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	<title>LIDI - Lega Italiana per la tutela dei Diritti degli Introversi &#187; Renzo Marinoni</title>
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	<description>Conoscere, riconoscere, riabilitare l&#039;introversione e prevenire il disagio degli introversi</description>
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		<title>Il predatore di sogni. Riflessioni di un testimone</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 06:56:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Renzo Marinoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Testimonianze]]></category>
		<category><![CDATA[riflessioni autobiografiche]]></category>

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		<description><![CDATA[Introduzione L&#8217;obiettivo di queste brevi riflessioni autobiografiche è quello di condividere e testimoniare dei passaggi esistenziali che riflettono le esperienze e i contenuti salienti del nostro percorso di pratica e di ricerca. Lo spirito del mio scritto non è certamente istruttivo, né direttivo: si pone anzi come una testimonianza di umiltà e anche di gratitudine [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>Introduzione</h3>
<p>L&#8217;obiettivo di queste brevi riflessioni autobiografiche è quello di condividere e testimoniare dei passaggi esistenziali che riflettono le esperienze e i contenuti salienti del nostro percorso di pratica e di ricerca. Lo spirito del mio scritto non è certamente istruttivo, né direttivo: si pone anzi come una testimonianza di umiltà e anche di gratitudine verso tutte le persone che hanno contribuito al lavoro del gruppo con la loro passione, pazienza e coraggio. In particolare la mia gratitudine va alla dimensione di silenzio che siamo riusciti a generare, passeggiando nei boschi e trascendendo – senza giudicarlo &#8211;  il fitto caos di stimoli negativi, pregiudizi e paure che solitamente si addensano nella nostra mente. Esperienza di silenzio condiviso che costituisce un’isola di risveglio e di speranza e che reputo decisiva non solo per la salute emotiva di ciascuno di noi ma anche per contribuire, con un gesto di pace, allo scenario di emergenza comunitaria che affligge il mondo.</p>
<h3>1. Chi sta usando la tua mente?</h3>
<p class="alignr"><em>Una è la nostra vera mente,<br />
il prodotto delle nostre esperienze di vita,<br />
quella che parla di rado<br />
perchè è stata sconfitta e relegata nell&#8217;oscurità.<br />
L&#8217;altra, quella che usiamo ogni giorno<br />
per qualunque attività quotidiana,<br />
è una installazione estranea.</em><br />
John Michael Abelar</p>
<p>La storia del <em>predatore di sogni</em> inizia da molto lontano. Lontano nella mia nascita biologica e biografica ma lontano anche nella storia umana, nella sua dimensione transpersonale e transgenerazionale.<br />
<em>Unde malum</em>? si chiedevano gli antichi. Da dove viene il male? Il negativo? La distruttività umana? Di queste domande si sono occupate la filosofia e le religioni dalla notte dei tempi e non si è addivenuti, in nessun contesto disciplinare e geografico, ad una verità definitiva. E quando  si è preteso di fissare la propria prospettiva in un dogma inespugnabile si è scivolati esattamente nella violenza che si voleva dirimere, la violenza delle istituzioni arroganti e fondamentaliste. Non mi interessa approcciare il problema del male da queste prospettive. Mi interessa piuttosto la storia inedita e silenziosa delle persone che in ogni tempo hanno fatto esperienza umana di questa vertigine, che hanno rischiato di morirne e che hanno infine  smascherato e sovvertito alcuni meccanismi della distruttività. Rivendicando, nei loro gesti e nelle loro scelte personali, un diverso diritto alla vita, alla fiducia e all&#8217;amore. Ripercorro perciò, e condivido con voi, alcuni snodi della mia storia,  proprio per dare testimonianza di questo smascheramento e di questa trasformazione possibile e continuamente in divenire.</p>
<p>Per me l&#8217;espressione <em>il predatore di sogni</em> – che mutuo dal pensiero di Carlos Castaneda &#8211; rende con particolare efficacia il mio incontro originario con il male di vivere. Si, come accade a molti, i miei sogni sono stati predati da subito, da quando ero bambino.</p>
<p>Dopo l&#8217;immemore accoglienza nell&#8217;utero materno, che immagino protettiva e dolcemente ammortizzata, mi ritrovo &#8220;gettato&#8221; tra nove fratelli.  Per un insieme di fattori psicologici e congiunture ambientali occupo, nella famiglia, un posto scomodo, che non mi aiuta a crescere. Sono costantemente esposto al giudizio, alla disapprovazione, al discredito, alla solitudine, al tradimento. È un&#8217;atmosfera che pervade i giorni e che impedisce continuativamente la strutturazione di un senso di fiducia e di dignità personale. Piuttosto questo clima inospitale favorisce l&#8217;installazione, nella mia mente, di un programma inverso e perverso: il giudizio distratto, severo e implacabile che sperimento all&#8217;esterno, diventa una figura interiorizzata, il &#8220;predatore&#8221; interno dei miei sogni e della mia energia. Costui profetizza le mie sconfitte e viene puntualmente confermato attraverso i provvedimenti delle figure di autorità: in prima elementare siedo nella fila dei somari e vengo bocciato. Nessuna voce adulta si alza a proteggermi e a contrastare quella del predatore. Anzi, esse finiscono per coincidere. E il predatore, nutrendosi delle mie sconfitte, della mia disistima, della mia timidezza e dei miei terrori, diventa sempre più robusto, potente e perentorio.  </p>
