psicologica, anche quelle adulte, di essere accompagnato da una più o meno diffusa forma di consenso (che io preferisco chiamare fiducia sistemica). Questo perché l’introverso, più che gli altri, è impegnato, perlopiù inconsciamente, ad accomodare costantemente i suoi bisogni in relazione all’asse di riferimento dell’appartenenza-individuazione, senza pregiudicarne troppo l’equilibrio omeostatico che è la legge del suo sviluppo. Si tratta di un equilibrio assai difficile e penoso che ha necessità di una qualche forma di tutela e protezione da parte dell’ambiente affettivo relazionale, attraverso l’ancoraggio ad una forma di cultura olistica, una filosofia magnanima, che sappia dare senso alle crisi drammatiche che tali evoluzioni introversive comportano e che si richiede possa essere rappresentato da un sistema di relazione, innanzitutto la famiglia.
Se le personalità ordinarie si emancipano, arrivando ad uno sviluppo organico delle istanze psichiche, attraverso una “minorizzazione” del bisogno di appartenenza sistemica, narcotizzandolo almeno per un buon periodo di tempo attraverso una fase ribellionistica (di cui quella adolescenziale è la rappresentante più riconosciuta), per gli introversi il discorso si trasforma in una sorta di supplizio di Tantalo: il processo di individuazione non può prescindere dal rispetto delle forme di debito morale nei confronti del proprio mondo affettivo. Quanto più la prima urge tanto più la seconda deve contenerla. Da questa particolare processualità costruttiva della psicologia introversiva ne deriva una difficile, ma inalienabile formulazione epistemica universale.
Che vuol dire? Che la mente relazionale dell’introverso deve sostanziarsi di una visione del mondo, di una scienza dei rapporti, particolarmente armoniosa dal punto di vista logico-affettivo, in altre parole di un sapere che riesca a dare di conto in maniera mai disgiunta tanto della presenza degli altri quanto del proprio esserci. Se ciò non riesce ad accadere lo sviluppo e gli equilibri psicoaffettivi e cognitivi saltano irreparabilmente, soprattutto se sono coinvolti introversi giovanissimi.
Come ho cercato di spiegare nel mio articolo Forme di umanità, la cultura di appartenenza è in grado di attivare o meno un potenziale neuropsicobiologico che può a vario titolo rimanere inespresso. Se ciò accade per le parti costituenti della persona psicologica la struttura non solo può avere i piedi di argilla, ma può anche denunciare un limite nell’avanzamento della costruzione. Questo aspetto dell’interazione biologia-cultura rimane ancora molto inesplorato.
Che ruolo gioca quindi l’ambiente?
Mi sembra opportuno ricordare quanto Winnicott scriveva a proposito della relazione madre-figlio: una madre è sufficientemente buona quando riesce a sostenere il proprio bambino nella sua onnipotenza, senza schiacciarla reprimendola, gli garantisce l’enucleazione del vero sé attorno al quale costruirà tutte quelle competenze sociali che lo maschereranno strategicamente e non patologicamente, senza permettere che “connivano” in maniera subdola, senza compromettere il reciproco riconoscimento a favore di una cieca e sorda sovrapposizione mimetica.
Incoraggiare, incoraggiare e ancora incoraggiare…
Vorrei comunque ricordare il fraintendimento al quale è andato incontro il pensiero di Winnicott, in parte riparato dall’opera di Laing, quella più matura: il parto del vero sé non avviene ad opera della relazione duale, ma all’interno della relazione con il Mondo di significati che essa rappresenta e che lo stesso Mondo usa per i suoi scopi, a misura del modello antropologico che si prefigge di costruire.
Le relazioni precoci così importanti nello studio di Winnicott altro non sono che l’impatto con il travaso della cultura che si rappresenta e che può essere buona o cattiva, respingente o accogliente rispetto ai bisogni quali interfaccia tra il Mondo e sé, e quindi quali espressione del destino dell’individuo.
La dott.ssa Bonessi in un colloquio e in una circostanza informale mi ha riferito che pur possedendo ufficialmente strumenti psicoterapici di indirizzo gestaltico si è convinta, attraverso l’ineluttabilità dell’esperienza di campo, che la teoria strutturale dialettica fa compiere “salti epistemici” al paziente altrimenti impossibili.
La risposta è che essa trascende il contesto delle relazioni perché più propriamente esse veicolano mentalità socioculturali interiorizzate e somministrate in nome dell’Amore, che poco hanno a che fare con l’amore per sé.
Ecco anche perché gli studi sociologici hanno avuto per me una funzione terapeutica o meglio di ripristino di una terapia totale.

