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È il momento di porsi un quesito fondamentale per il futuro della LIDI: perché i contenuti culturali che essa cerca di diffondere colpiscono gli introversi che ne vengono a conoscenza, ma non fa presa su di essi, vale a dire non induce un’adesione all’Associazione e una partecipazione attiva?
Cercherò di rispondere a questo quesito senza adornare il discorso di formule banali che si adottano comunemente per analizzare un “insuccesso”. Per un’Associazione fondata da quasi quattro anni, la cui sigla implica la pretesa di operare a livello nazionale, un numero di iscritti di poche decine è, di fatto, tale, anche se appare piuttosto in contrasto sia con la vitalità del sito e del forum sia con il numero di copie di Timido, docile, ardente… sinora vendute (circa 2000).
L’analisi critica deve partire proprio dal saggio e dalla sua struttura che, eccezion fatta per qualche vago consiglio rivolto ai genitori e agli insegnanti, non concede nulla alla moda, dilagante nei libri di psicologia e di varia umanità, di far seguire all’illustrazione di un problema le ricette per risolverlo. Questa “insufficienza”, che, peraltro, si riscontra in tutti i miei libri, e avrebbe bisogno di una lunga giustificazione che non è il caso di fornire qui, si ricava facilmente dalla reazione ambivalente che la sua lettura suscita nei più.
La presa di coscienza di essere introversi e la comprensione di ciò che significa questo particolare modo di essere, è di solito illuminante.
Dopo un entusiasmo iniziale per una scoperta che è un po’ come un uovo di Colombo, gli introversi capiscono, in genere, di non essere “difettosi”, “anormali”, “malati”, ma questa consapevolezza, se migliora in qualche misura la percezione che hanno di sé, non incide sulla vita di relazione sociale, che rimane sottesa da un nodo di vissuti negativi e contraddittori (autosvalutazione, isolamento, invidia e disprezzo nei confronti dei “normali”, rabbia per lo stato di cose esistente nel mondo, ecc.)
L’iniziale entusiasmo, insomma, dà luogo ad una delusione: di fatto, poco o nulla cambia dentro di sé e, a maggior ragione, nell’interazione quotidiana con il mondo.
Occorre, a questo riguardo, essere realisti. La nostra cultura è impregnata di pragmatismo. Non uso questo termine in senso negativo. Ritengo che gli esseri umani, sia a livello individuale che collettivo, non possano prescindere dal cercare soluzioni ai problemi in cui si imbattono, di qualunque ordine essi siano.
Non è sorprendente, dunque, che gli introversi, al di là del prendere coscienza di essere tali e di capire cosa questo di fatto significhi sul piano teorico – in breve, uno stato di disadattamento evolutivo funzionale a promuovere uno sviluppo differenziato e in qualche misura originale della personalità -, nutrano l’aspirazione a vivere meglio. Tale aspirazione, coincida essa con uno stato di malessere sommerso o di malessere franco (psicopatologico), si traduce comunemente in una richiesta univoca – come si fa a risolvere i problemi? – con la quale occorre fare i conti.
La mente umana non è un computer: la complessità straordinaria e la sua natura di sistema dinamico, sotteso da un mare di emozioni, di memorie e di contenuti di pensiero, rappresentano la sua grandezza e il suo limite per chi la amministra. Se fosse un computer, sarebbe possibile metterci dentro le mani, montare, smontare i pezzi, sostituirli, ecc. Al limite, un computer non riparabile si rottama e se ne compra un altro. Non essendolo, tutto ciò non è possibile: non lo è per i tecnici, ma neppure per gli amministratori della “macchina”. I malfunzionamenti vanno rimediati in mare aperto, mentre la barca continua ad andare.
Parecchi sanno il fascino che esercita su di me la navigazione a vela come metafora della vita. Andare su di una barca a vela, di quelle piccole, che sono più simbolicamente vicine all’esperienza individuale, significa accettare di avere un controllo minimale sui fattori che consentono ad essa di rimanere in rotta: significa, in breve, raccogliere una sfida con il caso, vale a dire con variabili (il vento, la corrente) del tutto indipendenti dalla volontà del timoniere. Non c’è nulla di più arduo, quando si naviga a vela, di dovere rimediare ad un guasto. Le manovre che a terra risulterebbero semplici diventano indefinitamente complicate, perché, se è possibile allentare le vele, essa non rimane mai del tutto ferma.
Fuori di metafora, il mare aperto nel quale navighiamo (mettendo da parte il porto familiare che, talora, non è affatto sicuro) è il mondo così com’è, dominato da un modello – quello estrovertito – che non facilita di certo la rotta degli introversi. Non la facilita, ma non la rende neppure impossibile. Perché allora, per molti di noi, è così difficile mantenere l’equilibrio e la rotta?
Penso che le difficoltà siano due: la prima è la non accettazione del proprio modo di essere in ciò che esso ha di inesorabilmente vincolante sotto il profilo genetico; la seconda è l’aspirazione latente, talora inconfessata, a raggiungere lo stato di apparente “benessere” di cui godono i “normali”.
