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	<title>LIDI - Lega Italiana per la tutela dei Diritti degli Introversi &#187; Alessandra Bonessi</title>
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	<description>Conoscere, riconoscere, riabilitare l&#039;introversione e prevenire il disagio degli introversi</description>
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		<title>La LIDI nelle scuole: contro la cultura dell&#8217;impossibilità</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Nov 2009 07:38:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandra Bonessi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Conferenze]]></category>
		<category><![CDATA[appartenenza/integrazione]]></category>
		<category><![CDATA[bambini]]></category>
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		<category><![CDATA[disagio giovanile]]></category>
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		<description><![CDATA[Che cos&#8217;è l&#8217;introversione. Dal pregiudizio alla conoscenza Incontro di presentazione della LIDI del 21.10.2009 Roma, Biblioteca Comunale &#8220;Casa del Parco-Casale del Giannotto&#8221; Intervento della dott.ssa Alessandra Bonessi Il gruppo di monitoraggio per scuola della LIDI ha il compito di mantenere i contatti con le scuole e di avviare in esse, laddove possibile, progetti di intervento [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="alignr">
<em>Che cos&#8217;è l&#8217;introversione. Dal pregiudizio alla conoscenza</em><br />
<strong>Incontro di presentazione della LIDI del 21.10.2009</strong><br />
Roma, Biblioteca Comunale &#8220;Casa del Parco-Casale del Giannotto&#8221;<br />
Intervento della <span class="highlight-blue">dott.ssa Alessandra Bonessi</span></p>
<p>Il <a href="/progetti-e-attivita/gruppi-operativi/gruppo-di-monitoraggio-per-la-scuola/">gruppo di monitoraggio per scuola</a> della LIDI ha il compito di mantenere i contatti con le scuole e di avviare in esse, laddove possibile, progetti di intervento mirato per le scuole dell&#8217;infanzia e primarie, le scuole medie inferiori e superiori al fine di sensibilizzare alla tematica dell&#8217;introversione così come oggi è qui trattata e sormontare il pregiudizio che grava su di essa.</p>
<p>Mi riferisco a quello che ha appena condiviso il dott. Anépeta, sulla possibilità di realizzare, se pure in parte, il &#8220;sogno&#8221; di potere coinvolgere la collettività  nel tutelare se stessa dal rischio di smarrire quella parte di sé che è un patrimonio di potenzialità (quelle della parte introversa di ognuno di noi); potenzialità che se non espresse pienamente non potrebbero sostenere l&#8217;umanità ad uscire da quella &#8220;preistoria&#8221; caratterizzata dall&#8217;ignoranza, dall&#8217;irrazionale, a volte dal disumano.</p>
<p>In  riferimento al titolo dell&#8217;intervento, <strong><em>La LIDI nelle scuole: contro la cultura dell&#8217;impossibilità</em></strong>, mi riferisco ad un modello negativo piuttosto comune ai nostri giorni, che si può riassumere nel &#8220;così va il mondo&#8221; affermando quindi la <em>cultura dell&#8217;impossibilità</em>, rendendoci impotenti nel credere di potere fare qualcosa e quindi paralizzando sul nascere qualsiasi iniziativa personale. Se veniamo catturati da questo modello, anche la comprensione delle cause che hanno portato a determinati effetti nella nostra società viene meno, in quanto non ci sforzeremo più di comprenderla e ci accontenteremo di una lettura superficiale degli eventi, che potremo solo, passivamente, subire.</p>
