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Chi era Gesù al di fuori dell’oleografia ecclesiale, nella quale egli non si sarebbe presumibilmente riconosciuto?

Nel saggio sulla Bibbia (Facci un dio…), affrontando questo problema in un’ottica storicistica, ho tracciato un profilo psicologico della personalità di Gesù che riporto integralmente, per quanto ritengo che meriterebbe un approfondimento.

La parabola pubblica di Gesù dura solo tre anni. Fino a trent’anni, tranne alcuni accenni sulla sua crescita sana e virtuosa e l’incontro con i dottori della legge a 12 anni che rimangono meravigliati della sua precoce intelligenza, la sua vita è avvolta nel mistero. Nel Vangelo si danno solo due indizi dai quali si può ricavare qualcosa a riguardo. Il primo concerne l’atteggiamento dei parenti che, dopo poco l’inizio della predicazione, si mettono sulle sue tracce per ricondurlo a casa poiché lo ritengono un invasato:

Entrò in una casa e si radunò di nuovo attorno a lui molta folla, al punto che non potevano neppure prendere cibo. Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; poiché dicevano: «È fuori di sé»…

Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare. Tutto attorno era seduta la folla e gli dissero: «Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano». Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre».
Marco, 3, 20 – 35

Il secondo indizio è la reazione dei compaesani allorché Gesù torna a predicare in Galilea:

Partito quindi di là, andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono. Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: «Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?». E si scandalizzavano di lui.
Marco, 6, 1 – 3

I parenti, dunque, tra cui la madre Maria, lo ritengono un invasato, i compaesani rimangono scandalizzati dalle sue parole e dalle opere. Le due circostanze attestano che Gesù, dopo essere vissuto sino a trenta anni integrato nel gruppo parentale e sociale, facendo il carpentiere, è andato incontro ad un repentino cambiamento di vita e di comportamento tanto radicale da indurre il sospetto di uno squilibrio mentale e/o di una possessione demoniaca. Non è difficile interpretare questo sospetto. Esso muove da un contesto culturale all’interno del quale l’individuo è considerato semplicemente una funzione del gruppo, non un’entità distinta da esso, tal che l’aspettativa sociale è che egli si comporti in maniera conforme ai doveri inerenti il suo ruolo. Uno scarto comportamentale rilevante da tale aspettativa evoca di conseguenza il pregiudizio di un’alterazione della personalità dovuta ad una malattia o all’influenza di spiriti maligni. Mettendo tra parentesi tale pregiudizio, si pone il problema di capire come sia potuto accadere un cambiamento comportamentale tale da indurlo. Occorre, a tal fine, adottare un codice interpretativo ricavato dalle scienze psicologiche.

Gesù è andato incontro ad un repentino processo di individuazione a tal punto intenso da indurre il misconoscimento dei legami di sangue e dei doveri di appartenenza. La possibilità che una coscienza normalizzata si risvegli da un lungo stato di ipnosi determinato dai condizionamenti ambientali e manifesti repentinamente delle potenzialità inaspettate è ormai riconosciuta dalla psicologia come una circostanza non inconsueta. Il “risveglio” avviene di solito per effetto della spinta motivazionale legata alle potenzialità lungamente frustrate e si associa, per effetto della percezione soggettiva di essere finalmente nella propria pelle, ad un certo grado di esaltazione. Il cambiamento affranca il soggetto da una gabbia conformistica che, evidentemente, reprime la sua identità e la sua vocazione ad essere. È inevitabile però – e accade ancora oggi – che esso venga interpretato dagli amici e dai parenti come abnorme.

Una repentina crisi di individuazione, che dà luogo ad una radicale ristrutturazione della visione del mondo e dei moduli comportamentali, peraltro, se riconosce delle cause intrinseche alla personalità, riconducibile al grado di frustrazione delle potenzialità individuali, non può avvenire se non per effetto di altre influenze ambientali rispetto a quelle consuete.

