LIDI - Riavviare la partecipazione sociale

Riavviare la partecipazione sociale

La partecipazione sociale: perché si è rarefatta alla LIDI? Possiamo fare qualcosa per riavviarla?

Il libro Timido, docile, ardente… ha avuto molto successo, è alla 3° edizione, sta suscitando l’attenzione dei media. Non è quindi l’incomprensione o il rifiuto del concetto di introversione che dobbiamo analizzare, ma la difficoltà di aggregazione, e la possibilità di fare prevenzione. Questi due aspetti sono, secondo me, intrecciati tra loro.

Riflettendo sulla LIDI ho iniziato a pensare ad alcuni aspetti.

  • Il fatto che sia un’associazione di persone che condividono una condizione comune, che in modo diverso hanno vissuto i pregiudizi sulla loro pelle, quindi in parte basata sul tema dell’auto aiuto e sulla lotta ai pregiudizi.
  • L’alta percentuale di introversi che sta male o lo è stata o rischia di starci nuovamente.
  • Il fatto che sia un’associazione in cui molte persone sono state o sono ancora pazienti in terapia.
  • Il fatto che il più delle volte il modello terapeutico di riferimento fosse quello dialettico, che è un modello critico verso la normalità.

Tutti elementi che implicano, tra gli altri, come possibile uscita dal disagio, l’analisi delle forme sociali di oppressione, anche interiorizzate, e il riconoscimento di aspetti personali (per esempio la sensibilità) poco compatibili con quelle forme. Ne deriva che la “guarigione” non sia un semplice riadattamento, ma implichi uno slancio verso la liberazione che non può essere solo individuale.

Sia la teoria dialettica sia la teoria dell’introversione pongono il tema, non negativo ma evolutivo, del disadattamento: cosa fare del proprio disadattamento, e, alla fine di un percorso di cura, quando la sofferenza è diminuita, la paralisi sta scomparendo, valutare la possibilità di utilizzare quello che si è sentito importante, per ritrovare un contatto con il mondo che sia, anche, di trasformazione dell’esistente e di coltivazione della propria specificità, difendendola. Quindi dare una mano agli altri e, in qualche modo, porsi il problema di incidere sulla realtà. (Questo può essere frustrante, non sempre si riesce.)

Alla fine di un percorso terapeutico o nel mezzo, o venendo fuori in altro modo da un disagio, si può riaffacciare, ridefinito, il bisogno di socialità: tanto più intenso quanto era stato sacrificato, prima, da rotture, blocchi, emarginazioni. Con “socialità” intendo sia il bisogno di amicizia, sia qualche tipo di impegno o di lotta, sia il bisogno di aiuto e ascolto.

Senza negare quando il bisogno di aiuto è urgente e richiede un rapporto di cura privilegiato, dovremmo però riconoscere quando si è in grado di mettere in comune la sofferenza o la rabbia, per usarne il potere trasformativo. Non è un passaggio automatico: non si esce dalle terapie trasformati in Buddha tetragoni, non si esce vaccinati dalla possibilità di soffrire. Bisogna diventare in grado di capire quando e se il residuo di sofferenza possa essere messo a disposizione degli altri, per lottare insieme e trasformare il bisogno di cura in una forma diversa, solidale, allargata, quando richieda invece un ascolto più intimo e quando le due cose si possano sovrapporre. In questo tragitto è utile potere mettere in dubbio l’idea che possiamo aiutare gli altri solo se siamo perfetti: a volte è proprio quel “quid” di “imperfezione” (non mi viene altro termine) che va messo in gioco, che può dare voglia di lottare ancora, o renderci in grado di sintonia.

Definisco tale “quid” con il termine “soggettività” e tento ora di mettere a fuoco come l’uso della soggettività e il riconoscimento della soggettività dell’altro possa servire come base di inclusione e collaborazione, tenendo presente che la soggettività è differenziante e che la fusione senza differenziazione è un rischio grosso per noi introversi, perché può farti ritirare dal rapporto o farti rifiutare totalmente chi è diverso, nella ricerca di un’uniformità assoluta. Il lavoro di differenziazione riconosce l’importanza della base culturale e teorica (possiamo definirci introversi perché è stata descritta la categoria), ma se si vuole portare avanti una qualche forma di relazione e di esperienza si deve potere includere la fantasia e il legame affettivo: usare la soggettività.

