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La svolta, nella resa scolastica, avvenne nel 1951. Andavo per i 15 anni e stavo trascorrendo l’estate presso parenti di mio padre, una coppia di trentenni, relativamente “colti”, che ammiravo moltissimo. Facevamo lunghe chiacchierate insieme. Una sera raccontai per filo e per segno come (non) studiavo. La cugina si limitò ad un commento stringatissimo: “Dovrai impegnarti per riuscire”. Per me fu la scintilla, cominciai finalmente a studiare sul serio e non smisi più fino a quando non ebbi due lauree (oggi retrocesse al rango di lauree brevi a causa della dilagante inflazione di titoli universitari, in Svizzera come in Italia e altrove). Le ottenni in tempo record, impaziente, come ero, di poter lavorare, per non dover più dipendere dai miei.

Come ho superato la mia timidezza (ammesso che sia così)? Non lo so, in un certo senso si è avverata l’ipotesi fatta da un ragazzo di un paio di anni più grande di me. Era il 1957, facevamo un soggiorno linguistico in Inghilterra; anche lì lunghissime chiacchierate con la famiglia ospitante. Una sera, sullo slancio delle confidenze reciproche, mi lasciai sfuggire “I am very shy“, al ché la padrona di casa esclamò “oh, I did’nt notice, you hide it very well!“. Poco dopo, il ragazzo in questione mi spiegò: “Adesso sei timido perché ancora non sei inserito nella società, tutto passerà quando avrai un lavoro”. In effetti, così è stato.

L’unico momento in cui mi possa trovare in stato di profondo disagio è in occasione di ricevimenti formali, attorno al tavolo dell’aperitivo, dopo una conferenza ad esempio. Quando non ho niente da dire o non mi viene la battuta pronta, mi do dello scemo.

Del mio lavoro nel corso degli anni non voglio parlare, ci vorrebbe un libro. L’unico periodo divertente (scherzi con i colleghi) sono stati i primi due, tre anni, ad Amburgo poi a Losanna, quando ancora non avevo alcun ruolo. I miei datori di lavoro nel tempo, finché non mi sono messo in proprio nel 1992, appartenevano a diversi settori (industria, commercio, terziario). Fino ai 40 anni ero bravo a dire signorsì. Poi non più, sono stato licenziato più volte ma sempre, con l’aiuto del buon Dio, mi sono rimesso in piedi.

Nel 1967 sono arrivato a Milano, per ragioni di lavoro. L’Italia è stata per me una scoperta straordinaria, positiva s’intende, non solo perché ho sposato un’Italiana, donna meravigliosa, laureata della Cattolica di Milano, capace di recitare a memoria interi passaggi di Dante ma anche di fare da sarta provetta per figlia, nuora, nipoti, amici. Ma anche perché mi sono accorto di trovarmi in un Paese dove la gente sorride. Sembrerà una stupidaggine, roba da poco, ma per me è stata una scoperta. Certo quando abbiamo lasciato Milano, nel 1984, l’ambiente era un po’ cambiato… il sorriso stava già diventando una rarità…
Ed è proprio su questo punto che mi vorrei soffermare ora.

Nel recente passato (dal 1990) sono stato negativamente colpito da quell’insieme di fattori che stanno trasformando i processi di comunicazione interpersonale, in Italia ma non solo, inibendo sempre di più la spontaneità del dialogo fra individui. Al punto che la vecchia distinzione fra estroversi e introversi sembra superata; tutti se ne stanno ormai chiusi nel proprio guscio.
Prendo come spunto un’esperienza personale divertente, soprattutto significativa. Nell’agosto del 2005 mi trovavo a Torrette di Fano. Con mia moglie alloggiavamo in un condominio sul mare, tipico ambiente piccolo-borghese, con gente tutta “sulle sue”. “Hanno bisogno di essere stuzzicati”, mi dissi. Ne trovai il modo il giorno in cui mi capitò fra le mani una rivista più o meno sconosciuta, informazioniSud, con la seguente frase di Antonio Quarta, noto imprenditore salentino: «… il mondo sta cambiando e non ce ne stiamo accorgendo, perché la gente, indaffarata ed impegnata, frequenta sempre gli stessi luoghi, incontra sempre le stesse persone e non ha il tempo per riflettere, ma il mondo si sta rovesciando…». Grandissima verità… Scrissi la frase in questione su un foglio di carta appiccicandolo poi sulla vetrata d’entrata del condominio, sotto il titolo “il pensierino del giorno”. Il tutto in modo anonimo, di nascosto, con il nome dell’autore ma non il mio. In precedenza, un altro foglio con un invito alla festa di Ferragosto era rimasto attaccato lì per diversi giorni. Invece il mio appunto resistette appena un paio d’ore. Seppi poi che il biglietto fu criticato da tutti come “stupidaggine” senza ulteriori precisazioni; un amico, vicino di casa, che lo aveva letto uscendo per la passeggiata, non trovandolo più al suo rientro, tirò un sospiro “meno male che è stato tolto”, disse.

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1 commento all'articolo “La lettera di Max Ramstein”

  1. Non capisco dove hai cercato di spiegare il ruolo dell’introverso nella società dei nostri tempi di cui parli all’inizio..


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