0

Testimonianza di Federico D’Alessio

Pensavo da tempo di inviare alla redazione del sito un articolo. L’occasione mi è stata fornita dal bollettino di guerra della scorsa notte di San Silvestro: ci mancavano veramente i botti finali, con altri morti e altri feriti. Non bastavano i già inauditi episodi di violenza fuori e dentro gli stadi di calcio occorsi durante il 2007.
Prima di esprimere le mie considerazioni non proprio allegre, devo obbligatoriamente scrivere che non voglio credere al funerale definitivo della nazione Italia. Mi sforzo d’esser d’accordo con chi pensa che l’Italia non può dimenticare la cultura che è alle sue spalle, la cultura che da sempre scorre nelle vene del Paese. Può darsi che sia un luogo comune. Credo però sia difficile smentirlo, molto difficile. In ogni italiano scorre sangue intriso anche di civiltà secolari, che non posso pensare possano essere cancellate da venti, trenta, cinquanta o sessant’anni di anni di grigiore politico e culturale. Speriamo dunque in un avvenire migliore, per quanto lontano esso si prospetti.

Mi sforzo di convincermi che, quanto ho appena detto, valga più di tutte le righe che seguono, che sono di tutt’altro tono. Tanto che scelgo una scorciatoia per farmi capire e riporto il testo di una canzone del 1991 di Franco Battiato. La canzone s’intitola “Povera Patria”. La musica, bella e inevitabilmente piena di tristezza, è pure, a mio avviso, in discreta sintonia col testo:

Povera patria! Schiacciata dagli abusi del potere
di gente infame, che non sa cos’è il pudore,
si credono potenti e gli va bene quello che fanno;
e tutto gli appartiene.
Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni!
Questo paese è devastato dal dolore…
ma non vi danno un po’ di dispiacere
quei corpi in terra senza più calore?
Non cambierà, non cambierà
no cambierà, forse cambierà.
Ma come scusare le iene negli stadi e quelle dei giornali?
Nel fango affonda lo stivale dei maiali.
Me ne vergogno un poco, e mi fa male
vedere un uomo come un animale.
Non cambierà, non cambierà
sì che cambierà, vedrai che cambierà.
Voglio sperare che il mondo torni a quote più normali
che possa contemplare il cielo e i fiori,
che non si parli più di dittature
se avremo ancora un po’ da vivere…
La primavera intanto tarda ad arrivare.

È una canzone amarissima. È la canzone che esprime i sentimenti di rabbia, di disapprovazione, di sconforto nei confronti di ciò che non solo è evitabile, ma evitabilissimo e non viene evitato. Mi riferisco alle prevedibili morti fuori e dentro gli stadi e alle ultime, anche queste prevedibili, legate agli scoppi di petardi durante la guerra dei fuochi d’artificio di fine anno. Morti che, secondo me, insegnante di Matematica e Fisica delle medie superiori, sono la conseguenza più eclatante della totale mancanza di una politica della Scuola pubblica in Italia. E per questa mancanza che, all’atto pratico, in Italia, manca proprio la Scuola, sia pubblica che privata.

Chi scrive, come detto, è un insegnante di quarantatre anni, non ancora di ruolo, che non riesce a uscire dalla mediocritas aurea che caratterizza il corpo insegnanti della scuola italiana di oggi. Più funzionario statale che operatore della formazione, il sottoscritto si sente impotente davanti allo spettacolo tragico e crudele che la vita gli propone quotidianamente. Se chi sta leggendo queste righe sta pensando che il sottoscritto, proprio perché cosciente della propria inerzia, dovrebbe tirare fuori il meglio di sé, probabilmente ha ragione. L’alibi che fornisco a me stesso e che non riesco a superare, per cui ha ragione probabilmente chi critica il corpo insegnanti che si nasconde le proprie responsabilità e le proprie connivenze – è il seguente. In questo momento un insegnante che venisse allo scoperto e radunasse intorno a sé un drappello di colleghi che si impegnino veramente nel cambiamento prima di se stessi e di conseguenza di quella parte di scuola che dorme o addirittura non c’è, come si diceva, ebbene un insegnante che abbia questo coraggio, mi fa pensare a una sorte di eroe, che sacrifica la propria vita in nome della causa. Penso a quei giudici solitari che sono stati addirittura assassinati per quanto si sono impegnati nel tentativo di eliminare la piaga della mafia.
Nessun insegnante sarà mai assassinato, però viene ucciso in tanti altri modi. Non esiste in Italia né un insegnante, né un drappello di insegnanti che vogliano cambiare se stessi e quindi cambiare la scuola. Credo che ciò sia legato a una dinamica di gruppo, per cui chi pure vorrebbe, desiste. Credo che se un insegnante cambiasse se stesso al suo interno, prendesse coscienza davvero delle proprie responsabilità e dei danni che fa, anche o soprattutto involontariamente, operando male nel proprio lavoro, troverebbe grandi difficoltà a trascinare dietro di sé altri colleghi convinti di poter offrire un contributo al cambiamento dello status quo. Prescindendo dal fatto di essere pagato quattro lire (anzi, quattro euro), in effetti oggi non mi risulta che ci sia c’è un drappello di insegnanti talmente motivati da far da traino a tutti gli altri.

Pagine: 1 2 3

Lascia un commento

Gravatar Vuoi personalizzare il tuo Gravatar?
Vai su gravatar.com, iscriviti (ti sarà richiesto solo il tuo indirizzo e-mail) e carica la tua immagine avatar!