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Definire l’introversione come una condizione di potenziale ricchezza emozionale e intellettiva non significa né confondere le potenzialità con la loro realizzazione, che avviene nel corso dello sviluppo evolutivo e della vita, né giungere alla conclusione che, date circostanze favorevoli, l’evoluzione di un soggetto introverso non comporterebbe alcun problema.
Nel nostro mondo gli introversi pagano e talora per tutta la vita, un prezzo esorbitante alla scelta che la natura ha operato. C’è però, a monte di questa ingiustizia sociale, per combattere la quale è nata la LIDI, un’ingiustizia che si può definire genetica, riconducibile al fatto che, anche in un ambiente ottimale, quella scelta comporta un prezzo da pagare nella fase evolutiva della personalità, che assume il suo pieno significato solo se la personalità raggiunge un certo grado di integrazione e di sviluppo (l’individuazione).

L’ingiustizia genetica è riconducibile a leggi dello sviluppo del cervello e della personalità contro le quali non si può fare alcunché (tranne che comprenderle e ammortizzarne gli effetti). Esse sono universali, ma, laddove si dà un corredo introverso, la loro incidenza è più evidente (e talora drammatica). Uno spunto per chiarire questo aspetto può essere tratto dall’autobiografia di Rousseau, laddove egli scrive in rapporto alla sua esperienza infantile: “Non avevo ancora nessuna idea delle cose e già tutte le passioni mi erano note. Non avevo pensato niente, avevo sentito tutto.” (p. 749).
Insomma, il nodo è il rapporto tra il sentire e il capire, il mondo delle emozioni e quello delle cognizioni.
Il sentire è un dato primario dell’esperienza umana, che, per effetto dell’attività intrinseca cerebrale, funziona fin dalla nascita, il capire, invece, è vincolato alla maturazione cognitiva che avviene lentamente.

Quando si parla di evoluzione della personalità, raramente si tiene conto che essa è sottesa e avviene sulla base della crescita del cervello, che termina intorno ai ventitre anni. Mettendo tra parentesi gli aspetti più specialistici di questo fenomeno, un dato appare particolarmente importante. La crescita del cervello comporta di sicuro fasi di potenziamento e di dilatazione dell’orizzonte emozionale che, anticipando lo sviluppo cognitivo, sono di fatto in una certa misura squilibranti.
Un esempio di tale legge è nota. Tra i cinque e i sette anni i bambini raggiungono la consapevolezza intuitiva di ciò che significa morire. Tenendo conto delle paure viscerali che esprimono anche in precedenza in rapporto ai pericoli, le quali fanno capo all’istinto di conservazione, si può dire che essi convivono dalla nascita con l’intuizione della loro vulnerabilità. È solo a quell’epoca, però, che la vulnerabilità prende la forma di un destino inesorabile. Si tratta, però, di una forma intuitiva, emozionale, di un sentire squilibrante, che solo lentamente potrà essere organizzato cognitivamente.
Certo, la progressiva dilatazione dell’orizzonte emozionale non ha solo effetti negativi. Un bambino introverso può sperimentare anche stati d’animo di quiete profonda (quando per esempio si immerge nelle sue fantasie) o addirittura estatici (quando si trova in un rapporto di feeling con un adulto, con un animale, con la natura). È fuori di dubbio, però, che ladilatazione emozionale determina, al di là dei sette anni, una consapevolezza intuitiva degli aspetti negativi della vita e della realtà (il dolore, il male, le ingiustizie, ecc.) che ha un impatto squilibrante. Tale consapevolezza diventa ovviamente più squilibrante e dolorosa se quegli aspetti, colti come costitutivi della realtà, sono sperimentati sulla propria pelle in conseguenza dell’interazione sociale con gli adulti o i coetanei.

Il prezzo da pagare all’introversione in fase evolutiva è dunque dovuto all’intensità e alla precocità del sentire rispetto alla possibilità di organizzare cognitivamente ciò che si prova.
Questo scarto tra la fulmineità del sentire, che ha la sua matrice nell’inconscio, e la relativa lentezza dei processi cognitivi è un aspetto costitutivo della soggettività umana, che negli introversi è solo più evidente e spesso si mantiene anche a livello adulto.
La testimonianza di Rousseau è preziosa anche a questo riguardo. Egli scrive:

Due cose pressoché inconciliabili s’uniscono in me senza che io possa spiegarmi come: un temperamento focosissimo, passioni vive, impetuose, e una lentezza a nascere d’idee, impacciate, che non si svegliano mai che a cose fatte. Si direbbe che il mio cuore e la mia intelligenza non appartengano al medesimo individuo. Il sentimento, più rapido del lampo, mi inonda l’animo, ma anziché illuminarmi, mi brucia e mi abbaglia. Sento tutto e non vedo nulla. Sono irruento, ma stupido; mi occorre il sangue freddo per pensare.

L’esperienza di questo scarto, vale a dire di essere preda di emozioni intense che si attivano per conto loro, appaiono ingovernabili e spesso del tutto inadeguate in rapporto alle situazioni sociali, è il motivo principale per cui gli introversi, dopo aver sperimentato il prezzo da pagare in fase evolutiva, continuano a pagarlo da adulti e giungono alla convinzione che, dotandoli di un corredo emozionale intenso, la natura non ha fatto loro un grande dono. La convinzione, insomma, è che l’introversione è una condizione disfunzionale o peggio un destino di dolore.
Sarebbe ingenuo negare che se si facesse un test proponendo a un campione di introversi l’opzione tra l’accettare la propria condizione e il cambiarla, liberandosi dal fardello di un’emozionalità per molti aspetti disagevole e imbarazzante, otto o nove su dieci preferirebbero liberarsene.

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