Anomala in rapporto al contesto paesano, l’esperienza di Gesù lo è molto meno in rapporto al contesto regionale. È in Galilea infatti che, come si è accennato in precedenza, già da due secoli, in aperta contestazione col potere sacerdotale vigente a Gerusalemme e con l’occupazione romana, si sono organizzate alcune sette – gli Esseni, gli Zeloti – che perseguono l’intento di una rivoluzione radicale: gli uni di natura spirituale, incentrata sull’avvento del regno spirituale dei cieli, gli altri di natura politica, incentrata sulla liberazione della Palestina e sulla restaurazione della monarchia davidica. Sia gli Esseni che gli Zeloti attendono il Messia ma con attributi del tutto diversi. Il Messia essenico porta a compimento la vittoria della Luce sulle tenebre e inaugura il regno della giustizia e della pace. Il Messia zelota è un re guerriero che affranca gli Ebrei dal giogo romano e restaura la potenza di Jahvè e del suo re su tutti gli altri popoli.

Che Gesù debba avere avuto dei contatti con questi movimenti è reso evidente dalla contestazione radicale del potere ufficiale, sacerdotale e farisaico, che rappresenta un sottofondo continuo della sua predicazione. Ciò non significa che abbia fatto parte di uno di essi. Una partecipazione a tali sette, che non può essere provata, si può ritenere addirittura improbabile.

In seguito al “risveglio”, il modo di vivere di Gesù, nella misura in cui si differenzia rispetto alla cultura parentale, riconosce uno scarto evidente anche rispetto a quei movimenti, entrambi estremamente ligi al rispetto della tradizione mosaica, e sostanzialmente integralisti.

Gesù è uno spirito libero e irrequieto, insofferente nei confronti dei vincoli e dei doveri, avverso alle autorità costituite, alle forme sociali e ai riti. Abbandona il lavoro e i parenti per darsi al vagabondaggio, percorre in lungo e in largo la Palestina senza mai trovare pace. Vive dormendo dove capita, cibandosi dei frutti della terra e facendosi mantenere dai discepoli. Rifiuta i più importanti precetti mosaici (l’osservanza del sabato, l’abluzione pre – prandiale, il digiuno rituale), trascura o tarda a pagare i tributi al tempio e le tasse ai Romani. Non riconosce la distinzione tra mondo e immondo, centrale nella cultura mosaica, e frequenta senza difficoltà pubblicani e prostitute. Contesta la necessità di lavorare e di preoccuparsi troppo del futuro. Nel panorama ideologico della società ebraica, pure estremamente diversificato, Gesù è, dunque, un contestatore radicale, un out-sider. Ciò spiega il fatto che egli sente la necessità di fondare un suo movimento.

Anche ammettendo che, sulla scia dei profeti, Gesù avverta acutamente il contrasto tra la religione esteriore farisaica e la religione interiore fondata su di un rapporto diretto e personale del credente con Dio inteso come Padre, nei suoi comportamenti c’è comunque qualcosa di troppo anticonformistico rispetto alla tradizione ebraica. In più momenti, e quasi sempre provocatoriamente, egli manifesta un’evidente volontà di offendere e scandalizzare i Farisei e i loro seguaci il cui conservatorismo, per quanto rigido e formale, ha pur sempre contribuito a mantenere viva la fede in Jahvè in un contesto sociale incline da secoli al sincretismo religioso e all’idolatria. Come spiegare questo aspetto?

L’ipotesi più probabile è che l’anticonformismo, a tratti eversivo, di Gesù rappresenti l’espressione di una protesta contro il mondo così com’è che muove dall’intuizione di un mondo possibile radicalmente diverso. La sua matrice andrebbe dunque ricondotta ad un senso di giustizia innato esasperato dall’esperienza reale di vita e dalla condizione sociale.

