Informazioni su Luigi Anepeta

Luigi Anepeta, psichiatra critico, impegnato da molti anni a costruire un modello psicopatologico interdisciplinare che comprenda e spieghi i nessi reciproci tra soggettività e storia sociale, dopo aver partecipato alla stagione antistituzionale si è dedicato alla psicoterapia, alla formazione di operatori e alla ricerca. Ha pubblicato La politica del Super-io (Armando, 1992), Il mondo stregato (Armando, 1995), Abracadabra (Libreria Croce, 2000), Miseria della neopsichiatria. Sul delirio e sulla predisposizione schizofrenica (Angeli, 2001), Star male di testa (Libreria Croce, 2002), Timido, docile, ardente. Manuale per capire ed accettare valori e limiti dell’introversione (propria o altrui) (Angeli, 2005 – 2007).

Introversione e Individuazione

1.

È il momento di porsi un quesito fondamentale per il futuro della LIDI: perché i contenuti culturali che essa cerca di diffondere colpiscono gli introversi che ne vengono a conoscenza, ma non fa presa su di essi, vale a dire non induce un’adesione all’Associazione e una partecipazione attiva?

Cercherò di rispondere a questo quesito senza adornare il discorso di formule banali che si adottano comunemente per analizzare un “insuccesso”. Per un’Associazione fondata da quasi quattro anni, la cui sigla implica la pretesa di operare a livello nazionale, un numero di iscritti di poche decine è, di fatto, tale, anche se appare piuttosto in contrasto sia con la vitalità del sito e del forum sia con il numero di copie di Timido, docile, ardente… sinora vendute (circa 2000).

L’analisi critica deve partire proprio dal saggio e dalla sua struttura che, eccezion fatta per qualche vago consiglio rivolto ai genitori e agli insegnanti, non concede nulla alla moda, dilagante nei libri di psicologia e di varia umanità, di far seguire all’illustrazione di un problema le ricette per risolverlo. Questa “insufficienza”, che, peraltro, si riscontra in tutti i miei libri, e avrebbe bisogno di una lunga giustificazione che non è il caso di fornire qui, si ricava facilmente dalla reazione ambivalente che la sua lettura suscita nei più.

La presa di coscienza di essere introversi e la comprensione di ciò che significa questo particolare modo di essere è di solito illuminante. Dopo un entusiasmo iniziale per una scoperta che è un po’ come un uovo di Colombo, gli introversi capiscono, in genere, di non essere “difettosi”, “anormali”, “malati”, ma questa consapevolezza, se migliora in qualche misura la percezione che hanno di sé, non incide sulla vita di relazione sociale, che rimane sottesa da un nodo di vissuti negativi e contraddittori (autosvalutazione, isolamento, invidia e disprezzo nei confronti dei “normali”, rabbia per lo stato di cose esistente nel mondo, ecc.) L’iniziale entusiasmo, insomma, dà luogo ad una delusione: di fatto, poco o nulla cambia dentro di sé e, a maggior ragione, nell’interazione quotidiana con il mondo.

Occorre, a questo riguardo, essere realisti. La nostra cultura è impregnata di pragmatismo. Non uso questo termine in senso negativo. Ritengo che gli esseri umani, sia a livello individuale che collettivo, non possano prescindere dal cercare soluzioni ai problemi in cui si imbattono, di qualunque ordine essi siano. Non è sorprendente, dunque, che gli introversi, al di là del prendere coscienza di essere tali e di capire cosa questo di fatto significhi sul piano teorico – in breve, uno stato di disadattamento evolutivo funzionale a promuovere uno sviluppo differenziato e in qualche misura originale della personalità -, nutrano l’aspirazione a vivere meglio. Tale aspirazione, coincida essa con uno stato di malessere sommerso o di malessere franco (psicopatologico), si traduce comunemente in una richiesta univoca – come si fa a risolvere i problemi? – con la quale occorre fare i conti.

La mente umana non è un computer: la complessità straordinaria e la sua natura di sistema dinamico, sotteso da un mare di emozioni, di memorie e di contenuti di pensiero, rappresentano la sua grandezza e il suo limite per chi la amministra. Se fosse un computer, sarebbe possibile metterci dentro le mani, montare, smontare i pezzi, sostituirli, ecc. Al limite, un computer non riparabile si rottama e se ne compra un altro. Non essendolo, tutto ciò non è possibile: non lo è per i tecnici, ma neppure per gli amministratori della “macchina”. I malfunzionamenti vanno rimediati in mare aperto, mentre la barca continua ad andare.

Parecchi sanno il fascino che esercita su di me la navigazione a vela come metafora della vita. Andare su di una barca a vela, di quelle piccole, che sono più simbolicamente vicine all’esperienza individuale, significa accettare di avere un controllo minimale sui fattori che consentono ad essa di rimanere in rotta: significa, in breve, raccogliere una sfida con il caso, vale a dire con variabili (il vento, la corrente) del tutto indipendenti dalla volontà del timoniere. Non c’è nulla di più arduo, quando si naviga a vela, di dovere rimediare ad un guasto. Le manovre che a terra risulterebbero semplici diventano indefinitamente complicate, perché, se è possibile allentare le vele, essa non rimane mai del tutto ferma.

Fuori di metafora, il mare aperto nel quale navighiamo (mettendo da parte il porto familiare che, talora, non è affatto sicuro) è il mondo così com’è, dominato da un modello – quello estrovertito – che non facilita di certo la rotta degli introversi. Non la facilita, ma non la rende neppure impossibile. Perché allora, per molti di noi, è così difficile mantenere l’equilibrio e la rotta? Penso che le difficoltà siano due: la prima è la non accettazione del proprio modo di essere in ciò che esso ha di inesorabilmente vincolante sotto il profilo genetico; la seconda è l’aspirazione latente, talora inconfessata, a raggiungere lo stato di apparente “benessere” di cui godono i “normali”. Solo raramente, queste difficoltà sono esplicitate. Sono soprattutto gli adolescenti introversi che rifiutano di accettare la scelta operata dalla natura e di pagare ad essa un prezzo in termini di più o meno dolorosa consapevolezza della diversità.

Tra i giovani e gli adulti, e particolarmente tra quelli che accolgono il messaggio della LIDI, sembra prevalere l’accettazione della propria condizione, e talora addirittura una sorta di orgoglio che accentua il rifiuto nei confronti dei normali. Temo, però, che la scarsa adesione alla LIDI – tenuto conto del numero di lettori del saggio e di utenti che accedono al forum e affermano di avere scoperto il valore del proprio modo di essere – attesta che quell’accettazione è più formale che sostanziale. Ciò significa, né più né meno, che la domanda cui ho fatto cenno – come si fa a risolvere i problemi? – ha delle implicazioni più complesse di quanto si possa pensare. C’è in particolare da chiedersi se i problemi vissuti sulla pelle – l’inadeguatezza, il disagio legato all’esposizione sociale, l’autosvalutazione, l’isolamento, ecc. – siano veramente quelli da risolvere. Penso di no. Il vero problema, a mio avviso, è la non accettazione dei vincoli inerenti l’introversione e del “destino” che essi comportano.

La civiltà dell’empatia – Jeremy Rifkin

1.

L’urgenza di costruire una visione integrata dell’uomo e della sua storia – una panantropologia, dunque, utilizzando i dati forniti da molteplici discipline – evoluzionismo, genetica, neurobiologia, psicologia, psicoanalisi, storia, sociologia, economia, politica, ecc. -, non è mai stata viva come oggi. Ritengo che questo dipenda da due fattori correlati tra loro: per un verso, dalla crisi nella quale versa la civiltà occidentale, i cui valori fondanti – storicamente riconducibili al Cristianesimo, al Liberalismo e al Socialismo – appaiono sempre più scollati e astratti rispetto ad una realtà sociale atomizzata, anomica, liquida (nell’accezione di Bauman); per un altro, dal fallimento del pensiero debole o più in generale post-modernista, che non è riuscito minimamente ad incidere sulla coscienza sociale, la quale appare sempre più orientata verso il recupero di tradizioni e valori etnocentici, compresi i rischi di rigurgiti sciovinisti erazzisti che ciò comporta.