Solo raramente, queste difficoltà sono esplicitate. Sono soprattutto gli adolescenti introversi che rifiutano di accettare la scelta operata dalla natura e di pagare ad essa un prezzo in termini di più o meno dolorosa consapevolezza della diversità.
Tra i giovani e gli adulti, e particolarmente tra quelli che accolgono il messaggio della LIDI, sembra prevalere l’accettazione della propria condizione, e talora addirittura una sorta di orgoglio che accentua il rifiuto nei confronti dei normali.
Temo, però, che la scarsa adesione alla LIDI – tenuto conto del numero di lettori del saggio e di utenti che accedono al forum e affermano di avere scoperto il valore del proprio modo di essere – attesta che quell’accettazione è più formale che sostanziale.
Ciò significa, né più né meno, che la domanda cui ho fatto cenno – come si fa a risolvere i problemi? – ha delle implicazioni più complesse di quanto si possa pensare. C’è in particolare da chiedersi se i problemi vissuti sulla pelle – l’inadeguatezza, il disagio legato all’esposizione sociale, l’autosvalutazione, l’isolamento, ecc. – siano veramente quelli da risolvere. Penso di no. Il vero problema, a mio avviso, è la non accettazione dei vincoli inerenti l’introversione e del “destino” che essi comportano.


un sito rivolto a introversi non puo’ sicuramente usare come mezzo per misurarne “successo/insuccesso” il numero di iscritti.
Io per prima, da introversa con maschera di estroversa, pur avendo apprezzato sito, articoli e test (che mi ha svelato il grado della mia introversione) non ho pensato di iscrivermi e non mi sorprende che non ci sia stato un boom di adesioni proprio a causa della natura dell’introverso stesso.
Mi scusi la presunzione in questa mia affermazione, ma il iscriversi e’ piu’ un atto da estroversi.
Buon Lavoro
Scrivi il tuo commento…@ amal:
Rispetto le libere scelte delle persone. Devo far presente, però, che la LIDI è un’associazione nazionale che ha un fine specifico: la tutela dei diritti degli introversi. Tali diritti vanno tutelati, soprattutto in fase evolutiva, perché o non sono riconosciuti o sono violati in forme molteplici. L’obiettivo comporta una lotta piuttosto impegnativa. Con poche decine di iscritti sarà difficile (o impossibile) portarla avanti.
Luigi Anepeta
Scrivi il tuo commento…@ Luigi Anepeta:
Sono d’accordo. Devo pero’ farle notare che, alla soglia dei 40, ho imparato,per mia serenita’, a non prendere “impegni” per rispettare i quali mi posso poi trovare a disagio.
Magari iscrizione gratuita e donazioni volontarie permetterebbe a tanti introversi, e non, di dare il proprio contributo.
Sappiamo che l’introverso non manca certo di impegno sociale, si tratta solo di trovare la formula giusta.
Scrivi il tuo commento…@ amal:
Concedere l’iscrizione gratuita e contare sulle donazioni volontarie significa che i fondatori di un’Associazione Onlus devono investire risorse proprie per verificare poi la risposta degli utenti (o del “mercato”). Questo in parte è anche accaduto. Il problema è che, nel corso di quattro anni, le donazioni volontarie hanno raggiunto appena i duemila euro.
Penso che la difficoltà sia da ricondurre al fatto che le persone (introversi compresi) diffidano di versare denaro o di fornire i loro dati sensibili alla cieca, non sapendo bene a chi vanno l’uno e gli altri, e che uso se ne farà.
Dati i tempi “truffaldini”, la diffidenza è legittima. Ma non so proprio cosa si possa fare più di quanto si sia fatto finora.
Luigi Anepeta
Luigi Anepeta
Oggi mi sono appena iscritto, guardo il sito, molto carino, organizzato.
Penso che il primo passo sia portare questo tema nelle scuole chiedendo in cambio offerte, portarlo nelle piazze chiedendo in cambio offerte e così via in un circuto in espansione.
La pubblicità è l’anima del commercio ‘in senso lato’
Creare un tema su facebook, e magari un giorno riuscire anche ad ottenere un po di pubblicità sociale in tv.
Internet è comunicazione, ed il problema di far conoscere risiede appunto nella comunicazione C’è un gruppo su facebook che si chiama introversion, si può partire da lì.
Ripeto io mi sono imbattuto in tale discussione, ma so ancora poco di questa associazione, spero che quanto abbia detto possa servire a qualcosa e rinvigorire almeno un po’ la fiamma
Egregio Dottore,
ho letto velocemente il suo articolo perchè ho un amico (potrebbe essere qualcosa di più) che è introverso, ed ho avuto un ragazzo che lo è, ma credo che ora abbia finalmente preso più consapevolezza di sè.
