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“Signori… la vita (NON) è servita!”

Si potrebbe dire a mo’ di slogan, avendo nella mente e nella pancia la lettura di un ABC (!… direi un Alfa-Omega) che ci consegna la grande nozione del dubbio come esercizio salutare alla riconciliazione con il mondo.

Abituati (o no) a sentire quotidianamente, da fronti eterogenei più o meno accreditati, ricette e ricettine laiche o religiose sulla panacea che vinca il Male e ci conduca tutti alla felicità senza grandi problemi, l’Autore non cede mai alla tentazione di fornirci segreti e scorciatoie per tragitti che richiedono invece, vuoi o non vuoi, tempo e sforzo.

L’ansia della felicità che è connaturata ad ogni uomo, si lega intrinsecamente alla natura precaria del nostro vivere, alla presunzione (che inevitabilmente si avvererà) del dolore fino alla certezza della morte.

Una riflessione seria sulla condizione dell’uomo oggi (e qui è serissima, se solo si apprezzano i contributi interdisciplinari forniti dall’Autore) ci conduce passo passo, tra un inciampo e una risata, alla importante conclusione che la presa di coscienza dei propri limiti, della propria precarietà e finitezza (intrinseca al dato di realtà che siamo biologicamente determinati) deve essere alla base di ogni tentativo di interpretazione del mondo, dovendo dare per assunto che ogni interpretazione in quanto frutto mediato dell’attività cosciente, ha già di per sé dei limiti oggettivi.

Quello che più colpisce è la franchezza con cui l’Autore ci mette di fronte a concetti che, nella maggior parte dei casi, o vengono ignorati, o rimossi o faticosamente ricercati.

Cosicché, peccando irrimediabilmente di ubris (ma senza castigo infernale) l’uomo ha distolto la sua attenzione e le sue energie dal cercare per sé ed i suoi simili un ambiente sereno e coerente in cui dar sfogo ai suoi bisogni finalmente autentici e dall’adoperarsi, senza anni e anni di Cultura, al fine di vivere degnamente e pienamente il suo passaggio casuale nel mondo.

L’intuizione dell’infinito, che più o meno precocemente si affaccia agli animi impreparati a sostenerla, è tale da mescolare non poco le carte, e produce un’ansia che, se non compresa, pregiudica totalmente la possibilità di godere della pienezza del vivere.

Così come sembra strano a chi legge, che l’uomo contemporaneo si dia tanto da fare per mistificare, cancellare, addirittura anestetizzare (salvo poi pagarne il prezzo!) quel bagaglio di emozioni, che rappresenta l’unica possibilità data ad ognuno di noi, di legarsi veramente al mondo in cui vive, respira e sospira, di assicurarsi il senso di appartenenza e partecipazione alle sorti e ai dolori altrui (che poi sono anche i nostri) e di toccare, sfiorare o lasciarsi penetrare da quella felicità, quel benessere, che tutti ricerchiamo , ma che pochi sanno dove e soprattutto come trovare…

L’Autore ci conduce per mano lungo tutto lo sviluppo evolutivo, in modo da apprezzare consapevolmente le tappe fondamentali che hanno portato da un sostanziale equilibrio primigenio fino all’irrequietezza, all’incompiutezza contemporanea, spesso insensata, di un mondo che pare aver dimenticato di tributare gratitUdine per chi ci ha consegnato le chiavi attraverso cui conoscere, capire e di nuovo scoprire. E sempre di uomini si parla…

Sembra difficile per la gran parte di noi, per non dire arduo, pensare che ci sia un patrimonio dato e ingovernabile, determinato e fisso, sul quale però poter declinare, a seconda delle condizioni dell’ambiente in cui per sorte o sortilegio ci si trova, infinite possibilità di esser-ci, di esistere, di stare… facendo fruttare al meglio conoscenze, intuizioni e memorie.

Il terreno è scosceso e periglioso, ma vale la pena trovare e assaporare il gusto di riuscire a superare condizioni e costrizioni (culturali/storiche), attraverso un processo di individuazione (che nulla ha a che fare con l’ansia, propria di ogni spurio individualismo, di pone l’uomo al centro di tutto, ma solo per egoismo e/o interesse), che approda al superamento personale del bagaglio di valori che possono averci felicemente infarcito o tristemente inquinato, e che comunque ci fa uscire dall’Ovvio e dall’essere Conforme A, cosa che oggi, non solo non ci mette a rischio di morte (…), ma che forse ci sottrae proprio al senso di morte che negli animi più sensibili inevitabilmente si affaccia quando la stoffa del mondo non riesce mai a tramutarsi in una pelle che ci copra, ci assomigli e ci riveli, nudi e veri per quello che siamo.

E dunque, grazie a questo gigantesco (inteso in senso ontologico) zibaldone percorriamo nodi e snodi decisivi per capire qualcosa su come organizzare una vita che abbia un senso, in primis per noi stessi, accettando la lectio (magistralis, direi), che: “per avere un po’ di pace l’uomo è costretto a sviluppare tutte le sue qualità, fisiche e psichiche, in rapporto significativo, cioè vissuto, partecipato, con il mondo (se stessi, la natura, gli altri, la cultura)”.

3 commenti all'articolo “Commento di Tiziana Silvestri al saggio “Abbecedario di scienze umane e sociali””

  1. leggere l’intero blog, pretty good

  2. Veramente un bell’articolo. Consiglio a tutti di leggerlo!

  3. molto interessante! Buona lettura!


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