La civiltà dell'empatiaL’urgenza è comprovata dal fatto che, in tutto l’arco delle scienze umani e sociali e della stessa filosofia, molteplici autori, partendo da una competenza riferita ad un determinato ambito, allargano il loro sguardo nel tentativo di includere tutti gli altri. Dato che tentativi del genere sono stati portati avanti, negli ultimi anni, da genetisti, biologi evoluzionisti, psicologi, psicoanalisti, sociologi, filosofi, ecc., c’è da pensare che essi corrispondano, più che a forme di imperialismo disciplinare o semplicemente di narcisismo, ad una sorta di “compulsione” intellettuale, destinata, un giorno o l’altro, ad esitare in uno sforzo autenticamente interdisciplinare, reso per ora difficile o impossibile dalla diversità dei linguaggi tecnici. Il rischio dei tentativi che vengono posti in essere è, ovviamente, che i dati non appartenenti alll’ambito di competenza dell’autore vengano utilizzati “disinvoltamente”, vale a dire in maniera impropria o imprecisa.

È un rischio da correre, ma, nella misura in cui il pericolo ch’esso comporta si realizza, è giusto segnalarlo, senza che ciò significhi sminuire il valore di un’opera. Ne La civiltà dell’empatia di Rifkin tale pericolo, in una certa misura, si realizza, ma associato ad una tale densità di pensiero e passione da meritare ammirazione. Questa recensione non è dunque una “stroncatura”, bensì il tentativo di definire criticamente un concetto essenziale ai fini della costruzione di un modello panantropologico – quello, appunto, di empatia.

Jeremy Rifkin, sociologo ed economista, appartiene, con Jacques Attali, alla schiera dei tecnocrati illuminati, vale a dire degli studiosi che valorizzano al massimo grado lo sviluppo della tecnologia identificando in esso il motore della storia umana e, benché siano consapevoli dell’ambivalenza intrinseca in essa (alienazione/umanizzazione), nondimeno vi si appellano per preconizzare un futuro “ottimistico”.

In maniera complementare ad Attali, che in Breve storia del futuro prevede l’avvento di una iperdemocrazia portata avanti da imprenditori relazionali interessati al bene comune più che alle ragioni di mercato, Rifkin che, in opere precedenti (La fine del lavoro, Il sogno europeo), ha sempre valorizzato l’economia sociale fondata sugli scambi relazionali più che mercantili, vede all’orizzonte la possibilità di una terza rivoluzione industriale, destinata a portare l’umanità fuori dalla sua “preistoria”. Egli insomma pone un nesso di continuità tra il passato e il futuro, e ritiene che i segni del trapasso siano già del tutto evidenti. Tra questi segni il più importante è il recupero della socialità empatica che il liberismo ha mortificato e negato. Egli ritiene, però, sia pure implicitamente, che quella negazione era necessaria per arrivare al punto che l’individuo sviluppato e differenziato percepisse l’unicità e la caducità dell’esistenza, la sua solitudine esistenziale, la sua infelicità: sentimenti, questi, che promuovono e riabilitano l’empatia e il bisogno di legami sociali significativi.

Purtroppo, per arrivare a questo livello di sviluppo, l”umanità ha dovuto utilizzare e saccheggiare le risorse energetiche del pianeta, sicché la Civiltà dell’empatia, che secondo Rifkin si profila all’orizzonte, si trova sull’orlo di un baratro ecologico. Questo paradosso è il tema centrale del saggio e viene esplicitato chiaramente nell’introduzione:

Questo libro presenta una nuova interpretazione della storia della civiltà alla luce dell’evoluzione empatica della razza umana e della sua profonda influenza sullo sviluppo e, probabilmente, sul futuro della nostra specie.

Dalle ricerche scientifiche in ambito biologico e cognitivo sta emergendo una visione radicalmente nuova della natura umana che suscita controversie non solo nei circoli intellettuali, ma anche nella comunità economica e politica. Recenti scoperte nel campo della neurologia e delle scienze dell’età evolutiva, infatti, ci costringono a rivedere l’inveterata convinzione che gli esseri umani siano per natura aggressivi, materialisti, utilitaristi e dominati dall’interesse personale. La graduale presa di coscienza del fatto che siamo membri di una specie profondamente empatica ha ampie ricadute sulla società.

Questa nuova interpretazione della natura umana apre la porta a un’avventura assolutamente medita. Le pagine che seguono ricostruiscono l’affascinante storia dello sviluppo dell’empatia nell’uomo, dal nostro antico passato mitologico all’ascesa delle grandi civiltà teologiche, all’era ideologica che ha dominato il Settecento e l’Ottocento, all’era psicologica che ha caratterizzato gran parte del Novecento, fino al drammatico inizio del ventunesimo secolo.

Osservare la storia economica attraverso la lente dell’empatia ci permette di scoprire alcuni fili della vicenda umana finora nascosti. Il risultato è un nuovo arazzo sociale – la «civiltà dell’empatia» – tessuto a partire da varie discipline: dalla letteratura alle arti, dalla teologia alla filosofia, dall’antropologia alla sociologia, dalle scienze politiche alla psicologia, alla teoria della comunicazione.

Al centro della storia umana c’è la paradossale relazione che intercorre fra empatia ed entropia. Nel corso dei secoli, la convergenza di nuovi regimi energetici e di nuove rivoluzioni nel campo delle comunicazioni ha creato società sempre più complesse. Le civiltà tecnologicamente più avanzate hanno mescolato popoli diversi, aumentando la sensibilità empatica e facendo espandere la coscienza umana. Ma questa crescente complessità ha comportato un enorme impiego di risorse naturali, che ora rischiano di esaurirsi.

Per colmo di ironia, lo sviluppo della coscienza empatica è stato reso possibile solo da un consumo sempre maggiore di energia e risorse naturali, che ha condotto a un drastico deterioramento della salute del pianeta.

Oggi ci troviamo di fronte alla catastrofica prospettiva di raggiungere finalmente uno stato di empatia globale in un mondo interconnesso, ad alta intensità di energia, mentre il sempre più oneroso conto entropico minaccia di provocare un cataclisma climatico e mette in discussione la nostra stessa sopravvivenza. La risoluzione del paradosso empatia-entropia sarà molto probabilmente il banco di prova definitivo della capacità della specie umana di sopravvivere e prosperare in futuro sulla terra. Ma, per riuscire a vincere la sfida, sarà necessario un radicale ripensamento dei nostri modelli economici, filosofici e sociali…

Ritengo che ci troviamo al punto di svolta verso una transizione epocale a un’economia «climacica» globale e a un radicale riposizionamento della presenza dell’uomo sul pianeta. L’era della ragione sta per essere sostituita dall’era dell’empatia.

Forse la domanda cruciale alla quale l’umanità deve dare una risposta è: possiamo raggiungere l’empatia globale in tempo utile per evitare il crollo della civiltà e salvare la terra?
pp. 3-5

Una nuova ricostruzione della storia della civiltà, aperta su di un’alternativa che può essere la catastrofe della specie o il suo approdo ad una socializzazione universale empatica: essendo questa la tesi di fondo del saggio, è difficile negare la sua ambizione panantrolopologica. La tesi viene confermata nel capitolo I, che anticipa le tre parti di cui si compone il saggio, e il cui titolo, per l’appunto, è: Il paradosso nascosto nella storia dell’uomo.

Sappiamo già dall’introduzione di cosa si tratta, ma non è inopportuno documentare come Rifkin ne definisce i termini. C’è, secondo l’autore, una storia dell’uomo che non è mai stata raccontata e fa capo al ruolo svolto dall’empatia:

Negli ultimi tempi c’è la tendenza a mettere in discussione l’idea che alla base della vicenda umana ci sia un senso che permea e trascende tutte le diverse narrazioni culturali che costituiscono le molteplici storie della nostra specie, e che forniscono il collante sociale per ciascuna delle nostre odissee. Questa concezione quasi certamente provocherebbe una generale smorfia di disgusto tra gli studiosi postmoderni, ma le prove sperimentali suggeriscono che, probabilmente, esiste un tema dominante nell’umana avventura.

