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Seminario-laboratorio sul tema “L’immagine interiore negativa”
17 novembre 2007, Caprarola (VT)
Relazione di dott. Luigi Anepeta

1. Cos’è l’immagine interna

È inevitabile che le scienze psicologiche, dovendo analizzare e concettualizzare aspetti dell’esperienza umana che non sono tangibili, facciano ricorso a termini analogici. Immagine interna è uno di questi.
In senso proprio, immagine è “una figura, una forma esteriore percepita dai sensi, specialmente dalla vista”. In senso stretto, l’unica immagine che l’uomo può avere di sé è quella riflessa da uno specchio.
Analogicamente, il termine può essere applicato anche all’immagine sociale, vale a dire alle impressioni, alle emozioni, alle opinioni e alle idee che si producono attraverso l’interazione sociale. Ogni soggetto ha un’immagine sociale, depositata nelle persone con cui interagisce, ed è depositario di immagini che riguardano gli altri.
Anche se si fonda sulla percezione visiva di alcuni aspetti esterni (la forma del corpo, il modo di gestire e di comunicare, l’abbigliamento, ecc.), l’immagine sociale consiste in una serie di induzioni che esitano in una valutazione globale della persona più o meno corrispondente alla realtà.
Applicato, infine, a ciò che un soggetto pensa di se stesso, vale a dire all’immagine interna, il termine è, per così dire, ancora più analogico. L’uomo non ha occhi per vedere dentro di sé. L’introspezione vicaria questo limite consentendo di cogliere solo alcuni aspetti del proprio mondo interiore e del proprio modo di essere. Nessun soggetto può giungere ad una visione chiara, distinta e completa della sua personalità.
Ciò nondimeno, è fuor di dubbio che ogni soggetto ha un’immagine interna cosciente di sé, la quale si forma, tra l’altro, precocemente. L’indizio di questa formazione è l’acquisizione da parte di un bambino della capacità di fare riferimento a se stesso con il pronome io, che poi utilizzerà con disinvoltura per tutta la vita.
L’acquisizione del pronome in prima persona implica che un bambino ha un’esperienza soggettiva: in altri termini, sa di esserci, di essere distinto da tutti gli altri e di avere alcune caratteristiche che definiscono una sua identità.

J. Lacan ha dedicato grande attenzione a questo aspetto dello sviluppo evolutivo giungendo alla conclusione che la prima immagine che il bambino ha di sé è null’altro che l’immagine riflessa dallo “specchio” dei suoi. Essa, dunque, coinciderebbe con ciò che i Grandi pensano di lui.
Nell’ottica lacaniana, l’immagine interna primaria sarebbe, dunque, il frutto di un’alienazione, vale a dire dell’interiorizzazione e dell’appropriazione di un’immagine sociale.
Anche se si può ammettere che, nella programmazione del cervello, si dia una coscienza preriflessiva di sé, per cui il bambino sa di esserci anche prima di acquisire il pronome io, è fuor di dubbio che questa acquisizione definisce l’avvento dell’autoconsapevolezza.
Che essa avvenga all’insegna dell’alienazione, vale a dire di ciò che gli altri pensano, è sommamente importante perché, per alcuni aspetti, tale alienazione si mantiene per tutta la vita. Anche se gli adulti, infatti, in genere pensano che l’immagine che hanno di se stessi è vera in quanto fondata sull’esperienza diretta e immediata che hanno del loro essere, si può agevolmente dimostrare che l’esperienza interna viene valutata e qualificata alla luce di criteri di giudizio sociali.

Il passaggio da un’immagine alienata di sé ad un’immagine autentica, fedele per molti aspetti alla realtà della persona, implica la messa in gioco dei sistemi di valutazione culturali che determinano la prima.
L’immagine che gli introversi hanno di sé è quasi sempre alienata e tendenzialmente negativa. Capire perché questo accada è l’oggetto di questo articolo.

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