Assemblea Ordinaria del 24.03.2007
Relazione del dott. Luigi Anepeta
1.
Nel corso di questi mesi, molte riflessioni si sono addensate sul tema dell’introversione e sul rapporto tra introversione e estroversione. Le riflessioni sono state alimentate in parte dai commenti di coloro che hanno letto il saggio, in parte dall’aver colto io stesso nel testo alcune lacune che andavano colmate. Se dovessi dar conto di tutti gli sviluppi teorici che hanno prodotto tali riflessioni, l’incontro assembleare si trasformerebbe in una conferenza. Preferisco focalizzare il discorso su un solo nucleo, peraltro essenziale, più volte rilevato dai lettori. Mentre parecchi introversi, riconoscendosi nei contenuti del libro, hanno in genere un’illuminazione (che non modifica immediatamente il loro malessere, ma dà ad esso un nuovo significato), gli estroversi reagiscono con una certa noncuranza (dato che la questione non li riguarda) e al limite con una qualche irritazione. Secondo taluni, infatti, il saggio, nell’intento di sormontare il pregiudizio nei confronti dell’introversione, comporterebbe il rischio di rovesciare tale pregiudizio a carico dell’estroversione.
Per quanto poco fondata, in quanto non avrebbe senso appellarsi alla tolleranza e al rispetto della diversità tra gli esseri umani sulla base dell’intolleranza, questa critica significa che il testo presenta qualche ambiguità. Preparando la seconda edizione, penso di averla identificata e di avervi posto rimedio sia sotto il profilo concettuale che terminologico.
Sottopongo all’Assemblea le mie riflessioni per verificare se esse raccolgono il consenso dei più.
Anzitutto occorre rilevare che il senso comune ostacola non poco i nuovi significati che la LIDI attribuisce ai termini introversione ed estroversione. Nell’originaria accezione junghiana essi definiscono i due orientamenti caratteriali tipologici più rappresentati e in qualche misura immediatamente evidenti negli esseri umani. Jung ha sufficientemente chiarito che tali orientamenti sono entrambi presenti in ogni essere umano. Parlare di soggetto introverso o estroverso significa, dunque, definire la prevalenza nella sua personalità di un orientamento sull’altro.
Il senso comune ha semplificato le cose sulla base delle apparenze, ignorando la compresenza dei due orientamenti in ogni personalità. In conseguenza di questo introversione e estroversione sono divenuti termini che fanno riferimento a orientamenti caratteriali nettamente distinti: si è pertanto introversi o estroversi tout-court.
Non avrei scritto un saggio e tanto meno fondato una Lega se non avessi intuito che la teoria junghiana difettava in alcuni punti. Pongo tra parentesi il fatto – importante per la storia del pensiero psicoanalitico – che Jung ha scritto Tipi psicologici dopo avere attraversato una profonda crisi “introversa” ed esserne venuto fuori in virtù di quella che egli ha definito una salutare apertura al mondo. Nonostante l’equilibrio neutrale che cerca di mantenere nel valutare i due orientamenti caratteriali, tra le righe del saggio s’intuisce che, se è critico nei confronti dell’estroversione iperadattata al mondo, nutre non poche riserve nei confronti dell’introversione.
Il punto è un altro. Descrivendo le due tipologie, Jung dà per scontato che l’introverso reprime la componente estroversa e che l’estroverso reprime quella introversa. Da ciò discende che entrambe le tipologie riconoscono in profondità un compenso “nevrotico” direttamente proporzionale alla repressione. Egli non si è mai chiesto se il “nevroticismo” introverso e quello estroverso dipendano da influenze ambientali piuttosto che da orientamenti costituzionali, vale a dire se non si dia un modello culturale di riferimento che costringe gli introversi a reprimere la componente estroversa del loro carattere e gli estroversi a reprimere quella introversa.
Apro una parentesi per specificare che il termine nevroticismo va inteso in senso lato e non psichiatrico. Esso prescinde dal fatto che si diano, a livello soggettivo, dinamiche conflittuali potenzialmente capaci di dare luogo a dei sintomi. Fa riferimento ad un blocco dello sviluppo della personalità secondo le sue linee di tendenza costituzionali e dunque ad un’inibizione di potenzialità presenti nel corredo genetico individuale che non trovano la via per dispiegarsi o oggettivarsi. La conseguenza di tale blocco è una struttura di personalità impoverita, unilaterale e, in qualche misura, disfunzionale, che, solo in alcuni casi, si manifesta sotto forma di un disagio psichico conclamato.
Oggi, in misura maggiore rispetto all’epoca in cui Jung ha scritto il suo saggio, introversione e estroversione sono dimensioni caratteriali i cui sviluppi sono generalmente “nevrotici”. Il problema è che il “nevroticismo” introverso è socialmente identificato, mentre quello estroverso non viene in genere rilevato ed è giudicato “normale”.
Sulle apparenze del comportamento si è costruito il pregiudizio nei confronti dell’introversione, che dipende dal giudizio positivo con cui si definisce l’estroversione.
Per convincersi del fatto che quel pregiudizio ha fatto breccia non solo nel senso comune ma anche sulla cultura, basta consultare i dizionari che, a riguardo, diventano indiziari di come le parole possono essere usate per ideologizzare la realtà, vale a dire per qualificarla in un modo piuttosto che in un altro.