I nostri cronisti ufficiali – gli storici – hanno dato poco spazio all’empatia come forza determinante nello svolgimento delle vicende umane. In genere gli storici scrivono di conflitti sociali e guerre, di grandi eroi e terribili malfattori, di progresso tecnologico e di esercizio del potere, di ingiustizia economica e di tensioni sociali. Quando gli storici si occupano di filosofia, di solito lo fanno in relazione all’organizzazione del potere. Raramente li sentiamo parlare dell’altra faccia dell’esperienza umana: quella che rivela la nostra profonda natura sociale, l’evoluzione e l’estensione degli affetti e l’impatto di tutto ciò sulla cultura e sulla società.

Il filosofo Georg Witheim Friedrich Hegel ebbe a dire che la felicità si trova «nelle pagine bianche della storia» perché esse corrispondono a «periodi di armonia». Le persone felici di solito vivono la propria vita in un «micromondo» di strette relazioni famigliari e di contatti sociali più estesi. La storia invece, nella maggior parte dei casi, è scritta dai delusi e dagli scontenti, dagli arrabbiati e dai ribelli, o da coloro che sono interessati a esercitare l’autorità sugli altri e a sfruttarli, e dalle loro vittime, intenzionate a correggere i torti e a ristabilire la giustizia. In tal senso, gran parte della storia scritta riguarda le patologie del potere.

Forse è questa la ragione per cui, quando pensiamo alla natura umana, la nostra analisi è così sconfortante. La nostra memoria collettiva si misura in termini di crisi e calamità, di feroci ingiustizie e terrificanti episodi di brutalità che infliggiamo ai nostri simili e alle altre creature. Ma se fossero questi gli elementi cardine dell’esperienza umana, l’uomo sarebbe già estinto da tempo.

Da qui sorge la domanda: perché siamo giunti a pensare a noi stessi in termini così tetri? La risposta è che i racconti di disastri e disgrazie hanno il potere di colpirci: sono inattesi e perciò suscitano allarme e interesse. Questo perché eventi di tal genere sono inusitati, non rappresentano la norma, fanno notizia, e quindi diventano materia di storia.

Il mondo quotidiano è assai diverso. Anche se la vita di tutti i giorni, vissuta nel proprio ambiente domestico, è punteggiata di sofferenze, tensioni, ingiustizie e colpi bassi, per la maggior parte trascorre fra centinaia di piccoli gesti di generosità e gentilezza. Il conforto reciproco e la compassione tra persone creano fiducia, stabiliscono legami di socialità e apportano gioia alla vita di ciascun individuo. Gran parte delle nostre interazioni quotidiane con le altre persone è di tipo empatico, perché questa è la nostra natura. L’empatia è il mezzo attraverso il quale creiamo la vita sociale e facciamo progredire la civiltà. In breve, è la straordinaria evoluzione della coscienza empatica a costituire il sottotesto essenziale della storia dell’uomo, anche se gli storici hanno mancato di dedicarle la dovuta attenzione.

C’è un’altra ragione per cui l’empatia attende ancora di essere esaminata seriamente in tutti i suoi aspetti antropologici e storici. Il problema è da identificare nello stesso processo evolutivo. La coscienza empatica si è sviluppata lentamente lungo il corso dei 175.000 anni di storia dell’umanità: a volte è fiorita, per poi regredire per lunghi periodi. Lo sviluppo dell’empatia e lo sviluppo del sé vanno di pari passo, e accompagnano la crescente complessità e sete di risorse delle strutture sociali che caratterizzano l’esistenza umana. In questo libro esamineremo appunto tale rapporto.

Dato che lo sviluppo dell’idea del sé è assolutamente vincolato allo sviluppo della coscienza empatica, lo stesso termine «empatia» non è entrato nel vocabolario dell’uomo fino al 1909, più o meno nel periodo in cui la psicologia moderna ha cominciato a esplorare le dinamiche dell’inconscio e della coscienza. In altre parole, solo quando l’uomo ha raggiunto uno stadio di evoluzione della percezione del sé tale da cominciare a riflettere sulla natura dei suoi sentimenti e pensieri più riposti in rapporto a quelli degli altri, è stato in grado di riconoscere l’esistenza dell’empatia, trovare le metafore per discuterne e sondare i profondi recessi dei suoi molteplici significati.
pp. 11-12

Definendo una relazione diretta tra sviluppo dell’idea del sé e sviluppo della coscienza empatica, Rifkin avanza un’ipotesi forte (e, come vedremo, discutibile) che conferma ulteriormente nei seguenti termini:

Il risveglio del senso di sé, innescato dal processo di differenziazione, è cruciale per io sviluppo e l’estensione dell’empatia. Più è sviluppato e individualizzato il sé, più è grande la nostra percezione dell’unicità e caducità dell’esistenza, della nostra solitudine esistenziale e dell’infinità di sfide che dobbiamo affrontare per esistere e prosperare. Sono questi nostri sentimenti che ci permettono di provare empatia per sentimenti simili negli altri. Un sentimento empatico più solido permette anche a una popolazione sempre più individualizzata di creare legami di affiliazione anche nell’ambito di organismi sociali sempre più interdipendenti, estesi e integrati. È questo il processo che caratterizza ciò che chiamiamo «civiltà»: il superamento dei legami di sangue tribali e la risocializzazione di individui distinti sulla base di legami associativi. L’estensione empatica è il meccanismo psicologico che rende possibili la conversione e la transizione. Quando diciamo «civilizzare», in realtà è come se dicessimo «empatizzare».
p. 25

La globalizzazione dell’empatia comporta però un problema:

Oggi, in quella che sta rapidamente diventando una civiltà interconnessa a livello globale, la coscienza empatica sta appena cominciando a estendersi alle piaghe più remote della biosfera e a tutte le creature viventi.

Sfortunatamente, ciò avviene proprio nel momento storico in cui, al fine di mantenere una civiltà urbana complessa e interdipendente, le stesse strutture economiche che permettono di connetterci stanno assorbendo molto rapidamente quei che rimane delle risorse della terra e, al tempo stesso, stanno distruggendo la biosfera.
p. 25

Proprio nel momento in cui stiamo cominciando a scorgere la prospettiva di una coscienza empatica globale, ci ritroviamo prossimi alla nostra stessa estinzione. Nell’ultimo mezzo secolo, ci siamo dati un gran da fare per universalizzare l’empatia. Di fronte all’Olocausto avvenuto durante la seconda guerra mondiale, l’umanità ha detto «mai più!», estendendo l’empatia a un numero enorme di individui in precedenza considerati men che umani – tra cui le donne, gli omosessuali, i disabili, le persone di colore e gli appartenenti a minoranze etniche e religiose e ha codificato questa nuova sensibilità sotto forma di diritti e politiche sociali, leggi sui diritti umani e oggi perfino norme per la protezione degli animali. Siamo ormai sulla buona strada per eliminare dal vocabolario i concetti di «altro», «alieno», «estraneo». E malgrado le prime luci di questa nuova coscienza della biosfera siano a malapena visibili (le tradizionali distorsioni xenofobe e i pregiudizi continuano a rappresentare la norma), il solo fatto che la nostra estensione empatica stia ora esplorando domini in passato inesplorabili rappresenta un trionfo nel percorso evolutivo dell’uomo.

Eppure, questi primi bagliori di una coscienza empatica globale sono offuscati dalla crescente consapevolezza che potrebbe essere troppo tardi per allontanare la minaccia del cambiamento climatico e della possibile estinzione della specie umana: una conseguenza dell’evoluzione di quell’organizzazione economica e sociale sempre più complessa e affamata di energia che ci ha permesso di approfondire il nostro senso di individualità, di unire persone differenti, di allargare il nostro abbraccio empatico e di espandere la coscienza umana.

Stiamo rapidamente giungendo a ottenere una coscienza della biosfera in un mondo a rischio di estinzione. Capire la contraddizione che connota l’avventura umana è fondamentale affinché la nostra specie riesca a rinegoziare una relazione sostenibile con il pianeta in tempo utile per evitare di precipitarlo nell’abisso.