<p>Per quanto riguarda i giovani, essi sono vittima di altri <strong>modelli dominanti</strong>, di stampo <em>adultomorfo</em>, come, ad esempio, l&#8217;efficientismo inteso come essere continuamente indaffarati senza però uno scopo chiaro e significativo che orienti il nostro fare quotidiano; la superiorità di una ragione fredda rispetto all&#8217;emozione che viene vissuta come un ostacolo da rimuovere anestetizzandosi; il sapere apparire che vale più dell&#8217;essere; l&#8217;intraprendenza ridotta al saper vendere o al sapersi vendere;  la realizzazione meramente individualistica di se stessi a volte tenendo poco conto dei bisogni e dei sentimenti degli altri; il tutto in una forma di comunicazione vuota in cui il numero di contatti che ho risulta più importante della qualità e dell&#8217;autenticità delle mie relazioni.</p>
<p>Questi tipi di modelli, che non vanno bene neanche per gli estroversi perché li disumanizzano e li allontanano sempre più da un contatto con il loro mondo interno estrovertendoli sempre di più, per gli introversi diventano addirittura patogeni, non riuscendo essi ad adattarsi se non pagando prezzi elevatissimi in termini di disagio  esistenziale se non psicologico. Infatti molti introversi si chiudono rispetto al mondo esterno più del necessario per salvaguardare la propria identità, introvertendosi, e covando verso i cosiddetti &#8220;normali&#8221; rabbie di ogni genere, rabbie che derivano anche dal senso di giustizia sempre fortemente, a volte drammaticamente, rappresentato nel corredo emozionale introverso.</p>
<p>Secondo la visione da noi adottata, alla base dello sviluppo dell&#8217;essere umano si colloca la dialettica tra due bisogni fondamentali che sono organizzatori dell&#8217;identità: il bisogno di appartenenza/integrazione sociale e il bisogno di individuazione personale. </p>
<p>Il primo, il <strong>bisogno di appartenenza-integrazione sociale</strong>, è  la necessità che abbiamo di sentirci parte di quella che si può definire la &#8220;tribù di appartenenza&#8221;: famiglia, contesto, società, della quale, poiché voglio sentirmene parte, condivido regole, idee, mentalità, valori, codici culturali e comportamentali.<br />
Questo bisogno ci rende influenzabili all&#8217;ambiente, e ci porta ad acquisire, come abbiamo detto, i moduli comportamentali del gruppo di cui si è membri  privilegiando la volontà altrui, la forza dell&#8217;insieme piuttosto che quella del singolo e quindi la coesione sociale; sentendoci spinti a compiere quello che riteniamo sia il nostro dovere, in particolare i doveri sociali, di ruolo: diventare una buona madre, un buon padre, figlio, lavoratore, cittadino, studente eccetera&#8230;</p>
<p>Il <strong>bisogno di individuazione personale</strong> invece promuove la differenziazione individuale, la vocazione ad essere personale, la coscienza critica, la volontà propria, i diritti individuali, la rivendicazione di libertà ribellandomi ai doveri sociali e di ruolo. Per individuarmi, infatti, devo in qualche misura oppormi entrando in conflitto con l&#8217;ambiente in cui vivo, mettendone in discussione, in maniera critica, mentalità, valori, codici culturali. La fase adolescenziale, come ben sappiamo, rappresenta la grande crisi oppositiva della vita, indispensabile tuttavia per lo sviluppo dell’adulto ben individuato che dovremmo diventare. Tali bisogni antitetici, perché l&#8217;individuo non sviluppi un malessere, dovrebbero coesistere in una relazione dinamica, che non ne annulli uno in favore di un altro: nessuno di noi è felice se deve fare solo quello che vogliono gli altri, né se per essere libero deve contrapporsi continuamente, in perenne conflitto con l&#8217;ambiente recidendo i propri legami. Sentirsi obbligati a dire sempre di sì o a dire sempre no è in fondo la stessa prigione.</p>
<p>Indispensabile è quindi una consapevolezza di come questi due bisogni siano diversamente connotati in ognuno di noi (per alcuni, ad esempio, il bisogno di opposizione-individuazione è connotato più fortemente che in altri o viceversa) e di come influenzino enormemente il nostro mondo emozionale e conseguentemente le decisioni e le azioni della nostra vita. Se l&#8217;individuo non riesce a costruirsi un <strong>Io consapevole</strong> capace di mediare tra queste due organizzatori dell&#8217;identità, si corre il rischio di alienarne uno dei due, diventando per chi aliena il bisogno di individuazione personale quello che definiamo un &#8220;bambino d&#8217;oro&#8221;, per chi aliena il bisogno di appartenenza sociale il bambino cosiddetto &#8220;oppositivo&#8221;.</p>
