Testimonianze - Il predatore di sogni

Il predatore di sogni. Riflessioni di un testimone

Introduzione

L’obiettivo di queste brevi riflessioni autobiografiche è quello di condividere e testimoniare dei passaggi esistenziali che riflettono le esperienze e i contenuti salienti del nostro percorso di pratica e di ricerca. Lo spirito del mio scritto non è certamente istruttivo, né direttivo: si pone anzi come una testimonianza di umiltà e anche di gratitudine verso tutte le persone che hanno contribuito al lavoro del gruppo con la loro passione, pazienza e coraggio. In particolare la mia gratitudine va alla dimensione di silenzio che siamo riusciti a generare, passeggiando nei boschi e trascendendo – senza giudicarlo – il fitto caos di stimoli negativi, pregiudizi e paure che solitamente si addensano nella nostra mente. Esperienza di silenzio condiviso che costituisce un’isola di risveglio e di speranza e che reputo decisiva non solo per la salute emotiva di ciascuno di noi ma anche per contribuire, con un gesto di pace, allo scenario di emergenza comunitaria che affligge il mondo.

1. Chi sta usando la tua mente?

Una è la nostra vera mente,
il prodotto delle nostre esperienze di vita,
quella che parla di rado
perchè è stata sconfitta e relegata nell’oscurità.
L’altra, quella che usiamo ogni giorno
per qualunque attività quotidiana,
è una installazione estranea.

John Michael Abelar

La storia del predatore di sogni inizia da molto lontano. Lontano nella mia nascita biologica e biografica ma lontano anche nella storia umana, nella sua dimensione transpersonale e transgenerazionale.
Unde malum? si chiedevano gli antichi. Da dove viene il male? Il negativo? La distruttività umana? Di queste domande si sono occupate la filosofia e le religioni dalla notte dei tempi e non si è addivenuti, in nessun contesto disciplinare e geografico, ad una verità definitiva. E quando si è preteso di fissare la propria prospettiva in un dogma inespugnabile si è scivolati esattamente nella violenza che si voleva dirimere, la violenza delle istituzioni arroganti e fondamentaliste. Non mi interessa approcciare il problema del male da queste prospettive. Mi interessa piuttosto la storia inedita e silenziosa delle persone che in ogni tempo hanno fatto esperienza umana di questa vertigine, che hanno rischiato di morirne e che hanno infine smascherato e sovvertito alcuni meccanismi della distruttività. Rivendicando, nei loro gesti e nelle loro scelte personali, un diverso diritto alla vita, alla fiducia e all’amore. Ripercorro perciò, e condivido con voi, alcuni snodi della mia storia, proprio per dare testimonianza di questo smascheramento e di questa trasformazione possibile e continuamente in divenire.

Per me l’espressione il predatore di sogni – che mutuo dal pensiero di Carlos Castaneda – rende con particolare efficacia il mio incontro originario con il male di vivere. Si, come accade a molti, i miei sogni sono stati predati da subito, da quando ero bambino.

Dopo l’immemore accoglienza nell’utero materno, che immagino protettiva e dolcemente ammortizzata, mi ritrovo “gettato” tra nove fratelli. Per un insieme di fattori psicologici e congiunture ambientali occupo, nella famiglia, un posto scomodo, che non mi aiuta a crescere. Sono costantemente esposto al giudizio, alla disapprovazione, al discredito, alla solitudine, al tradimento. È un’atmosfera che pervade i giorni e che impedisce continuativamente la strutturazione di un senso di fiducia e di dignità personale. Piuttosto questo clima inospitale favorisce l’installazione, nella mia mente, di un programma inverso e perverso: il giudizio distratto, severo e implacabile che sperimento all’esterno, diventa una figura interiorizzata, il “predatore” interno dei miei sogni e della mia energia. Costui profetizza le mie sconfitte e viene puntualmente confermato attraverso i provvedimenti delle figure di autorità: in prima elementare siedo nella fila dei somari e vengo bocciato. Nessuna voce adulta si alza a proteggermi e a contrastare quella del predatore. Anzi, esse finiscono per coincidere. E il predatore, nutrendosi delle mie sconfitte, della mia disistima, della mia timidezza e dei miei terrori, diventa sempre più robusto, potente e perentorio.