Il compito fondamentale che dobbiamo portare a termine è quello di analizzare in profondità questo paradosso della storia umana, esplorandone esaurientemente il funzionamento e i percorsi, le complessità e le articolazioni, al fine di trovare una via d’uscita da tale situazione. Il nostro viaggio comincia nel punto in cui le leggi dell’energia che governano l’universo si frappongono alla predisposizione umana a valicare continuamente l’isolamento, cercando la compagnia dell’altro per mezzo di organizzazioni sociali sempre più complesse e affamate di energia. La dialettica implicita nella storia dell’uomo è il continuo anello di feedback fra espansione empatica e aumento dell’entropia.
pp. 26-27

Questa dialettica, a dire il vero, è un’assoluta novità proposta da Rifkin, che merita una citazione che tenta di illustrarla:

Se osserviamo più da vicino le testimonianze storiche che raccontano l’evoluzione dell’uomo, e soprattutto il feedback dialettico fra l’estensione dell’empatia e l’aumento dell’entropia, si aprono ai nostri occhi nuove prospettive per considerare la natura umana e la ricerca umana.

Il riconoscimento dell’esistenza finita dell’altro è ciò che collega la coscienza empatica alla consapevolezza entropica. Se possiamo identificarci con la sofferenza dell’altro, ciò che cerchiamo di sostenere e con cui empatizziamo è la sua volontà di vivere. Le leggi della termodinamica, e soprattutto la legge dll’entropia, ci dicono che ogni istante della vita è unico, irripetibile e irreversibile – invecchiamo, invece di ringiovanire -, e per questa ragione dobbiamo la nostra esistenza all’energia disponibile che sottraiamo alla terra, che costituisce il nostro essere fisico e ci tiene lontani dallo stato di equilibrio rappresentato dalla morte e dalla decomposizione. Quando empatizziamo con un altro essere, comprendiamo inconsciamente che la sua esistenza, proprio come la nostra, è fragile e finita, ed è resa possibile da un continuo flusso di energia.

Solo recentemente, però, siamo diventati consapevoli del fatto che dobbiamo il nostro benessere, almeno in parte, all’accumularsi del nostro personale debito entropico nell’ambiente che ci circonda.

La seconda legge della termodinamica e l’entropia sono un costante memento della natura della lotta che anima la vita di ciascuno di noi e che ci unisce in un vincolo di comunanza e solidarietà. L’estensione empatica è la consapevolezza della vulnerabilità che condividiamo e, quando si esprime, diventa la celebrazione della nostra comune voglia di vivere.

Allo stesso tempo, forme di civiltà sempre più complesse e affamate di energia ci offrono l’occasione per una maggiore esposizione al contatto con altri individui. Più è ricca la varietà ditale esposizione, maggiore è la probabilità che un individuo riconosca sfaccettature del proprio essere nell’esperienza degli altri ed estenda la propria coscienza empatica.

Ciò che è particolarmente interessante nel processo è che l’estensione empatica non permette solo all’uno di sperimentare la sofferenza o la condizione dell’altro «come se» fosse la propria, ma contribuisce anche a rafforzare e approfondire il proprio senso di sé. Il sociologo Chan Kwok-Bun sintetizza così il processo:

L’autenticità di ciò che ho scoperto su me stesso è rafforzata perché ho trovato conferma di una parte di me in te, e tu in me.

Il costante feedback empatico è il collante sociale che rende possibili società sempre più complesse. Senza empatia, sarebbe impossibile perfino immaginare la vita sociale e l’organizzazione stessa della società. Una società di individui narcisisti, sociopatici e autistici è impossibile: le società necessitano di animali sociali, e gli animali sono sociali se sono empatici.

Dunque, strutture sociali più complesse promuovono il rafforzamento dell’idea del sé, una maggiore esposizione alla diversità dell’altro e una maggiore possibilità di empatia estesa. La vita del villaggio è, per tradizione, più chiusa e xenofoba. Le comunità che la caratterizzano hanno una forte probabilità di considerare lo straniero alieno e diverso. Al contrario, la vita urbana, che espone quotidianamente a molteplici rapporti sociali ed economici con gli altri, in genere, anche se non in tutti i casi, incoraggia un atteggiamento più cosmopolita. Ma qui, ancora, c’è una contraddizione: il prezzo di tutto questo è una maggiore entropia nell’ambiente. E tuttavia questa affermazione può essere rovesciata: le strutture sociali più complesse, fino a oggi, hanno richiesto un maggiore flusso di energia e hanno prodotto maggiore entropia, ma hanno anche creato le condizioni per l’allargamento dell’empatia nei confronti dell’altro e del diverso.

Il tragico difetto della storia è che la nostra maggiore empatia e sensibilità crescono in proporzione diretta con il crescere del danno entropico che apportiamo al mondo che condividiamo e da cui dipendiamo per la nostra esistenza e per la perpetuazione della specie.

Ci troviamo oggi in un momento decisivo dell’esperienza umana: la corsa a una coscienza empatica globale si sta scontrando con il crollo entropico globale; i benefici che traiamo dall’empatia sono incalcolabili, ma lo sono anche i costi entropici.

Se la natura umana è effettivamente materialista, egoista, utilitarista e orientata al piacere, ci sono ben poche speranze di risolvere il paradosso empatia-entropia. Ma se invece la natura umana, a un livello più fondamentale, è predisposta all’affetto, alla comunione, alla socialità e all’estensione empatica, c’è la possibilità di sottrarsi al dilemma empatia-entropia e trovare una soluzione che ci permetta di ripristinare un equilibrio sostenibile con la biosfera.

Un’idea radicalmente nuova di natura umana sta lentamente emergendo e acquistando forza, con implicazioni rivoluzionarie sul modo in cui, nei secoli a venire, interpreteremo e organizzeremo le nostre relazioni sociali e ambientali. Abbiamo scoperto l’Homo empaticus.
pp. 40-42

Un nuovo anno con la LIDI

Cari Soci, vi ricordo che entro gennaio occorre versare la quota associativa annuale, che rimane immutata a 50 euro per i Soci Ordinari (trenta per i disoccupati e i giovani). La quota di iscrizione, che va versata una tantum da coloro che intendono diventare Soci della LIDI, è di 50 euro. Ricordo anche che i Soci o i nuovi iscritti i quali hanno disponibilità economica possono, volendo, versare un importo maggiore come Soci Sostenitori.

Per qualsiasi informazione potete consultare la sezione Diventa Socio.

Colgo l’occasione per rivolgere a tutti i Soci, a nome mio, del Vicepresidente e dei Consiglieri, affettuosi auguri di Buon Anno.

Il Presidente

Perché la LIDI? Riflessioni sulla funzione culturale dell’introversione

Conferenza “Che cos’è l’introversione. Dal pregiudizio alla conoscenza” (intervento del dott. Luigi Anepeta).

1.

Nella selva delle sigle che caratterizza il nostro mondo, quella della LIDI, quando viene esplicitata, evoca di solito qualche perplessità. L’esistenza di una Lega che si prefigge di tutelare i Diritti degli Introversi sembra un’iniziativa a dir poco singolare. Perché “etichettare”- ci viene chiesto – una categoria di soggetti in riferimento ad un orientamento caratteriale ritenuto negativo? Quali sono i diritti violati degli introversi che andrebbero tutelati? L’esigenza di una tutela non conferma paradossalmente la difficoltà di farli valere in prima persona, cioè un disadattamento?
Avanzate nel corso dei tre anni di vita dell’Associazione da varie persone sicuramente in buona fede, queste perplessità attestano un fenomeno ben noto ai sociologi: quello per cui la persistenza di un pregiudizio è in gran parte dovuta alla sua incorporazione nel senso comune, vale a dire in quell’insieme di convinzioni collettive vissute a tal punto come ovvie da non richiedere più riflessione.

