Documenti - Incredibile, ma vero

Incredibile, ma vero

Che la nostra società, autistica sotto il profilo affettivo, pulluli di gruppi di auto-aiuto, non è sorprendente. Non ho alcunché contro questa pratica, che ritengo significativa, per quanto il suo respiro, culturalmente asfittico, per quanto possa portare vantaggi, convince sempre più le persone che i problemi sono di ordine soggettivo e psicologico. Manca del tutto, insomma, la capacità di considerare l’individuo immerso nel flusso di una storia che trascende quella strettamente personale. Forse, per arrivare ad allargare l’orizzonte, occorrerà aspettare che si realizzi la previsione basagliana della maggioranza deviante, disagiata. A occhio e croce, non manca molto.

Ciò detto, l’esperienza degli EA è veramente inquietante. Il modello di riferimento a cui si ispira, quello degli AA, implica che le emozioni siano un male assoluto, un problema da cui disintossicarsi, una droga endogena che rovina la vita. Siamo arrivati, insomma, sulla scia di Goleman e dei golemaniani, all’ortopedia delle emozioni. L’ultimo passo, poi, ricorda tanto quello di chi, a forza di usare protesi, gessi e bendaggi, finisce col diventare storpio, e pensa di essere “guarito”. Ah, umanità! Direbbe il monotono Bartleby.

Emotivi anonimi, in cura come gli alcolisti

Sedute di gruppo, inni e slogan: in dodici tappe riusciamo a superare ansie e timori

MILANO – Emo che? Emotivo a chi? Piano, parliamone. Ce n’è il tempo (una riunione fissa alla settimana), modo (è gratis) e luogo (in 35 nazioni con tre sedi in Italia). Per di più all’ingresso non fanno selezione, anzi, sono di ampie e variegate vedute. Nel senso che sono benvenuti i portatori di ansia, invidia, gelosia, malinconia, scarsa fiducia in se stessi, tristezza, panico, incapacità di relazionarsi, tic, scatti d’ira, e soprattutto timidezza, maledetta timidezza. 0 almeno, questo fu il catalogo da censurare, la ferita da curare, il male da estirpare secondo i padri fondatori degli Ea.
Dei tizi americani, nel 1971, in Minnesota, crearono i primi gruppi di Emotivi anonimi. Costola, seguaci e discepoli, questi, degli Alcolisti anonimi, per appunto copiati nello schema e nel metodo di lavoro. Servono una stanza, una quindicina di sedie e un moderatore, che più che altro deve frenare eventuali monologhi dei presenti. Ci si mette seduti, in cerchio. Se uno vuole parla e racconta quel che gli pare, a cominciare dai suoi problemi, omettendo nome, cognome, indirizzo, età, moglie, figli, lavoro. Ma può pure star zitto, alzarsi e andar via. Oppure può tornare il prossimo incontro e per l’infinito, farlo diventare un’abitudine. Dura un’ora e mezza. La terapia è questa, e dicono che funzioni: sfogarti con qualcuno e trovare qualcuno che abbia le tue stesse ansie. Ti senti meno solo, si smoscia l’ego, t’accorgi che c’è sempre chi sta peggio. Certo, verrà obiettato, per scoprirlo non bisogna per forza infilarsi in una riunione degli Ea; comunque, procediamo. Ognuno ha la sua strada. La nostra ci porta all’Isola.
La sede milanese degli Emotivi, circa duecento persone in media in un anno, sta in via Borsieri, sotto l’ombra dei grattacieli in costruzione. Stanza piccola, semplice e spoglia, una lavagnetta appena. Sulla lavagnetta, a rotazione ecco le frasi inno-molto-slogan e le parole chiave. Una è «Impotenti». E non saltate la riga, per scansare la questione: ci riguarda se non tutti, beh, tanti sì. Nessun riferimento sessuale. L’impotente, spiegano gli Emotivi anonimi nella brochure consegnata all’interno di una busta bianca nel primo incontro, è chi non governa le emozioni e i sentimenti, chi si domanda «perché capita tutto a me?», s’adira contro il prossimo, si sente colpevole per un fatto provocato da altri. Se ammettete la vostra impotenza, avete fatto il primo passo. Bene. Ne restano undici, e ci si possono impiegare anni. Ogni passo è una tappa, uno sforzo, la consapevolezza di un avvenuto cambiamento. Qualche esempio. Il settimo passo: «Abbiamo umilmente chiesto di porre rimedio alle nostre insufficienze». Il nono: «Abbiamo fatto ammenda verso tutte le persone cui abbiamo fatto del male». L’ultimo passo, infine: «Avendo ottenuto un risveglio spirituale, abbiamo cercato di trasmettere questo messaggio ad altri».
Ea non è una setta. Non è un movimento religioso. Viene spesso affiancato ad altre terapie, come l’analisi, e consigliato dagli psichiatri. S’ispira, abbiamo detto, agli Alcolisti anonimi, che restano un percorso duro, faticoso, ma utile, se non altro contando il moltiplicarsi, anche da noi, di strutture e partecipanti. Gli Ea hanno delle regole, e ci tengono: «Il nostro mantenimento è autonomo»; «Dobbiamo conservare l’anonimato nei confronti di stampa, televisione e cinema»; «La politica delle nostre relazioni pubbliche è basata sull’attrazione più che sulla propaganda».
Chi debutterà con gli Ea ricordi che nell’introduzione sentirà due frasi canoniche: a) «Qualunque problema abbiate vi sarà di conforto sapere che almeno uno di noi è passato attraverso le stesse difficoltà»; b) «Evitate i pettegolezzi». Ci perdonino un’eccezione: viene raccontato che di seduta in seduta possono nascere innamoramenti, passioni, amori. Ecco, gli Emotivi anonimi sono contrari, e di brutto. Ma scusate, mettiamo che capiti a due timidi: non è un traguardo raggiunto, la soluzione dei disagi? «No, no, no. Così il disagio anziché sconfitto viene raddoppiato. Meglio restare soli». Difatti, sarà un caso, fra i duecento dell’lsola ci sono un fracco di separati.