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		<title>Nutrimento ed emozioni</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Sep 2007 14:23:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandra Bonessi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Workshop]]></category>
		<category><![CDATA[consapevolezza]]></category>
		<category><![CDATA[emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[riflessione]]></category>

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		<description><![CDATA[Workshop sulle emozioni 30 agosto &#8211; 1 settembre 2007, Caprarola (VT) Relazione della dott.ssa Alessandra Bonessi Quando si parla di nutrimento si pensa immediatamente al cibo: la qualità degli alimenti con cui ci nutriamo, la loro provenienza, il loro essere più o meno biologici, la maniera in cui mangiamo: troppo veloci, troppo lenti, troppo poco, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="alignr"><strong>Workshop sulle emozioni<br />
30 agosto &#8211; 1 settembre 2007, Caprarola (VT)<br />
Relazione della dott.ssa <span class="highlight-blue">Alessandra Bonessi</span></strong></p>
<p>Quando si parla di nutrimento si pensa immediatamente al cibo: la qualità degli alimenti con cui ci nutriamo, la loro provenienza, il loro essere più o meno biologici, la maniera in cui mangiamo: troppo veloci, troppo lenti, troppo poco, troppo. La chimica della digestione influenza grandemente la nostra vita emozionale (e viceversa). Una cosa è oramai assodata: abbiamo, nella nostra civiltà del &#8220;benessere&#8221;, perso il collegamento con la voce dell&#8217;intelligenza istintiva che sa già tutto sui bisogni interni dell&#8217;organismo: se cercare o astenersi da questo o quello; se mangiare di buon appetito o digiunare. Senza questo contatto, tutte le teorie sulle diete sono perfettamente inutili.</p>
<p>C&#8217;è un&#8217;altra fonte di nutrimento tuttavia per l&#8217;essere umano, parliamo di &#8220;nutrimento psichico&#8221;: il percepire le sollecitazioni del mondo esterno. Anche le nostre percezioni infatti passano attraverso una sorta di processo digestivo e di raffinazione, ma mentre il cibo solido viene raffinato quasi automaticamente fino alla sua trasformazione finale, la digestione di ciò che percepiamo dipende largamente dalla nostra selezione, dalla nostra attenzione, dalla nostra comprensione dei dati che formano l&#8217;evento. Nel caso delle percezioni, oserei dire, dipende interamente dal grado di consapevolezza di colui che le riceve. E con l&#8217;aumento della consapevolezza, le percezioni possono essere &#8220;raffinate&#8221; fino al punto di modificare migliorando ancora di più, come in un circolo virtuoso, le nostre emozioni e i nostri pensieri, che sono per utilizzare una terminologia &#8220;culinaria&#8221;, fra di loro impastati.</p>
<p>L&#8217;altro giorno mi sono trovata a leggere sul giornale l&#8217;ennesimo fatto di cronaca: un delitto efferato, descritto dal giornalista di turno con dovizia di particolari scabrosissimi. Chiuso il giornale, mi sono dedicata come niente fosse alle mie attività quotidiane, quando ad un certo punto, inspiegabilmente, ho cominciato a non sentirmi bene: ero agitata, non riuscivo a concentrarmi bene su quello che facevo, in alcuni momenti mi sentivo prossima al pianto. Non capivo: non era successo niente quella mattina, la mia giornata stava scorrendo tranquilla come tutte le altre, cosa mi stava succedendo? Mi ci è voluto del tempo per risalire alla causa di quel malessere: era stata la lettura di quell&#8217;articolo di giornale.<br />