Gesù nasce da una famiglia operaia e fa l’operaio (il carpentiere) sino a trent’anni. La condizione degli artigiani di paese dell’epoca è miserabile. Nelle grandi città essi vivono abbastanza bene per via degli appalti e dell’edilizia. Nei piccoli paesi si riducono a fare dei lavoretti, il più spesso per parenti o amici, dai quali ricevono una remunerazione in natura. Sopravvivono ma sul filo della perpetua precarietà e assistono, di lontano, alla ricchezza crescente dei proprietari terrieri e immobiliari, degli usurai, degli uomini del tempio e di alcuni sacerdoti.

La ribellione di Gesù allo stato di cose esistente avrebbe dunque origine in un’esperienza sociale vissuta come iniqua e resa moralmente intollerabile dal fatto che essa riposa su di una tradizione religiosa. Ciò spiega la scelta di campo operata da Gesù, univocamente ostile al potere costituito, che oggi definiremmo politica. Il discorso delle beatitudini che probabilmente è una silloge del suo insegnamento, ne è una prova inconfutabile. Solo in Luca, però, esso rivela pienamente il suo significato poiché oppone, tout-court, irriducibilmente poveri e ricchi e presagisce per i primi un riscatto e per i secondi la rovina:

Alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva:
«Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati.
Beati voi che ora piangete, perché riderete…
Ma guai a voi, ricchi, perché avete gia la vostra consolazione.
Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame.
Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete»
Luca 6, 20 – 25

A differenza che in Matteo, ove la povertà viene esaltata in quanto associata alla virtù (la semplicità di spirito, la mitezza, ecc.), in Luca essa si pone semplicemente come una condizione sociale, meritoria in quanto sofferta, che postula un riscatto poiché ingiusta. Sulla scia dei Profeti, Gesù attribuisce univocamente l’ingiustizia all’avidità, all’insensibilità e alla corruzione delle classi dominanti.

Non si tratta di un’analisi sociologica, di cui Gesù è ovviamente incapace, bensì di una presa di posizione che muove da senso di giustizia viscerale. È presumibilmente questo l’aspetto di personalità che, alimentato da una lettura attenta dei testi profetici e da una identificazione totale con il Servo di Dio, ha prodotto il risveglio e ha avviato Gesù verso la predicazione e il martirio.

In difetto di una capacità di analisi sociologica, però, che può permettere di comprendere, senza giustificarlo, lo stato di cose esistente nel mondo, e di interpretarlo in termini di storia sociale piuttosto che di scelte soggettive, un senso di giustizia viscerale, promuovendo un’identificazione con coloro che sono vittime di arbitri e di oppressioni, si traduce facilmente in un orientamento aspramente moralistico e intollerante nei confronti di coloro che ne sono responsabili.

Nei Vangeli, soprattutto in quello di Matteo, di fatto è pressoché continua l’alternanza di atteggiamenti comprensivi, indulgenti, compassionevoli e teneri, che pongono in luce una straordinaria capacità di identificazione empatica con l’altro, e di atteggiamenti rigidi, rabbiosi e intolleranti, che sembrano condizionati, oltre che emotivamente, ideologicamente. Il contrasto tra questi atteggiamenti è a tal punto evidente fa avere indotto qualcuno ad ipotizzare che i Vangeli fondano l’esperienza di due diversi predicatori: l’uno, di formazione essena, mite e docile, l’altro, di formazione zelota, polemico e combattivo. Nonchè insostenibile, tale ipotesi è superflua. Essa, infatti, alla luce della psicoanalisi, può essere facilmente ricondotta ad una tipologia di personalità nota.

La tipologia in questione rientra nell’ambito del perfezionismo morale, che rappresenta spesso l’espressione di un orientamento costituzionale introverso ed è caratterizzata, di solito, da una viva sensibilità sociale innata che determina il rapportarsi agli altri su di un registro di grande comprensione, gentilezza e disponibilità. Identificando nel danneggiare in qualunque modo l’altro una colpa imperdonabile, tale tipologia promuove naturalmente un comportamento sociale di tipo altruistico. C’è nel perfezionista morale una percezione troppo viva della vulnerabilità e della fragilità umana, tale che il suo comportamento è necessariamente delicato nei confronti degli altri, compassionevole e scrupoloso, vincolato cioè al principio di non nuocere in alcun modo agli altri.