Coniati da C. G. Jung nel 1920, i termini estroversione e introversione hanno avuto uno straordinario successo, diventando di uso corrente. Il senso comune, appropriandosene, ha dato ad essi una connotazione cognitivo-emozionale del tutto estranea al pensiero dell’autore, molto attento nel sottolineare i valori e i limiti delle due tipologie caratteriali. Tale connotazione si ricava anche dai dizionari nei quali l’introverso è definito chiuso, timido, silenzioso, freddo, schivo, distaccato, mentre l’estroverso aperto, comunicativo, sicuro, cordiale, espansivo, esuberante. Sia pure meramente descrittive, le definizioni lessicali vertono sul comportamento apparente, ma implicano una valutazione rispettivamente negativa e positiva. Il senso comune, purtroppo, ha contagiato anche la psicologia. Se si va su Internet e si digitano termini come timidezza, insicurezza, vergogna, fobia sociale, ecc. vengono fuori una pletora di centri professionali che offrono i loro servizi per risolvere questi “disturbi”. Se poi si circola nei forum giovanili dedicati a problemi psicologici, si scopre che la maggioranza degli utenti considerano l’essere introverso una condizione che ostacola l’adattamento sociale: in gergo giovanile, una “sfiga”.

All’epoca in cui Jung scrisse il suo capolavoro (Tipi psicologici), il pregiudizio non esisteva; oggi esiste ed è tangibile. Per sormontarlo non basta tentare di restaurare il significato originario e scientifico dei termini, approfondendolo alla luce degli sviluppi più recenti delle scienze umane e sociali. Occorre capire come esso si è prodotto e perché si è diffuso.

Che io sappia, non è stata fatta alcuna ricerca sociologica sul pregiudizio in questione. Forse non ce n’è neppure bisogno. Si può fare un test estremamente semplice a riguardo. Basta pronunciare dentro di sé i due termini e valutare la connotazione emozionale che ad essi si associa. Nella stragrande maggioranza delle persone la connotazione coincide con quella del senso comune e dei vocabolari. C’è, peraltro, una prova ancora meno confutabile. Quasi tutti gli introversi interiorizzano il pregiudizio. In conseguenza di questo, alcuni negano addirittura di essere introversi, altri convivono con la dolorosa consapevolezza di essere inferiori agli altri.

Il malessere degli introversi nel nostro mondo, che va da un senso interiore di disadattamento ad un disagio psichico conclamato, è un dato di fatto poco confutabile. Nell’ottica della LIDI, esso, però, non è costitutivo del modo di essere introverso, non dipende, cioè, dal venire al mondo con determinate caratteristiche psichiche, bensì dal fatto che la nostra cultura, in conseguenza di cambiamenti socio-storici, ha operato una “scelta” che privilegia in assoluto un modello normativo estroverso, e, di conseguenza, squalifica e disconferma il comportamento introverso che non si adegua ad esso. È questa scelta che la LIDI intende mettere in discussione perché, anche se essa non è riconducibile ad una volontà deliberata di danneggiare gli introversi, di fatto li danneggia, attivando in essi il vissuto di essere inadeguati, difettosi, “sbagliati” e spingendoli spesso nel vicolo cieco dell’isolamento e del disagio psicologico.

Nell’ottica della LIDI, l’esperienza degli introversi nel nostro mondo, problematica per molti aspetti, è in gran parte la conseguenza del pregiudizio sociale che li investe e che essi, purtroppo, interiorizzano, sviluppando precocemente un vissuto di più o meno grave inadeguatezza. Che tale pregiudizio sia inconsapevole è provato dal fatto che esso è adottato largamente dagli educatori (familiari, insegnanti) e si traduce, di solito, in una pressione pressoché continua operata sugli introversi a fin di bene perché imparino a stare con gli altri, a comunicare, a fare amicizie, ecc.

Il Forum della LIDI è ricco di testimonianze a riguardo. Ne riporto alcune, esemplari:

È una verità che ogni bambino introverso impara ben presto: la società non vuole persone introverse, non sa cosa farsene e così le incita a rinnegare il proprio carattere, i propri bisogni per altri che reputa migliori e più desiderabili. È questo il messaggio che mi è stato trasmesso sia a scuola che nella vita di tutti i giorni: devi parlare, interagire, essere al centro dell’attenzione anche solo per pochi secondi. Non rimanere in silenzio, non parlare di cose interessanti, non li fare sentire in imbarazzo con la tua incapacità di rincorrere gli argomenti. Il mondo è nelle mani degli estroversi, è palese, sono loro ad avere successo, a far carriera, a cogliere le opportunità migliori… o perlomeno questo è quello che vogliono farci credere. Il peggior difetto di un introverso? Essere quello che “non è di moda”. Il peggior difetto di un estroverso? Il non riflettere veramente su quello che dice o fa.

Per i miei genitori la mia timidezza introversione andava bene finché ero bambina, sai com’è ai “miei tempi” (negli anni 90!) c’era il mito del bambino silenzioso, giudizioso, bravo a scuola. Ed io ero proprio così. Quando sono cresciuta e dovevo allora abbracciare lo stereotipo prima dell’adolescente e poi dell’adulta aperta, simpatica, estroversa “sveglia” se vogliamo dire, le cose sono andate sempre più peggiorando. È una vita che mi dicono che devo cambiare, che se non cerco di cambiare non mi troverò mai bene nella vita, che siamo fatti per essere esseri sociali e non è possibile che io preferisca stare da sola che uscire con gli amici; che la vita è anche doversi confrontare con il giudizio degli altri e anche soffrirci… Mi dicono che alla mia età, 24 anni, bisogna essere pieni di vita e di brio, aver voglia di fare. Invece io sono sempre amante dei passatempi solitari: mi piace guardare film su internet, leggere notizie interessanti, leggere un bel libro da sola e fare escursioni da sola a contatto con la natura. Anche avere un’amica o due con cui confidarmi ma nel gruppo non mi ci trovo.
Mia sorella è molto estroversa, ha avuto tantissimi amici e a me, che ero riservatissima, l’hanno sempre proposta come modello, a volte credendo di spronarmi dicendo che “ero una fallita in confronto a lei” e che “non ce l’avrei mai fatta ad essere come lei” credendo di stimolarmi in quel modo. Ancora oggi non mi lasciano in pace.

Purtroppo le difficoltà stanno nel liberarsi dall’interiorizzazione di certi modelli e nel trovare interlocutori altrettanto liberi e autentici. La cosa è difficile e molto rara. Tutti noi, consapevoli o meno, usiamo delle maschere nell’affrontare gli altri. Questo è un metodo affinato dall’uomo che vive in società per riuscire a salvaguardare delle parti di sé intime e profonde (non sempre ha senso dire tutto,far sapere tutto di se, mettersi in gioco completamente e incondizionatamente, usare la massima fiducia e spontaneità nell’approcciare l’altro) e allo stesso tempo, però, a entrare in relazione con gli altri. Come tentativo di trovare un compromesso tra le due cose non sarebbe neanche troppo tremenda. Il guaio è che le persone – senza neanche rendersene conto – interpretano solo il ruolo assegnato e sono disturbate ossessivamente dall’avere anche un mondo interiore che vivono come fonte di problemi e di rovinosa compromissione delle prestazioni che devono dare all’esterno, quindi tentano di annullarlo, di non ascoltarlo, di eliminarlo il più possibile. Il fine è quello di aderire perfettamente ad un modello, essere artificiali, inautentici come segno di controllo di sé, di superiorità, efficienza, maturità e di bellezza. Tutti quelli che non riescono a recitare in maniera inappuntabile e che usano segni di genuinità, spontaneità e differenziazione, di scostamento dal “come si deve fare” sono vissuti come persone matte, strane, pericolose o che poverine, non ce la fanno, tradiscono incapacità a controllarsi, a sapersi muovere, parlare relazionarsi, debolezza, pochezza di mezzi, di forze e di risorse. Sono ben poche le persone che non si spaventano e che apprezzano chi si discosta dagli stereotipi, chi li interpreta a maniera sua o se ne inventa di altri.

