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Essendo l’introversione un modo di essere a spettro, che riconosce numerose varianti, l’analisi del rapporto tra introversione e lavoro non può ricondursi ad una formula univoca. In questo articolo, l’analisi verterà sul tipo di rapporto prevalente che si intrattiene tra l’introverso tipico, il mercato del lavoro, gli ambienti di lavoro, i colleghi, ecc.
Per introverso tipico intendo – in riferimento al lavoro – un soggetto che ha capacità umane e “tecniche” (competenze professionali) rilevanti, un senso del dovere piuttosto marcato (che implica una qualche soggezione nei confronti dell’autorità e del giudizio sociale), un orientamento tendenzialmente perfezionistico, associato, di solito, ad un senso persistente di inadeguatezza e di scarso valore.
È evidente che queste qualità, se per un verso sono riconducibili a potenzialità piuttosto elevate (che peraltro all’introverso sembrano normali o, spesso, al di sotto della media), implicano anche una strutturazione della personalità, prodotta dall’interazione con l’ambiente, psicodinamicamente caratterizzata da un Super-Io piuttosto rigido e/o da un’Ideale dell’Io elevato che mantengono l’io cosciente in una condizione di schiavitù, vale a dire senza alcuna difesa nei confronti delle richieste di prestazioni che vengono dall’esterno e sono amplificate da quelle interne.
Una variabile significativa, da questo punto di vista, è il grado di consapevolezza che l’Io ha rispetto a questa schiavitù. Talora la consapevolezza è del tutto assente, fino al limite estremo del soggetto che definisce il suo modo di rapportarsi al lavoro come una libera scelta; altre volte, la consapevolezza esiste, ma il desiderio di cambiare urta contro il muro del senso di colpa soggettivo e della paura del giudizio sociale.
La strutturazione superegoica, mantenendo l’Io in uno stato di soggezione o di tensione perpetua, comporta sempre psicodinamicamente una valenza oppositiva di segno contrario: un Io antitetico, insomma, che veicola nelle forme più diverse un bisogno di libertà frustrato.

Occorre, dunque, per comprendere l’insieme dei comportamenti introversi in rapporto al lavoro, tenere conto di uno spettro dinamico che comporta due estremi, l’uno dei quali, caratterizzato da una soggezione totale dell’Io al Super-Io, vissuto spesso come Ideale dell’Io, implica la repressione e la rimozione dell’Io antitetico, mentre l’altro, caratterizzato dall’identificazione dell’Io con l’Io antitetico, implica la repressione e la rimozione delle sollecitazioni e dei sensi di colpa prodotti dal Super-Io.
Tra questi estremi si danno, ovviamente, le combinazioni dinamiche del più vario genere, che, tra l’altro, fluttuano nel corso del tempo.

La distribuzione delle esperienze introverse all’interno dello spettro non è omogenea. Gran parte di esse, infatti, per quanto concerne il lavoro, si addensano verso l’estremità che comporta un senso del dovere implacabile; una quota assolutamente minoritaria si realizzano sul registro della rivendicazione di libertà ad ogni costo.
Che cosa significa questo in termini concreti? Né più né meno che l’introversione, per quanto concerne il lavoro, dà luogo a tre tipologie comportamentali: la prima, la cui frequenza è notevole, è quella del lavoratore ideale, che si dedica anima e corpo all’espletamento dei suoi doveri, apparentemente senza sforzo e senza problemi; la seconda, anch’essa piuttosto frequente, è quella del lavoratore la cui dedizione e le cui capacità sono riconosciute, ma che caratterialmente è un rompiscatole, perché ha sempre qualcosa da ridire sull’organizzazione del lavoro, sulla decisione dei capi, ecc.; la terza, piuttosto rara, è quella del lavoratore le cui grandi capacità sono intuibili, ma che le utilizza facendo il minimo indispensabile, ed eccelle soprattutto nel ruolo di grillo parlante che contesta i capi, critica la passività dei colleghi nei confronti dell’organizzazione lavorativa, ecc.

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