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“TIMIDO, DOCILE, ARDENTE”
Essere introversi: un limite o un valore?

FNISM – Federazione Nazionale Insegnanti
26 ottobre 2007 – Terni

Premessa

Coniati da C. G. Jung, in un libro che si può ritenere il suo capolavoro (Tipi psicologici, 1920), i termini estroversione e introversione hanno avuto uno straordinario successo, entrando a far parte del lessico e del linguaggio corrente. Appropriandosene, però, il senso comune ha dato ad essi un significato diverso da quello originario: li ha qualificati associando all’estroversione una valenza sostanzialmente positiva e all’introversione una negativa.
Il pregiudizio incide sullo sviluppo della personalità e sulla vita dei soggetti introversi, avviando spesso la loro esperienza nel tunnel del malessere (soggettivo, socialmente percettibile o addirittura psichiatrico).
L’amore della verità impone di sormontare tale pregiudizio in nome della conoscenza.

1. Che cos’è l’Introversione?

Vedi altre presentazioni della LIDI.

Per il senso comune l’introverso è tout-court un essere tendenzialmente solitario e asociale. Secondo i dizionari (Zingarelli, Garzanti, Gabrielli, Devoto Oli, De Mauro), l’introverso è chiuso, riservato, timido, impacciato, insicuro, vergognoso, scontroso, freddo, schivo, distaccato, a differenza dell’estroverso che è aperto, comunicativo, sicuro, cordiale, affettuoso, espansivo, esuberante.
Che cosa c’è di vero in tali definizioni? Molto stando alle apparenze, poco per quanto concerne ciò che si dà dietro di esse: il mondo interiore dell’introverso. Le apparenze comportamentali permettono di comprendere il pregiudizio sociale che, nella nostra società, incombe sull’introversione. Per sormontarlo, occorre procedere per gradi, partendo da un presupposto che concerne tutti gli esseri umani.

Ogni individuo, nel modo di essere che lo caratterizza e ne definisce la personalità, è un prodotto della natura, delle opportunità di sviluppo offerte dall’ambiente socio-culturale e del modo in cui egli interagisce con esse e le usa.
Il presupposto appare ovvio, dato che nessuno contesta che l’individuo è un ente biologico, psicologico e culturale. Lo diventa meno se il termine prodotto viene preso alla lettera. Esso implica, infatti, un processo di produzione, vale a dire la trasformazione di una materia prima in conseguenza di un lavoro.
La “materia prima”, prodotta dal concepimento, è il corredo genetico individuale, unico e irripetibile, che è un insieme di istruzioni o di programmi inerenti lo sviluppo fisico e psichico (la “natura umana”).
In ogni corredo genetico si danno potenzialità evolutive comuni a tutta la specie (per esempio la capacità di acquisire un linguaggio) e potenzialità o attitudini strettamente individuali (per esempio l’”orecchio musicale”, la destrezza manuale, la predisposizione alla matematica, ecc.).
In quanto unico e irripetibile, ogni corredo genetico comporta quella che gli specialisti definiscono norma di reazione, vale a dire possibilità di sviluppo molteplici ma finite.
Questo vale sia per le caratteristiche fisiche che per quelle psichiche. Un’alimentazione carenziale, per esempio, può determinare un’altezza minore di quella che l’individuo avrebbe raggiunto con una buona alimentazione. Un’alimentazione ricca, però, non può far crescere al di là di un limite contrassegnato dal corredo genetico. Un ambiente culturale povero può impedire ad un soggetto di scoprire di avere un’attitudine particolare per la poesia, la musica o la matematica. Un ambiente culturale ricco, però, non può far diventare musicista un soggetto senza “orecchio”.

Ogni corredo genetico, insomma, ha delle potenzialità di sviluppo e dei limiti. Nella misura in cui, nell’interazione con l’ambiente, le potenzialità si realizzano, esse si manifestano attraverso il comportamento. Questo processo si definisce fenotipizzazione.
Ogni individuo è un fenotipo. Anche nelle fasi più precoci dello sviluppo, l’individuo non è, però, una tabula rasa né una creta o una cera che si può modellare a piacere. Il corredo genetico comporta programmi che guidano l’evoluzione della personalità e definiscono un certo grado di rigidità e di elasticità in rapporto all’ambiente.
Per quanto l’influenzabilità del bambino si possa ritenere elevata, occorre ammettere un’interazione tra il corredo genetico e le influenze ambientali. Tale interazione è mediata dalla soggettività e si esprime sotto forma di una tendenza alla differenziazione la quale, anche precocemente, si esprime attraverso “scelte” individuali, per esempio la definizione di un gusto che seleziona i cibi in base a preferenze e avversioni.

Se la natura umana non è una tabula rasa, il ruolo delle influenze ambientali sullo sviluppo della personalità non può essere minimizzato.
Per promuovere lo sviluppo dell’individuo, occorre da parte dell’ambiente un grande investimento di risorse – affettive, economiche, culturali -, che si traduce in un lavoro sociale: il processo educativo.
Educare non significa insegnare le buone maniere, ma letteralmente (ex-ducere) far venire fuori qualcosa: l’uomo dall’homo, un fenotipo dal genotipo. Per quanto si possano e si debbano valorizzare i rapporti affettivi tra gli educatori e i bambini ad essi affidati, non c’è dubbio che il processo educativo richiede l’adozione, più o meno consapevole, di “tecniche” finalizzate a realizzare un progetto.
I progetti possono essere vari, a seconda degli ambienti e degli educatori, ma hanno un obiettivo univoco: la produzione di un soggetto capace di inserirsi nel mondo e di integrarsi in esso, assumendo determinati ruoli e adempiendo i doveri che essi comportano; la produzione, dunque, di un soggetto “normale” in rapporto ad un determinato contesto.