1. Non solo “conoscere” ma anche e soprattutto “immaginare”
Avere in mente una teoria o una classificazione è fondamentale come base di partenza e di sollievo rispetto a modelli normativi irrispettosi della propria specificità, ma non basta: se vogliamo proseguire un lavoro di ricerca e di crescita dobbiamo affrontare la fatica del confronto e la gioia dell’identificazione tra umani. Restare umani significa fare i conti con le differenze e non basta isolare la categoria “introversione” se all’interno della stessa non si fa uno sforzo di accogliere e rispettare i vari modi umani con cui tale tema si declina. Questo lavoro è l’immaginazione.

Non posso immaginare senza conoscere, ma se mi limito a conoscere rischio di non immaginare mai. Ciò che mi permette di immaginare è la fantasia, e la solitudine con cui posso tirarmi fuori momentaneamente dal gruppo (qualunque, anche mentale o culturale) per scoprirmi diversa, quindi capire e accettare la diversità altrui. Insomma un lavoro sulla soggettività e sull’uso che se ne può fare.

L’immedesimazione nell’altro deve includere la fantasia: lui è quello che io potevo essere se… lui è come me quando… Io potevo diventare così se… Se non riesco ad immaginare, corro il rischio di pretendere che l’altro mi somigli in tutto, per poterlo accettare: un uso serio e consapevole della soggettività implica il riconoscere le divergenze e affrontare i conflitti.

2. Imparare ma anche discutere
Alla LIDI sono mancati momenti di riflessione e discussione comune sulle varie attività: quando ci sono stati sono stati dominati dal sospetto verso le novità e dall’ansia di discostarsi troppo dalla teoria, oppure dal dovere fare. È stata scarsa la restituzione seria e aperta alle critiche dell’attività svolta nei vari gruppi, l’affrontare i nodi, è mancato l’interrogarsi sugli abbandoni. Le assemblee sono state poche. Le riunioni intra-gruppo non servono a molto se non vengono portate regolarmente al gruppo allargato, se non hanno, tra i loro obiettivi, l’esigenza di trattare le divergenze e approfondire gli arresti. Temo che in ambito LIDI, nei diversi gruppi, tale lavoro non sia stato fatto ancora: ha predominato il bisogno di unità verso un’idea o una modalità di aggregazione un po’ rigida, a volte sospettosa verso l’altro e poco incline a vedere nella soggettività una forza, il che può avere enormemente ristretto la base comune di collaborazione, suscitando sentimenti di autoesclusione o incomprensione.

3. Riflettere più seriamente sull’uso della soggettività, del bisogno di legame, e su come tale uso sia indispensabile in un’associazione tra simili
È mancato, io penso, un maggiore lavoro di consapevolezza dell’importanza dei legami, che però non può essere uno standard né risolversi solo col maggiore contatto fisico e non può essere solo riconosciuta attorno a un’idea o a uno studio: deve potere riguardare la diversità e, insieme, l’accoglienza, entro un lavoro che non può essere breve di inclusione e collaborazione. Nel lavoro di inclusione conta, a mio avviso moltissimo, l’identificazione con l’altro, il desiderio di legame, l’accoglienza della diversità: forse tali aspetti sono stati trascurati in favore della costruzione di una base di cultura comune o confinati nei gruppi di auto aiuto, dove di nuovo, forse, ha dominato una modalità orientata al compito. In tutti i casi, mi pare, la dimensione soggettiva non aveva molto spazio. Almeno questa è stata la mia esperienza e la mia sensazione di fondo nelle non molte, per la verità, situazioni di gruppo o momenti di formazione a cui ho partecipato e nel feedback datomi da alcuni che si sono esclusi.

Un punto molto trascurato e poco riflettuto riguarda a mio avviso la differenza tra terapia e auto aiuto, o se vogliamo “consulenza alla pari” (con questo termine indico un lavoro di confronto e di aiuto tra persone accomunate da una condizione esistenziale simile, in cui uno dei due, più “vecchio” di esperienza, si offre per seguire l’altro in un percorso di crescita).

Personalmente in un precedente lavoro ho usato sia la cp che la psicologia con buoni risultati, grazie anche all’aiuto di un’amica e collaboratrice, con cui riflettevo sull’uso della soggettività nel rapporto di cura e sulla forza rivoluzionaria che possono indurre le minoranze, se si mettono in gioco con alleanza e rispetto per i compagni di strada. Quando però in ambito LIDI ho provato ad introdurre il tema ho sentito di avere suscitato molto sconcerto e diffidenza. Sembrava che la messa in comune degli aspetti soggettivi ed esperienziali evocasse solo il fantasma dello spontaneismo selvaggio, dannoso, disordinato e non potesse mai diventare oggetto di riflessione seria o di lavoro. Vedevo all’opera la scissione tra oggettivo e soggettivo (che ha permeato la scienza moderna) con una grossa incongruenza di fondo: l’essere la LIDI un’associazione tra persone simili non poteva trascurare l’identificazione con l’altro come elemento di crescita, né poteva, data la teoria dialettica, ignorare il potenziale di autocura implicito nel ridare importanza ai legami. Se non si è consapevoli di questo si può rischiare di cercare una terapia all’infinito e di trattare i propri aspetti sofferenti come “malati eterni”, improponibili in una relazione di alleanza e cambiamento sociale, quindi confinare la riflessione sulla soggettività solo in un ambito terapeutico.