Il problema del perfezionista morale è che, non dovendo fare alcuno sforzo per rispettare gli altri, egli assume come assoluti i valori cui ispira il suo comportamento, che invece riconoscono il loro fondamento in una sensibilità sociale superiore alla media, e si aspetta che tutti agiscano come lui.

In conseguenza di ciò, il confrontarsi con comportamenti non conformi a tali valori, e dunque più o meno marcatamente egoistici e insensibili socialmente, evoca una rabbia giustizialista smisurata. Di fatto, Gesù appare tanto umano e comprensivo con coloro che soffrono e hanno bisogno di aiuto, nei quali si identifica, quanto irascibile e intollerante con coloro che, a torto o a ragione, vengono assunti, in conseguenza del loro egoismo, come responsabili della miseria dei più.

La sensibilità sociale di Gesù è attestata da numerose circostanze: le guarigioni, la frequentazione di pubblicani e prostitute, l’indulgenza verso l’adultera, la comprensione verso i pagani che si rivolgono a lui per avere un miracolo, la tenerezza verso i bambini, il pianto per la morte dell’amico Lazzaro, la pietas nei confronti del popolo (”Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore.” Matteo 9, 36), la tolleranza nei confronti degli apostoli che rimangono interdetti o equivocano i suoi messaggi, ecc.

In questi comportamenti la tradizione vede l’espressione viva del comandamento dell’amore per il prossimo. Ma l’amore per il prossimo, nella personalità scrupolosa, prima ancora che una virtù, è un modo di sentire originario, talvolta esasperato sino al punto che l’altro viene percepito, coi suoi bisogni, con le sue sofferenze, come più importante dell’io stesso. Ciò è confermato dal fatto che questo modo di sentire viene repentinamente meno allorché il soggetto scrupoloso si confronta con qualcuno colpevole di fare soffrire gli altri. Ciò dà luogo, infatti, a comportamenti di tutt’altro segno rispetto a quelli consueti, fino al limite dell’intolleranza e della rabbia vendicativa.

Tali comportamenti riguardano anzitutto i Farisei. Che alcuni di essi speculino sull’ingenuità popolare per interesse è fuori di dubbio, ma in massima parte si tratta di persone oneste, dotate di una viva religiosità, terrorizzate dalla possibilità di poter suscitare la terribile ira di Jahvè. Pur con i loro esasperanti formalismi, essi sono custodi e testimoni di una tradizione religiosa che intendono difendere da ogni adulterazione. La loro ostilità nei confronti di un predicatore che infrange sistematicamente le regole nel cui rispetto rigoroso essi identificano il timore di Dio non ha alcunché d’incomprensibile. Tanto meno incomprensibile è il loro proposito di votare a morte Gesù nel rispetto della legge mosaica. Tenendo conto delle trasgressioni cui Gesù, provocatoriamente, si abbandona e che riguardano precetti ritenuti tradizionalmente sacri e sanciti dai libri biblici, come l’astensione dal lavoro il sabato, si rimane piuttosto sorpresi, leggendo i vangeli, da una singolare tolleranza dei Farisei che consentono a Gesù di parlare nelle sinagoghe, si confrontano con lui e impiegano anni ad arrivare ad un verdetto definitivo di condanna. Nei loro confronti Gesù lancia delle maledizioni incompatibili con la legge del perdono e manifesta un’implacabile durezza di giudizio che esclude ogni attenuante.

Questa durezza si spiega non in termini religiosi bensì sociali. Gesù ritiene i Farisei responsabili, con i Sadducei, dell’ordine di cose esistente, dell’oppressione, della miseria e della desolazione del popolo. In quanto tali, non meritano di sfuggire alla giustizia divina. Ciò è comprovato dal giudizio inappellabile, che risuona più volte nel vangelo, sui ricchi e sulla ricchezza.

