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Il saggio sull’introversione (Timido, docile, ardente…) si inaugura con un’affermazione che ha destato, in qualche lettore, una certa sorpresa: quella per cui la prevalenza della componente introversa è una scelta della natura, un dato di ordine genetico.
La sorpresa è da ricondurre al fatto che la teoria psicopatologica struttural-dialettica, all’interno della quale il problema dell’introversione è affiorato come fondamentale, dà un tale rilievo alle influenze ambientali, storico-culturali, da lasciar pensare che essa minimizzi quelle genetiche. Data la mia formazione anche biologica ho coltivato sempre un vivo interesse per la genetica, che è, tra l’altro, il fondamento della teoria dell’evoluzione naturale. Non sopporto, ovviamente, il rozzo uso che i neopsichiatri ne fanno, riconducendo a fattori genetici tout-court l’universo della sofferenza mentale. Ma questo è un approccio critico che non pone in dubbio la necessità di integrare la neurobiologia e la psicodinamica.
Con questo articolo, cerco, nei limiti del possibile, di approfondire il tema del corredo genetico introverso.
È inutile sottolineare che si tratta di un terreno impervio e insidioso. I dati sono carenti e equivocabili, il pericolo di avventurarsi in ipotesi fantasiose elevato. Pregherei, dunque, il lettore di considerare il carattere sperimentale del discorso.
Come punto di partenza, mi ricondurrò ad una metafora utilizzata nel saggio: quella per cui, se rimane fedele al suo modo di essere originario e lo coltiva, l’introverso è una sorta di E.T., vale a dire un soggetto la cui emozionalità è viva, partecipe e aperta all’umano (empatica, dunque) e la cui intelligenza – sia essa di ordine generale o attitudinale – piuttosto creativa, inquieta e vivace.
Non è un caso che E.T. abbia avuto tanto successo presso i bambini. Esso sembra, anche fisicamente, un essere nel quale un elemento tipicamente infantile (la dimensione degli occhi rispetto al volto) si associa con caratteristiche, tra cui il volto rugoso, che richiamano alla saggezza.
L’aspetto fisico degli introversi ha poco a che vedere con quello di E.T. Esso, anzi, è caratterizzato molto spesso da tratti somatici tali per cui essi dimostrano un’età minore di quella che hanno: caratteristica – questa – imbarazzante, per esempio, quando un introverso di 20 anni viene scambiato per un adolescente, ma che, nel corso della vita, perdurando, si trasforma in un vantaggio.
L’immagine di E.T. rappresenta, invece, piuttosto fedelmente gli aspetti psicologici propri del modo di essere introverso: la mescolanza di un’ingenuità per alcuni aspetti infantile con una straordinaria e precoce maturità morale e intellettiva.
La più o meno rilevante immaturità fisica degli introversi, per cui il loro aspetto è quasi sempre più giovanile in rapporto alla loro età, e l’associazione tra ingenuità infantile e maturità intellettiva sono chiaramente l’espressione di un corredo genetico particolare.
Che cosa si può dire a riguardo? Per rispondere, occorre partire da lontano.