Per concludere il mio intervento e riassumere gli interrogativi posti, farò un esempio personale. Quando iniziai la mia terapia, sognai un viaggio in camper. Insieme al terapeuta, mettemmo a fuoco che la terapia è un viaggio. Quando stavo finendo la terapia feci un altro sogno: insieme alla mia amica Margherita mettevo via dalla stanza di mio figlio di 4 anni dei giocattoli vecchi. Uno, in particolare, era un camper con due pupazzetti: Archimede e Paperinik. Era un sogno sulla fine della terapia e conteneva un’idea che mi sembra utile riproporvi. L’analisi non mi aveva trasformato in Paperinik, non avevo i super poteri. Non ero più, per fortuna, Paperino (sfortunato e sempre arrabbiato) come ero stata tutta la vita, potevo finalmente usare la testa e il cuore, ma non ero nemmeno Paperinik, né, presumibilmente, lo sarei diventata. Se volevo crescere dovevo saperlo. Rimaneva uno scarto tra me e certi ideali, tra me e gli altri e andava colmato, come potevo. Rimanevano dubbi, domande. Dovevo cercare risposte e farmi altre domande.

Personalmente ho sentito che dovevo ripartire dalla solidarietà: come potenziale di auto guarigione e di trasformazione del mondo. Non è facile. Tra introversi, entro questo mondo, esistono dei rischi:

  • Si soffre e si continua a cercare una cura ovunque, trascurando il potere trasformativo della solidarietà, dell’imperfezione e tentando in tutti i modi di diventare Paperinik.
  • La solidarietà viene estesa solo a chi è uguale, identico: si cerca solo la somiglianza e ci si barrica dentro, eliminando gli estranei.
  • Si chiude interiormente col tema della solidarietà e si diventa lupi solitari.

Alcune proposte pratiche, per concretizzare il tema dell’inclusione, prevenzione, cura del legame e della differenza.

  • Corso (già proposto da Luigi Anepeta) di operatore esperto dell’introversione, che includa una riflessione sull’auto aiuto, serva come piattaforma unificante e, al contempo, permetta uno scambio tra esperienze e professionalità diverse.
  • Premio (se abbiamo o troviamo soldi) da proporre nelle scuole, dopo una lezione introduttiva, offerto ai diversi modi per rappresentare la propria introversione; per dare un riconoscimento a modi diversi di viverla e raccontarla e imparare anche noi dall’esperienza viva di qualcuno.

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  • Davide Proietti

    Ho trovato molti spunti interessanti nell’articolo. Il riferimento alla fantasia come empatia mi commuove, se si comparano le idee e gli scritti degli “esperti della mente” della LIDI, psichiatri o psicologi o sociologi che siano, con le robacce che vengono prodotte da cognitivo-comportamentali, pnlisti, psichiatri tradizionali e parassiti-del-disagio vari si rimane sbalorditi, sembra che davvero la LIDI sia un altro mondo dove ci sono ancora intellettuali liberi e pieni di passione. Il corso di formazione lo trovo ottimo. Anche perché io ho sempre pensato una cosa, in filosofia ci possono essere duemila orientamenti, in sociologia, in economia ecc… anche, ma quando si parla di terapia e di disagio si parla di persone che rischiano la vita (es. suicidio, morte per anoressia o incidenti dovuti a “non vedere” pericoli) e ci sono terapie che oggettivamente non danno risultati o ne danno pochi (psicanalisi ortodossa) o donano guarigioni miracolose ma che sono solo coscienti e il disagio inconscio poi irrompe dopo pochi mesi (cognitivo-comportamentali) o che isolano la malattia come ipostasi e drogano il paziente facendo gli interessi delle case farmaceutiche ed il cui unico fine è la normalizzazione o guarigione sociale (ossia basta non rompere i coglioni e sembrare normali, poi se si è sempre intontiti dagli antipsicotici o si (soprav)vive di pensione sociale e non si fa quasi niente dalla mattina alla sera sticazzi), e vabbè, questa è la psichiatria tradizionale, a quanto ne so l’unica prassi terapeutica che consente a tutti, dai “nevrotici” agli “schizofrenici” di poter vivere e liberarsi dal disagio è la strutturaldialettica, quindi ben venga che questa teoria/prassi del tutto eloquentemente misconosciuta venga diffusa.