<p>Tuttavia sono un bambino molto vitale. Per due ordini di ragioni.</p>
<p>La prima ragione è che mi rigenero nella natura. Cammino nei boschi e riesco a sentire la voce degli alberi, della quercia sulla quale mi arrampico e da cui osservo la valle, i contadini lontani, la terra appena arata, il fieno da raccogliere. Riconosco il canto degli uccelli e ne imito il verso. La mia anima vibra al fermento gentile della primavera e intirizzisce alla severità della neve. Assisto al miracolo dei frutti, quando si generano dal seme, secondo il loro misterioso processo.</p>
<p>La seconda ragione per cui sono, di fatto, un bambino sano e vitale è che non riesco a sviluppare delle difese adattive tali da narcotizzarmi. Le cose non mi scivolano addosso, come mi pare avvenga ai miei fratelli, agli adulti e ad alcuni compagni. Per molto tempo penserò che loro sono più forti, più equipaggiati, più idonei a vivere. Loro alla fine se ne fregano, se la cavano, si induriscono, si difendono. In un certo senso si alleano con il persecutore, ne fanno propria la logica. Mentre io sono inciso, tagliato e devastato anche solo dallo sguardo impietoso che posa su di me la mia maestra di matematica. Sento la pressione paralizzante dei suoi occhi spietati, anche se non la guardo. Sono un bambino che continua a sentire tutto. Tutto il male di vivere. E proprio attraverso questa incandescente sensibilità, paradossalmente, resterò vivo. Ma questo, a quell&#8217;epoca, non lo sapevo ancora. E molto dolore dovevo attraversare prima di poter riconoscere, nominare e smascherare il predatore dei sogni. Era lui che, approfittando della mia solitudine e fragilità, mi faceva sentire terribilmente in colpa per la mia inadeguatezza, insufficienza, impotenza. Era lui che stava usando la mia mente. Così come aveva usato – e infine assoggettato &#8211; la mente dei miei insegnanti, dell&#8217;adulto che mi abusò, dei miei genitori e dei miei antenati. </p>
<h3>2. Nel deserto senza stelle</h3>
<p class="alignr"><em>ll predatore ha preso il sopravvento su di noi perché siamo il suo cibo, la sua fonte di sostentamento.<br />
È stato il predatore a instillarci i sistemi di credenze, il concetto di bene e male, le consuetudini sociali.<br />
È stato lui a definire le nostre speranze e aspettative, nonché i sogni di successo e i parametri del fallimento.<br />
Ci ha dato avidità, desiderio smodato e codardia.<br />
Ci ha resi abitudinari, centrati nell&#8217;ego e inclini all&#8217;autocompiacimento.</em></p>
<p class="alignr"><em>Facendo leva sul nostro egocentrismo, l&#8217;unico aspetto consapevole rimastoci, il predatore crea fiammate di consapevolezza che poi procede spietatamente a consumare.<br />
Il predatore ci dà problemi futili per forzare tali fiammate ad emergere, e in questo modo ci fa sopravvivere per continuare a nutrirsi della fiammeggiante energia delle nostre pseudo-preoccupazioni.<br />
Gli antichi sciamani vedevano il predatore. Lo chiamavano Il Volador, quello che vola, perché si muove a balzi nell&#8217;aria. Non è un bello spettacolo.<br />
È un&#8217;ombra nera di un&#8217;oscurità impenetrabile, che salta nell&#8217;aria.</em></p>
<p class="alignr"><em>E poi atterra.</em><br />
Carlos Castaneda (<em>Il lato attivo dell&#8217;Infinito</em>)</p>
<p>Se l&#8217;infanzia è stata un innocente, traumatico ed esterrefatto subire i giudizi e i capi d&#8217;accusa del predatore, nell&#8217;adolescenza e nella giovinezza costui ha versato in abbondanza, nel mio disagio, due ingredienti micidiali: il senso di colpa e la rabbia. Il senso di colpa per ritenermi responsabile della mia inettitudine e inadeguatezza. E la rabbia per la scoperta dell&#8217;ipocrisia degli adulti e per il senso di incolmabile e intollerabile solitudine.<br />
Un cocktail interiore devastante, proprio nell&#8217;età in cui si avrebbe bisogno di fiducia, incoraggiamento, riconoscimento. Dunque perché meravigliarsi se questa tossicità interna ha cercato delle sostanze esterne per implodere in una sorta di oblio? Una sostanza esterna con cui intrattenere l&#8217;unico legame possibile? </p>
