Più volte Kafka, lucidamente consapevole del rapporto tra la sua travagliata storia interiore e la produzione letteraria, si è riproposto di scrivere un’autobiografia. Non ha realizzato questo progetto per l’innata riservatezza e per l’inestricabile complessità dei suoi vissuti. Oltre alla sua opera, che per molti aspetti è autobiografica, la personalità si può ricostruire attraverso i Diari, il ricco epistolario e l’esauriente biografia dell’amico Max Brod (Kafka, Mondadori, Milano 1978). Le citazioni sono tratte da quest’ultimo lavoro.
L’introversione di Kafka è immediatamente evidente in tutte le foto che di lui possediamo. Un suo ritratto infantile ci presenta già “un ragazzino di circa cinque anni, snello, con grandi occhi interrogativi e le labbra cupamente chiuse e caparbie”. Nelle foto da adulto, l’espressione è seria, sostenuta e naturalmente signorile; lo sguardo, fisso su un punto all’infinito, acuto e penetrante.
L’introversione Kafka l’ha ereditata per linea materna. Tanto il padre era, come peraltro gran parte dei suoi parenti, un “pezzo d’uomo”, alto, dalle spalle larghe, dotato di una tenacia, di una capacità di lavoro e di uno spirito pratico eccezionali, espansivo, impulsivo e “tirannico”, tanto gli antenati della madre erano “eruditi, sognatori, con una tendenza alla stranezza o rapiti verso l’avventura, l’esotismo, la bizzarria, la solitudine”. La madre stessa “era una donna tranquilla, buona, straordinariamente intelligente, anzi piena di saggezza”. Dalla parte della madre, Kafka eredita anche una costituzione fisica minuta, longilinea e delicata. La sua carnagione di fatto, nelle foto, ha qualcosa di vagamente adolescenziale, se non addirittura d’effeminato, per via di una pelle pallida, sottile e levigata.
Kafka è perfettamente consapevole di avere ereditato da parte della madre le qualità fondamentali del suo carattere: “Ostinazione, sensibilità, senso della giustizia, irrequietezza”.
Secondo la testimonianza della madre, “Franz era un fanciullo debole e delicato; per lo più serio, ma disposto talvolta a fare il chiasso; un fanciullo che leggeva molto e non voleva fare ginnastica”.
L’estraneità fisica e psichica rispetto al padre – il dramma che segnerà la sua esperienza psicologica – è radicale. Primogenito e unico maschio, il destino di Kafka è di portare avanti l’azienda paterna, che consta di una fabbrica e di un negozio al dettaglio. Egli è però un sognatore sprovvisto di qualunque senso pratico, non ama il commercio, non ha ambizioni di status.
Il padre non comprenderà mai le “stranezze” del figlio, in particolare non gli perdonerà mai il difetto di senso pratico, né avrà mai alcun’intuizione della sua genialità letteraria. Kafka il padre lo comprende: capisce che il suo desiderio di affrancarsi da una condizione originaria socialmente umile e l’aspirazione ad un tenore di vita borghese, impegnandolo a soffrire, a lottare e a non arrendersi, lo hanno indurito ed esaltato. Capisce anche che il suo orgoglio di self-made-man lo ha indotto a considerare la tenacia, la forza di carattere, la capacità di lottare mirando ad obiettivi concreti come gli unici attributi degni di un uomo. Considera anche criticamente alcuni suoi tratti di carattere che hanno pesato nell’educazione:
Ero un bambino timido eppure sarò stato testardo come tutti i bambini; mia madre mi avrà certo viziato ma non posso credere di essere stato particolarmente difficile da guidare, non posso credere che una parola gentile, una tacita stretta di mano, uno sguardo amorevole, non avrebbero ottenuto da me ciò che si desiderava. Ora, tu sei in fondo un uomo buono e tenero (ciò che segue non sarà in contraddizione perché parlo soltanto della figura con la quale agivi sul bambino), ma non tutti i bambini hanno la costanza e il coraggio di cercare la bontà finché la trovano. Tu puoi trattare un bambino soltanto secondo la tua stessa natura con forza, baccano e collera, e in questo caso tutto ciò ti sembrava molto adatto perché volevi fare di me un ragazzo forte e coraggioso.
Si tratta di una critica benevola, che pone l’accento su una diversità insormontabile. Ciononostante, Kafka vede nel padre un modello ammirevole e supremo di normalità, e misura se stesso alla luce di tale modello. L’esito è devastante: per tutta la vita, egli è perseguitato da un vissuto di totale inadeguatezza e inettitudine a vivere che, in alcuni momenti, lo porta sull’orlo della disperazione. “Non sei idoneo alla vita”: l’inappellabile verdetto che Kafka, nella celeberrima Lettera, attribuisce al padre, è, di fatto, un verdetto intimamente condiviso. Nulla più di questa condivisione esemplifica il pericolo intrinseco alla personalità introversa di assumere come metro di giudizio un modello inattingibile perché non congeniale e, spesso, inconsciamente addirittura disprezzato. In conseguenza di quella condivisione, al vissuto radicale d’inadeguatezza si associa in Kafka anche “una sconfinata coscienza di colpa”, riconducibile al tradimento, al non poter essere quello che l’Altro (il padre, la società) si aspetta che egli sia.

