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	<title>LIDI - Lega Italiana per la tutela dei Diritti degli Introversi &#187; Introversione e disagio psichico</title>
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	<description>Conoscere, riconoscere, riabilitare l&#039;introversione e prevenire il disagio degli introversi</description>
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		<title>Introversione e interazione sociale</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Jan 2008 07:48:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Introversione e disagio psichico]]></category>
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		<category><![CDATA[interazione sociale]]></category>
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		<description><![CDATA[1. La storia di M., che ho pubblicato su Nil Alienum (Significato funzionale dei sintomi psicopatologici &#8211; 5) e alla quale ho fatto riferimento nell&#8217;articolo Introversione e lavoro (1), può fornire lo spunto per riflettere sul problema più ampio delle varie circostanze di interazione tra introversione e mondo sociale. M., come ho scritto, è un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1.</h3>
<p>La storia di M., che ho pubblicato su <a href="http://www.nilalienum.it">Nil Alienum</a> (<em><a href="http://www.nilalienum.it/Sezioni/Aggiornamenti/Psicopatologia%20dinamica/Psicopatologia%20dinamica/Sign_funz_sint5.html">Significato funzionale dei sintomi psicopatologici &#8211; 5</a></em>) e alla quale ho fatto riferimento nell&#8217;articolo <a href="/2006/11/20/introversione-e-lavoro-1/"><strong><em>Introversione e lavoro (1)</em></strong></a>, può fornire lo spunto per riflettere sul problema più ampio delle varie circostanze di interazione tra introversione e mondo sociale.</p>
<p>M., come ho scritto, è un giovane che costruisce la sua personalità sulla base di un modello perfezionistico incentrato sul rispetto degli altri, sull&#8217;educazione e sulla compitezza. Egli da bambino e da adolescente non avverte mai un bisogno particolare di stabilire con gli altri rapporti di familiarità, di amicizia o di affetto. La sua socializzazione a livello scolastico è buona perché egli è apprezzato dai grandi per il suo rendimento e dai coetanei per la sua semplicità e bontà.<br />
Nel corso degli anni dedicati agli studi universitari, con l&#8217;affanno di non sprecare un solo minuto, M., per qualche tempo, frequenta due amici con caratteristiche affini. Gli impegni di studio lo portano poi a lasciar cadere anche queste relazioni.<br />
Gli ultimi due anni di Università sono, di fatto, caratterizzati da una solitudine totale soggettivamente tollerata senza alcun disagio. M. studia con passione, ricava grandi soddisfazioni dai risultati che consegue e vede davanti a sé un futuro abbastanza roseo.<br />
Sotteso dalle numerose conferme accumulate nel corso degli anni, il progetto di vita di M., infatti, si incentra sull&#8217;aspettativa ingenua, ricavata dal contesto familiare piccolo-borghese, che se un soggetto fa il suo dovere, si impegna ed esibisce un comportamento compito e corretto, tutto nella vita fila liscio.<br />
L&#8217;accesso la mondo del lavoro mette in crisi questa ideologia. M. in effetti fa il suo dovere, ma in preda ad un&#8217;ansia perfezionistica estrema. La sua dedizione al lavoro è a tal punto cieca che egli si inchioda al computer dall&#8217;inizio alla fine dell&#8217;orario di lavoro, sbocconcella nell&#8217;ora di pausa un panino senza allontanarsi dalla &#8220;stazione&#8221; e non spreca un solo minuto nell&#8217;intrattenersi con i colleghi di lavoro. Certo, egli mantiene nei loro confronti un comportamento che oggettivamente è corretto: li saluta immancabilmente quando arriva (o quando essi arrivano) e quando vanno via (quasi sempre prima di lui).<br />
Non si rende conto che il suo perfezionismo per un verso (che gli consente di ottenere fuori busta gratificazioni economiche di cui gli altri vengono a sapere qualcosa) e il suo formalismo per un altro, per cui egli non concede alcuna confidenza ai colleghi, attiva in essi (o almeno in alcuni) delle reazioni emotive negative di invidia, antipatia e avversione.<br />
Dato che una circostanza interattiva del genere non rientra nell&#8217;ambito delle aspettative di M., che ritiene che un comportamento inappuntabile come il suo non possa suscitare negli altri che un moto di stima e di simpatia, il registrare emozioni negative ha un effetto interiormente sconvolgente.<br />
Scoprendo repentinamente la gratuita, incomprensibile e irrazionale cattiveria del mondo, e non potendo dare ad essa senso, M. imbocca la via del delirio di riferimento, cominciando ad avvertire un&#8217;ostilità diffusa anche fuori dell&#8217;ambiente di lavoro. Il delirio poi, nel corso del tempo, assume una configurazione persecutoria, poiché, oltre che avversato, M. giunge a sentirsi oscuramente minacciato.</p>
<p>È evidente che l&#8217;esperienza di M. si presta ad un&#8217;interpretazione di tipo cognitivista: in ultima analisi, il delirio di riferimento si avvia sulla base di un&#8217;interpretazione errata della situazione che si realizza nell&#8217;ambiente lavorativo. In realtà, l&#8217;approccio cognitivista, anche in un caso del genere, è superficiale. La proiezione sul mondo intero del giudizio negativo e dell&#8217;avversione dipendono da un fattore emozionale. Quando M. recepisce l&#8217;avversione dei colleghi, non ritenendola giustificata (a ragione) né comprensibile (a torto), egli, che ha un senso di giustizia rigoroso, nel suo intimo si arrabbia a morte, ed è la rabbia, attraverso il consueto meccanismo di colpevolizzazione, ad avviare il circolo vizioso per cui più si arrabbia, più si sente avversato, ecc.</p>
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		<title>Sull&#8217;inadeguatezza</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Jan 2008 10:37:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Introversione e disagio psichico]]></category>
		<category><![CDATA[codice normativo]]></category>
		<category><![CDATA[giudizio sociale]]></category>
		<category><![CDATA[inadeguatezza]]></category>
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		<description><![CDATA[1. Il vissuto di inadeguatezza è forse, in assoluto, sia pure in gradi diversi, il più rappresentato e il più tormentoso nella soggettività degli introversi. Dedicare ad esso attenzione, oltre a poter esser di aiuto a qualcuno, permette di portare avanti la riflessione su questo singolare modo di essere. Sentirsi inadeguati significa sentirsi a disagio, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1.</h3>
<p>Il vissuto di inadeguatezza è forse, in assoluto, sia pure in gradi diversi, il più rappresentato e il più tormentoso nella soggettività degli introversi. Dedicare ad esso attenzione, oltre a poter esser di aiuto a qualcuno, permette di portare avanti la riflessione su questo singolare modo di essere.</p>
<p>Sentirsi inadeguati significa sentirsi a disagio, inferiori, non all&#8217;altezza delle situazioni, impacciati nel parlare e nell&#8217;agire, non disinvolti e non padroni di sé come gli altri. Il vissuto di inadeguatezza si esaspera di fatto in rapporto all&#8217;esposizione sociale, ma può perseguitare il soggetto anche quando sta da solo e riflette su se stesso. Talora questo dipende dalla tendenza a rievocare situazioni sociali già vissute e vergognarsi del comportamento esibito. Altre volte, il vissuto prescinde dai ricordi, e fa riferimento a limiti personali sentiti come incompatibili con le circostanze e le richieste dell&#8217;ambiente.</p>
<p>Per analizzare questo vissuto, un primo passo consiste nel consultare i Dizionari. L&#8217;uno vale l&#8217;altro, perché, con rare eccezioni, la definizione dei termini inerenti la psicologia (come è già stato comprovato dall&#8217;analisi dei termini introverso ed estroverso) è descrittiva, vale a dire un po&#8217; appiattita sul senso comune.</p>
<p>Dalla consultazione si ricavano le seguenti definizioni:</p>
<p><em>Inadeguato</em><br />
Sproporzionato, inferiore alla necessità, insufficiente; di persona che non è all&#8217;altezza<br />
Sin. Inidoneo<br />
Comp. di in-+adeguato</p>
<p><em>Adeguato</em><br />
Conveniente, adatto; proporzionato, giusto<br />
Sin. idoneo</p>
<p><em>Adeguare</em><br />
1. Rendere uguale, pareggiare; conformare: <em>a. il proprio comportamento alle circostanze</em>; proporzionare<br />
2. paragonare, valutare uguale</p>