Tuttavia sono un bambino molto vitale. Per due ordini di ragioni.

La prima ragione è che mi rigenero nella natura. Cammino nei boschi e riesco a sentire la voce degli alberi, della quercia sulla quale mi arrampico e da cui osservo la valle, i contadini lontani, la terra appena arata, il fieno da raccogliere. Riconosco il canto degli uccelli e ne imito il verso. La mia anima vibra al fermento gentile della primavera e intirizzisce alla severità della neve. Assisto al miracolo dei frutti, quando si generano dal seme, secondo il loro misterioso processo.

La seconda ragione per cui sono, di fatto, un bambino sano e vitale è che non riesco a sviluppare delle difese adattive tali da narcotizzarmi. Le cose non mi scivolano addosso, come mi pare avvenga ai miei fratelli, agli adulti e ad alcuni compagni. Per molto tempo penserò che loro sono più forti, più equipaggiati, più idonei a vivere. Loro alla fine se ne fregano, se la cavano, si induriscono, si difendono. In un certo senso si alleano con il persecutore, ne fanno propria la logica. Mentre io sono inciso, tagliato e devastato anche solo dallo sguardo impietoso che posa su di me la mia maestra di matematica. Sento la pressione paralizzante dei suoi occhi spietati, anche se non la guardo. Sono un bambino che continua a sentire tutto. Tutto il male di vivere. E proprio attraverso questa incandescente sensibilità, paradossalmente, resterò vivo. Ma questo, a quell’epoca, non lo sapevo ancora. E molto dolore dovevo attraversare prima di poter riconoscere, nominare e smascherare il predatore dei sogni. Era lui che, approfittando della mia solitudine e fragilità, mi faceva sentire terribilmente in colpa per la mia inadeguatezza, insufficienza, impotenza. Era lui che stava usando la mia mente. Così come aveva usato – e infine assoggettato – la mente dei miei insegnanti, dell’adulto che mi abusò, dei miei genitori e dei miei antenati.

2. Nel deserto senza stelle

ll predatore ha preso il sopravvento su di noi perché siamo il suo cibo, la sua fonte di sostentamento.
È stato il predatore a instillarci i sistemi di credenze, il concetto di bene e male, le consuetudini sociali.
È stato lui a definire le nostre speranze e aspettative, nonché i sogni di successo e i parametri del fallimento.
Ci ha dato avidità, desiderio smodato e codardia.
Ci ha resi abitudinari, centrati nell’ego e inclini all’autocompiacimento.

Facendo leva sul nostro egocentrismo, l’unico aspetto consapevole rimastoci, il predatore crea fiammate di consapevolezza che poi procede spietatamente a consumare.
Il predatore ci dà problemi futili per forzare tali fiammate ad emergere, e in questo modo ci fa sopravvivere per continuare a nutrirsi della fiammeggiante energia delle nostre pseudo-preoccupazioni.
Gli antichi sciamani vedevano il predatore. Lo chiamavano Il Volador, quello che vola, perché si muove a balzi nell’aria. Non è un bello spettacolo.
È un’ombra nera di un’oscurità impenetrabile, che salta nell’aria.

E poi atterra.
Carlos Castaneda (Il lato attivo dell’Infinito)

Se l’infanzia è stata un innocente, traumatico ed esterrefatto subire i giudizi e i capi d’accusa del predatore, nell’adolescenza e nella giovinezza costui ha versato in abbondanza, nel mio disagio, due ingredienti micidiali: il senso di colpa e la rabbia. Il senso di colpa per ritenermi responsabile della mia inettitudine e inadeguatezza. E la rabbia per la scoperta dell’ipocrisia degli adulti e per il senso di incolmabile e intollerabile solitudine.
Un cocktail interiore devastante, proprio nell’età in cui si avrebbe bisogno di fiducia, incoraggiamento, riconoscimento. Dunque perché meravigliarsi se questa tossicità interna ha cercato delle sostanze esterne per implodere in una sorta di oblio? Una sostanza esterna con cui intrattenere l’unico legame possibile?