<p>Inizia così l&#8217;attraversamento di un deserto senza stelle. La mia giovinezza scorre tra il tentativo estremo di esonerarmi dalla vita e il corpo che rivendica, attraverso la sua sintomatica intolleranza, un diritto alla vita. Anni e anni di oscillazioni tra rabbia, disperazione, paura, isolamento, dolore fisico, perdizione, deluse speranze e tentativi falliti. &#8220;Marinoni tu sarai un assassino!&#8221; mi aveva detto a scuola un professore. Alle elementari! Io persino ignoravo il significato di quella frase, tuttavia la parola dell&#8217;adulto per me era legge, insindacabile! E ora, nella giovinezza, sono tentato di confermarlo, di cedere alla profezia del predatore, di incarnarla: non sono forse un assassino della mia stessa vita? E non sto propagando gli effetti della mia colpa agli altri, privando la mia prima moglie di un compagno efficace e i miei primi figli di un padre efficiente? Nessuno posa uno sguardo compassionevole sulla mia disperazione. Sono soltanto un errore, un avanzo, uno scarto. Il predatore sguazza nella mia sindrome di dipendenza, approfitta della mia scarsa lucidità per consolidare il suo potere. Le mie lacrime si mescolano alla paura, alla rabbia, al cedimento e ad una sintomatologia di intolleranza fisiologica che ogni volta sabota, miracolosamente, la mia carriera suicidaria. Finché, dopo quindici anni di prove generali per morire, 18 ricoveri e innumerevoli verdetti di condanna dalle persone che a diverso titolo mi circondano, faccio il mio primo incontro umano. Il primo incontro umano, ripeto. La mia prima prova generale per la vita: un medico che mi ascolta, mi accoglie, mi comprende e mi dà fiducia. Ed è così, a partire da questo incontro, che inizia a vacillare la dittatura del predatore di sogni.  </p>
<h3>3. La guerra di successione</h3>
<p class="alignr"><em>Nell&#8217;oceano della Vita,<br />
le isole della Benedizione sono la terra serena e soleggiata<br />
dei tuoi ideali che attende il tuo arrivo.<br />
Mantieni saldamente la tua mano<br />
sul timone del pensiero.<br />
Nella nave della tua anima giace disteso il Capitano comandante.<br />
Sta dormendo; svegliaLo.<br />
L&#8217;Autocontrollo è la forza.<br />
Il Retto Pensiero è la padronanza.<br />
La Quiete è il potere.<br />
Pronuncia nel profondo del tuo cuore, Pace, sii quieto.</em><br />
James Allen (in <em>Lo sfidante</em>)</p>
<p>Il passaggio dalla schiavitù alla libertà è delicatissimo, doloroso e mai dato una volta per tutte. Implica all&#8217;inizio una straordinaria mobilitazione di forze e una manovra di puntellamenti a diversi ancoraggi e gradi della vita quotidiana e di quella spirituale.<br />
L&#8217;incontro con la comunità fornisce una cornice umana e metodologica fondamentale. Sono necessari altresì dei passaggi di consapevolezza e presenza che necessitano tempo, affinamento, consolidamento e condivisione. Tutto ciò è reso possibile, in primo luogo, dalla rivoluzione di posizioni che vengo ad occupare nei legami con gli altri: divento poco a poco qualcuno che – avendolo ricevuto &#8211; è ora in grado di fornire sostegno, ascolto, tenerezza, competenza gentile, pazienza, fiducia. Non sono diventato un assassino, come aveva predetto il mio professore delle elementari. Sono diventato l&#8217;uomo sensibile che la mia infanzia annunciava e che la natura aveva segretamente protetto, custodito, coltivato.  </p>
<p>E il predatore finalmente agonizza. Ma mi attende ancora un appuntamento difficile: la ricognizione delle mie figure genitoriali, una revisione delle circostanze biografiche attraverso le quali si era installato, nella mia mente, il dominio del predatore parassita. Che farne, nel mio cuore, della mia infanzia trafitta? Che farne di mio padre e mia madre? Condannarli per sempre? Scrollarmeli di dosso e dimenticarli? Perdonarli? E come?<br />
Non ho nessuna voglia, inizialmente, di esaminare questa faccenda dei genitori. Il solo pensarci mi procura dolore, estraniamento, paura. Tuttavia inizio un percorso in questa direzione, perché intuisco che è un passaggio obbligato: se non bonifico quest&#8217;area sarò abitato da queste istanze negative e terrificanti a livello organico, cellulare. Comprendo anche che il perdono non può essere un&#8217;operazione cerebrale, retorica, superficiale. Così ripercorro la storia dei miei genitori, visito la loro infanzia con immedesimazione, commozione ed empatia, prendo contatto con il bambino e la bambina che essi sono stati. Vedo mia madre piccola e disperata fuggire dalla sua casa di origine, data alle fiamme dal mio nonno alcolizzato. Vedo mio padre giovane, in prigionia e in guerra, derubato della giovinezza e invaso dalla paura. Incontro l&#8217;impotenza e la fragilità struggente dei miei genitori, intercetto la trappola che li ha catturati da piccoli e che ha impedito loro di divenire figure adulte capaci di stimolare crescita, amore, fiducia.</p>
<p>Due esiti di questo lavoro di ricognizione mi segnalano che il processo del perdono sta avvenendo ad un livello profondo: la prima è che mi accorgo di avere un&#8217;energia vitale e spirituale differente, più fluida e potente, svincolata da ostruzioni e opacità. E capace di orientarsi e aprirsi alla costruzione di nuove, stabili e diverse forme di legame affettivo. La seconda è che quando penso a mio padre e a mia madre, ora, li sento vicini metafisicamente, benedicenti, pacificati, alleati. </p>