<p><em>Adeguarsi</em><br />
Conformarsi, adattarsi<br />
Dal lat. Adacquare, composto di ad+aequare, &#8220;uguagliare&#8221;. Derivato di equus, &#8220;equo, uguale&#8221;</p>
<p>È tutto molto ovvio, ma la trama semantica consente qualche osservazione interessante. Si intrecciano, infatti, in essa due diverse categorie: l&#8217;<strong>uguaglianza</strong> e l&#8217;<strong>adattamento</strong>. <em>Adeguato </em>significa, per un verso, <strong>uguale a qualcuno nelle potenzialità, nelle doti, nelle competenze, ecc.</strong>; per un altro, <strong>conforme sul piano del comportamento ad un modello che evoca un giudizio sociale di &#8220;normalità&#8221;.</strong></p>
<p>Tenendo conto di questi due aspetti, verrebbe da pensare che se gli introversi valutassero realisticamente le loro doti e accettassero i limiti della loro condizione, potrebbero vivere meglio di come vivono. Di fatto, invece, il vissuto di inadeguatezza è una sorta di &#8220;tarlo&#8221; continuo, che, in alcuni momenti e in rapporto a determinate situazioni di esposizione sociale, diventa un incubo.</p>
<p>È del tutto evidente che ciò dipende dalla cattura che il modello normativo corrente (estroverso e estrovertito) esercita sulla loro soggettività. Ciò significa, in altri termini, che essi, adottandolo, sono spinti a valutare se stessi quasi solo in riferimento al comportamento sociale che, tra i vari parametri cui ho fatto cenno nell&#8217;articolo sull&#8217;immagine interna, è quello che il modello dominante tende a privilegiare.</p>
<p>Questa valutazione univoca incide, poi, su tutti gli altri parametri. Il non riuscire a parlare in pubblico, per esempio, giunge a significare non avere nulla di importante da dire, nulla che non esponga la propria pochezza riflessiva.</p>
<p>Sulle conseguenze globali dell&#8217;interiorizzazione del modello normativo vigente nella nostra società tornerò ulteriormente.</p>
<p>Nell&#8217;immediato è importante ricostruire i momenti evolutivi che consentono di spiegare i modi in cui avviene l&#8217;interiorizzazione.</p>
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		<title>Introversione e solitudine</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Nov 2007 16:15:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Introversione e disagio psichico]]></category>
		<category><![CDATA[interazione sociale]]></category>
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		<category><![CDATA[socialità]]></category>
		<category><![CDATA[solitudine]]></category>
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		<description><![CDATA[1. Il Forum della LIDI è ormai ingombro di messaggi che rilevano, soprattutto a livello giovanile, la condizione di solitudine in cui vivono gli introversi. È un vissuto di cui non si può non tenere conto, perché, in qualche misura, esso si perpetua spesso anche nell&#8217;esperienza degli adulti. Penso di aver scritto, qua e là, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1.</h3>
<p>Il <a href="http://lidi.forumfree.net">Forum della LIDI</a> è ormai ingombro di messaggi che rilevano, soprattutto a livello giovanile, la <strong>condizione di solitudine in cui vivono gli introversi</strong>. È un vissuto di cui non si può non tenere conto, perché, in qualche misura, esso si perpetua spesso anche nell&#8217;esperienza degli adulti.<br />
Penso di aver scritto, qua e là, affrontando sia situazioni psicopatologiche specifiche (attacchi di panico, depressioni, ecc.) sia nodi teorici di ordine generale (dipendenza/indipendenza) già abbastanza su questo tema, e di aver riversato parecchie riflessioni a riguardo nella <a href="/2006/06/15/solitudine-il-ritorno-a-se-stessi-anthony-storr/">recensione</a> del libro di Storr <em>Solitudine: il ritorno a se stessi</em>.</p>
<p>Occorre evidentemente insistere perché, intorno al vissuto di solitudine, si aggregano gran parte delle tematiche proprie dell&#8217;essere introversi nel nostro mondo.</p>
<p>Parto da una considerazione che si può ritenere ovvia, e che invece, a mio avviso, non lo è.<br />
Tranne Freud e alcuni psicoanalisti che, ancora oggi, si riconducono alle sue ipotesi pessimistiche sulla natura umana, che non riconoscerebbe nel suo corredo alcun autentico bisogno di relazione sociale, tutti gli studiosi di antropologia (intesa in senso lato) sono d&#8217;accordo sul fatto che <strong>l&#8217;uomo è un animale sociale</strong>, destinato a vivere dall&#8217;inizio alla fine in una condizione d&#8217;interazione con i simili e animato dall&#8217;esigenza di essere riconosciuto dagli altri e di stabilire rapporti significativi con essi. Se si parte da questo presupposto, la solitudine come conseguenza di uno scarso o assente riconoscimento sociale e/o di una difficoltà persistente di stabilire legami significativi affettivi sembra immediatamente giustificare il senso di vuoto, di isolamento, di estraneità al mondo, di angoscia che pervadono l&#8217;esperienza di molti introversi.</p>
<p>Il problema, però, non è così semplice come potrebbe apparire.<br />
<span class="highlight-blue-b">Storr</span> ha perfettamente ragione nel sostenere che l&#8217;evoluzione della personalità umana deve articolarsi sulla base di due obiettivi: <strong>la capacità di stare con gli altri e quella di stare con sé</strong>, da soli. Si tratta di obiettivi entrambi importanti per quanto nel nostro mondo il secondo, sia a livello formativo che soggettivo, viene sistematicamente misconosciuto.<br />
Il motivo di questa &#8220;rimozione&#8221; è evidente. <strong>L&#8217;egemonia del modello normativo estrovertito dà un&#8217;estrema importanza all&#8217;acquisizione di moduli comportamentali che consentono di interagire con gli altri, con il mondo esterno nelle più varie circostanze e non ne dà alcuna all&#8217;acquisizione di strumenti che consentono di stabilire un rapporto significativo con se stessi, con il mondo interno.</strong></p>
<p>Si può capire meglio questo aspetto se si tiene conto del modo in cui l&#8217;evoluzione della personalità viene oggi concepita, come passaggio da una condizione originaria di dipendenza radicale dai curanti ad una socializzazione che si avvia precocemente, attraverso l&#8217;istituzionalizzazione del bambino, e, in virtù del tragitto scolastico prima e dell&#8217;apertura poi, in epoca adolescenziale, ad una socialità spontanea, dà luogo, al termine dell&#8217;evoluzione, alla definizione di un io dotato di competenze sociali.<br />
In quest&#8217;ottica, dunque, <strong>il passaggio va da una dipendenza radicale originaria, imposta dall&#8217;inadeguatezza psicologica del bambino, all&#8217;indipendenza dell&#8217;adulto, che si muove a proprio agio nel mondo sociale</strong>. Essa non comporta alcun riferimento al fatto che, per evitare che la socialità giovanile o adulta sia semplicemente un trasferimento di dipendenza dal gruppo familiare al mondo extrafamiliare, si richiede lo <strong>stabilirsi di una relazione significativa con se stessi</strong>.<br />
È fuori di dubbio che questa relazione non potrebbe darsi in difetto di un&#8217;interazione con il mondo sociale. Posto però che tale interazione si dia, il definirsi di un mondo interiore autonomo è o dovrebbe essere caratterizzato dal fatto che il soggetto, stando da solo, può raccogliersi dentro di sé, riflettere sulla sua esperienza individuale, parlare con se stesso dandosi del tu, ecc. Questa modalità di relazione con sé, per quanto possa comportare anche valutazioni critiche o la presa di coscienza di contraddizioni da risolvere, dovrebbe realizzarsi in associazione ad un&#8217;emozione di intimità e di familiarità. È solo raccogliendosi dentro di sé che il soggetto può procedere verso un livello maggiore di autenticità, prendendo coscienza delle sue qualità, dei valori intrinseci alla sua esperienza, delle contraddizioni che richiedono di essere risolte e dei limiti che egli deve accettare in quanto non sormontabili.<br />
Definire questa capacità di stare e di dialogare con sé come solipsistica è assurdo, poiché il raggiungimento di un rapporto di familiarità con il proprio mondo interiore (o con quello che si definisce il Sé) implica l&#8217;interiorizzazione di relazioni sociali significative che si mantengono sullo sfondo con il loro carico confermativo. Essa definisce il grado di autonomia che il soggetto ha raggiunto attraverso l&#8217;esperienza sociale, che lo pone in grado di prendere posizione su se stesso e sul mondo, di operare scelte significative, in accordo o in disaccordo con i codici normativi: in breve, di individuarsi (processo interminabile che, come noto, va ben al di là dell&#8217;acquisizione di uno statuto adulto di individuo, che implica solo l&#8217;adattamento al mondo così comìè e la capacità di agire convenientemente i ruoli sociali assegnati o scelti).</p>