Inizia così l’attraversamento di un deserto senza stelle. La mia giovinezza scorre tra il tentativo estremo di esonerarmi dalla vita e il corpo che rivendica, attraverso la sua sintomatica intolleranza, un diritto alla vita. Anni e anni di oscillazioni tra rabbia, disperazione, paura, isolamento, dolore fisico, perdizione, deluse speranze e tentativi falliti. “Marinoni tu sarai un assassino!” mi aveva detto a scuola un professore. Alle elementari! Io persino ignoravo il significato di quella frase, tuttavia la parola dell’adulto per me era legge, insindacabile! E ora, nella giovinezza, sono tentato di confermarlo, di cedere alla profezia del predatore, di incarnarla: non sono forse un assassino della mia stessa vita? E non sto propagando gli effetti della mia colpa agli altri, privando la mia prima moglie di un compagno efficace e i miei primi figli di un padre efficiente? Nessuno posa uno sguardo compassionevole sulla mia disperazione. Sono soltanto un errore, un avanzo, uno scarto. Il predatore sguazza nella mia sindrome di dipendenza, approfitta della mia scarsa lucidità per consolidare il suo potere. Le mie lacrime si mescolano alla paura, alla rabbia, al cedimento e ad una sintomatologia di intolleranza fisiologica che ogni volta sabota, miracolosamente, la mia carriera suicidaria. Finché, dopo quindici anni di prove generali per morire, 18 ricoveri e innumerevoli verdetti di condanna dalle persone che a diverso titolo mi circondano, faccio il mio primo incontro umano. Il primo incontro umano, ripeto. La mia prima prova generale per la vita: un medico che mi ascolta, mi accoglie, mi comprende e mi dà fiducia. Ed è così, a partire da questo incontro, che inizia a vacillare la dittatura del predatore di sogni.

3. La guerra di successione

Nell’oceano della Vita,
le isole della Benedizione sono la terra serena e soleggiata
dei tuoi ideali che attende il tuo arrivo.
Mantieni saldamente la tua mano
sul timone del pensiero.
Nella nave della tua anima giace disteso il Capitano comandante.
Sta dormendo; svegliaLo.
L’Autocontrollo è la forza.
Il Retto Pensiero è la padronanza.
La Quiete è il potere.
Pronuncia nel profondo del tuo cuore, Pace, sii quieto.

James Allen (in Lo sfidante)

Il passaggio dalla schiavitù alla libertà è delicatissimo, doloroso e mai dato una volta per tutte. Implica all’inizio una straordinaria mobilitazione di forze e una manovra di puntellamenti a diversi ancoraggi e gradi della vita quotidiana e di quella spirituale.
L’incontro con la comunità fornisce una cornice umana e metodologica fondamentale. Sono necessari altresì dei passaggi di consapevolezza e presenza che necessitano tempo, affinamento, consolidamento e condivisione. Tutto ciò è reso possibile, in primo luogo, dalla rivoluzione di posizioni che vengo ad occupare nei legami con gli altri: divento poco a poco qualcuno che – avendolo ricevuto – è ora in grado di fornire sostegno, ascolto, tenerezza, competenza gentile, pazienza, fiducia. Non sono diventato un assassino, come aveva predetto il mio professore delle elementari. Sono diventato l’uomo sensibile che la mia infanzia annunciava e che la natura aveva segretamente protetto, custodito, coltivato.