<p>E sperimento sulla mia pelle che la libertà passa da qui, da questo snodo di fiducia e perdono che è personale e impersonale al tempo stesso. Da un lato, infatti, mi sono dovuto calare nella ferita specifica delle mie origini: la mia famiglia, il nostro cognome e indirizzo, i miei genitori, le nostre tragiche traversie. Dall&#8217;altro lato il lavoro di revisione su questo destino biografico riesce a trascendere il melodramma privato e mi spalanca la dimensione della sofferenza umana di tutti e di tutti i tempi. Il respiro si approfondisce, la mente si ossigena e i pregiudizi si allentano. Smetto di attribuire colpe e responsabilità all&#8217;esterno, di pensare che gli altri – famiglia, comunità, politici, insegnanti, partner, situazioni &#8211; sono la fonte maligna dei miei fallimenti e della mia impotenza. E smetto anche, piano piano, di dipendere smodatamente dalla approvazione e dal consenso del mondo esterno. Certamente ho bisogno dell&#8217;amore e della fiducia degli altri – non sono il superuomo – ma in una modalità feconda, reciproca, rispettosa e liberante per tutti. </p>
<h3>4. Consapevolezza, azione e disciplina</h3>
<p class="alignr"><em>La padronanza della propria mente,<br />
ribelle, capricciosa, vagabonda,<br />
è la Via verso la Felicità.<br />
Il Saggio osserva continuamente i propri pensieri<br />
che sono sottili, elusivi ed erranti.<br />
Occorrono Consapevolezza, Chiarezza ed Inflessibile Intento<br />
per affrontare questa sfida.</em><br />
Don Miguel Ruitz (in <em>Lo sfidante</em>)</p>
<p>Mano a mano che l&#8217;azione parassitaria del predatore si affievolisce e lascia spazio a quella generosa e fondante della mia consapevolezza umana, mi accorgo che la battaglia non si vince una volta per tutte. Ho bisogno ogni giorno di rilanciare la sfida, ogni ora, ogni istante. Ho bisogno di coltivare una disposizione d&#8217;animo vigile e gentile, implacabilmente tenera e presente verso me stesso e verso gli altri, verso le opportunità e verso i pericoli, interni ed esterni.  Come un &#8220;monaco metropolitano&#8221; devo inventare e istituire dei rituali di sacralità nella mia vita quotidiana, collaudarli, adattarli alle esigenze mie e di chi mi circonda, difenderli, se necessario trasformarli. Mi accorgo che la consapevolezza, se profonda e coltivata, non è un lusso per filosofi ma una dimensione estremamente concreta, fatta di gesti e di scelte pratiche, di sacrifici e di sorprese. In un certo senso la consapevolezza e la presenza mentale – se trasferite dai monasteri alle città e alla propria vita domestica– rappresentano un dispositivo politico, un contributo etico comunitario: la consapevolezza è azione. </p>
<p>Per mantenere questa temperatura ideale di presenza, fermezza e tenerezza è necessaria una disciplina. Naturalmente non mi riferisco alla disciplina coercitiva che ci portiamo dietro come retaggio culturale. Mi riferisco piuttosto ad un funzionamento inedito della volontà, un funzionamento fluido, non moralistico, pacificante. Mi riferisco alla volontà come &#8220;intento&#8221;. L&#8217;intento non poggia – come la cosiddetta buona volontà &#8211; sulla divisione tra ciò che sento di essere e l&#8217;immagine ideale di come &#8220;dovrei&#8221; essere. L&#8217;intento consiste in un&#8217;arte della disciplina fondata sul riconoscimento della propria bellezza e vulnerabilità. E per mettere in circolo questa volontà alternativa è necessario adottare delle pratiche quotidiane che sospendano il corso nevrotico – e dispotico &#8211; dei pensieri e che ci rammentino l&#8217;atmosfera di accettazione e di amore che sola può permetterci di progredire. Nel <a href="/2011/01/23/nuovo-gruppo-di-auto-aiuto-della-lid/">gruppo</a> abbiamo sperimentato alcune di queste pratiche, come la meditazione, l&#8217;incontro con il Bambino interno, lo scambio dell&#8217;ascolto profondo, il gesto della carezza, la scrittura della lettera. Si è trattato di proposte e di esempi, non della prescrizione dogmatica di vie esclusive. Ognuno può sviluppare la propria disciplina personale attraverso le pratiche che scopre, che inventa, che creativamente adatta al suo stile interiore e anche alla sua &#8220;giornata tipo&#8221;. Il tempo che personalmente dedico alla pratica, per esempio, è il momento silenzioso e solitario dell&#8217;alba e quello che precede immediatamente il sonno. </p>
<p>Le mie pratiche di presenza si sono modificate negli anni e credo che questa flessibilità abbia a che fare con l&#8217;ascolto interno e con il rispetto delle esigenze e dei bisogni che mano a mano si presentano, sia a livello interiore che esterno, quotidiano e interpersonale. &#8220;Voglio misericordia e non sacrifici&#8221; diceva qualcuno. Ecco, credo che  l&#8217;essenza della disciplina consista proprio in questo: mantenere con se stessi un dialogo paritario e di gratuità, senza salire in cattedra e senza vincolare l&#8217;approvazione di noi stessi a chissà quali performance. La meditazione, la preghiera creativa, la visualizzazione, una passeggiata consapevole e qualsiasi altro gesto di presenza sono atti con cui testimoniare – in presa diretta e senza clamori – che &#8220;un altro mondo è possibile&#8221;.</p>