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		<title>Tormentato a scuola</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Apr 2007 12:59:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[1. Dovremo arrenderci, finché le cose non cambieranno, a tenere sul sito un necrologio degli introversi che non ce la fanno a sopportare la persecuzione sociale. Negli ultimi tempi, la lista sta crescendo in maniera preoccupante. Quasimodo di Ragusa ha un record singolare. Nel 1997, un ragazzino di dodici anni si toglie la vita: lo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1.</h3>
<p>Dovremo arrenderci, finché le cose non cambieranno, a tenere sul sito un necrologio degli introversi che non ce la fanno a sopportare la persecuzione sociale. Negli ultimi tempi, la lista sta crescendo in maniera preoccupante.<br />
Quasimodo di Ragusa ha un record singolare. Nel 1997, un ragazzino di dodici anni si toglie la vita: lo prendono in giro perché figlio di contadini (ha &#8220;odore di campagna&#8221;, dicono). L&#8217;8 febbraio 2005 si uccide Marco &#8211; figlio di un italiano e di una donna orientale &#8211; che non sopporta più di essere chiamato &#8220;il cinese&#8221;. Il 15 aprile dello stesso anno si sopprime Damiano, che a 13 anni è oggetto di nomignoli e parole sconvenienti per via della sua altezza.<br />
Casi del genere si registrano, però, anche altrove. Nell&#8217;agosto 2006 un giovane ventenne, che risiede vicino Reggio Emilia, si getta da un dirupo, dopo aver mandato un sms alla madre. Un gruppo di coetanei è stato iscritto nel registro degli indagati per episodi di &#8220;nonnismo&#8221;. L&#8217;anno scorso, il 30 settembre, Isabella, diciassettenne, a San Vito di Cadore, non reggendo più gli apprezzamenti pesanti dei suoi coetanei, si butta da un ponte dopo una cena in pizzeria. I quattro amici con cui è uscita sono indagati per istigazione al suicidio.</p>
<p>C&#8217;è un dato in comune tra queste vicende. In tutti i casi, infatti, si tratta di giovani molto bravi a scuola, presi di mira per una qualche diversità, insultati, emarginati e umiliati, vittime di una vera e propria persecuzione, costretti a vivere una quotidianità di vessazioni e umiliazioni che sopportano fino alla tragica conclusione.</p>
<p>L&#8217;ultima vittima è un ragazzo di sedici anni, M., che frequentava con eccellenti risultati un grande istituto tecnico torinese. Silenzioso e introverso, M. è stato perseguitato dai compagni di classe fino al punto di decidere, il 4 marzo di quest&#8217;anno, di farla finita lanciandosi dal quarto piano del palazzo ove abitava. Prima di suicidarsi, ha scritto una lettera nella quale ha esposto i motivi della sua decisione, chiedendo perdono ai suoi e concludendo: &#8220;Non ce la faccio più&#8221;.</p>
<p>M. era il secondo di tre figli di una coppia formata da un agricoltore italiano e da una donna filippina, venuta in Italia venti anni fa. La madre dichiara: «Perché me lo hanno trattato così? Lui era un essere umano, una persona normale, come tutte le altre. Era buono e gentile. Perché prenderlo in giro con le parolacce, perché dargli del gay quando era chiaro che soffriva e piangeva?». «I problemi sono cominciati più di un anno fa, in prima superiore. Mio figlio era dolce, sensibile, non alzava mai la voce, non partecipava a certi giochi e non litigava con nessuno. I compagni l&#8217;hanno preso di mira, ce l&#8217;avevano con Jonathan, quello del Grande Fratello. Era un modo per dirgli che era gay, poi aggiungevano altre cose&#8230; ».</p>
<p>La donna ha tentato di tutelare il figlio e di aiutarlo. Un anno fa aveva fatto presente la situazione alla vicepreside dell&#8217;istituto, che era anche insegnante di M. Quest&#8217;ultima conferma: «La signora ci ha parlato di questi problemi già nell&#8217;inverno dell&#8217;anno scolastico 2005-2006. Ha avuto un lungo colloquio con noi, al quale sono seguiti rimproveri da parte nostra ai compagni che avevano schernito M.». In seguito all&#8217;intervento, la persecuzione si era allentata: «Da quel momento &#8211; sostiene la vicepreside -, per noi non c&#8217;è stato più alcun segnale di disagio né da parte del ragazzo né della famiglia». In realtà, con l&#8217;inizio dell&#8217;anno la persecuzione era ripresa. M. ne parlava con la madre che gli dava buoni consigli: &#8220;M., stai tranquillo, non hai nessun problema, fai amicizia con i compagni, esci&#8230;&#8221;. M., invece, dopo la scuola tornava subito a casa, giocava al computer o ascoltava i suoi cd.</p>
<p>Afferma la vicepreside: «Purtroppo a questa età, succede spesso che la sensibilità di un ragazzo non sia compresa dagli altri, ma non c&#8217;era alcun bullismo né l&#8217;intenzione di far male, solo degli sciocchi scherzi involontariamente crudeli.» E aggiunge: «M. andava bene a scuola, aveva 7 e 8 in tutte le materie e 10 in condotta. Pensandoci oggi, la sua sensibilità poteva anche nascondere una grande fragilità, ma qui a scuola si traduceva soprattutto in studio e rispetto delle regole.»</p>
<p>Al funerale i compagni di M. hanno esposto un cartellone sul quale si leggeva: «Forse adesso raggiungerai quel mondo diverso che non trovavi mai. Solo che non doveva andare così&#8230; »</p>
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		<title>La sindrome di Robespierre</title>
		<link>http://www.legaintroversi.it/2007/03/14/la-sindrome-di-robespierre/</link>
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		<pubDate>Wed, 14 Mar 2007 09:44:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[1. Maximilien Robespierre era di sicuro un introverso. Nobile non di nascita ma nei modi che, fino alla fine, appaiono contrassegnati da una naturale signorilità ed eleganza, egli, pur seguendo una carriera di studi e professionale fedele alla tradizione familiare, si imbatte precocemente in Rousseau e ne rimane profondamente, irreversibilmente influenzato. Attraverso il pensatore ginevrino, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1.</h3>
<p><span class="highlight-blue-b">Maximilien Robespierre</span> era di sicuro un introverso. Nobile non di nascita ma nei modi che, fino alla fine, appaiono contrassegnati da una naturale signorilità ed eleganza, egli, pur seguendo una carriera di studi e professionale fedele alla tradizione familiare, si imbatte precocemente in <a href="/2007/05/15/la-biografia-interiore-di-jean-jacques-rousseau/">Rousseau </a>e ne rimane profondamente, irreversibilmente influenzato. Attraverso il pensatore ginevrino, egli scopre ciò che è già implicito nel suo corredo genetico: <strong>l&#8217;uguaglianza degli uomini, il legame fraterno che si dovrebbe dare tra loro, e il terribile peso delle ingiustizie sociali</strong>. In nome di questa scoperta, prima di darsi alla politica, compie una scelta professionale significativa. Come avvocato, si pone a servizio degli umili, dei deboli, degli oppressi, e difende i loro diritti spesso contro i rappresentanti della classe cui egli stesso appartiene.</p>
<p>Quando intraprende la carriera politica, egli diventa<strong> il più accanito difensore dei principi rivoluzionari</strong> (Libertà, Uguaglianza, Fraternità) e si assume l&#8217;onere di realizzarli compiutamente. La sua utopia è splendidamente espressa in un discorso del febbraio 1794:</p>
<blockquote>
<p>Noi vogliamo sostituire, nel nostro paese, la morale all&#8217;egoismo, la probità all&#8217;onore, i principi alle usanze, i doveri alle convenienze, l&#8217;impero della ragione alla tirannia della moda, il disprezzo del vizio al disprezzo della sventura, la fierezza all&#8217;insolenza, la grandezza dell&#8217;animo alla vanità, l&#8217;amore della gloria all&#8217;amore del denaro, la buona gente alla buona compagnia, il merito all&#8217;intrigo, il genio al bello spirito, la verità al lustro, l&#8217;incanto della felicità alla noia della voluttà, la grandezza dell&#8217;uomo alla piccolezza dei grandi&#8230;</p>
</blockquote>
<p>È difficile non riconoscere immediatamente in questo progetto l&#8217;espressione del &#8220;sogno&#8221; che giace al fondo di ogni anima introversa: quella di un mondo nobile, giusto, affrancato dall&#8217;egoismo, anelante alla grandezza e alla felicità nel rispetto dei diritti altrui.<br />