- Emotivi anonimi, in cura come gli alcolisti, di Andrea Galli (Corriere della Sera – 20 dicembre 2010)

In Francia cresce l’ associazione e i timidi in terapia arrivano al cinema

PARIGI – «Non ho alcun problema con le donne… Solo che mi terrorizzano», dice Jean-René (Benoît Poelvoorde). Assieme a Angélique (Isabelle Carré), Jean-René è il personaggio principale di «Les Emotifs Anonymes», storia dell’incontro tra il titolare di una fabbrica di cioccolato e una sua nuova dipendente, entrambi straordinariamente timidi.
La commedia romantica che uscirà mercoledì è uno dei film più attesi in Francia: per la bravura dei protagonisti e per il tema che riguarda molti, a partire dal regista Jean-Pierre Améris. «Ho detto a Isabelle Carré che accettavo subito dopo avere letto la sceneggiatura, e in questi casi di solito il regista chiama entro mezz’ora… Invece nulla – racconta Poelvoorde -. Dopo tre settimane di attesa il mio agente mi ha spiegato: “Sai, Améris è un tipo cosi, non riesce a telefonare alle persone…”. Ho saputo poi che il regista, oltre a non chiamarmi, aveva fatto per un’ora il giro del palazzo prima di trovare il coraggio di suonare a Isabelle». Il titolo del film è ispirato all’associazione con lo stesso nome fondata a Parigi, in rue Saint-Roch, nel 1992, sul modello degli alcolisti anonimi. Può partecipare alle riunioni chi ha l’impressione di avere la vita quotidiana rovinata dall’eccesso di emotività: oltre ai timidi chiedono aiuto angosciati, depressi, collerici… Una specie di alternativa di gruppo alla terapia psicologica individuale, fondata sull’ascolto di sé e degli altri seguendo lo schema delle «12 tappe» inaugurato negli Stati Uniti, per gli alcolisti, nel 1935.
Per capire come funzionano le sedute, Isabelle Carré ha partecipato in incognito a cinque incontri, osservando il consueto rituale di presentazione: «Sono Isabelle, emotiva». Nel film, spossata dalla breve frase, Angélique crolla dalla sedia. Che rappresentino una meritoria forma di aiuto, o piuttosto la moderna tendenza a trattare come patologica la normalità, gli «Emotivi anonimi» – al cinema e nella realtà – si rivolgono a un pubblico pressoché illimitato.

- In Francia cresce l’ associazione e i timidi in terapia arrivano al cinema, di Stefano Montefiori (Corriere della Sera – 20 dicembre 2010)

TAG  - -

  • ivan

    salve,
    perché parlare male di un associazione che non conoscete?

  • Luigi Anepeta

    Scrivi il tuo commento…@ ivan:
    In un mondo atomizzato, qualunque forma di aggregazione può portare vantaggio. Non ho dubbi riguardo al fatto che singoli individui possano beneficiare della partecipazione ai gruppi EA. I principi cui si ispirano le Associazioni possono però essere valutati criticamente in sé e per sè. Per quanto riguarda EA i principi sono del tutto errati e in contrasto non solo con la psicologia e la psicoanalisi, ma anche con le neuroscienze. Esercitare il diritto di critica non è parlare male.

Invia un commento

Facebook

Toggle This