Famiglie e Scuola sono, dunque, agenzie sociali cui è affidato, in ultima analisi, il compito di produrre cittadini. Rousseau ha scritto che il cittadino è una cosa, l’uomo un’altra. Per quanto rigida, la distinzione conserva un suo valore: cittadino è colui che assolve i diritti e i doveri propri dei ruoli che viene a ricoprire nella società, uomo è il soggetto in carne ed ossa, la persona che ricopre quei ruoli, li interpreta e li modella in rapporto alla sua individualità.
In passato, che i figli fossero destinati a diventare, anzitutto, cittadini, era considerato ovvio. Gli uomini venivano allevati sulla base di principi tradizionali, vissuti come un patrimonio di sapere ereditato dai padri e dagli avi e, da adulti, tendevano ad agire in maniera conforme a quei principi. Il conformismo, in pratica, era un valore primario che non azzerava le differenze individuali, ma le conteneva entro schemi comportamentali ritualizzati, scarsamente flessibili.
Oggi, secondo alcuni, le cose sono radicalmente cambiate. Una nuova sensibilità educativa comporterebbe una particolare attenzione per lo sviluppo dell’individuo come unico e irripetibile. Nessun educatore ovviamente prescinde dall’insegnare le buone maniere, ma si dà per scontato che ciò avvenga rispettando la diversità e la particolarità dell’individuo.
Si tratta di un mito piuttosto che di una realtà. Anche se, infatti, in genere gli educatori tendono a riconoscere la diversità che si dà tra i figli e in una certa misura a rispettarla, essi non riescono a prescindere dal dovere che la società assegna loro: quella di costruire cittadini adattati a questa società, vale a dire ad una società dinamica e competitiva, che assume lo status sociale come indice del valore dell’individuo.

Il modello di riferimento al quale, lo voglia o no, ogni educatore si riconduce, è dunque piuttosto univoco. Esso valorizza l’adesione e l’adattamento alla realtà, la capacità di comunicare e di stare con gli altri, un certo grado di competitività, lo spirito pratico necessario per conseguire risultati oggettivi, il non farsi troppi problemi, il prendere la vita come viene, ecc.
Si tratta di un modello marcatamente estroverso, il cui potere di omologazione è enorme perché punta sull’efficienza sociale, vale a dire privilegia in assoluto quello che l’individuo riesce a fare (e ad avere) rispetto a quello che riesce a diventare coltivando tutte le sue potenzialità (l’essere).
La triste conseguenza di tale modello è che, nel nostro mondo, si dà un numero indefinito ma rilevante di individui efficienti, normali sotto il profilo dell’adattamento sociale, ma la cui personalità si può ritenere poco sviluppata nel suo complesso.
Dirò tra poco perché il modello normativo dominante nella nostra società è un handicap per gli introversi.
Immediatamente, è importante rilevare che esso non è vantaggioso per nessuno. Se ci affranca dallo stereotipo per cui l’introversione è il modo di essere dei soggetti introversi, occorre ammettere che si tratta di una polarità intrinseca ad ogni personalità, in difetto della quale nessun soggetto giungerebbe alla consapevolezza di sé, vale a dire di essere un soggetto, di avere un mondo interiore e un’esperienza mentale privata. In quanto polarità riflessiva, che pone l’uomo nel suo intimo a contatto con se stesso, l’introversione dovrebbe essere in qualche misura coltivata da tutti.
Il modello normativo vigente nella nostra società non solo non favorisce tale coltivazione: esso promuove una tendenza quasi ossessiva a rimanere affacciati sulla realtà esterna e a rifuggire dallo stare da soli, vale a dire dallo stare con sé. Sarebbe facile comprovare quanto c’è di alienato in questa condizione ritenuta solitamente normale. Basterebbe proporre ad un campione scelto a caso della popolazione di trascorrere un’ora al giorno nel chiuso di una camera per dedicarsi alla riflessione. Alcuni, semplicemente, rifiuterebbero una proposta del genere, altri, tentando di realizzarla, sperimenterebbero un malessere più o meno profonda, altri, infine, realizzandola, la considererebbero insignificante e vuota di interesse.
Se c’è un male che affligge il nostro mondo è l’autofobia, la paura di ritrovarsi faccia a faccia con se stessi. Agli introversi capita di solito il contrario: inclini al raccoglimento, il loro disagio maggiore sopravviene nell’interazione con gli altri. Sono insomma tendenzialmente chiusi rispetto al mondo esterno in quanto aperti a quello interno.
La categoria aperto/chiuso – come accennato – è il criterio in conseguenza del quale il senso comune qualifica positivamente l’estroversione e negativamente l’introversione. È evidente che, assumendo come referente il mondo interno, il giudizio potrebbe essere semplicemente invertito di segno.

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