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Tra i grandi introversi, occorre inserire anche personaggi il cui orientamento caratteriale è indubbio, ma il cui comportamento getta qualche ombra sull’attribuzione al corredo genetico introverso di una sensibilità sociale che, sulla base dell’empatia, inibisce naturalmente la capacità di poter fare male al simile. Rimango convinto che tale attribuzione sia fondata, ma c’è da considerare il fatto che nell’uomo nessuna qualità naturale azzera la libertà individuale né pone l’individuo al riparo delle influenze dell’ambiente e della cultura.

Per quanto indubbiamente rari, soggetti introversi che agiscono comportamenti sociali oggettivamente sanzionabili, aggressivi e al limite distruttivi esistono. A differenza degli altri, essi di solito sviluppano, in conseguenza di tali comportamenti, sensi di colpa consci e inconsci solitamente intensi. Anche i sensi di colpa, però, non riescono sempre ad inibire i comportameti antisociali. Primo, perché se l’individuo è convinto di essere nel giusto e di affermare con essi la giustizia, può vivere come un punto d’onore la loro perpetuazione. Secondo, perché si dà sempre, da un punto di vista psicodinamico, la possibilità che la risposta soggettiva ai sensi di colpa imbocchi la via della negazione in conseguenza della quale il soggetto s’impone di dimostrare a se stesso (e agli altri) di non sentirsi in colpa reiterando i comportamenti antisociali e talora esasperandoli.

Questa premessa di ordine generale non anticipa un giudizio di valore su Maximilien Robespierre. Serve solo a giustificare il suo inserimento nell’elenco dei grandi introversi contro l’opinione corrente di alcuni storici e dell’opinione pubblica (o meglio dell’immaginario popolare) che identifica in lui il Tiranno per eccellenza, l’antesignano di tutti i Rivoluzionari di sinistra che hanno sacrificato vite umane sull’altare della giustizia sociale.

Nell’ottica del sito, una biografia tradizionale non ha senso. Essa, infatti, può essere letta su qualunque libro di storia o reperita in rete.

Dalla biografia mi limito a trarre alcuni spunti significativi.

Nato ad Arras, nel Nord della Francia, nel 1758, primo di quattro figli di una coppia socialmente singolare (il padre avvocato appartenente ad una famiglia di tradizioni notarili, la madre figlia di un birrario), Maximilien rimane precocemente orfano: la madre muore quando egli ha nove anni, il padre abbandona i figli e vaga per l’Europa fino alla sua morte (1777). Maximilien e i fratelli rimangono affidati al nonno materno e alle zie.

Maximilien è di sicuro un bambino precoce, sensibile e intelligente. Primogenito, egli si prende cura dei fratellini. Un indizio del legame profondo che si instaura con essi è ricavabile dal fatto che uno di essi – Augustin – seguirà come un’ombra la sua parabola politica e morirà con lui (per lui oserei dire, oltre che per la Rivoluzione).

Inviato al Collegio di Arras, Robespierre riceve colà un’educazione religiosa che lo segna prodondamente. I valori cristiani – l’amore per la giustizia, per i poveri, la fede in Dio, la credenza nella immortalità dell’anima – rimarranno sempre vivi dentro di lui. Egli li difenderà a spada tratta contro le correnti anticlericali, laiche ed atee presenti tra le file dei Giacobini.

In Collegio si segnala per le sue doti intellettive, per la fede e il comportamento moralmente inappuntabile. Il Vescovo di Arras gli assegna una borsa di studio che gli consente di entrare, a 11 anni, al collegio Louis-le-Grand di Parigi, una delle migliori scuole di Francia. Ne esce avvocato a 23 anni premiato per la sua “buona condotta… e i successi conseguiti negli studi” con una somma mai concessa ad alcun altro borsista.

