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1. Introduzione

In un dizionario della lingua italiana del 1988 (DIR, G. D’Anna, Firenze), alla voce introversione si legge:

tendenza, spiccata in alcuni individui, a ripiegarsi in se stessi, a interessarsi prevalentemente al proprio mondo interiore, con distacco e chiusura nei confronti del mondo esterno e dei contatti sociali.

L’estroversione, viceversa, è definita come

atteggiamento di chi ha spiccati interessi verso l’ambiente esterno, tendenza a manifestarsi, e quindi facilità ad inserirsi nel contesto sociale.

Si tratta, con evidenza, di giudizi di valore, piuttosto che lessicali, che riecheggiano l’accezione comune del termine. Nel linguaggio quotidiano, di fatto, introverso significa chiuso, taciturno, insicuro, poco socievole, passivo, estroverso viceversa aperto, comunicativo, spigliato, attivo, intraprendente. Per quanto si riconosca che parecchi introversi hanno una sensibilità e un’intelligenza fuori del comune, il loro modo di porsi, equivocato spesso come scostante e altezzoso, evoca naturalmente un moto di antipatia, mentre gli estroversi, eccezion fatta per quelli insopportabilmente narcisisti e invadenti, sono giudicati generalmente simpatici.

Introversione ed estroversione sono termini coniati da C. G. Jung per definire una tipologia universale della personalità. Di natura costituzionale, genetica, essi fanno riferimento ai “tratti” di personalità più importanti che influenzano il modo di sentire, di pensare e di agire di un individuo e offrono di conseguenza una chiave immediata di comprensione del suo essere al mondo. Orientamenti entrambi significativi, essi attestano che ogni soggetto, vivendo nell’interfaccia tra il mondo esterno e quello interno, viene attratto, in nome della sua disposizione costituzionale, prevalentemente dall’uno o dall’altro. La tipologia di Jung non comporta dunque alcun giudizio di valore.

Adottati dall’opinione pubblica per la suggestiva corrispondenza che hanno con la pratica di vita quotidiana, che comporta un costante tentativo di “tipologizzare” il comportamento proprio e altrui, i termini junghiani hanno acquisito un significato improprio, pregiudiziale, che connota univocamente in termini negativi l’introversione e in termini positivi l’estroversione.

Le origini sociali del duplice pregiudizio non sono difficili da spiegare. Ogni società privilegia un modello normativo di personalità che corrisponde alla sua struttura e alle sue esigenze di conservazione e di riproduzione. La nostra società, capitalistica e mercantile, all’interno della quale lo scambio è il metro di misura del valore, privilegia, sotto il profilo psicologico, l’intraprendenza, la spigliatezza, la capacità di contatto comunicativa, il pragmatismo, il successo, il saper vendere bene se stessi. La capacità di comunicazione sociale, vale a dire la capacità di accattivarsi il consenso, di promuovere un giudizio positivo, di influenzare gli altri a proprio favore, è giunta di conseguenza a configurarsi come un tratto positivo di personalità. Che tale tratto si associ spesso ad un certo grado di narcisismo e ad una tendenza ad usare l’altro, è unanimemente riconosciuto, ma avallato in nome dell’imperativo supremo dell’affermazione della personalità. La conseguenza di quest’opzione ideologica è che, in quasi tutte le fasi dell’esistenza e gli ambiti d’interazione sociale, l’estroversione funziona come una carta di credito, l’introversione come un handicap.

Anni fa, un genetista statunitense (Th. Dobzhansky, Diversità genetica e uguaglianza umana, Einaudi, Torino, 1981), pose in dubbio il mito meritocratico rilevando che, nelle società occidentali, il successo si fonda spesso su di una capacità competitiva “selvaggia”. Ciò comporta che i vincitori, sicuramente dotati di aggressività, positiva o negativa che sia, non sono necessariamente i migliori per qualità umane e competenze culturali. L’accelerazione della dinamica competitiva, intervenuta negli ultimi anni per effetto del trionfo del capitalismo e del suo proporsi, col modello antropologico suo proprio, come stadio ultimo e definitivo dell’evoluzione sociale, induce a pensare che il dubbio di Dobzhansky corrisponda ormai ad uno stato di fatto.

Il mondo è dunque degli estroversi, che fanno il buono e cattivo tempo e impongono, tra l’altro, il loro modo di essere come metro di misura della normalità. Gli introversi, che quasi sempre hanno delle ricche potenzialità emozionali e intellettive, vivono in un cono d’ombra, defilati, frustrati. Inesorabilmente contaminati dal codice culturale prevalente, essi stessi si ritengono spesso inadeguati, meno capaci degli altri, gravati da tratti di carattere che, se non morbosi, ritengono disfunzionali. Ciò li induce a nutrire un sordo risentimento nei confronti della natura, responsabile di un carattere che crea solo problemi, associato spesso ad una rabbia più o meno consapevole nei confronti della società che li disconferma e, talora, li emargina. Alcuni, come non bastassero le sollecitazioni esterne ad essere “normali”, tendono ad adottare, per mimetizzarsi, dei moduli comportamentali estroversi. Nella misura in cui ci riescono, realizzano tutt’al più un falso sé, una caricatura del loro vero essere.

Penso che sia arrivato il momento di riflettere su questa situazione in un’ottica preventiva del disagio psichico poiché, come si vedrà, essa ha una pesante incidenza psicopatologica. Il presunto carattere disadattivo, sostanzialmente difettoso e disfunzionale, dell’introversione è, infatti, quotidianamente confermato dalla circostanza per cui, tra coloro che manifestano, soprattutto a livello giovanile, una qualche forma di disagio psichico, una quota rilevante ha alle spalle una carriera evolutiva che attesta inequivocabilmente un orientamento costituzionale introverso.

Intendo dimostrare che questa circostanza non è legata all’introversione in sé e per sé, bensì allo stato di cose esistente nel mondo, che espone quasi inesorabilmente coloro che vengono al mondo con un determinato corredo genetico al rischio di sviluppare un disagio psichico. Se l’intento sarà raggiunto, mi auguro che esso possa contribuire al riconoscimento sociale del problema e al riscatto di una minoranza genetica il cui significato, nell’ottica evolutiva, è estremamente importante se la natura continua a produrla.

Tale riscatto postula, anzitutto, la consapevolezza della propria condizione e, in conseguenza di ciò, una rivendicazione orgogliosa di una diversità che va coltivata e vissuta come irrinunciabile. Per motivi che riusciranno chiari ulteriormente, la consapevolezza soggettiva non basta. È assolutamente necessaria una presa di coscienza sociale del problema. Il mondo, a partire dalle istituzioni pedagogiche, è organizzato in maniera tale da squalificare pregiudizialmente gli introversi, ponendo ostacoli di vario genere allo sviluppo della loro personalità. È assurdo e inutile pensare ad un mondo fatto su misura per loro. Non è però utopistico pensare che essi non siano più costretti a pagare, in nome della congiuntura tra il caso genetico e la normalità dominante, i prezzi che attualmente pagano e che coincidono spesso con una qualche forma di disagio psichico.

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