La realizzazione pratica di tale sogno urta, però, contro un ostacolo: esso, infatti, quando Robespierre arriva al potere sull&#8217;onda della fama della sua integrità morale e della saldezza dei suoi principi umanitaristici, non sembra facilmente condiviso dai conservatori e dai moderati, genia esistente in ogni contesto storico, le cui teste appaiono piuttosto impenetrabili al fascino di quei principi. Per Robespierre, anima sostanzialmente mite e niente affatto incline alla violenza, non c&#8217;è problema: basta tagliare le teste e il mondo è destinato a rigenerarsi.</p>
<p>È illecito, da un punto di vista storico, attribuire a Robespierre gli eccessi del Terrore, dovuti, in gran parte, a suoi collaboratori di temperamento tutt&#8217;altro che mite. È fuori di dubbio, però, che, anche se non era al corrente delle violenze che si perpetravano in nome della Rivoluzione, egli ha chiuso gli occhi su di esse.<br />
La circostanza, destinata ad incombere come un marchio sul giudizio degli storici e siull&#8217;immaginario popolare (laddove si è prodotta l&#8217;identificazione di Robespierre come fanatico e spietato dittatore), è tanto più sorprendente se si tiene conto che egli, nel corso della sua vita, ha espresso più volte e in maniera vibrante un giudizio inappellabilmente contrario alla pena di morte. Nel suo intimo, dunque, il rispetto dell&#8217;altro in quanto persona dotata di inviolabile dignità è un valore assoluto.</p>
<p>Il paradosso che si dà, nella biografia di Robespierre, tra i principi e l&#8217;azione è degno di una profonda riflessione sul rapporto che si dà tra individuo e storia. Per ora metto da parte questo tema perché questo articolo ha l&#8217;intento di illuminare uno degli aspetti più densi di significato del modo di essere introverso.</p>
<p>Conio il neologismo <strong>sindrome di Robespierre</strong> per definire l&#8217;atteggiamento interiore nei confronti del mondo, e dei normali, più consueto nei soggetti introversi. Inoffensivi, scrupolosi, compiti, corretti, ciò nondimeno numerosi introversi, nell&#8217;interazione con la realtà sociale, rimangono feriti dalla distanza, abissale per alcuni aspetti, che si dà tra il comportamento medio delle persone e il modello di riferimento, il &#8220;sogno&#8221; che essi albergano. La ferita, che si può verificare originariamente a livello familiare, ma si realizza inesorabilmente a livello sociale, è esasperata dal fatto che gli introversi, nonostante l&#8217;esperienza che fanno del mondo, rimangono sempre sorpresi dai comportamenti sociali che si ripetono attestando una scarsa delicatezza, più spesso inconsapevole che non consapevole, nei confronti degli altri.</p>
<p>Si tratta in genere di microtraumi, perché, eccezion fatta per i bambini o gli adolescenti introversi che vengono investiti da prese in giro, &#8220;giochi&#8221; pesanti e aggressioni fisiche, i comportamenti degli adulti con cui gli introversi si rapportano sono caratterizzati dalla superficialità e da una certa rozzezza. Non sono insomma violenti in senso proprio.<br />
La microtraumaticità dell&#8217;esperienza sociale, però, ha degli effetti costanti e incisivi a livello interiore. <strong>Gli introversi reagiscono solitamente con rabbia allo scostamento dei comportamenti altrui da un sistema di valori ideale che essi vivono come assoluto e vincolante</strong>, equiparandolo ad una sorta di Decalogo scolpito sulla pietra. La rabbia si articola sul vissuto per cui nessuno dovrebbe permettersi di violare la Legge del rispetto nei confronti degli altri. Chi lo fa è dunque inesorabilmente colpevole e va punito.<br />
Il problema è come indurre il rispetto della Legge. Inoffensivi, in genere gli introversi sono anche piuttosto in difficoltà quando si tratta di affrontare i conflitti interpersonali. Per un verso, pensano con timore ad un&#8217;esplosione di rabbia da parte degli altri cui non saprebbero contrapporsi. Per un altro verso, è la loro stessa sensibilità che li inibisce portandoli a pensare che gli altri, di fronte al rilievo della loro scorrettezza, potrebbero non già esplodere, ma sentirsi feriti, umiliati, ecc.</p>
<p>La scarsa capacità interattiva nulla toglie al fatto che i comportamenti contrastanti con la Legge rimangono intollerabili e sanzionabili.<strong> La punizione si realizza, pertanto, a livello interiore sotto forma di rabbia, odio e intolleranza.</strong> Solo raramente gli introversi si concedono di far scorrere a livello cosciente le fantasie che costantemente si associano alla rabbia e all&#8217;odio quando esse superano una soglia critica. Tali fantasie, infatti, realizzano puntualmente la <em>sindrome di Robespierre</em>: le persone che si comportano male e sono incorreggibili vanno eliminate, le loro teste tagliate.</p>
<p>Spesso, però, pur non concedendosi tali fantasie, che risuonano come ripugnanti, gli introversi fanno di peggio. Anziché elaborare le loro rabbie chiedendosi perché gli uomini si comportino mediamente in un certo modo, socialmente accettato ma di fatto &#8220;incivile&#8221;, essi si impongono di alimentarle. Ciò significa che, a seguito di un&#8217;interazione negativa con il mondo, essi la richiamano alla mente, la ruminano cercando di capirne il significato. Naturalmente, più fanno questo più la loro rabbia cresce e l&#8217;accaduto si configura come inaccettabile e intollerabile. È questa ruminazione a far sì che la rabbia sormonta una soglia critica al di là della quale essa si configura come cieca e tale da promuovere la fantasia di tagliare le teste.</p>
<p>Le conseguenze di questo perpetuo esercizio di valutazione negativa del comportamento medio delle persone ha degli effetti incisivi nel mondo interiore introverso. Esso, infatti, <strong>determina costantemente la produzione di sensi di colpa</strong> che si traducono in un marchio, a livello conscio e più spesso inconscio, di negatività e di cattiveria.<br />
Questo è il motivo per cui, in genere, gli introversi convivono con due vissuti che sembrano contraddittori: di inadeguatezza, debolezza e inettitudine per un verso, e di cattiveria, malvagità e, al limite, pericolosità per un altro.</p>
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		<title>Introversione e lavoro (1)</title>
		<link>http://www.legaintroversi.it/2006/11/20/introversione-e-lavoro-1/</link>
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		<pubDate>Mon, 20 Nov 2006 17:25:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Introversione e disagio psichico]]></category>
		<category><![CDATA[introversione]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[perfezionismo]]></category>

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		<description><![CDATA[1. Essendo l&#8217;introversione un modo di essere a spettro, che riconosce numerose varianti, l&#8217;analisi del rapporto tra introversione e lavoro non può ricondursi ad una formula univoca. In questo articolo, l&#8217;analisi verterà sul tipo di rapporto prevalente che si intrattiene tra l&#8217;introverso tipico, il mercato del lavoro, gli ambienti di lavoro, i colleghi, ecc. Per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1.</h3>
<p>Essendo l&#8217;introversione un modo di essere a spettro, che riconosce numerose varianti, l&#8217;analisi del rapporto tra introversione e lavoro non può ricondursi ad una formula univoca. In questo articolo, l&#8217;analisi verterà sul tipo di rapporto prevalente che si intrattiene tra l&#8217;introverso tipico, il mercato del lavoro, gli ambienti di lavoro, i colleghi, ecc.<br />
Per <strong>introverso tipico</strong> intendo &#8211; in riferimento al lavoro &#8211; un soggetto che ha capacità umane e &#8220;tecniche&#8221; (competenze professionali) rilevanti, un senso del dovere piuttosto marcato (che implica una qualche soggezione nei confronti dell&#8217;autorità e del giudizio sociale), un orientamento tendenzialmente perfezionistico, associato, di solito, ad un senso persistente di inadeguatezza e di scarso valore.<br />
È evidente che queste qualità, se per un verso sono riconducibili a potenzialità piuttosto elevate (che peraltro all&#8217;introverso sembrano normali o, spesso, al di sotto della media), implicano anche una strutturazione della personalità, prodotta dall&#8217;interazione con l&#8217;ambiente, psicodinamicamente caratterizzata da <strong>un Super-Io piuttosto rigido</strong> e/o da <strong>un&#8217;Ideale dell&#8217;Io elevato</strong> che mantengono l&#8217;io cosciente in una condizione di schiavitù, vale a dire senza alcuna difesa nei confronti delle richieste di prestazioni che vengono dall&#8217;esterno e sono amplificate da quelle interne.<br />