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		<title>Nuovo gruppo di auto-aiuto della LIDI</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Jan 2011 09:13:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Renzo Marinoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Progetti e attività]]></category>
		<category><![CDATA[auto-aiuto]]></category>

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		<description><![CDATA[Cari amici, come da accordi presi nella nostra ultima riunione, vi propongo di iniziare la sperimentazione del nuovo gruppo di auto-aiuto della LIDI. Questa iniziativa durerà circa tre mesi e io mi occuperò solo di questa prima parte iniziale, poi insieme metteremo a punto un programma per nuovi gruppi. Per il nostro primo incontro possiamo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cari amici, come da accordi presi nella nostra ultima riunione, vi propongo di iniziare la <strong>sperimentazione del nuovo gruppo di auto-aiuto della LIDI</strong>.<br />
Questa iniziativa durerà circa tre mesi e io mi occuperò solo di questa prima parte iniziale, poi insieme metteremo a punto un programma per nuovi gruppi.<br />
Per il nostro primo incontro possiamo vederci presso &#8220;La Fenice&#8221; in Largo Giampaolo Borghi n. 3 (zona Prima Porta) e insieme stabiliremo dove e quando proseguire gli incontri successivi. Questo Gruppo seguirà un percorso, sarebbe preferibile quindi partecipare con costanza e continuità per verificarne il cammino.<br />
Pregherei chiunque fosse interessato a questo nuovo progetto di comunicarmelo quanto prima possibile, per avere il tempo necessario per organizzare e fissare la data della nostra prima riunione, <strong>scrivendo per aderire a <a href="javascript:linkTo_UnCryptMailto('nbjmup;s/nbsjopojAmfhbjouspwfstj/ju');">r.marinoni<script type="text/javascript"> obscureAddMid();</script>@legaintroversi.it<script type="text/javascript"> obscureAddEnd();</script></a></strong>.</p>
<p>(Il Gruppo è anche su <a href="http://www.facebook.com/group.php?gid=301580413172">Facebook</a>).</p>
<p>Il lavoro si svolgerà intorno a tre concetti molto importanti per la comprensione della realtà, sintetizzati di seguito:</p>
<h3>1. Conoscenza</h3>
<p>Osservare: quali padroni dirigono la mia vita? Io sono le mie identificazioni? Quali sono le mie sub personalità: il Tiranno, il giudice, la vittima, il sabotatore, il codardo, l&#8217;ipercritico, il bisogno di sentirsi utili a tutti i costi, l&#8217;entusiasta, l&#8217;amicone, lo spiritoso, il volenteroso&#8230; Chi comanda la mia vita di queste personalità? Ho la capacità di scegliere quali siano gli aspetti da valorizzare e quali da scartare? Quale di queste personalità semina nel mio campo, come posso abitare la vita diventando finalmente me stesso?</p>
<h3>2. Accettazione</h3>
<p>Conoscere e accettare le priorità: cosa mi sta davvero a cuore? Accetto una volontà sapiente? So dosare le mie forze? É importante camminare verso le scelte giuste per noi ma la volontà va allenata, deve essere nostra alleata. La buona etica è saper mettere insieme quello che c’è in noi&#8230; Onore, rispetto e gratitudine per le mie radici.</p>
<h3>3. Trasformazione e padronanza</h3>
<p>Ogni essere vivente, con l&#8217;energia dei suoi pensieri, crea uno strato del suo mondo; la realtà che si snocciola attimo dopo attimo è il prodotto della nostra conoscenza, dell&#8217;accettazione della vita e di noi stessi. Non c&#8217;è futuro senza conoscenza di noi stessi, non c&#8217;è felicità se non sappiamo quale sia la nostra vocazione riguardo alla vita, nulla si può trasformare di ciò che non si conosce. La padronanza non è un atto di forza, ma una fortezza acquisita con il lavoro e l&#8217;impegno personale su se stessi.</p>
<p>Lavorare insieme attraverso la condivisione sarà lo strumento che ci condurrà verso due obiettivi: migliorare la qualità della nostra vita e maturare nell&#8217;amicizia per creare la base della LIDI.</p>
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		<title>Workshop sul tema &#8220;I falsi bisogni&#8221;: introduzione del Vicepresidente</title>
		<link>http://www.legaintroversi.it/2008/06/03/workshop-sul-tema-i-falsi-bisogni-introduzione-del-vicepresidente/</link>
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		<pubDate>Tue, 03 Jun 2008 19:20:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Renzo Marinoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Workshop]]></category>
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		<category><![CDATA[dolore]]></category>
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		<description><![CDATA[23 – 24 – 25 maggio 2008, Caprarola (VT) La trasformazione attraverso la fortezza Molti esseri umani non sono consapevoli delle immense potenzialità della loro mente e della loro interiorità. Cosa s&#8217;intende per potenzialità? S&#8217;intende qualcosa che trascende notevolmente ciò che è considerato &#8220;normale&#8221; nella nostra sfera d&#8217;esistenza. Queste potenzialità interiori rimangono spesso inaccessibili, a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="alignr"><strong>23 – 24 – 25 maggio 2008, Caprarola (VT)</strong></p>