Come mai non è stato per me così ovvio fare un collegamento immediato? Perché oramai, bombardati continuamente con un&#8217;ossessione mediatica straordinaria di storie del genere,  le andiamo automaticamente a ricercare, non accontentandoci più di sapere cosa è successo, prendendone atto, ma preda di un&#8217;insana bulimia, ascoltiamo cinque telegiornali al giorno, leggiamo articoli sempre più aberranti, nutrendoci così delle manifestazioni peggiori dell&#8217;umanità.</p>
<p>Come possiamo poi pretendere che il nostro mondo emozionale si attesti su un registro di fiducia, di serenità? Selezioniamo o no le impressioni che ci arrivano dal mondo esterno o ingurgitiamo, come in un&#8217;enorme fast-food, tutto ciò che la società ci propina? Attenzione, non sto parlando di fare lo struzzo e di far finta che il mondo non sia pieno di atrocità. Sto parlando di abbandonare quell&#8217;inutile morbosità, quella ricerca compulsiva dell&#8217;&#8221;emozione forte&#8221; che oramai ricerchiamo sulle riviste, in televisione, al cinema. Se veramente qualcosa ci indigna, non è certo nutrendoci di ciò che il mondo sarà migliore. Se abbiamo il desiderio di cambiare qualcosa possiamo decidere, nel nostro piccolo, di agire. Come? Con un <em>fare orientato</em>, perseguendo un obiettivo, anche minimo ma concreto, che possa essere di utilità contemporaneamente a me e a chi ho deciso di portare aiuto.</p>
<p>Come comportarci, tuttavia, quando non è in nostro potere selezionare le percezioni che ci raggiungono, quando non si tratta di spegnere la televisione, di chiudere un giornale, insomma quando non è in nostro potere scegliere? Ad esempio quando siamo costretti, magari per lavoro, ad interagire con persone che ci irritano o a frequentare ambienti per noi &#8220;indigesti&#8221;? Nel linguaggio comune si usa dire &#8220;quella persona mi sta proprio sullo stomaco&#8221; oppure &#8220;quella cosa lì non l&#8217;ho proprio digerita&#8221;. Qualcosa possiamo fare, ed è <em>prendere distanza</em>. Che si intende per prendere distanza? Non certo allontanarsi o fuggire dalla situazione (abbiamo detto che in molti casi non ci è possibile), ma <em>mettere una distanza tra la sollecitazione e la risposta</em>, ossia mettere un tempo prima della nostra reazione e in quel tempo operare una &#8220;magia&#8221;, la magia della trasformazione: la digestione, la raffinazione dell&#8217;alimento prima indigesto.<br />
Come, con quale elemento in più rispetto a prima? Un atto volontario di consapevolezza: la riflessione, la <em>riflessione attiva</em>. Farci delle domande, prima di tutto su me stesso: perché quel cibo &#8211; ossia le manifestazioni dell&#8217;altro &#8211; mi rimane così indigesto? In precedenza questo tipo di &#8220;alimento&#8221; mi ha già fatto stare male? Qual è il mio bisogno, magari nascosto dietro una rabbia infinita?<br />
E poi domande sull&#8217;altro: Cosa ha proiettato lui/lei su di me, quali aspettative? Chi è veramente, qual è il bisogno che esprime? Quale può essere stata la sua storia per averlo portato a comportarsi così?<br />
Calmiamoci, prendiamo del tempo. Questo tempo non è un tempo che ci rallenterà, ma un tempo che ci velocizzerà. Perché ci velocizzerà? Perché prima di tutto non entreremo in dinamiche di conflitti lunghi ed estenuanti. Osserviamo l&#8217;umanità di cui naturalmente facciamo parte: tutti corrono, tutti reagiscono: sollecitazione-risposta, sollecitazione- risposta&#8230; E tutto è in realtà fermo, tutto uguale: la storia, noi. Il tempo che impiegheremo per una riflessione attiva, rinunciando ad una risposta automatica pregna di un&#8217;emotività che non ci lascia spazio per sentire e vedere altro, ci permetterà invece di velocizzarci, di muoverci. In che direzione? Fuori dai pensieri circolari, fuori dalle recriminazioni, fuori da uno sterile orgoglio che non ha niente a che fare con la clemenza e la tolleranza che ogni essere umano deve a sé e al suo prossimo nella direzione di un cambiamento che, se lo desideriamo, può renderci un po&#8217; più liberi, un po&#8217; più consapevoli, un po&#8217; più felici.</p>
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