L’aspetto religioso della personalità di Gesù affiora attraverso la sua identificazione totale con il Servo di Dio evocato da Isaia, che si vota al martirio per pagare le colpe degli empi e riscattare Israele agli occhi di Dio. La Tradizione vede nella morte di Gesù la realizzazione della profezia, ignorando la possibilità che Gesù abbia agito consapevolmente in maniera tale da realizzarla. Di questa consapevolezza si danno numerosi indizi, il più importante dei quali è la determinazione di Gesù di andare a Gerusalemme, laddove il potere dei sacerdoti, degli scribi e dei Farisei è massimo. Si possono nutrire fondati dubbi riguardo al fatto che Gesù si sia votato al martirio o che pensasse che la sua presenza a Gerusalemme avrebbe potuto innescare una rivolta popolare contro i ceti dominanti. Di certo, però, egli ha tenuto conto della possibilità di essere messo a morte e, ciononostante, non ha esitato ad affrontarla. Un eroismo fanatico, che fa riferimento all’assolutezza dei principi in cui si crede e alla loro perennità, è implicito in ogni personalità che sfida apertamente un potere ingiusto. Stando dalla parte dei profeti perseguitati, Gesù non ha paura di coloro che possono uccidere il corpo ma non l’anima, e tanto meno le idee.

Data la carenza degli indizi, altri aspetti della personalità di Gesù sono più difficili da ricostruire. Il suo stile di vita comporta un’evidente contraddizione. Per un verso, infatti, egli manifesta una serie di atteggiamenti che sembrano denotare un rapporto con la realtà che nulla ha di ascetico. Gesù è rimproverato dai Farisei perché mangia e beve, e dunque si astiene da pratiche rituali mortificanti. Vive col gruppo degli Apostoli in un regime di comunità fraterna. Non manifesta alcuna ritrosia né alcuna difficoltà nel comunicare con le donne, alcune delle quali lo seguono costantemente. Frequenta pubblicani e prostitute, esseri ritenuti immondi, come se ritenesse relativa la nozione del male. Ama teneramente i bambini e il contatto con la natura.

Per un altro verso, però, Gesù sembra periodicamente preda di incubi moralistici incentrati sull’attribuzione alla natura umana di una tendenza intrinseca al male. Tali incubi lo portano a definire il cuore umano come ricettacolo di ogni male e a vedere la salvezza in una lotta accanita contro gli impulsi malvagi, fino all’estremo limite del masochismo. Anche questa contraddizione rivela il sovrapporsi ad una modalità spontanea di rapporto con la vita, incentrata sulla partecipazione, di un condizionamento culturale e ideologico.

Un ultimo aspetto che non può essere sottaciuto riguarda l’alternarsi in Gesù di momenti di straordinaria sicurezza in sé, nelle proprie idee e nel proprio operato e momenti di dubbio profondo, talora angoscioso. Tale alternanza è solo indiziariamente attestata dal fatto che la predicazione dà luogo a delle fughe dal contatto con le masse, che potrebbero attestare dei ripensamenti. È certo invece, perché riferito esplicitamente nei vangeli, la qualità angosciosa del dubbio che sopravviene nel periodo in cui Gesù lancia la sua sfida al potere religioso di Gerusalemme e intuisce di poterla perdere. Probabilmente la sfida viene lanciata sull’onda di un consenso popolare vissuto come una forza d’urto contro il potere costituito. Il dubbio si insinua in conseguenza della percezione, fondata, del carattere fatuo di quel consenso, che esprime una protesta popolare contro l’ordine di cose esistente ma non la disponibilità a rischiare di entrare in rotta con i Sadducei e col potere romano.

Tale dubbio raggiunge l’estremo dell’angoscia nel grido che Gesù lancia quand’è in croce e che riproduce i primi versetti del Salmo 22. È un grido di disperazione che, forse, anziché commentato teologicamente, andrebbe preso alla lettera.

In virtù della loro comprensibilità psicologica e culturale, tutti questi aspetti di personalità confermano che Gesù è un personaggio storico. La loro stessa densità esclude una costruzione mitologica. Umano dunque, Gesù, troppo umano.

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