Una variabile significativa, da questo punto di vista, è il grado di consapevolezza che l&#8217;Io ha rispetto a questa schiavitù. Talora la consapevolezza è del tutto assente, fino al limite estremo del soggetto che definisce il suo modo di rapportarsi al lavoro come una libera scelta; altre volte, la consapevolezza esiste, ma il desiderio di cambiare urta contro il muro del senso di colpa soggettivo e della paura del giudizio sociale.<br />
La strutturazione superegoica, mantenendo l&#8217;Io in uno stato di soggezione o di tensione perpetua, comporta sempre psicodinamicamente una valenza oppositiva di segno contrario: <strong>un Io antitetico</strong>, insomma, che veicola nelle forme più diverse un bisogno di libertà frustrato.</p>
<p>Occorre, dunque, per comprendere l&#8217;insieme dei comportamenti introversi in rapporto al lavoro, tenere conto di uno spettro dinamico che comporta due estremi, l&#8217;uno dei quali, caratterizzato da una soggezione totale dell&#8217;Io al Super-Io, vissuto spesso come Ideale dell&#8217;Io, implica la repressione e <strong>la rimozione dell&#8217;Io antitetico</strong>, mentre l&#8217;altro, caratterizzato dall&#8217;identificazione dell&#8217;Io con l&#8217;Io antitetico, implica <strong>la repressione e la rimozione delle sollecitazioni e dei sensi di colpa prodotti dal Super-Io</strong>.<br />
Tra questi estremi si danno, ovviamente, le combinazioni dinamiche del più vario genere, che, tra l&#8217;altro, fluttuano nel corso del tempo.</p>
<p>La distribuzione delle esperienze introverse all&#8217;interno dello spettro non è omogenea. Gran parte di esse, infatti, per quanto concerne il lavoro, si addensano verso l&#8217;estremità che comporta un senso del dovere implacabile; una quota assolutamente minoritaria si realizzano sul registro della rivendicazione di libertà ad ogni costo.<br />
Che cosa significa questo in termini concreti? Né più né meno che l&#8217;introversione, per quanto concerne il lavoro, dà luogo a <strong>tre tipologie comportamentali</strong>: la prima, la cui frequenza è notevole, è quella del lavoratore ideale, che si dedica anima e corpo all&#8217;espletamento dei suoi doveri, apparentemente senza sforzo e senza problemi; la seconda, anch&#8217;essa piuttosto frequente, è quella del lavoratore la cui dedizione e le cui capacità sono riconosciute, ma che caratterialmente è un rompiscatole, perché ha sempre qualcosa da ridire sull&#8217;organizzazione del lavoro, sulla decisione dei capi, ecc.; la terza, piuttosto rara, è quella del lavoratore le cui grandi capacità sono intuibili, ma che le utilizza facendo il minimo indispensabile, ed eccelle soprattutto nel ruolo di grillo parlante che contesta i capi, critica la passività dei colleghi nei confronti dell&#8217;organizzazione lavorativa, ecc.</p>
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		<title>L&#8217;ascesso introversivo</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Nov 2006 07:40:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cristiano Nocente</dc:creator>
				<category><![CDATA[Introversione e disagio psichico]]></category>
		<category><![CDATA[Anepeta]]></category>
		<category><![CDATA[Ghezzani]]></category>
		<category><![CDATA[introversione]]></category>
		<category><![CDATA[Winnicott]]></category>

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		<description><![CDATA[Figlia: Papà, perché le cose finiscono sempre in disordine? Papà: Come, le cose? D&#8217;accordo, ma sei sicura di dare a &#8220;disordine&#8221; il significato che gli darebbe una qualunque altra persona? Ricominciamo daccapo. Tu hai detto: perché le cose finiscono sempre in disordine? Ora cambiamo la domanda così: Perché le cose finiscono in uno stato che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Figlia: <em>Papà, perché le cose finiscono sempre in disordine?</em><br />
Papà: <em>Come, le cose? D&#8217;accordo, ma sei sicura di dare a &#8220;disordine&#8221; il significato che gli darebbe una qualunque altra persona? Ricominciamo daccapo. Tu hai detto: perché le cose finiscono sempre in disordine? Ora cambiamo la domanda così: Perché le cose finiscono in uno stato che Cathy chiama &#8220;non ordinato&#8221;? Capisci perché voglio cambiare la domanda in questo modo?</em><br />
Figlia: <em>Credo di sì… perché se ordinato vuol dire una cosa speciale per me, allora certi ordini delle altre persone mi sembreranno disordini… anche se siamo d&#8217;accordo sulla maggior parte di quello che chiamiamo disordini. Papà non hai finito. Perché le mie cose finiscono sempre nel modo che io dico che non è ordinato?</em><br />
Papà: <em>Ma io ho finito… è solo perché ci sono più modi che tu chiami &#8220;disordinati&#8221; che modi che tu chiami &#8220;ordinati&#8221;.</em></p>
<p>(tratto liberamente da uno dei <em>Metaloghi</em>, in Gregory Bateson, <em>Verso una ecologia della mente</em>, Adelphi)</p>
<h3>1.</h3>
<p>Credo sia possibile definire &#8220;ascesso introversivo&#8221; quella fase della vita psicologica di un introverso adulto durante la quale o, suo malgrado, a causa della quale per fattori congiunturali riemergono prepotentemente aspetti della personalità rimasti latenti o, più raramente, sacrificati coscientemente a favore del processo di adattamento al mondo.</p>
<p>Nel primo caso, quello della latenza, si affacciano alla coscienza un nodo di rivendicazioni e frustrazioni di significato ignoto al soggetto di cui però si avverte, anche dall’esterno, l’insopportabile e incontenibile irruenza e tirannia mentale. Solo raramente a mio avviso possono dar luogo ad un clamoroso viraggio della condotta di vita che comunque, data la complessità della personalità introversiva tendenzialmente autocolpevolizzante, non può che prendere la via o di un rinforzo-accomodamento dell&#8217;armatura superegoica o di una sovrascrittura di un nuovo falso sé su quello precedente (mi riferisco ad un sé-innesto solo apparentemente di segno opposto-oppositivo rispetto alla precedente forma, ma che deriva dalle stesse forze psicodinamiche, e che si situa dal lato opposto del campo. Mutando prospettiva dà l&#8217;impressione che ci si sia spostati di campo).</p>
<p>In generale si restaura la vecchia identità cosciente accompagnata da vissuti di vergogna tanto più forti quanto più si sono coltivate fantasie di trasgressione o di vendetta mai peraltro agite, come lo scioglimento repentino di un legame. Il più delle volte le parti latenti reclamano un ascolto che la scarsa strumentazione critica e di autoanalisi non possono offrire e esitano quindi in un conflitto permanente e irrisoluto, o in un conformismo di difesa dalle angosce di una frantumazione di sé che le placa.</p>
<p>Ho potuto constatare che in generale l&#8217;introverso, più spiccatamente e drammaticamente nell&#8217;adolescenza per ovvi motivi di ordine evolutivo e per necessità strutturali intrinseche, ha bisogno in tutte le sue fasi di crescita psicologica, anche quelle adulte, di essere accompagnato da una più o meno diffusa forma di consenso (che io preferisco chiamare fiducia sistemica). Questo perché l&#8217;introverso, più che gli altri, è impegnato, perlopiù inconsciamente, ad accomodare costantemente i suoi bisogni in relazione all&#8217;asse di riferimento dell&#8217;appartenenza-individuazione, senza pregiudicarne troppo l&#8217;equilibrio omeostatico che è la legge del suo sviluppo. Si tratta di un equilibrio assai difficile e penoso che ha necessità di una qualche forma di tutela e protezione da parte dell&#8217;ambiente affettivo relazionale, attraverso l&#8217;ancoraggio ad una forma di cultura olistica, una <em>filosofia magnanima</em>, che sappia dare senso alle crisi drammatiche che tali evoluzioni introversive comportano e che si richiede possa essere rappresentato da un sistema di relazione, innanzitutto la famiglia.</p>
<p>Se le personalità ordinarie si emancipano, arrivando ad uno sviluppo organico delle istanze psichiche, attraverso una &#8220;minorizzazione&#8221; del bisogno di appartenenza sistemica, narcotizzandolo almeno per un buon periodo di tempo attraverso una fase ribellionistica (di cui quella adolescenziale è la rappresentante più riconosciuta), per gli introversi il discorso si trasforma in una sorta di supplizio di Tantalo: il processo di individuazione non può prescindere dal rispetto delle forme di debito morale nei confronti del proprio mondo affettivo. Quanto più la prima urge tanto più la seconda deve contenerla. Da questa particolare processualità costruttiva della psicologia introversiva ne deriva una difficile, ma inalienabile <em>formulazione epistemica universale</em>.</p>