Consultandoli, comparando le definizioni e condensandole viene fuori che l’estroverso è aperto, comunicativo, cordiale, affettuoso, espansivo, esuberante; l’introverso, viceversa, chiuso, timido, schivo, freddo, riservato, distaccato.
Sarebbe interessante fare una ricerca semantica sui campi di significati impliciti in queste qualificazioni. Proporrei questa ricerca ai numerosi insegnanti che sono soci o simpatizzanti della LIDI.
Mi limito per ora solo a rilevare che un asse fondamentale di significati fa capo all’antitesi tra apertura e chiusura, che con un’evidenza immediata fa riferimento al comportamento del soggetto nei confronti del mondo esterno in termini di attenzione, partecipazione, interazione, comunicazione, ecc. Essa identifica nell’apertura un valore positivo e nella chiusura un valore negativo.
L’ideologia che sottende tali giudizi si può tranquillamente definire adattiva. Posto che si considera come segno di normalità, nonché di raggiunta maturità, una buona relazione con il mondo esterno, la chiusura ricade nell’ambito del difetto, del disadattamento.
È facile cogliere il significato ideologico di tale criterio normativo.
In quanto autoconsapevole, ogni soggetto umano sa di avere un’esperienza mentale, un mondo interno distinto da quello esterno. Sa, dunque, che la sua coscienza vive nell’interfaccia tra due mondi, ciascuno dei quali esercita su di lui un’attrazione.
Ogni coscienza fluttua tra l’apertura al mondo esterno e l’apertura al mondo interno: tangibile il primo, in quanto apparentemente costituito da oggetti che si possono toccare, manipolare,ecc; intangibile il secondo, in quanto costituito da contenuti psichici (pensieri, emozioni, memorie, fantasie, ecc.).
L’equilibrio di una personalità sta nel trovare il giusto grado di apertura al mondo esterno e al mondo interno, secondo una formula che non può essere la stessa per tutti.
Oggi una situazione di equilibrio è quasi puramente teorica. Molti introversi si chiudono rispetto al mondo esterno più di quanto sia necessario per salvaguardare la loro identità, si difendono dalla paura perpetua di essere giudicati inadeguati, difettosi, disadattati, e, sentendosi sollecitati a normalizzarsi secondo un modello estraneo alla loro vocazione ad essere, spesso covano una sorda ostilità nei confronti del mondo sociale. Molti estroversi, però, si chiudono al mondo interno più di quanto sia ragionevole per assicurare alla personalità un minimo di sviluppo evolutivo. Essi rimangono cristallizzati in un modo di essere efficiente in rapporto alle richieste dell’ambiente sociale, ma sostanzialmente ripetitivo e monotono.
È evidente che questi orientamenti “nevrotici”, che Jung assume come naturali, sono il prodotto di un modello normativo che mortifica, in diversa misura, le potenzialità evolutive intrinseche al modo di essere introverso e a quello estroverso.
Nel saggio ho definito tale modello tout-court estroverso, commettendo un errore che ha fuorviato alcuni lettori e va rimediato.
Il modello in questione è sufficientemente noto: esso privilegia l’adesione e l’adattamento alla realtà così com’è, la capacità di comunicare e di stare con gli altri, un certo grado di competitività, lo spirito pratico necessario per conseguire risultati tangibili (in termini di conferme sociali, status. prestigio, ecc.), il non farsi troppi problemi, il prendere la vita come viene, ecc.
In che senso si può ritenere disfunzionale tale modello in rapporto alle potenzialità genetiche umane?
Sottolineerei due aspetti essenziali.
Il primo è la sollecitazione rivolta all’uomo ad agire, ad essere intraprendente, a sfruttare le occasioni che gli vengono offerte, ma senza avere un atteggiamento critico nei confronti della realtà. Egli dunque deve essere, al tempo stesso, attivo sul piano del darsi da fare e passivo nell’accettare le regole del gioco, come se fossero leggi di natura. Certo, quest’orientamento favorisce l’integrazione sociale, ma al prezzo di una burocratizzazione dell’esperienza per cui il soggetto può ritrovarsi ad essere efficiente, inserito e allo stesso tempo insoddisfatto e infelice.
Il secondo aspetto riguarda il perpetuo confronto con gli altri indotto dall’ideologia della competitività, il misurare di continuo il proprio essere nell’interazione sociale in termini di adeguatezza/inadeguatezza. L’ossessione del confronto naturalmente non può riguardare che le apparenze, vale a dire il modo in cui gli altri si comportano e il loro status (quello che hanno): insomma, l’immagine sociale. La conseguenza di tale ossessione, che allontana le persone dal valutare e dal coltivare le loro qualità umane e le loro potenzialità indipendentemente dal vantaggio che se ne può ricavare in termini di immagine sociale, è una perpetua intossicazione invidiosa e una tendenza universale all’omologazione. In virtù di questo, si realizza nel nostro mondo lo strano fenomeno della miseria psicologica nell’abbondanza secondo l’assioma di Seneca per il quale non è povero chi ha poco, ma chi desidera di più.
I danni che gli introversi ricavano dal confronto con questo modello normativo, che viene loro proposto come assoluto e al quale non riescono ad adattarsi (anche quando, a rischio di alienarsi, s’impegnano con tutte le loto forze), sono noti e giustificano la fondazione e l’attività della LIDI.
Non dobbiamo ignorare però i danni che subiscono gli estroversi.

