Assemblea Ordinaria del 20.10.2007
Relazione del dott. Luigi Anepeta
1.
Le carriere ricostruite nel saggio Timido, docile, ardente… sono riferite al nostro contesto sociale, e pongono in luce le carenze, le disfunzioni, le contraddizioni delle istituzioni e degli agenti educativi in rapporto ai bisogni propri dei bambini introversi. Impegnarsi perché questi esseri – delicati e al tempo stesso preziosi – possano trovare un ambiente favorevole di sviluppo, rispettoso della loro diversità, è l’obiettivo primario della LIDI.
Per non rimanere astratto, però, quest’obiettivo non può trascurare che il problema di opportunità di sviluppo inadeguate, se investe drammaticamente i soggetti introversi, si pone in una certa misura per tutti. Anche mettendo tra parentesi l’esistenza, nel nostro contesto sociale, di sacche ancora rilevanti (e purtroppo in crescita) di miseria economica, culturale e morale, che destinano spesso alla devianza o al sottosviluppo soggetti dotati dei più vari corredi genetici, si può affermare tranquillamente che la nostra società ha imboccato da tempo un vicolo cieco in conseguenza della nuclearizzazione della famiglia e dell’istituzionalizzazione della scuola.
In pratica, si dà per scontato che i genitori, semplicemente perché capaci di mettere al mondo un figlio, siano dotati anche di competenze adeguate ad allevarlo nel modo migliore possibile, vale a dire di assolvere la funzione che in passato era delegata al gruppo allargato e alla comunità. Per quanto riguarda poi l’intervento dello Stato nell’educazione, si assume come un dato di fatto che la Scuola, in continuità con la sua istituzionalizzazione epocale, che ha esteso a tutta la popolazione l’obbligo di alfabetizzarsi, possa compensare le eventuali diversificazioni culturali tra le famiglie rendendosi garante della diffusione di un sistema di valori comune e tradizionale.
Data l’alleanza sulla carta tra famiglia e scuola, che convergono sull’obiettivo di dotare ogni soggetto della capacità di inserirsi nel mondo così com’è, si è di gran lunga allentata la tensione che, negli anni ’70, verteva sul problema della produzione antropologica, al punto che questa terminologia non viene più adottata. Essa va restaurata e approfondita, se non altro perché consente di mettere tra parentesi l’imponente letteratura divulgativa psicologista e idealista che, ormai anche attraverso le edicole, mira ad insegnare agli educatori a far bene il loro mestiere.
Per produzione antropologica si intende il processo in virtù del quale ogni società applica alla natura umana (rappresentata in ogni corredo genetico individuale) determinate “tecniche” educative il cui fine è la formazione di un cittadino adulto, capace di integrarsi in uno specifico contesto culturale, economico e sociale, e di svolgere in maniera adeguata i ruoli che gli vengono assegnati o che egli sceglie.
La produzione antropologica rientra nel quadro più ampio della riproduzione sociale, che è il processo in virtù del quale ogni società tende, attraverso il succedersi delle generazioni, a mantenere una sua identità e un certo grado di coesione.
L’allentamento della riflessione critica sul problema della formazione dell’uomo (a partire dal quesito marxiano irrisolto su chi educa gli educatori) dipende in gran parte, come accennato, dalla convinzione che ormai il progresso culturale abbia fornito mediamente a tutti i genitori un patrimonio minimo di competenze adeguate a svolgere il loro ruolo, in associazione con la Scuola.
In realtà, quello che sta accadendo è che le istituzioni pedagogiche sono sempre più catturate da un modello antropologico che privilegia l’efficienza e la capacità di inserimento sociale – l’assunzione insomma del ruolo di citoyen – rispetto allo sviluppo delle potenzialità individuali depositate nel corredo genetico. La socializzazione, in breve, viene privilegiata in assoluto rispetto all’individuazione.
Questo assunto può apparire sorprendente se si tiene conto dell’insistenza con cui la psicopedagogia (dalle sue sedi accademiche alla diffusione attraverso i mass-media), la Scuola e le famiglie sono alleate nel sostenere che lo sviluppo della personalità deve avvenire nel rispetto e nella valorizzazione delle singole individualità.
L’assunto, però, fa capo ad una nefasta confusione tra individuo e individuazione. L’individuo, così come è concepito nel nostro mondo, vale a dire come un soggetto dotato di un sano egoismo e della capacità di darsi da fare in società per conseguire un riconoscimento di appartenenza, uno status, ruoli privati e pubblici, è un’invenzione culturale recente, intrinseca alla civiltà borghese. L’individuazione, viceversa, è un potenziale di sviluppo depositato nei geni che, acquisita un’identità culturale sulla base del processo di socializzazione, promuove una differenziazione che dà luogo a scelte e a pratiche di vita (inerenti il lavoro, gli affetti, gli interessi, ecc.) in conseguenza delle quali il soggetto giunge a sentire di avere realizzato la sua vocazione ad essere.
La distinzione è importante perché mentre la definizione dell’individualità corrisponde ad esigenze prevalentemente sociali, l’individuazione, viceversa, soddisfa esigenze prevalentemente soggettive. Ciò significa, né più né meno che un individuo può essere solo parzialmente individuato nel senso che egli sacrifica, anche senza accorgersene, i suoi potenziali di individuazione sull’altare del riconoscimento e dello status sociale.
Questa premessa è essenziale ai fini del discorso che intendo sviluppare, il cui nocciolo è che i soggetti normodotati possono con facilità conseguire uno statuto di individui, mentre gli introversi (e gli estroversi iperdotati) non possono rinunciare all’individuazione se non al prezzo di un disagio psicologico più o meno serio.
Naturalmente, c’è da chiedersi come la vocazione introversa all’individuazione possa mantenersi e realizzarsi nonostante le spinte verso la normalizzazione che caratterizzano la nostra società.
Si tratta di un problema complesso, sul quale già ho detto qualcosa, ma che merita un approfondimento perché almeno un aspetto è rimasto finora in ombra: il prezzo che inesorabilmente gli introversi devono pagare nella fase evolutiva della personalità, che viene ampiamente compensato dall’appagamento cui essi pervengono in età adulta se il processo di individuazione si realizza.