La carriera evolutiva di Robespierre è, dunque, quella tipica di un introverso perfezionista. Il perfezionismo in questione è di tipo morale. Ideologicamente esso riconosce senz’altro la sua matrice nell’educazione religiosa, ma si corrobora anche in conseguenza della passione che Robespierre ha per il modello di humanitas della Roma repubblicana (la Roma di Catone) e per l’adesione, totale e passionale, alle teorie e al pensiero di Rousseau (circostanza, questa, che ha indotto qualcuno tra le file degli intellettuali ad attribuire al ginevrino la responsabilità del Terrore).

Due circostanze confermano tale orientamento.

Quando torna ad Arras, Robespierre è già famoso al punto che il vescovo lo nomina giudice criminale per la diocesi. Egli rinuncia ben presto all’incarico per non dovere pronunciare una condanna a morte.

Si dedica, in seguito, alla libera professione ma in maniera anomala, etica: prende a cuore le cause dei poveri, degli oppressi, dei prevaricati.

Viene riconosciuto come un paladino dei valori democratici, della libertà, della giustizia sociale. Eletto deputato negli Stati Generali nel 1789, entra nell’Assemblea Nazionale Costituente e si batte con fermezza per la libertà di stampa, il suffragio universale, l’istruzione gratuita e obbligatoria e contro la pena di morte.

Rapidamente, nella temperie rivoluzionario, si ritrova Presidente del Club dei Giacobini. Il suo orientamento politico vira verso posizioni radicali. Egli avverte quanti altri mai – sulla pelle, si direbbe – la sofferenza e la miseria del popolo e si propone di fare il possibili per alleviarle. Il suo orientamento non può essere definito socialista perché non giunge a mettere in discussione il diritto di proprietà. Tale diritto però non avalla, ai suoi occhi, i privilegi della ricchezza e tanto meno lo spreco e il lusso.

Robespierre non deve fare alcuno sforzo per vivere austeramente. Egli ama, nei suoi discorsi, sottolineare la sua povertà. In realtà il suo tenore di vita è sobrio: egli si accontenta di provvedere ai propri bisogni con il lavoro personale, senza disprezzare il benessere, ma senza cercare nè l’ozio né il lusso. La consapevolezza del suo valore intellettuale e morale implica il rifiuto radicale di valutare l’uomo in rapporto alla sua nascita o al denaro.

Robespierre non ha alcuna ambizione personale che vada al di là dell’essere utile all’umanità.

Di certo è orgoglioso del cambiamento che sta avvenendo in Francia. Sente che gli è dato di partecipare attivamente ad un’esperienza storica epocale. Scrive nel 1791: “L’eterna Provvidenza” grazie alle “circostanze quasi miracolose che le è piaciuto creare” ha chiamato i francesi, ed essi soli “unici dopo l’origine del mondo, a ristabilire sulla terra l’impero della Giustizia e della Libertà”.

L’appellarsi di continuo alla Provvidenza lo pone in cattiva luce agli occhi delle frange laiciste e atee dei Giacobini. Robespierre, anche nel vivo di una lotta politica estremamente aspra, e con la Chiesa quasi totalmente schierata su posizioni conservatrici, non rinuncia alla fede.

In una riunione del Club, un radicale lo attacca per il suo insistente riferirsi a Dio, ma egli risponde negando che “pronunciare il nome della divinità significhi indurre i cittadini alla superstizione”. Sì – dice – credo in Dio, è un sentimento che mi è necessario, ho bisogno di provare la presenza, di chiedere aiuto, l’aiuto interiore dell’Eterno. Senza il suo calore e la speranza infinita data dalla fede non avrei potuto sopportare “fatiche che sono al di sopra della forza umana”.

La Costituzione del 1793, nella quale riversa gran parte delle sue idee, è un documento storico di eccezionale portata. Essa, infatti, non si limita a sancire l’esistenza di diritti umani naturali propri di ogni individuo: pretende che lo Stato non esaurisca la sua funzione nel tutelarli, ma agisca per realizzarli. È con quella Costituzione che la scuola elementare diventa gratuita per tutti i cittadini, come peraltro l’assistenza sanitaria, e che viene istituita la pensione di invalidità e di vecchiaia.

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