<h3>La trasformazione attraverso la fortezza</h3>
<p>Molti esseri umani non sono consapevoli delle immense potenzialità della loro mente e della loro interiorità.<br />
Cosa s&#8217;intende per potenzialità? S&#8217;intende qualcosa che trascende notevolmente ciò che è considerato &#8220;normale&#8221; nella nostra sfera d&#8217;esistenza.<br />
Queste potenzialità interiori rimangono spesso inaccessibili, a volte possono essere anche pericolose, se l&#8217;essere umano non ha raggiunto un certo grado di maturazione e se la sua consapevolezza non è ancora pervenuta ad uno stato di coscienza. Tutto ciò dipende dal fatto che ancora esistono in lui delle attitudini distruttive, quali l&#8217;ostinazione, l&#8217;orgoglio, la paura, l&#8217;avidità, l&#8217;invidia, la crudeltà, ecc. Nella maggior parte dei casi, gli esseri umani sono addormentati al novanta per cento e solo al dieci per cento svegli. Il processo del risveglio richiede forza, impegno, lavoro e la volontà di rinunciare alle attitudini distruttive e alle effimere soddisfazioni che da esse si possono trarre. Solo in questo caso la consapevolezza può gradualmente crescere, le percezioni diventare più acute e la saggezza interiore manifestarsi.</p>
<p>All&#8217;inizio questa nuova consapevolezza illumina soprattutto la propria realtà interiore, poi si estende anche a quella degli altri ed infine include la realtà tutta. In questo stato, che potrebbe essere chiamato di &#8220;coscienza infinita&#8221;, si percepisce in maniera incontrovertibile che la vita ed il sentire sono infiniti. Non vi è più alcun dubbio su questo! Il risveglio delle potenzialità interiori ci permette anche di accedere a quelle potenzialità che sono allo stato latente, ma che sempre esistono dentro di noi. Queste potenzialità possono essere utilizzate per guarire e per aiutare se stessi e gli altri, per espandere la nostra conoscenza e per rendere più felice la nostra vita e quella altrui. Va senza dire che se il piccolo io ancora predomina sul vero sé, un uso improprio di queste potenzialità è inevitabile. Solo quando il vero sé è governato dall&#8217;equità e dalla clemenza, non c&#8217;è rischio di abusarne. Il campo energetico di un essere umano che, a causa del basso livello di sviluppo della sua consapevolezza, vibra ad una frequenza troppo bassa, è incompatibile con le frequenze più elevate delle forze interiori a lui sconosciute. Questo è il motivo per cui è così importante che lo sviluppo proceda secondo certi ritmi. Il metodo più sicuro è quello di enfatizzare, al di sopra di tutto, il processo di trasformazione.  </p>
<p>Quando questo processo è in atto, la paura che abbiamo della vita diminuisce, nuove possibilità emergono in noi, e diventiamo più felici e soddisfatti. Anche la nostra attitudine verso i problemi cambia: invece di evitarli, come di solito facciamo, impariamo ad affrontarli, e questo ci permette di trovare soluzioni fino a prima inimmaginabili. In questo modo possiamo guarire i mali che affliggono il nostro corpo, la nostra mente e la nostra interiorità.<br />
Ma non possiamo raggiungere questo stato apparentemente utopico, se prima non affrontiamo tutti i nostri bisogni, i reali e i falsi, quelli consci e quelli inconsci. Se non rendiamo coscienti le emozioni e i pensieri che si nascondono nel nostro inconscio, porteremo con noi questo materiale represso per tutti i giorni della nostra vita. Ciò significa che continueremo a incontrare circostanze e persone che lo faranno emergere ogni volta. </p>
<p>In apparenza i genitori o l&#8217;ambiente sono responsabili delle esperienze dolorose dell&#8217;infanzia; la realtà è che i fattori esterni sono solo un mezzo attraverso cui l&#8217;individuo può entrare in contatto con se stesso, ovvero, con gli aspetti di sé che altrimenti rimarrebbero sempre dormienti e, perciò, non potrebbero mai essere trasformati. Naturalmente, possiamo sempre scegliere di trattare le esperienze dolorose al solito modo, cercando di evitarle e rifiutandoci di assumercene la responsabilità, non facendo altro, quindi, che prolungare il nostro dolore. Per ogni uomo arriva, comunque, il momento in cui non è più possibile evitare di confrontare apertamente le esperienze da esso stesso prodotte.<br />
È possibile comprendere questa relazione di causa ed effetto nel corso del nostro quotidiano: nella misura in cui le nostre esperienze infantili sono sepolte dentro di noi e non ne siamo più coscienti, attiriamo esperienze simili anche da adulti. Inversamente, quando prendiamo coscienza delle emozioni represse che ci portiamo dietro dall&#8217;infanzia, possiamo vedere come esse tendano a ripetersi nella nostra vita attuale. La repressione delle emozioni del passato genera in noi uno stato di torpore, che ci impedisce di sentire anche le emozioni presenti, fin quando non decidiamo di affrontarle con coraggio e di accettare il dolore che ne scaturisce.</p>
