Workshop sulle emozioni
30 agosto – 1 settembre 2007, Caprarola (VT)
Relazione del dott. Cristiano Nocente
1.
Prendere per le pinze chirurgiche le emozioni è un compito assai arduo se si parte dal presupposto che sono mattoni e calce dell’esperienza umana. Ecco perché magari un muratore, imprenditore di se stesso, può trovarsi più facilmente a suo agio a parlarne con competenza che uno scienziato sociale che, lambiccandosi il cervello, può perdersi nei labirinti di teorie che non hanno ancora nulla di organico.
Forse in molti non saranno d’accordo, ma ritengo che le emozioni siano ancora materia da bottega di artigiani.
Una teoria su di esse dovrebbe essere capace di avere potere diagnostico. In caso contrario altre forme di conoscenza come la rabdomanzia possono risultare imbarazzanti per gli accademici, ma ancora dotate di un certo valore pragmatico.
Mi sembra che l’aver sostituito le fole con gli interventi di un certo pedagogismo specialistico nella vita dei bambini non abbia dotato loro di una bussola migliore per orientarsi nella costruzione di un senso della propria vita che possa perlomeno produrre un certo movimento. Altrove ho parlato di un altissimo rischio del “fenomeno dello spiaggiamento” a causa di una saturazione del sé.
Forse quando Giorgio Gaber canta dell’insegnare semplicemente la magia della vita ai nostri figli fa riferimento al lasciare che si emozionino per il rischio ad essa connesso in tempi abitati paradossalmente dai fantasmi dei rischi e dall’ipercontrollo che si tenta di esercitare.
Dovremmo allora spiegarci l’ostinata resistenza del successo dei parchi gioco e forse del gioco stesso che un qualche rapporto col brivido anche della sola rappresentazione del rischio ce l’ha. Parlo ovviamente del rischio connesso ai “discorsi viventi” no alle dinamiche mortifere.
Togliamoci qualche curiosità dunque, alla mia maniera ovviamente.
Mi sento di definire l’uomo, per onestà intellettuale, un “animale emozionale”. E detto da me qualcuno, che mi conosce, potrebbe pensare che ho già cominciato a barare…
Naturalmente non posso che scegliere di dirvi solo alcune cose sulle emozioni altrimenti io stesso mi darei del presuntuoso.
Innanzitutto per gettarla lì vorrei in parte ridurre un luogo comune. Dati clinici confermano che anche uomini apparentemente non intaccati dalla emotività, quelli cioè abituati a fare scelte cinicamente razionali, orientate al calcolo costi-benefici, subiti danni neurologici in siti particolari, che sappiamo aver a che fare con le emozioni, non sono stati più in grado di prendere le stesse decisioni razionali in virtù di quel calcolo che presumiamo “neutrale”.
Sono però immediatamente costretto a precisare: la ragione non può funzionare senza l’emozione perché sarebbe privata del vettore delle informazioni, ma allo stesso tempo si può affermare che una riduzione selettiva delle emozioni nuoce alla razionalità tanto quanto il suo eccesso. Quindi non c’è alcun pensiero senza alcuna emozione per l’uomo, compreso il freddo calcolo, e qui qualche specialista potrebbe definirmi azzardato. Ma c’è una scala di qualità del pensiero che non può prescindere dalla qualità dell’emozione.
Oggi sappiamo che anche un’ameba è dotata a suo modo di un pensiero, ma che ha “la straordinaria fortuna” di non sentire se stessa, cioè sprovvista di una coscienza, altro termine di relazione rispetto all’emozione umana.
Piaget, volgarizzato dai cognitivisti, aveva intuito osservando lo straordinario teatro dello sviluppo mentale dei bambini, inaugurando forse la vera psicologia evolutiva, che le emozioni potessero essere il motore delle attività cognitive e che avessero il compito generale di energizzarle. Penso che il suo limite sia stato quello di non aver pensato alle emozioni in termini di affetti, cioè di una classe di emozioni orientata all’oggetto, distinti dalle emozioni in termini di procedure logico-formali, di modalità di processamento delle informazioni.
Tenendo distinte attività cognitiva e attività affettiva non ha tenuto conto della possibilità che emozione e cognizione possano essere equivalenti.
Le emozioni umane hanno come peculiarità “il loro farsi sentire”, cioè il loro trasformarsi in sentimenti e in una coscienza di essi. È qui che nascono molti problemi sia per gli scienziati che dovrebbero essere alle prese con questo “nodo” sia per gli altri passeggeri o viandanti, dipende dal mezzo di locomozione si intende, che sviluppano un rapporto di ignoranza non con le emozioni, ma con la coscienza di esse, deturpandola in maniera più o meno funzionale alla conduzione indisturbata della vita, fino alla soglia della disfunzione patologica. Sembra che un tizio di nome Freud si fosse arreso all’idea che un certo grado di rimozione della vita emozionale dalla coscienza fosse più o meno un destino. A volte lo riteneva un destino benigno a volte patrigno o maligno come volete.
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