    E assemblee assemblee assemblee, io e Pisana abbiamo tentato invano di stanare le talpe riflessive dalla loro tana, è ora che le talpe escano dalla terra e si tengano per mano alla luce del sole, questa è una metafora stucchevole ma sennò come si fa?

    Libertà è partecipazione :-)
    Grazie a Pisana per il suo lavoro e il suo scritto, interessantissimi come al solito.

  • Davide Proietti

    Volevo agggiungere che gli operatori in genere sono in buona fede, quel “parassiti-del-disagio” suona mooolto fraintendibile. Quindi un corso ha anche questa funzione, salvarli dalla mistificazione psichiatrica che li vede più come “vittime” che come “carnefici”.

  • stefi

    Ciao Pisana,

    intanto grazie per aver messo a disposizione la relazione che hai tenuto all’assemble Lidi, rileggerla mi ha chiarito alcune cose che nel tuo discorso avevo colto ma poi, presa dall’ascolto del resto, non avevo più approfondito.

    Quello che tu dici è prezioso e credo sia applicabile in qualsiasi contesto dove esiste un gruppo che per interessi, modo di essere, obiettivi, si aggrega. L’essere insieme per fare non può essere limitato al tendere verso l’obiettivo comune, perchè se non c’è il lavoro che tu ben delinei di immaginazione-discussione-legame, fare insieme diventa solo la somma delle azioni dei singoli e si perde il senso dell’essere insieme. Si perde il senso dell’associarsi e appunto si arriva a sentirsi esclusi, a autoescluderi, a escludere e a volte a andarsene, pur condividendo la “teoria”. Ma la teoria che chiediamo di capire alle persone cui tentiamo di rivolgerci, se non viene recepita veramente da noi e quindi tradotta nella pratica di vita in un modo differente di agire, se siamo noi primi a mantenere rigidità e a creare non appartenenza, come possiamo pensare di farla arrivare altrove?

    Gli argomenti che affronti nella tua relazione sono gli stessi che io periodicamente (in modo meno preciso e meno profondo) porto all’attenzione dell’altra associazione di cui faccio parte, perchè soffre secondo me della stessa “malattia”. Solo che nascendo come associazione culturale, fa più fatica a riconoscere l’importanza e la ncessità di una riflessione di questo tipo.

    Quando ho deciso di entrare attivamente nella lidi, l’ho fatto sapendo di non avere nessun tipo di preparazione teorica, e questa cosa si è rivelata alla fine un bene. Nonostante mi abbia fatto sentire impreparata nell’affrontare il progetto nelle scuole, mi ha dato la possibilità di accostarmi ai ragazzi con la spontaneità e la voglia di costruire con loro una relazione, e la possibilità di avere un terreno vergine dove iniziare a costruire anche la relazione con voi. Fiorenza è stata fondamentale come anello di congiunzione, e sicuramente questo ha evitato che il mio iniziale senso di inadeguatezza si scontrasse malamente con la rigidità e la poca apetura verso idee diverse (non necessariamente mie!) che a volte ho sentito.

    Mi ha colpito molto quello che tu dici sull’immaginazione come forma di immedesimazione e quindi accettazione dell’altro per come è e non per come pretendiamo che sia. Io per fare questo ho sempre usato i libri, la lettura. Sono stati i miei amici e i miei consiglieri. Mi hanno guidato attraverso quello che non conoscevo permettendomi poi di ri-conoscerlo una volta che me lo sono trovato davanti nella vita reale. Ma in fondo i libri raccontano storie, così come le persone, e allora forse la chiave di tutto è imparare a ascoltare?

    grazie,

    stefi

  • Davide

    La rigidità e la poca apertura non vi preoccupate, non vi toccheranno più.
    Sono allievo di Anepeta e fiero di esserlo, questo crea problemi? Amen.
    L’empatia non va solo decantata ma applicata e cercare di non isolare o escludere davvero un ragazzo giovane che cerca solo di impegnarsi e prende quasi solo calci in faccia.
    Ringrazio invece, e faccio i nomi: Luigi, Ilaria, Francesco, Annamaria, Elvira, Alessandra, che nell’isolamento triste che ho subito quest’anno, mi hanno fatto sentire molto meno solo.

  • Davide

    E ovviamente ringrazio anche Renzo e tutt* quell* che hanno saputo vedere oltre la mia passione animosa e nn l’hanno stroncata brutalmente, ignorandola ed etichettandola.

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