<p>Che vuol dire? Che la mente relazionale dell&#8217;introverso deve sostanziarsi di una visione del mondo, di una scienza dei rapporti, particolarmente armoniosa dal punto di vista logico-affettivo, in altre parole di un sapere che riesca a dare di conto in maniera mai disgiunta tanto della presenza degli altri quanto del proprio esserci. Se ciò non riesce ad accadere lo sviluppo e gli equilibri psicoaffettivi e cognitivi saltano irreparabilmente, soprattutto se sono coinvolti introversi giovanissimi.</p>
<p>Come ho cercato di spiegare nel mio articolo <em>Forme di umanità</em>, la cultura di appartenenza è in grado di attivare o meno un potenziale neuropsicobiologico che può a vario titolo rimanere inespresso. Se ciò accade per le parti costituenti della persona psicologica la struttura non solo può avere i piedi di argilla, ma può anche denunciare un limite nell’avanzamento della costruzione. Questo aspetto dell&#8217;interazione biologia-cultura rimane ancora molto inesplorato.</p>
<p>Che ruolo gioca quindi l&#8217;ambiente?</p>
<p>Mi sembra opportuno ricordare quanto Winnicott scriveva a proposito della relazione madre-figlio: una madre è sufficientemente buona quando riesce a sostenere il proprio bambino nella sua onnipotenza, senza schiacciarla reprimendola, gli garantisce l’enucleazione del vero sé attorno al quale costruirà tutte quelle competenze sociali che lo maschereranno strategicamente e non patologicamente, senza permettere che &#8220;connivano&#8221; in maniera subdola, senza compromettere il reciproco riconoscimento a favore di una cieca e sorda sovrapposizione mimetica.</p>
<p>Incoraggiare, incoraggiare e ancora incoraggiare…</p>
<p>Vorrei comunque ricordare il fraintendimento al quale è andato incontro il pensiero di Winnicott, in parte riparato dall&#8217;opera di Laing, quella più matura: il parto del vero sé non avviene ad opera della relazione duale, ma all&#8217;interno della relazione con il Mondo di significati che essa rappresenta e che lo stesso Mondo usa per i suoi scopi, a misura del modello antropologico che si prefigge di costruire.</p>
<p>Le relazioni precoci così importanti nello studio di Winnicott altro non sono che l’impatto con il travaso della cultura che si rappresenta e che può essere buona o cattiva, respingente o accogliente rispetto ai bisogni quali interfaccia tra il Mondo e sé, e quindi quali espressione del destino dell’individuo.</p>
<p>La dott.ssa Bonessi in un colloquio e in una circostanza informale mi ha riferito che pur possedendo ufficialmente strumenti psicoterapici di indirizzo gestaltico si è convinta, attraverso l&#8217;ineluttabilità dell&#8217;esperienza di campo, che la teoria strutturale dialettica fa compiere &#8220;salti epistemici&#8221; al paziente altrimenti impossibili.</p>
<p>La risposta è che essa trascende il contesto delle relazioni perché più propriamente esse veicolano mentalità socioculturali interiorizzate e somministrate in nome dell&#8217;Amore, che poco hanno a che fare con l&#8217;amore per sé.</p>
<p>Ecco anche perché gli studi sociologici hanno avuto per me una funzione terapeutica o meglio di ripristino di una terapia totale.</p>
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		<title>Una storia non facile</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Oct 2006 10:16:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cristiano Nocente</dc:creator>
				<category><![CDATA[Introversione e disagio psichico]]></category>
		<category><![CDATA[adolescenza]]></category>
		<category><![CDATA[disadattamento]]></category>
		<category><![CDATA[disagio giovanile]]></category>
		<category><![CDATA[introversione]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>

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		<description><![CDATA[La vergogna nelle scarpe Quella di Daniele è la storia di un disadattamento tristemente preannunciato. La risposta al dramma soggettivo strenua quanto eroica. La sua anima è un campo devastato da eventi ridicoli (primo iato: quali eventi si possono considerare tali di fronte alla soggettività?) eppure destrutturanti tanto da riuscire a farmi provare l&#8217;orrore della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>La vergogna nelle scarpe</h3>
<p>Quella di Daniele è la storia di un disadattamento tristemente preannunciato. La risposta al dramma soggettivo strenua quanto eroica. La sua anima è un campo devastato da eventi ridicoli (primo iato: quali eventi si possono considerare tali di fronte alla soggettività?) eppure destrutturanti tanto da riuscire a farmi provare l&#8217;orrore della sua mutilazione.</p>
<p>Sedici anni appena, come una foglia accartocciata arsa da un dolore primitivo, vive in un tempo sospeso, in una attesa senza tempo una dissoluzione gloriosa, un &#8220;incontro di spade e di giudizio&#8221; e &#8220;una fine di fuoco&#8221;.<br />
Da quegli occhi fossili balugina un coacervo di rabbie e colpe che si rincorrono imprigionate nel cristallo della sua esperienza (secondo iato: tutte le esperienze vivono e soffrono perchè vogliono essere almeno libere di sperare in un ordine superiore di intelligibilità che le ospiti nell&#8217;alvo dell&#8217;umano).<br />
Una luce legge il cuore di questo cristallo e lo racconta spigolo per spigolo.</p>
<p>Daniele è a scuola, frastornato dal vocìo dei compagni ingrembiulati e arruolati, ma veracemente disordinati. Questa volta il disordine precedente all&#8217;arrivo della suora non lo disagia, ma lo accudisce, quasi lo alleggerisce anzichè preoccuparlo della rappresaglia che sa che spetta ad un tale moscaio. Il suo silenzio rispetta le consegne, ma tradisce la natura dell&#8217; orda. (terzo iato: Daniele è intimorito da quel genere di iniziative terroristiche che mirano a punire indiscriminatamente. È tenuto a sentirsi responsabile delle azioni altrui, quali che siano. Deve quindi agire sia su di sé che sugli altri).<br />
Catapultato da una sequenza ad un&#8217;altra, quasi viaggiassero parallelamente Daniele si ritrova con i suoi compagni davanti al sussidiario, ognuno il proprio, guai a dimenticarlo: dapprima si passa in rassegna poi si fa la conta di chi rimane seduto e di chi subisce l&#8217;onta della derisione, relegato al muro in piedi: una fucilazione morale, ma anche una sorta di acquisita immortalità vista la quotidiana reiterazione dei caduti, gli stessi che non impareranno mai a leggere.<br />
Si inaugura l&#8217;agone della lettura a salti, una staffetta che non ammette ritardi, pena la retrocessione di giornata nel purgatorio delle classi inferiori fin giù all&#8217;inferno asilare.<br />
Uno strano torpore rischia comunque di distoglierlo dalla batteria di &#8220;squalificazione&#8221;, ma è abituato ad esercitare su se stesso raffinate e ostinate forme di controllo. Nonostante ciò lo sguardo non può fare a meno di svelare una atroce manchevolezza: Daniele si scopre senza scarpe. La vergogna lo espone alla &#8221; vertigine del vuoto&#8221;.</p>
<p>Il senso del sogno angoscioso di Daniele è nella tirannide delle sue notti che si avvicinano come ombre minacciose ogni volta all&#8217;imbrunire. D&#8217;estate il sollievo è dato dal loro rarefarsi, allontanate dalle giornate di luce più viva e di più lunga vita.</p>
<p>Daniele è stato fin dall&#8217;avvio dell&#8217;esperienza scolare un bambino perfetto, ma raramente si è sentito esemplare. Tutto teso a conquistare l&#8217;oggetto d&#8217;amore, l&#8217;affetto e la stima della suora, Daniele è pronto a tradire se stesso per un Bene Supremo che dopo averlo forgiato al sacro fuoco del dovere per il dovere, in cambio della promessa di una vita di luce riflessa, getta l&#8217;ombra del rifiuto per l&#8217;assenza di autenticità del suo sforzo. Il Bene Supremo, come gli amori isterici, lo seduce e lo cattura e poi, non lo getta via, ma lo tiene in stallo per misurarne la capacità di resistenza, e, solo dopo le dolorose abluzioni, decide di allontanarlo perché l&#8217;ha troppo domato.</p>
<p>(Quarto iato: Daniele con il petto gonfio di rabbia ha ancora il capo cosparso di cenere).</p>
<p>&#8220;Perché mi offri questi pasticcini?&#8221;<br />
Preso dal panico della risposta che tutti s&#8217;attendono, inciampa in quella ingenuità costituzionale.</p>