Forse la mia lettura è stata troppo veloce e superficiale, ma non mi sembra di condividere tutte le sue conclusioni. Io sono una persona estroversa, che però da piccola è passata tramite l’introversione, fino a quando non ho preso da sola coscienza di me e ora nessuno penserebbe mai che sono timida, anche se c’è ancora qualche tratto latente. Non ho mai avuto un’opinione fantastica della vita, ma ho sempre pensato che è un’opportunità nel bene e nel male e che non ha senso stare sulla terra se non ci si mette in gioco per realizzare un progetto di proprio sviluppo, che necessariamente incide sul mondo che ci circonda e questo è importante e secondo me anche stimolante, oltre ad essere forse il vero motivo per cui siamo al mondo. E’ bello dare un proprio valore e un proprio senso anche alle cose. Da qui io cerco di avere sempre un atteggiamento positivo e una speranza nel futuro e nelle potenzialità deglia ltri anche quando tutto va male. E questo atteggiamento aiuta, mi sembra. Per questo non sono d’accordo quando lei dice che gli estroversi sono superficiali, non si interrogano sul senso delle cose, invece il mio amico introverso non si chiede che vuole fare nella vita, si lascia andare ad un’età in cui potrebbe cambiare il mondo. Vive con la madre e il cane, è in astenia sessuale da tanto tempo, dice che vorrebbe cambiare lavoro, ma si accontenta e non è veramente motivato, perciò non si mette in gioco, ma aspetta. Così aspetta anche nei rapporti con gli altri, si isola. Ha subito un dolore nel passato, ma tutti hanno i loro dolori e bisogna affrontarli per superarli, lui li mette in archivio. Con me ha iniziato un approccio e appena l’ho considerato è scappato. Ora lo so che ‘normalità’ e ‘anormalità’ sono concetti soggettivi, ma lui dice che non vuole crearsi problemi, che è pigro e sta bene. Dice però che non è contento. Ma vi sembra normale ipotecare così la propria vita? A me no! Non si può rinunciare a vivere per comodità o per paura di crearsi problemi o di soffrire. Io non sono nata estroversa, ma apprezzo ora anche la pioggia che vedo fuori dalla finestra. Io questa apatia e questa voglia di lasciarsi andare non la concepisco, tanto più se una persona ha una vita davanti. Come puoi vivere senza emozioni anche se sono negative, ti servono a crescere altrimenti sei morto! Come fa una persona a sentirsi sereno, ma non contento e a rinunciare alla ricerca della felicità: è inumano!
Introversione ed estroversione, in quanto fanno capo al rapporto rispettivamente con il mondo interno e con quello esterno, sono due orientamenti presenti in ogni personalità, con uno spettro combinatorio che consente di identificare una prevalenza originaria (genetica) dell’uno o dell’altro.
La presenza di entrambi gli orientamenti significa che, sulla carta, vale a dire nella logica della natura, l’introverso deve organizzare adeguatamente il mondo interno per poi aprirsi a quello esterno, mentre l’estroverso, conseguito un grado di integrazione sociale, dovrebbe coltivare e sviluppare il rapporto con il mondo interiore.
Nel nostro mondo accade spesso che l’introverso rimane irretito nel rapporto con il suo mondo interno problematico e si difende o si chiude rispetto al mondo esterno, mentre l’estroverso rimane irretito dalla normalità raggiunta sul piano dell’integrazione sociale e trascura di coltivare il rapporto con il mondo interiore.
Si tratta di due fallimenti sul piano dello sviluppo e della realizzazione della personalità: il primo, per le sue conseguenze comportamentali, soggettivamente e socialmente percepito; il secondo soggettivamente e socialmente ignorato.
Si danno, per fortuna, esperienze introverse (come la sua) che sfuggono al processo di introvertimento e si dispiegano in un rapporto con il mondo esterno positivo. Si danno anche esperienze estroverse che, raggiunta l’integrazione sociale, coltivano il rapporto con il mondo interiore giungendo ad una situazione di equilibrio.
Stigmatizzare la chiusura di alcuni introversi o la superficialità di alcuni estroversi ha poco senso perché esse dipendono dalla storia personale e sociale dei soggetti.
In un mondo ideale, di là da venire, la differenza tra introversi ed estroversi adulti potrebbe diminuire, ferme restando alcune caratteristiche proprie dell’uno e della’ltro modo di essere.
Grazie! E’ stato interessante leggerLa.
Tuttavia, nonostante comprendo che non possano stigmatizzarsi gli altrui comportamenti che derivano da storie personali, mi piacerebbe tanto una volta per tutte riuscire a capire definitivamente come una persona come il mio amico e come molti altri, come forse i c.d. bamboccioni indicati dal ministro, possano veramente stare bene conducendo una simile “vita”. Umanamente mi sforzo di trovare una risposta che mi sembra veramente impossibile trovare. Se Lei la conosce sono tutta orecchie!Scrivi il tuo commento…@ lanepeta:
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Magari il 5 per mille si può devolvere, vero?