Di pochi autori si può dire quello che De Ruggiero (Storia della filosofia occidentale, “L’età dell’illuminismo”, vol. secondo, Laterza, Bari 1946) ha scritto a proposito di Rousseau:
La sua personalità è qualcosa di distinto e di emergente dall’opera ma [...] essa conserverebbe integro il proprio significato e il proprio valore anche se l’opera fosse intellettualmente caduca.
Di fatto, si tratta di una personalità ricca, complessa e contraddittoria.
Ho passioni ardentissime e finché mi agitano nulla eguaglia la mia impetuosità; non conosco più né riguardi, né rispetto, né paura, né buona creanza; sono cinico, sfrontato, violento, intrepido; non c’è vergogna che mi freni né rischio che mi spaventi: all’infuori dell’oggetto che mi occupa, il mondo intero non è più niente per me. Ma tutto ciò non dura che un momento, e il momento che segue già mi annienta. Prendetemi nella calma, sono l’indolenza e la timidezza in persona; tutto mi sgomenta, tutto mi ripugna; ho paura del volo di una mosca; dire una parola, fare un gesto spaventa la mia pigrizia; paura e vergogna mi soggiogano al punto che vorrei eclissarmi agli occhi di tutti i mortali. Se occorre agire, non so che fare; se occorre parlare, non so che dire; se mi si guarda, mi smarrisco. Quando mi appassiono, so trovare a volte le parole da dire; ma nelle conversazioni abituali non trovo nulla, proprio nulla; mi riescono insopportabili solo per questo: sono obbligato a parlare.
Due cose pressoché inconciliabili s’uniscono in me senza che io possa spiegarmi come: un temperamento focosissimo passioni vive, impetuose, e una lentezza a nascere d’idee, impacciate, che non si svegliano mai che a cose fatte. Si direbbe che il mio cuore e la mia intelligenza non appartengano al medesimo individuo. Il sentimento, più rapido del lampo, mi inonda l’animo, ma anziché illuminarmi, mi brucia e mi abbaglia. Sento tutto e non vedo nulla. Sono irruento, ma stupido; mi occorre il sangue freddo per pensare. Lo strano è che mi soccorre, nondimeno, un tatto abbastanza sicuro, penetrazione, persino acume, purché mi si dia tempo: se ne dispongo, sono capace di eccellenti improvvisazioni, ma sull’istante non ho mai fatto né detto nulla che valga.
Così poco padrone della mia mente quando sono solo con me stesso, si giudichi come devo essere nella conversazione, dove per parlare a proposito occorre pensare mille cose insieme e subito. La sola idea di tante convenienze, delle quali già son certo di dimenticarne più d’una, basta per intimidirmi. Non capisco nemmeno come si osi parlare in un circolo, giacché ad ogni parola bisognerebbe passare in rassegna tutti i presenti, bisognerebbe conoscere il carattere di tutti, sapere le loro storie, per essere sicuri di non dire nulla che possa offendere qualcuno. In questo, chi vive in società ha un grande vantaggio: sapendo meglio che cosa tacere, è più sicuro di ciò che dice; eppure accade ugualmente che sfuggano sortite balorde. Si pensi a chi vi piove come dal cielo: gli è quasi impossibile parlare un minuto solo impunemente A tu per tu, c’è un altro inconveniente che trovo anche peggiore, la necessità di parlare sempre: se l’altro parla si deve rispondere, e se non apre bocca bisogna ravvivare la conversazione. Quest’insopportabile costrizione sarebbe bastata a disgustarmi della mondanità. Non esiste per me imbarazzo più atroce che l’obbligo di parlare a comando e a getto continuo. Non so se questo dipenda dalla mia mortale avversione per ogni sorta di asservimento; ma basta che io debba parlare a tutti i costi perché infallibilmente esca in un’idiozia.
Pur non essendo uno sciocco, sono sovente passato per tale, anche agli occhi di persone capaci di giudizio: tanto più sfortunato quanto la mia fisionomia e il mio sguardo promettono di più, e questa aspettativa frustrata rende più sorprendente il rilevarsi della mia stupidità.
Queste quattro citazioni, tratte da Le Confessioni (I Grandi Classici della Letteratura Straniera, CD-Rom O-R, Garzanti, Milano 2000), definiscono in maniera esemplare gli aspetti essenziali del modo d’essere introverso: il primato del sentire sulla ragione, che richiede tempi lenti perché le intuizioni si trasformino in idee, lo scarto tra la ricchezza della vita interiore e una capacità comunicativa modesta a livello di vita quotidiana, il disagio persistente legato all’esposizione sociale e l’incoercibile disgusto per il parlare fine a se stesso.