<p>&#8220;&#8230; perché tu possa volermi più bene&#8221;</p>
<p>&#8220;Te lo hanno suggerito i tuoi genitori?&#8221;</p>
<p>Per non raccogliere che i cocci tra vasi di ferro Daniele è costretto a vivere nella sua gabbia d&#8217;acciaio faticosamente costruita inaccessibile e trasparente.<br />
La sua vita diventa un rituale antico, troppo antico per capirne donde viene. Nulla deve concedersi al di fuori di esso, nulla può concedere.<br />
Solo continuare a scagionarsi.</p>
<p>Finito il tempo della Madre Matrigna inizierà quello del Padre Egoista. Sono tempi metaforici.<br />
Daniele questo ancora non lo sa perchè Daniele segretamente coltiva il sogno del proprio ammutinamento.</p>
<p>Il motore non perde un colpo, sale più velocemente che in discesa, è quasi spietato. Un ritmo trascendente lo incalza. E lo soffoca.<br />
È una scoperta che lo imbarazza, che rinnega rimaneggiando l&#8217;armatura. Avrebbe bisogno di un traghettatore.</p>
<p>Il narcisismo dei padri vili che tengono per sé i segreti della vita sprofonda Daniele in una palude grigia. Senza maestri di coraggio non si può saltare il fosso.</p>
<p>In una mattina di cose inutili ha un leggero capogiro. Quel liceo non ha mantenuto la promessa. Quanta fatica da troppo, troppo tempo e ora la stagione delle farfalle la deve vedere dal letto.Quella mattina il motore non ha retto. Il padre se lo è andato a prendere allo sfasciacarrozze.</p>
<p>&#8220;Pochi giorni di riposo basteranno&#8221;. Con in cuore un triste presagio.</p>
<p>&#8220;&#8230; non so, arrivederci&#8221; con il ghigno del tradimento del suo latino, del suo greco, stupidi vangeli che non hanno mai resuscitato nessuno.</p>
<p>Daniele è caduto sotto il colpo più pesante: qualcuno gli ha strappato di dosso l&#8217;armatura lasciandolo nudo come un verme.</p>
<p>Quella mattina di cose inutili Daniele scopre che quella testa che aveva con fatica tentato di riempire il più possibile ora lascia spazio al vuoto temuto. Credo anche cercato.<br />
Un vuoto che invade mano a mano quella memoria ricca di strumenti di perfezione e di tortura.<br />
Fatica con il suo linguaggio disarticolato, con la sua attenzione labile catturata da uno stato catatonico, il suo guscio di salvataggio che lo difende da quella corsa pazza.</p>
<p>Daniele era fuggito da quella antica paura rincorrendo un mito di onnipotenza. Sempre primo per non scivolare giù.</p>
<p>Fino a quando ascolterà chi cerca i nodi di un fallimento personale, una ossessione malsana coltivata con il piacere della supremazia, Daniele non potrà capire perché la sua intima natura lo tradisca ancora, refrattaria e ribelle. Ma quando un apostata gli spiegherà che è vittima inconsapevole di un complotto, un Ordito che fabbrica replicatori, Daniele comprenderà l&#8217;insipienza della Cultura alla quale hanno obbedito la Madre Matrigna, i Padri Egoisti e, non ultimo, meschino, Lui stesso.</p>
<h3>Post criptum</h3>
<p>Questo &#8220;racconto clinico&#8221; (perché anche la sociologia comincia ad avere titolo per applicazioni cliniche, dal verbo greco <em>clino</em>, piegarsi per risollevare) è stato scritto per una cornice particolare che è quella di un volume collettaneo, appena pubblicato, che raccoglie emozioni intorno alla scuola.<br />
Una prima stesura accompagnava la storia con considerazioni di natura teorica, ma evidentemente il rispetto del topos letterario imposto dalla casa editrice lo escludeva.</p>
<p>Mi sono dovuto rendere conto che se il binomio introversione-disagio psicosociale alla fine degli anni ottanta &#8211; inizio anni novanta faceva la stessa impressione, destava la stessa incomprensione e il doloroso scetticismo di un incesto nel torbido del quale si pensa alla vittima come ad una connivente, oggi la sola introversione fa gridare allo scandalo.<br />
È la tacita eresia dei nostri tempi per la quale non esiste neanche una inquisizione. È più vicina all&#8217;oblio.<br />
Ancora di più, in un colloquio privato con una titolata accademica che si occupa di sociopatogenesi del disagio giovanile, mi sono arreso alla constatazione che si è persa una grammatica che declini l&#8217;introversione.</p>
<p>&#8220;Gli introversi, ai miei tempi, erano strani, ma suscitavano un certo fascino, li avvertivamo come presenze imperiture&#8230; Ora proprio a pensarci a quegli anni, a quelle amicizie, a quel fragore come in una lunga strada di campagna tra le cicale quegli ombrosi cipressi&#8230; Ecco li sentivamo presenti, discreti, importanti come i cipressi che ti danno la sensazione di chiudere il cerchio della vita, vivere sapendo che passeggi allegramente assieme alla morte quieta, al suo significato trascendente. Oggi ci siamo dimenticati di quel silenzio così pieno&#8230; è uno strappo&#8230;&#8221;</p>
<p>E poi ancora: &#8220;noi ragazze ne eravamo affascinate se poi incontravamo un giovane introverso belloccio, con quel mistero tutto addosso: un sacramento. Comunque prima finivano quasi tutti a fare o gli artisti o i matti. Non mi ricordo, come mi dice lei, di ribelli nei confronti del sistema&#8230; ma sa, in Sicilia quando eravamo adolescenti noi, non c&#8217;era motivo di ribellarsi. Le famiglie ci accudivano seriamente: noi figli eravamo oggetti sacri. Oggi che fanno gli introversi&#8230; ?</p>
<p>Mi lascio trascinare da quella inerzia, con lo sguardo perso in una emozione di solitudine che mi accompagna all&#8217;esilio: non serve dichiararsi introverso visto che oggi ci si può celare facilmente presi dalla cecità dell&#8217;unica morsa &#8211; esisti non esisti: &#8221; non lo so, mi dica lei&#8230;&#8221;</p>
<p>&#8220;Vede il punto è ma esistono ancora?&#8221;</p>
<p>Credo che ogni buon pensiero sia per ognuno di noi criptico nella misura in cui si presta ad una semiosi illimitata, cioè ad una generazione di più piani di significato che vanno scoperti. Anche la fatica di accettare ciò è un segno dei tempi.<br />
Partendo dal mio racconto di vita (quella di Daniele nella sua vergogna nelle scarpe) mi rendo conto di alludere spesso, di omettere per lasciare spazio al simbolico (intendendo come qualcosa che sta per il tutto con l&#8217;ineffabilità che lo contraddistingue), per tentare una &#8221; presa diretta&#8221;.<br />
La scelta di questo stile è più un&#8217;imposizione di natura: bisogna sforzarsi di capire quanto ha da dire un introverso accettando la superficiale inaccessibilità. Il mio messaggio è volutamente in-trasparente, il suo linguaggio è inoppugnabilmente scostante come tutte le verità in minuscolo che scivolano di mano.</p>
<p>Una mia amica mi rinnova le &#8220;critiche di sempre&#8221;: &#8220;il tuo stile e di pensiero e di scrittura seppure rappresenta bene la complessità delle tue idee &#8211; se posso permettermi una interpretazione &#8211; sembra una fuga dal timore di esporti al pubblico, l&#8217;esigenza tutta solipsistica di avvolgerti in spire e di scrivere per te stesso, la delusione per la distanza degli altri, la loro incapacità di comprendere-comprenderti.&#8221;<br />
Riferendosi poi ad alcune mie disavventure di salute e al mio confino ospedalizzato che oggettivamente mi hanno creato una sorta di involucro di asetticità dal mondo: &#8220;goditi, se possibile, questo tuo ritiro e la sua magia del negativo che tanto ti affascina e che è parte di te.&#8221;</p>
<p>Sebbene, non ingiustificatamente, le attribuisca una capacità di analisi intellettuale così sottile e originale da considerarla una &#8220;rabdomante&#8221;, trovo una contaminazione pregiudiziale in quello che dice.</p>
<p>L&#8217;aspetto del ritiro degli introversi che pure va contemplato, non può giustificare la loro parabola. Essi parlano all&#8217;invisibile.</p>
<p>Da <span class="highlight-blue-b"><strong>C. G. Jung</strong></span> in <em><strong>Tipi Psicologici</strong></em>, ed. Netwon Compton:</p>
<blockquote>
<p>Il giudizio dell&#8217;estroverso non può credere a forze invisibili.<br />
<cite>p. 306</cite></p>
</blockquote>
<p>Credo che quello che in sociologia viene considerata la società del rischio sia strutturata in modo tale da rimuovere le forme invisibili come relazioni logico affettive, pure esistenti all&#8217;interno dei processi sociali.</p>
<p>Dal punto di vista logico questo è abbozzato ancora in Jung:</p>
<blockquote>