L’amarezza critica esplicita in queste testimonianze non deve indurre a pensare che la LIDI si propone di processare le famiglie, gli insegnanti o la società. Essa intende piuttosto promuovere una riflessione sul modo di produzione antropologico proprio della nostra società. Se si sgombra il campo dall’astrazione psicologista per cui l’allevamento e l’educazione sono processi “naturali”, si capisce immediatamente che essi tendono a modellare una “materia prima” fornita dalla natura, che è il corredo genetico unico e irripetibile con cui ogni soggetto viene al mondo.

Per quanto si possano e si debbano valorizzare i rapporti affettivi tra gli educatori e i bambini ad essi affidati, non c’è dubbio che il processo educativo richiede l’adozione, più o meno consapevole, di “tecniche” finalizzate a realizzare un progetto. I progetti possono essere vari, a seconda degli ambienti e degli educatori, ma hanno un obiettivo univoco: la produzione di un soggetto capace di inserirsi nel mondo e di integrarsi in esso, assumendo determinati ruoli e adempiendo i doveri che essi comportano; la produzione, dunque, di un soggetto “normale” in rapporto ad un determinato contesto. Famiglie e Scuola sono, dunque, agenzie sociali cui è affidato, in ultima analisi, il compito di produrre cittadini.

In passato, che i figli fossero destinati a diventare, anzitutto, cittadini, era considerato ovvio. Gli uomini venivano allevati sulla base di principi tradizionali, vissuti come un patrimonio di sapere ereditato dai padri e dagli avi e, da adulti, tendevano ad agire in maniera conforme a quei principi. Il conformismo, in pratica, era un valore primario che non azzerava le differenze individuali, ma le conteneva entro schemi comportamentali ritualizzati, scarsamente flessibili. Oggi, secondo alcuni, le cose sono radicalmente cambiate. Una nuova sensibilità educativa comporterebbe una particolare attenzione per lo sviluppo dell’individuo come essere unico e irripetibile. Nessun educatore ovviamente prescinde dall’insegnare le buone maniere, ma si dà per scontato che ciò avvenga rispettando la diversità e la particolarità dell’individuo. Si tratta di un mito piuttosto che di una realtà. Anche se, infatti, in genere gli educatori tendono a riconoscere la diversità che si dà tra i figli e in una certa misura a rispettarla, essi non riescono a prescindere dal dovere che la società assegna loro: quella di costruire cittadini adattati a questa società, vale a dire ad una società dinamica e competitiva, che postula anzitutto di essere efficienti.

Il modello di riferimento al quale, lo voglia o no, ogni educatore si riconduce, è dunque piuttosto univoco. Esso valorizza l’adesione e l’adattamento alla realtà, la capacità di comunicare e di stare con gli altri, un certo grado di competitività, lo spirito pratico necessario per conseguire risultati oggettivi, il non farsi troppi problemi, il prendere la vita come viene, ecc. Si tratta di un modello manifestamente estroverso, il cui potere di omologazione è enorme perché esso assicura l’inserimento nel gruppo e la conferma di essere normali. Applicato inconsapevolmente agli introversi, tale modello ha effetti deleteri.

Se mi si consente un paragone, direi che oggi gli introversi si trovano a vivere, in termini più drammatici, la stessa situazione sperimentata sino a qualche decennio fa dai mancini, che erano assoggettati ad una rieducazione finalizzata a farli diventare destrimani. Il pregiudizio nei confronti del mancinismo è stato sormontato in nome della consapevolezza promossa dallo sviluppo scientifico che si tratta di una condizione naturale, di origine genetica, rimasta costante nel corso del tempo (dalla preistoria ad oggi), la cui correzione, portata avanti in buona fede ma con una oggettiva crudeltà, ha prodotto un’inutile sofferenza per i soggetti e, non di rado, danni piuttosto seri a carico della personalità.

La LIDI intende promuovere un processo analogo di consapevolezza in rapporto all’introversione, e quindi un approccio pedagogico e culturale ad essa che, sormontando il pregiudizio, ne riconosca il valore e ne rispetti le modalità e i tempi di sviluppo. Sarebbe poco onesto, peraltro, omettere che la LIDI ha un obiettivo più ambizioso di quello che si può ricavare dalla sua sigla. I modelli normativi sui quali ogni cultura fonda la propria identità e che presiedono alla riproduzione sociale, nonostante una tendenziale inerzia, sono dinamici, vale a dire cambiano nel corso del tempo in rapporto allo sviluppo della società. Pochi dubbi si danno riguardo al fatto che, negli ultimi venti anni, il modello estroverso è andato incontro ad una radicalizzazione per cui, oggi, non sembra azzardato definirlo estrovertito nella misura in cui esso promuove una tendenza crescente ad affermare narcisisticamente il proprio valore, esibendo una grande capacità comunicativa, un’estrema sicurezza e la tendenza ad accettare senza paura qualunque confronto competitivo. Tale modello normativo, se incide in maniera negativa sull’evoluzione della personalità e sull’esperienza di vita degli introversi, in realtà è nocivo per tutti i soggetti, soprattutto per i più giovani.

L’osservatorio delle scuole fornisce una prova clamorosa di quest’assunto. La fascia della popolazione scolastica delle medie inferiori pone sempre più spesso di fronte a un fenomeno inquietante. I ragazzi che accedono ad esse hanno ancora qualche tratto visibilmente infantile. Nel corso dei tre anni, però, essi vanno incontro, in una percentuale elevatissima, ad una “muta” sorprendente innescata dallo sviluppo puberale: si trasformano quasi repentinamente in ragazzi e ragazze che, sia pure in misura diversa, tendono ad ostentare un atteggiamento adultomorfo, vale a dire a comportarsi come esseri “vissuti”, disincantati, disinibiti, cinici e talora aggressivi verbalmente e fisicamente. Un mio giovanissimo paziente introverso è rimasto sconvolto di recente dal fatto che, nel corso della proiezione a scuola di un filmato su Auschwitz, le cui immagini lo turbavano profondamente, alcuni compagni ridevano sguaiatamente, facendo battute di pessimo gusto. “Ragazzate”, indubbiamente, ma terribilmente indiziarie di un crescente processo di anestetizzazione empatica.

Qualche studioso à la page coglie stoltamente in questa “muta” i segni positivi di un progresso culturale, che rende gli adolescenti di oggi più “svegli” rispetto a quelli del passato. In realtà, essa corrisponde all’adozione di una “maschera” che blocca la maturazione della personalità e obbliga gli adolescenti a dare la prova di essere adeguati a un mondo che penalizza ogni forma di debolezza, e quindi anche l’umana debolezza intrinseca alle vicissitudini dell’adolescenza, programmata dalla natura per realizzare gradualmente un passaggio dall’orizzonte ristretto dell’infanzia ad un’apertura al mondo che postula il dubbio, l’insicurezza, la problematicità.

Altri studiosi hanno identificato in questa muta la “morte dell’adolescenza”, riconducendola al fatto che i ragazzi si trovano di fronte ad un aut aut terribile, tale per cui o ci si maschera da soggetti estrovertiti, realizzando una condizione di pseudo-adultità, o ci si arrende ad essere identificati dal gruppo come deboli, inadeguati, “sfigati”, con la conseguenza di finire emarginati se non addirittura ridicolizzati e maltrattati.

La LIDI intende porre in discussione, criticamente e operativamente, il modello normativo che sottende questa “muta”, sulla base degli effetti alienanti che produce. Essa lo fa identificando negli introversi coloro che ne subiscono i danni maggiori. Posti di fronte all’aut aut cui si è fatto cenno, alcuni di essi tentano di “mascherarsi”, ma raramente ci riescono. I più non ci provano neppure e rimangono confinati, almeno nel rapporto con i coetanei, nel ruolo di esseri inferiori, disadattati, privi di valore. Tale ruolo non è riscattato neppure dal rendimento scolastico talvolta eccellente: nell’ottica del modello normativo dominante, infatti, andare bene a scuola, se gratifica gli adulti è spesso, agli occhi dei coetanei, un ulteriore motivo di discredito.

Occorre, dunque, partire dal significato negativo, pregiudiziale che il modo di essere introverso ha assunto nel nostro mondo e riabilitare la verità su questo orientamento caratteriale. L’impresa non è affatto semplice perché, come vedremo, essa impone di trascendere il piano della psicologia e di affrontare complessi problemi inerenti la condizione umana.