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		<title>Le emozioni. Come conoscerle e viverle</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Sep 2007 14:01:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Renzo Marinoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Workshop]]></category>
		<category><![CDATA[emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[felicità]]></category>
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		<description><![CDATA[Workshop sulle emozioni 30 agosto &#8211; 1 settembre 2007, Caprarola (VT) Relazione di Renzo Marinoni Non è possibile conoscere se stessi, se non permettiamo alle nostre emozioni di emergere e di maturare. Molti di noi hanno una forte resistenza a fare questo, e ciò rappresenta un grosso ostacolo sulla strada della crescita e della maturità [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="alignr"><strong>Workshop sulle emozioni<br />
30 agosto &#8211; 1 settembre 2007, Caprarola (VT)<br />
Relazione di <span class="highlight-blue">Renzo Marinoni</span></strong></p>
<p>Non è possibile conoscere se stessi, se non permettiamo alle nostre emozioni di emergere e di maturare. Molti di noi hanno una forte resistenza a fare questo, e ciò rappresenta un grosso ostacolo sulla strada della crescita e della maturità personale. È importante, perciò discutere il meccanismo di queste resistenze.<br />
Sia ben chiaro, innanzitutto, che la nostra personalità costituisce un&#8217;unità inscindibile. Per raggiungere la maturità, il lato fisico, il lato emotivo e quello mentale devono svilupparsi in egual misura. Queste tre sfere devono funzionare armoniosamente, non contrapporsi, come purtroppo di solito avviene. Se una funzione è meno sviluppata delle altre, l&#8217;intera personalità diventa disarmonica e noi non possiamo raggiungere il nostro equilibrio interiore.</p>
<p>Cerchiamo di capire perché noi tralasciamo di coltivare, ed anzi, ostacoliamo la crescita della nostra natura emotiva. Questa tendenza è universale ma negli introversi viene esagerata per il patrimonio emotivo che ci portiamo in dote. In genere tutti noi ci prendiamo cura del nostro corpo fisico. Facciamo tutto ciò che è necessario per farlo crescere e per mantenerlo sano. Una buona parte di noi coltiva anche quello mentale: impariamo ad utilizzare la mente, teniamo in allenamento il cervello, esercitiamo la memoria; insomma facciamo tutto ciò che è necessario per crescere mentalmente.<br />
Perché, allora, la crescita emotiva viene trascurata? Ci sono dei buoni motivi per questo cari amici miei. Per maggiore chiarezza, cerchiamo di capire quale funzione ha la natura emotiva nell&#8217;essere umano. Un suo importante aspetto è <em>la capacità di sentire emozioni e sensazioni</em>: senza di queste è impossibile dare e ricevere felicità. Nella misura in cui ci allontaniamo dalle emozioni, chiudiamo la  porta alla felicità. Un altro importante aspetto della natura emotiva è la creatività. <em>Nella misura in cui reprimiamo il nostro lato emotivo, non permettiamo alla nostra creatività di esprimersi</em>. Contrariamente a quello che molti credono, la creatività non è solo un processo mentale. Di fatto l&#8217;intelletto vi gioca un ruolo molto meno importante di quanto comunemente si ritenga. Anche se è vero che esso serve ad apprendere le tecniche necessarie all&#8217;espressione della creatività, questa, però, è e rimane un processo fondamentalmente intuitivo. Naturalmente, la capacità intuitiva può essere attiva solo se le emozioni sono mature, sane e forti.<br />
Quando ci allontaniamo dal crescere emotivamente e dal mondo delle emozioni, inevitabilmente la nostra capacità intuitiva ne risente. Perché c&#8217;è una tale enfasi oggi nel mondo a sviluppare il lato fisico e quello mentale, mentre il lato emotivo viene trascurato? Diverse spiegazioni potrebbero essere date, ma io preferisco andare direttamente alle radici del problema.</p>
<h3>Le emozioni vengono smorzate per evitare il dolore</h3>
<p>Nel mondo delle emozioni vi sono la felicità e l&#8217;infelicità, il piacere e il dolore, l&#8217;abisso e l&#8217;estasi. Contrariamente a quanto avviene per i processi mentali, che ci limitiamo a registrare, le emozioni ci toccano profondamente. Dal momento che ognuno di noi desidera essere felice, e che abbiamo capito che le emozioni immature portano all&#8217;infelicità, reprimendo le prime speriamo di evitare anche quest&#8217;ultime.</p>
<p>Nella vita di ogni bambino non possono non esserci delle circostanze infelici; il dolore e le frustrazioni sono comuni. Ben presto il bambino raggiunge la seguente conclusione, di solito inconscia, conclusione nella quale continua a credere anche da adulto: &#8220;se riesco a non sentire non sarò infelice&#8221;. In altre parole, invece di prendere la coraggiosa decisione di vivere e di attraversare le emozioni negative e immature, in modo da permettere loro di crescere e di maturare e quindi di diventare costruttive, l&#8217;uomo preferisce reprimerle, eliminarle dalla coscienza, e nasconderle. Cosi queste rimangono inadeguate e distruttive, anche se si è inconsapevoli della loro esistenza.<br />