E il predatore finalmente agonizza. Ma mi attende ancora un appuntamento difficile: la ricognizione delle mie figure genitoriali, una revisione delle circostanze biografiche attraverso le quali si era installato, nella mia mente, il dominio del predatore parassita. Che farne, nel mio cuore, della mia infanzia trafitta? Che farne di mio padre e mia madre? Condannarli per sempre? Scrollarmeli di dosso e dimenticarli? Perdonarli? E come?
Non ho nessuna voglia, inizialmente, di esaminare questa faccenda dei genitori. Il solo pensarci mi procura dolore, estraniamento, paura. Tuttavia inizio un percorso in questa direzione, perché intuisco che è un passaggio obbligato: se non bonifico quest’area sarò abitato da queste istanze negative e terrificanti a livello organico, cellulare. Comprendo anche che il perdono non può essere un’operazione cerebrale, retorica, superficiale. Così ripercorro la storia dei miei genitori, visito la loro infanzia con immedesimazione, commozione ed empatia, prendo contatto con il bambino e la bambina che essi sono stati. Vedo mia madre piccola e disperata fuggire dalla sua casa di origine, data alle fiamme dal mio nonno alcolizzato. Vedo mio padre giovane, in prigionia e in guerra, derubato della giovinezza e invaso dalla paura. Incontro l’impotenza e la fragilità struggente dei miei genitori, intercetto la trappola che li ha catturati da piccoli e che ha impedito loro di divenire figure adulte capaci di stimolare crescita, amore, fiducia.

Due esiti di questo lavoro di ricognizione mi segnalano che il processo del perdono sta avvenendo ad un livello profondo: la prima è che mi accorgo di avere un’energia vitale e spirituale differente, più fluida e potente, svincolata da ostruzioni e opacità. E capace di orientarsi e aprirsi alla costruzione di nuove, stabili e diverse forme di legame affettivo. La seconda è che quando penso a mio padre e a mia madre, ora, li sento vicini metafisicamente, benedicenti, pacificati, alleati.

E sperimento sulla mia pelle che la libertà passa da qui, da questo snodo di fiducia e perdono che è personale e impersonale al tempo stesso. Da un lato, infatti, mi sono dovuto calare nella ferita specifica delle mie origini: la mia famiglia, il nostro cognome e indirizzo, i miei genitori, le nostre tragiche traversie. Dall’altro lato il lavoro di revisione su questo destino biografico riesce a trascendere il melodramma privato e mi spalanca la dimensione della sofferenza umana di tutti e di tutti i tempi. Il respiro si approfondisce, la mente si ossigena e i pregiudizi si allentano. Smetto di attribuire colpe e responsabilità all’esterno, di pensare che gli altri – famiglia, comunità, politici, insegnanti, partner, situazioni – sono la fonte maligna dei miei fallimenti e della mia impotenza. E smetto anche, piano piano, di dipendere smodatamente dalla approvazione e dal consenso del mondo esterno. Certamente ho bisogno dell’amore e della fiducia degli altri – non sono il superuomo – ma in una modalità feconda, reciproca, rispettosa e liberante per tutti.

4. Consapevolezza, azione e disciplina

La padronanza della propria mente,
ribelle, capricciosa, vagabonda,
è la Via verso la Felicità.
Il Saggio osserva continuamente i propri pensieri
che sono sottili, elusivi ed erranti.
Occorrono Consapevolezza, Chiarezza ed Inflessibile Intento
per affrontare questa sfida.

Don Miguel Ruitz (in Lo sfidante)

Mano a mano che l’azione parassitaria del predatore si affievolisce e lascia spazio a quella generosa e fondante della mia consapevolezza umana, mi accorgo che la battaglia non si vince una volta per tutte. Ho bisogno ogni giorno di rilanciare la sfida, ogni ora, ogni istante. Ho bisogno di coltivare una disposizione d’animo vigile e gentile, implacabilmente tenera e presente verso me stesso e verso gli altri, verso le opportunità e verso i pericoli, interni ed esterni. Come un “monaco metropolitano” devo inventare e istituire dei rituali di sacralità nella mia vita quotidiana, collaudarli, adattarli alle esigenze mie e di chi mi circonda, difenderli, se necessario trasformarli. Mi accorgo che la consapevolezza, se profonda e coltivata, non è un lusso per filosofi ma una dimensione estremamente concreta, fatta di gesti e di scelte pratiche, di sacrifici e di sorprese. In un certo senso la consapevolezza e la presenza mentale – se trasferite dai monasteri alle città e alla propria vita domestica– rappresentano un dispositivo politico, un contributo etico comunitario: la consapevolezza è azione.