Test introversione/estroversione di Eysenck (adattato agli adolescenti)

Ho già pubblicato il questionario (riveduto) di Eysenck per l’autovalutazione del grado di introversione e di estroversione. Quello che segue è il test ristrutturato e adattato agli adolescenti.

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1. Ti piace uscire molto?

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2. Ti senti in sintonia con i tuoi compagni?

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3. Se assisti ad un film comico ti capita di ridere più forte dei tuoi vicini?

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4. Prendi la vita come viene?

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5. In generale preferisci leggere un libro piuttosto che vedere qualcuno?

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6. Ti mancano spesso energia e motivazioni per fare qualcosa?

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7. Ti piace restare solo con i tuoi pensieri?

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8. Assistendo a competizioni sportive, riesci a stare calmo?

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9. In un gruppo di persone partecipi bene alla conversazione?

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10. Ti spazientisci se nell’attività che stai svolgendo non c’è molto movimento?

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11. Ti soffermi di rado ad analizzare i tuoi pensieri e i tuoi sentimenti?

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12. La tua rabbia è rapida e si esaurisce in breve tempo?

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13. Detesti stare in mezzo a gente che si diverte a farsi “tiri mancini”?

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14. Nelle tue azioni tendi a procedere lentamente e con prudenza?

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15. Ti soffermi frequentemente a pensare alle cose in generale?

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16. Ti trattieni dall’esprimere le tue opinioni se pensi che i presenti potrebbero offendersi?

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17. Ti piace tanto parlare che non perdi occasione di attaccare discorso anche con gli sconosciuti?

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18. Alla TV preferisci un film d’azione a un documentario?

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19. La musica ti prende tanto che non puoi fare a meno di battere il tempo o ballare anche in pubblico?

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20. Hai la tendenza di tanto in tanto a lasciar correre?

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21. Per comunicare con qualcuno preferisci scrivergli o chattare piuttosto che parlarci a voce?

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22. Preferisci vacanze quiete e riposanti senza troppo spostamenti?

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23. Quando sei arrabbiato con qualcuno preferisci calmarti prima di affrontarlo?

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24. Applichi il principio che se si fa una cosa (lavoro, studio) va fatta al meglio?

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25. Sei rilassato e fiducioso quando sei in compagnia di altra gente?

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26. Sei entusiasta e intraprendente quando cominci qualcosa di nuovo?

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27. Preferisci un’attività che richieda movimento piuttosto che studi e profondità di pensiero?

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28. Ti definiresti una persona spensierata?

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29. Ti piace stare solo per lunghi periodi di tempo?

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30. Ci sono momenti in cui ti piace stare seduto a non far nulla?

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31. Sei capace di mantenere un segreto per un buon periodo di tempo?

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32. Il tuo atteggiamento verso l’esterno lo definiresti serio e responsabile?

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33. Ti piace stare insieme a molta altra gente?

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34. Quando cammini in compagnia gli altri hanno difficoltà a tenere il tuo passo?

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35. I musei o le mostre d’arte ti annoiano?

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36. Il futuro ti preoccupa?

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37. Ti senti più distante e riservato della maggior parte delle persone?

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38. Preferisci guardare gli sport piuttosto che praticarli?

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39. Sei tanto riflessivo e pensieroso che gli amici a volte ti chiamano sognatore?

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40. Vai avanti a cercare un cestino per la strada piuttosto che buttare la carta a terra?

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La risposta vale +1 / la risposta NO vale -1 per le domande: 1,2,3,4,9,10,11,12,17,18,19,20,25,26,27,28,33,34,35,36.

La risposta vale -1 / la risposta NO vale +1 per le domande: 5,6,7,8,13,14,15,16,21,22,23,24,29,30,31,32,37,38,39,40.

Un punteggio zero definisce un equilibrio tra orientamento estroverso e introverso. Un punteggio positivo attesta una prevalenza estroversa, mentre uno negativo una prevalenza introversa. Maggiori sono i punteggi al di sopra o al di sotto dello zero (quindi più ci si avvicina al +40 o al – 40), più saremo marcatamente estroversi o introversi.

Fëdor Dostoevskij – L’idiota

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1.

Con Nietzsche, Dostoevskij si può ritenere colui che ha più approfondito il tema dell’introversione, da entrambi colta come diversità rispetto alla media (eccezionalità per l’uno, “morbosità” per l’altro). Il fascino esercitato da Dostoevskij su Nietzsche si può ricondurre al fatto che egli non arretra di fronte ad una verità sgradevole: quella per cui, se l’espressione comportamentale più propria e immediata dell’introversione è un modo di essere naturalmente vincolato al rispetto e alla comprensione dell’altro, che può giungere alla pietas, laddove le circostanze di vita, vissute come ingiuste, attivano una componente oppositiva, il comportamento può sormontare i vincoli naturali e attestarsi su di un registro di aggressività e “cattiveria” che, in sé e per sé, sembra incompatibile con la sensibilità sociale.

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I quattrocento colpi – François Truffaut

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1.

Nel primo articolo sulla genetica dell’introversione ho riprodotto l’immagine di E.T. tratta dal film Incontri ravvicinati del terzo tipo per fare riferimento al tipo ideale verso il quale tende l’evoluzione umana e che è implicito nel potenziale di sviluppo degli introversi. È per puro caso che, nel film di Spielberg, lo scienziato deputato a coordinare l’impresa di entrare in contatto con gli estraterrestri sia François Truffaut, un regista la cui vita è un documento esemplare dei pericoli e allo stesso tempo della ricchezza intrinseca alla norma di reazione introversa.

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Mistificazione: trucchi, trappole e trabocchetti della mente

Si ingurgita a gran sorsi la menzogna che ci lusinga,
mentre si beve goccia a goccia una verità per noi amara.

Diderot, “Il nipote di Rameau”

Premessa

Come molti sanno, ho avviato un ciclo di letture su autori che ho definito come i Grandi Demistificatori: Darwin, Marx, Nietzsche e Freud. Non penso che sia riduttivo identificare come comune denominatore delle loro opere, peraltro profondamente diverse, la demistificazione, vale a dire l’intento di liberare la coscienza umana dai miti, dalle illusioni e dagli inganni in cui essa è avvolta e si avvolge.
Darwin libera l’uomo dall’antropocentrismo, vale a dire dalla presunzione che egli ha di essere al centro dell’Universo e di avere un’importanza del tutto particolare, che si perpetua in ogni soggetto sotto forma di narcisismo.

Marx lo riconduce alla consapevolezza che lo stato di cose esistente nel mondo, che egli vive come naturale in conseguenza del suo aderire all’ideologia del tempo, è in realtà un prodotto della storia, dell’attività degli esseri umani che lo hanno preceduto, quindi modificabile.

Nietzsche sottolinea che l’appartenenza sociale rende l’uomo inesorabilmente un animale gregario, che tende ad omologarsi al senso comune, ad uniformare i suoi comportamenti ai codici normativi del gruppo, e a rinunciare a perseguire l’obiettivo dell’individuazione.

Freud, infine, scopre che ogni soggetto utilizza senza rendersene conto una serie di meccanismi difensivi che mettono la coscienza al riparo da verità inquietanti, spiacevoli o socialmente disdicevoli, ma il cui prezzo è la falsificazione dell’immagine di sé.

L’antropocentrismo, la naturalizzazione della realtà storica, l’omologazione indotta dall’appartenenza sociale, l’adozione costante da parte dell’Io di meccanismi difensivi sono aspetti diversi ma concorrenti di un processo di mistificazione per cui l’uomo vive normalmente sul registro di un ingenuo realismo che lo mette al riparo dal chiedersi perché il mondo è fatto in un certo modo e non in un altro (possibile e migliore), dal prendere posizione in rapporto al senso comune e ai codici normativi e dall’interrogarsi, infine, sulla sua reale e contraddittoria realtà interiore.