È vero che anestetizzandoci emotivamente, temporaneamente non sentiamo più il dolore, ma è anche vero che la nostra capacita di essere felici e di provare piacere viene a soffrirne, mentre, nei tempi lunghi, comunque non riusciamo ad evitare la tanta temuta infelicità. Questa ci colpisce in maniera indiretta ed in forma ancora più dolorosa.<br />
L&#8217;amaro dolore dell&#8217;isolamento, della solitudine, la devastante sensazione di aver attraversato la vita senza aver raggiunto le sue vette e senza essere scesi nei sui abissi, senza aver sviluppato noi stessi al meglio delle nostre capacità, sono il risultato di tale soluzione sbagliata.<br />
Se adottiamo la tattica di fuggire, non possiamo vivere la nostra vita in pieno. Allontanandoci dal dolore ci allontaniamo dalla felicità, e, ciò che è ancor più grave, distruggiamo la nostra capacità di sentire. Ad un certo punto, anche se non lo ricordiamo coscientemente, abbiamo preso la decisione di allontanarci dall&#8217;amore, dalla gioia, dalle nostre emozioni, e da tutto ciò che rende la vita ricca e gratificante. Questa decisione ha provocato gravi guasti, sia alla nostra capacità intuitiva, che alla nostra creatività, delle nostre potenzialità abbiamo sviluppato solo una minima parte. Il danno che arrechiamo a noi stessi fin quando aderiamo a questa pseudosoluzione, supera la nostra attuale capacità di comprensione.</p>
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		<title>Workshop sulle emozioni: introduzione del Vicepresidente</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Sep 2007 13:14:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Renzo Marinoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Workshop]]></category>
		<category><![CDATA[emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[saggio sull'introversione]]></category>

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		<description><![CDATA[30 agosto &#8211; 1 settembre 2007, Caprarola (VT) Cari amici, Vi ringrazio caldamente di aver risposto così numerosi per partecipare a questo primo incontro organizzato dalla LIDI. Come molti di voi sanno, il progetto LIDI nasce da un&#8217;idea del dott. Luigi Anepeta, che dopo aver studiato il fenomeno per molti anni, decide di dare il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="alignr"><strong>30 agosto &#8211; 1 settembre 2007, Caprarola (VT)</strong></p>
<p>Cari amici,</p>
<p>Vi ringrazio caldamente di aver risposto così numerosi per partecipare a questo primo incontro organizzato dalla LIDI.</p>
<p>Come molti di voi sanno, il progetto LIDI nasce da un&#8217;idea del dott. Luigi Anepeta, che dopo aver studiato il fenomeno per molti anni, decide di dare il suo contributo al mondo introverso, con questa idea che io ritengo geniale: mettere insieme persone che provengono da varie estrazioni sociali, ma avendo in comune il carattere introverso.</p>
<p>Gli studi del nostro presidente hanno prodotto il suo libro dal titolo (<a href="/2007/06/30/il-saggio-sullintroversione-timido-docile-ardente/"><strong><em>Timido, docile, ardente&#8230;</em></strong></a>), che vi consiglio di leggere in quanto contiene molte notizie utili per decodificare la natura introversa e aiuta a prendere coscienza del perché di molti accadimenti del nostro passato e anche del presente.</p>
<p>Il tema di questo nostro incontro sono le emozioni che, come molti di voi avranno già scoperto, per gli introversi sono la parte più dolente del carattere.</p>
<p>In questo nostro stare insieme questi due giorni, con l&#8217;aiuto di vari amici, cercheremo di sperimentare nei limiti del possibile la nostra parte emozionale, rispettando ogni individualità, per capire qualcosa di più sul mondo delle emozioni. Vi chiedo di tenere la mente aperta, di non dare giudizi frettolosi su ciò che sentite e su ciò che andremo a fare. Ricordate che noi siamo sperimentatori di qualcosa di nuovo; mai prima d&#8217;ora, che io sappia, caratteri come i nostri si sono riuniti decidendo con libertà di mettersi in gioco per capire la propria natura.</p>
<p>Il progetto LIDI è molto ambizioso, si propone di creare uno spazio in cui ogni introverso che lo desideri possa trovare risposte alla sua diversità, e magari strumenti per capire e superare quei vincoli che ci bloccano nell&#8217;accettazione della nostra natura.</p>
<p>Dunque, cari amici, noi siamo la punta di un iceberg di un universo nascosto di persone introverse che, come noi, si nascondono, travestendosi tutti i giorni da estroversi. Il peggior nemico degli introversi sono gli introversi stessi, perciò tocca a noi tracciare un sentiero con le nostre esperienze, la forza e la speranza che, nel cercare di stare meglio noi stessi, si possa creare uno strumento anche per altri.</p>
<p class="alignr">Renzo Marinoni</p>
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