Per mantenere questa temperatura ideale di presenza, fermezza e tenerezza è necessaria una disciplina. Naturalmente non mi riferisco alla disciplina coercitiva che ci portiamo dietro come retaggio culturale. Mi riferisco piuttosto ad un funzionamento inedito della volontà, un funzionamento fluido, non moralistico, pacificante. Mi riferisco alla volontà come “intento”. L’intento non poggia – come la cosiddetta buona volontà – sulla divisione tra ciò che sento di essere e l’immagine ideale di come “dovrei” essere. L’intento consiste in un’arte della disciplina fondata sul riconoscimento della propria bellezza e vulnerabilità. E per mettere in circolo questa volontà alternativa è necessario adottare delle pratiche quotidiane che sospendano il corso nevrotico – e dispotico – dei pensieri e che ci rammentino l’atmosfera di accettazione e di amore che sola può permetterci di progredire. Nel gruppo abbiamo sperimentato alcune di queste pratiche, come la meditazione, l’incontro con il Bambino interno, lo scambio dell’ascolto profondo, il gesto della carezza, la scrittura della lettera. Si è trattato di proposte e di esempi, non della prescrizione dogmatica di vie esclusive. Ognuno può sviluppare la propria disciplina personale attraverso le pratiche che scopre, che inventa, che creativamente adatta al suo stile interiore e anche alla sua “giornata tipo”. Il tempo che personalmente dedico alla pratica, per esempio, è il momento silenzioso e solitario dell’alba e quello che precede immediatamente il sonno.

Le mie pratiche di presenza si sono modificate negli anni e credo che questa flessibilità abbia a che fare con l’ascolto interno e con il rispetto delle esigenze e dei bisogni che mano a mano si presentano, sia a livello interiore che esterno, quotidiano e interpersonale. “Voglio misericordia e non sacrifici” diceva qualcuno. Ecco, credo che l’essenza della disciplina consista proprio in questo: mantenere con se stessi un dialogo paritario e di gratuità, senza salire in cattedra e senza vincolare l’approvazione di noi stessi a chissà quali performance. La meditazione, la preghiera creativa, la visualizzazione, una passeggiata consapevole e qualsiasi altro gesto di presenza sono atti con cui testimoniare – in presa diretta e senza clamori – che “un altro mondo è possibile”.

- Testimonianza di Renzo Marinoni

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  • Pierpaolo

    TU, sei la Vita. Sei l’uomo che ha ricevuto la Vita.
    Non mi sento di elogiarti per la tua sofferenza, non sarebbe giusto, sarebbe egoistico da parte mia. Io ti sento peró, ti riconosco come Vita. Anche se sono mezzo cieco io ti vedo.
    Potrei parlarti della mia sofferenza simile, molto similie alla tua; ma anche cosi risultere l’egoista che sono. Io ti posso dire che soffro, ho sofferto di piú nel passato e forse soffriro ancora di piú nel futuro. Il mio animo ribelle di pace e verità è venuto fuori. Dopo anni e anni, 19 anni da quando sono venuto al mondo, sono stato l’alieno. Il bambino timido e che non sembrava provare affetto neanche per i genitori. Quel bambino timido poi è cresciuto e non sapendo amare e far capire il proprio amore è sempre rimasto solo nella paura dell’azione amorevole. Il ragazzo timido poi ci ha provato, ci ha provato a donarsi; ma ormai la distorsione del predatore aveva fatto effetto e non capiva piú perchè dovesse donare il proprio amore. E fino ad adesso, solo una persona è riuscita a cibarsene in quei momenti che il predatore era talmente sazio da cadere nel sonno, mai io avevo ancora risorse. Quell’episodio ha rischiato di farmi esplodere nell’amore piú totale, sarei morto credo. Forse giustamente si è affievolito per non essere buttato fuori tutto, ma per rimanere costantemente dentro di me. Adesso ho voglio di esplodere. Voglio morire d’amore, ma non un amore selezionato un amore totale per la Vita. E voglio che il mio amore uccida piú predatori possibili e liberi le menti di sofferenti come me, ma sofferenti che si sono induriti e divenuti abili lottatori..ma mai abbastanza.
    Grazie

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