I Grandi Demistificatori ci tolgono certezze, ma ci abituano a convivere e a coltivare il dubbio. Possono aiutarci dunque a mantenere una tensione critica che è un antidoto contro la tendenza della coscienza umana alla mistificazione.

Mi auguro che tutti i soci della LIDI vogliano approfondire queste tematiche consultando le letture darwiniane, marxiane, nietzschiane e freudiane via via che saranno pubblicate sul sito.

Esse fanno capo ad una riflessione personale sui processi soggettivi e culturali di mistificazione che va avanti ormai da più di trent’anni, intrecciandosi indissolubilmente con la mia esperienza umana e intellettuale.

L’Abbecedario di scienze umane e sociali, nuova edizione di Abracadabra, è una sintesi di tale riflessione. Nella premessa si legge:

Capire e cambiare, anche solo di una virgola, qualcosa della propria personalità richiede un duro lavoro. Bisogna, infatti, fare i conti con le trappole intrinseche al singolare congegno impiantato nella scatola cranica, con quelle, ancora più insidiose, che la cultura ha prodotto e produce per ridurre l’impegno personale di capire qualcosa della giostra della vita, e, infine, con la cronica tendenza dell’Io cosciente alla mistificazione, vale a dire a fare carte false pur di non vedere come stanno le cose (fuori e dentro di sé). Fare questi conti implica, però, sapere che queste trappole esistono e, almeno approssimativamente, come funzionano.

Le “trappole” sono, dunque, tre: la struttura stessa del cervello – macchina complessa prodotta dall’evoluzione, che la natura ci ha concesso in uso senza il libretto di istruzioni -; la determinazione storica della coscienza individuale, sulla quale grava il peso dell’uso fatto da tutte le generazioni che l’hanno preceduta; le esigenze dell’Io di un’immagine unitaria, coesa e socialmente “normale”, che lo portano spesso inconsapevolmente a “rimuovere” o a “razionalizzare” le contraddizioni che vive ed esprime quotidianamente.

Questa conferenza segue le tracce del saggio, che in assoluto è il libro a me più caro, cercando di integrarle in un discorso – mi auguro – comprensibile e stimolante.

Dall’analisi dovrebbe riuscire chiaro, per un verso, che uno stato di coscienza del tutto affrancato dalla mistificazione è un’illusione, e, per un altro, che ciascuno di noi, nel suo piccolo, sforzandosi, può raggiungere un maggior grado di consapevolezza oggettiva (sullo stato di cose nel mondo) e soggettiva (su se stesso).

Introduzione al ciclo di letture “I grandi demistificatori: Darwin, Marx, Nietzsche e Freud”

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1.

Darwin, Marx, Nietzsche, Freud: quattro autori contestati in vita e dopo la morte, ritenuti dalla cultura restauratrice contemporanea obsoleti, se non addirittura (è il caso di Marx) sepolti dal verdetto della storia. Tra essi si danno diversità di ogni genere. Tre soli fattori li accomunano: il rifiuto di ogni trascendenza, il riferimento all’uomo come misura di tutte le cose, e la critica (implicita o esplicita) del senso comune e delle ideologia – anche filosofiche e scientifiche – che lo alimentano.

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Ciclo di letture “I grandi demistificatori: Darwin, Marx, Nietzsche e Freud”

In attesa dell’accreditamento della LIDI, il quale consentirà (forse) di avviare un corso di formazione sotto l’egida della Regione, sembra opportuno rispondere in qualche modo ad un’esigenza di approfondimento culturale manifestata esplicitamente da alcuni Soci e implicita nella molteplicità dei temi che vengono affrontati sul forum.

Una possibilità di rispondere a tale esigenza è di organizzare presso la sede dell’associazione (con un sistema di videoconferenza che consenta la partecipazione di Soci non residenti a Roma) una serie di letture che possano promuovere la conoscenza e l’approfondimento della vita, del pensiero e delle opere di autori che si possono ritenere fondamentali per il progresso culturale dell’umanità e, soprattutto, per il suo procedere verso forme di più elevata consapevolezza della condizione umana (nei suoi aspetti neurobiologici, psicologici, sociali e storici).

La scelta degli autori è solo in parte arbitraria, nel senso che essa verte su coloro che conosco meglio. Si tratta di Darwin, Marx, Nietzsche e Freud, che, pure nella loro diversità, sono accomunati dall’intento univoco di porsi come Grandi Demistificatori impegnati ad aiutare gli esseri umani a rinunciare alle loro illusioni e ad andare la di là delle trappole soggettive e culturali che li ingabbiano in una visione di sé e del mondo poco rispondente alla “verità” (sia pure intesa in senso relativo).

La proposta è dunque di avviare un ciclo di letture, incentrate su di una conferenza mensile che potrà dare modo poi ai partecipanti di continuare autonomamente o in gruppo ad approfondire i temi affrontati. I gruppi di lettura potranno incontrarsi nella sede della LIDI ed eventualmente utilizzare il sistema di videoincontri per permettere ai Soci non residenti di partecipare.

Data la complessità del pensiero degli autori citati, è prevedibile che l’approfondimento di ciascuno di essi richiederà un certo numero di conferenze (presumibilmente da tre a sei).

I Soci non residenti a Roma devono naturalmente attrezzarsi tecnicamente per partecipare alle videoconferenze.

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Programma del ciclo di letture

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LETTURE DARWINIANE

Dall’evoluzionismo filosofico a quello scientifico

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  1. La teoria darwiniana
  2. Darwin e il suo tempo
  3. La teoria neosintetica dell’evoluzione
  4. I problemi irrisolti del darwinismo
  5. Il revisionismo di S. Y. Gould
  6. Strutture e funzioni psichiche alla luce dell’evoluzionismo
  7. Neotenia ed exaptation

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Letture marxiane

L’illuminazione di Marx

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  1. Marx e il suo tempo
  2. L’analisi critica del capitalismo
  3. La concezione antropologica di Marx
  4. Il problema della struttura e della sovrastruttura
  5. Il contributo della scuola de Les Annales
  6. Cosa è vivo e cosa è morto di Marx

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LETTURE NIETZSCHIANE

Psicobiografia di Nietzsche

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  1. L’evoluzione del pensiero di Nietzsche
  2. L’analisi critica della morale
  3. La concezione antropologica di Nietzsche
  4. Il Superuomo
  5. Le contraddizioni di Nietzsche
  6. Il nichilismo
  7. L’influenza di Nietzsche sulla cultura occidentale

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LETTURE FREUDIANE

Freud e il suo tempo

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  1. La scoperta dell’Inconscio
  2. La teoria freudiana
  3. Critica dell’ipotesi pulsionale
  4. Teoria e tecnica analitica
  5. Tramonto e ritorno della psicoanalisi
  6. La neuropsicoanalisi

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Quota di partecipazione

La quota da versare per le singole conferenze è di 20 €, ridotta 15 € per studenti o disoccupati. I proventi dell’attività, eccezion fatta per le spese “tecniche”, saranno devoluti alla Cassa della LIDI. Coloro che partecipano fisicamente potranno pagare di persona a ogni incontro o, se vogliono, ogni due, tre, quattro, cinque incontri; coloro che partecipano in videoconferenza potranno pagare con bollettino postale o bonifico (in anticipo) ogni cinque letture utilizzando gli estremi riportati di seguito:

BENEFICIARIO: LIDI – Lega Italiana per la tutela dei Diritti degli Introversi
IBAN: IT33I0760103200000077008787

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Modalità di iscrizione

Per predisporre l’attività, è importante e pregiudiziale che i Soci manifestino esplicitamente la loro adesione iscrivendosi alla lista dei partecipanti. Ciascuno ovviamente può scegliere di partecipare all’approfondimento di uno o più degli autori. Le letture si avvieranno solo se si raggiunge una quota minima di 25 partecipanti.

Il primo incontro si terrà sabato 28 marzo alle ore 15.30 presso la sede della LIDI. Le iscrizioni possono essere effettuate inviando una mail a conferenze@legaintroversi.it e specificando i gruppi ai quali si intende partecipare (Darwin, Marx, Nietzsche, Freud o, semplicemente, tutti) e in quale modalità (in presenza o in videoconferenza).