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Che nell’apparato mentale esista l’infinito come intuizione emozionale preriflessiva e precognitiva è confermata da numerose circostanze, la più importante delle quali è la consapevolezza della finitezza alla quale l’uomo perviene precocemente (tra i cinque e i sette anni), prima ancora di essere dotato di strumenti cognitivi che gli consentano di applicare al tempo il concetto della successione infinita. Alla stessa epoca, soprattutto in alcuni bambini, risalgono, soprattutto in rapporto al contatto con la natura, esperienze di tipo panico, che evocano una sorta di fusione del soggetto con la totalità.
Non è indifferente rilevare che la presenza dell’infinito emozionale negli adulti una conferma dell’assunto, poiché essa solo raramente discende da una riflessione cognitiva sul significato dell’infinito.
Il fondamento neurobiologico di tale intuizione è del tutto sconosciuto. Occorre ammettere però che, nel corso dell’ominazione, sia avvenuta una “dilatazione” dell’orizzonte emozionale che ha trasceso la realtà del mondo tangibile. La dilatazione si ripete costantemente nel corso dell’evoluzione di ogni personalità.

Quale significato evolutivo può avere avuto la capacità del cervello di “sentire” l’infinito è molto difficile da capire.
Se si fa riferimento alla conseguenza più immediata e universale dell’infinito emozionale, vale a dire la consapevolezza della finitezza individuale, si potrebbe dire che esso, attivando l’ansia conseguente ad un orizzonte previsionale incommensurabile rispetto a quello di ogni altro animale, ha mobilitato la specie umana nella direzione dell’adattamento attivo all’ambiente esterno. Si tratta, però, evidentemente, di una risposta non esauriente.
Sembra di giungere più vicini alla verità se si tiene conto che l’infinito emozionale, trascendendo la realtà tangibile, ha determinato l’intuizione di un mondo possibile, immaginario, fantastico, che ha rappresentato la matrice della produzione e della manipolazione dei simboli.
Tra i prodotti di questa matrice il linguaggio ha svolto senz’altro una funzione adattiva. La manipolazione dei simboli, però, è andata molto al di là dell’adattamento inteso in senso proprio, come sopravvivenza e riproduzione. Una prova di questo si può ricavare dal fatto che un elemento indiziario dell’attribuzione alla specie umana di alcuni resti paleontologici è rappresentata dalle rappresentazioni pittoriche rupestri, che non si trovano mai, per esempio, associate ai Neanderthal.
L’intuizione emozionale dell’infinito ha, insomma, aperto la mente umana sul fronte dell’universo dei mondi possibili, frutto dell’immaginazione e della simbolizzazione: l’universo del libero pensiero, affrancato da istanze operative, della religione, dell’arte, della musica, della letteratura, della matematica, ecc.
È certo che tale universo è stato esplorato cognitivamente, e che molti dei suoi contenuti implicano una somma di aspetti legati al sentire e al pensare. Il primato del sentire, però, appare quasi fuori di dubbio. L’infinito emozionale è la forma della cultura.
Su questi aspetti complessi e, forse, impenetrabili tornerò. Per ora sembra importante riferire tale discorso all’introversione.

Se si ammette che la neotenia sia stato il fattore decisivo nell’avvento della specie umana e se si dà per scontato che essa abbia determinato un primato del mondo interiore, il mondo delle emozioni, su quello esterno, il mondo delle percezioni, l’introversione rappresenterebbe una condizione caratterizzata da una spinta evolutiva neotenica superiore rispetto alla media.
Il paradosso legato a questo fatto è che la stessa condizione la quale, mantenendo una grande plasticità della struttura cerebrale, attiva una percezione del mondo fortemente incentrata sulle emozioni, e quindi caratterizzata da intuizioni profonde, che impastano il mondo e creano una serie di nessi apparentemente impercettibili, promuove una cattura immaginaria nella rete dei significati culturali trasmessi dalle generazioni precedenti, determina un ritardo nello sviluppo delle competenze sociali trasversali, riguardanti i coetanei, che sono vissuti come esseri semplici, poco interessanti.
Il soggetto introverso ha una vocazione primaria a capire il mondo nella sua complessità: è un “filosofo” o un “mistico” di professione, avulso per alcuni aspetti dal quotidiano, dal tran-tran del vivere come si deve vivere. L’intuizione emozionale dei mondi e dei modi di essere possibili lo rende, per un lungo periodo, poco adattivo nei confronti dell’esistente, del senso comune. Che questa predisposizione evolva in senso positivo, di realizzazione delle potenzialità individuali, o negativo, di sviluppo “nevrotico”, sembra in gran parte riconducibile alle circostanze ambientali.
Se ciò è vero, continuare a cercare il gene dell’introversione è ridicolo. Non ho alcun dubbio riguardo al fatto che l’introversione abbia un fondamento genetico, ma oggi tale fondamento non può essere ricondotto che ad una modificazione profonda della struttura e delle funzioni cerebrali realizzatasi con l’avvento della specie umana, la quale ha accentuato il peso delle emozioni nell’organizzazione dell’esperienza umana. Negli introversi, tale peso è semplicemente maggiore rispetto alla media.

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