<p>L&#8217;intuito introverso coglie le immagini che provengono dalla base dell&#8217;inconscio, presenti in essi a priori, ereditarie. Questi archetipi, la cui essenza più intima è inaccessibile all&#8217;esperienza, rappresentano il precipitato dei processi psichici di coloro che ci hanno preceduto, la ripetizione di milioni di volte di esperienze dell&#8217;esistenza organica accumulatesi e condensatesi in tipi. Perciò in questi archetipi sono rappresentate tutte le esperienze che sono state vissute su questo pianeta. [...]<br />
<br />
[...] l&#8217;intuito introverso percependo i processi interni fornisce certi dati (informazioni) che possono essere importantissimi per la concezione dell&#8217;evento generale, anzi può addirittura prevedere, più o meno chiaramente, sia le nuove possibilità sia ciò che avverrà successivamente. Tale capacità profetica si spiega col suo rapporto, con gli archetipi, che rappresentano il punto di partenza di tutte le cose sperimentabili.<br />
<cite>p. 314</cite></p>
</blockquote>
<p>Dal punto di vista dell&#8217;affettività, del sentire l&#8217;altro, sappiamo che il ritiro introversivo non può prescindere dal portarsi in valigia, interiorizzate e talvolta ugualmente incombenti il gran fracasso di voci nella testa che impartiscono imperativi nel cuore che correggono l&#8217;egoismo.</p>
<blockquote>
<p>Dato il suo sentire primitivo aspira a una intensità interiore&#8230; che è possibile solo immaginare, non certo capirne la profondità, che rende le persone taciturne e poco accessibili.<br />
<cite>p. 304</cite></p>
</blockquote>
<p>Perché mi sono &#8220;permesso&#8221; di invocare un Ordito ai danni di Daniele ?<br />
E perché c&#8217;è bisogno di un manuale per solo pensare, rendere &#8220;tracciabile&#8221; nella nebulosa sociale, l&#8217;introversione? Lo dice l&#8217;accademica con parole ingenue, ma franche: perché non ne avvertiamo più la presenza possiamo ritenere che non esista più.</p>
<p>Come sociologo so bene che non fu Freud a scoprire l&#8217;inconscio, ma a dar conto della sua giustificazione. Il contesto della scoperta è una impresa, sebbene maturata per lo più inconsciamente, collettiva per richiamare l&#8217;insegnamento di Kuhn. La mente è un paradigma sociale che ogni tanto ricorda le proprie colonne d&#8217;Ercole a qualche avventuriero che osa varcarle. Ma non dipende da lui che ciò che trova diventi scienza riconosciuta.<br />
Se di fronte alla meraviglia per il movimento di un meccanismo di orologio, lo volessimo smontare per analizzarlo ne capiremmo le parti, il funzionamento di queste, ma ci accorgeremmo fin tanto che è sotto esame di non &#8220;sentirlo&#8221; più.<br />
Ne perderemmo, in altre parole, l&#8217;ineffabile esperienza della sua presenza.</p>
<p>Credo dunque che i manuali per montare e smontare le esperienze non possano restituire &#8220;al paradigma&#8221; l&#8217;introversione. E questo il mio caro amico Luigi Anepeta lo sa e lo denuncia pure.</p>
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		<title>La catastrofe sfiorata</title>
		<link>http://www.legaintroversi.it/2006/09/05/la-catastrofe-sfiorata/</link>
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		<pubDate>Tue, 05 Sep 2006 16:43:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Introversione e disagio psichico]]></category>
		<category><![CDATA[adolescenza]]></category>
		<category><![CDATA[disagio giovanile]]></category>
		<category><![CDATA[introversione]]></category>
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		<category><![CDATA[scuola]]></category>
		<category><![CDATA[solitudine]]></category>
		<category><![CDATA[suicidio]]></category>

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		<description><![CDATA[1. A metà febbraio ricevo un&#8217;e-mail il cui titolo è: &#8220;Disperato bisogno di aiuto&#8221;. Il testo (modificato solo nei dati che potrebbero permettere l&#8217;identificazione) è il seguente: Egregio Dottor ANEPETA, sono il padre di Cristiano, un ragazzo che il 20 marzo compirà 18 anni e che frequenta il 4.o Liceo scientifico. Mio figlio il 21 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1.</h3>
<p>A metà febbraio ricevo un&#8217;e-mail il cui titolo è: &#8220;Disperato bisogno di aiuto&#8221;. Il testo (modificato solo nei dati che potrebbero permettere l&#8217;identificazione) è il seguente:</p>
<blockquote>
<p>Egregio Dottor ANEPETA,<br />
sono il padre di Cristiano, un ragazzo che il 20 marzo compirà 18 anni e che frequenta il 4.o Liceo scientifico. Mio figlio il 21 gennaio scorso ha tentato il suicidio, si è salvato non so se per caso, per fortuna o per miracolo.<br />
<br />
La motivazione scatenante è stata il fatto che un compagno di scuola, figlio di un pregiudicato, lo minacciava e lo impauriva; per questo motivo aveva avuto anche un improvviso calo di rendimento scolastico, lui che era il primo della classe.<br />
Cristiano è stato ricoverato subito dopo il tentativo di suicidio per 15 giorni nell&#8217;ospedale generale di Viterbo, poi per tre settimane nella Clinica Universitaria Infantile di Roma in Via dei Sabelli, 108.<br />
<br />
Adesso è tornato a casa e ha ripreso a frequentare la scuola.<br />
<br />
Leggendo alcuni libri scritti da Lei, io e mia moglie ci siamo resi conto che nostro figlio è un introverso e ha tutte le caratteristiche da Lei descritte, e d&#8217;altra parte anche io sono così.<br />
<br />
Vogliamo evitare che nostro figlio entri nel vortice della farmacologia, che sarebbe la fine, e chiediamo disperatamente a Lei un aiuto perché invece Cristiano venga recuperato facendogli capire il suo modo di essere e di relazionarsi.<br />
<br />
Chiediamo, quindi, se Lei si può occupare del nostro caso o se ci può indicare qualche suo collaboratore o qualche centro che segue i suoi metodi e le sue teorie.<br />
<br />
Confidando disperatamente nel suo aiuto, invio distinti saluti.</p>
</blockquote>
<p>Rimango ovviamente sorpreso, non per il fatto in sé e per sé, ma per l&#8217;atteggiamento esplicitamente antipsichiatrico del genitore e della sua capacità di ricondurre il dramma del figlio al suo essere introverso. &#8220;Anch&#8217;io sono così&#8221; significa che, in questo caso, l&#8217;identificazione e l&#8217;empatia funzionano.</p>
<p>Il vortice della farmacologia, di fatto, è già avviato. A Cristiano sono stati prescritti un neurolettico (Risperdal), uno stabilizzatore dell&#8217;umore (Depakin) e un antidepressivo (Entact). È stata formulata la diagnosi di depressione atipica, la quale implica che, al di sotto della depressione, grave per via del comportamento suicidiario che essa ha indotto, potrebbe celarsi un processo morboso più serio: una schizofrenia, insomma. E d&#8217;altro canto, se un ragazzo di 18 anni, in seguito ad un contrasto con un coetaneo, giunge a tentare di togliersi la vita, come pensare che nel suo cervello non ci sia qualcosa che non va?</p>
<p>A vederlo, in effetti, Cristiano inquieta. Ha un&#8217;espressione cupa, quasi tragica, uno sguardo limpido e freddo. Dice poche parole, che suonano come un epitaffio: &#8220;La vita è troppo pesante, troppo dura, per me. Troppi sono i problemi da affrontare. Io non ce la faccio.&#8221;<br />
È tornato a scuola, ma il rendimento è scarso, anche perché i farmaci lo intontiscono. È l&#8217;unico effetto che hanno &#8211; specifica. Era il primo della classe, ma adesso sicuramente perderà quota. Era già isolato e considerato strano dagli altri per via della riservatezza e della tendenza a stare chiuso in casa a studiare e a leggere, senza frequentare comitive. Adesso, ha sulle spalle il peso di un tentato suicidio, di un ricovero in clinica psichiatrica e del marchio di &#8220;malato di mente&#8221;.</p>
<p>I genitori, che assistono al colloquio, sembrano meno spaventati e terrorizzati di quanto mi aspettassi. Sono persone semplici nei modi e nell&#8217;abbigliamento, ma dotate di un notevole acume, oltre che di una grande empatia.<br />
Non credono che il figlio sia un malato di mente. Riconoscono che è un introverso, ma gli attribuiscono qualità rare e speciali. Cristiano, ai loro occhi, è intelligentissimo, buono, sensibile, generoso, ama la giustizia, odia la violenza e la sopraffazione, si interessa di filosofia e di religione.</p>
<p>Tutto vero, ma il problema è che Cristiano non è in grado di apprezzare queste qualità. Egli è ossessionato solo da un difetto, che lo fa vergognare di essere al mondo. Ha scoperto, infatti, sul campo, di essere un vigliacco, un codardo e un inetto. Affrontato provocatoriamente e in maniera arrogante dal compagno di classe, che, essendo tra i peggiori nel rendimento e di carattere piuttosto turbolento, lo vede come il fumo negli occhi in quanto primo della classe e &#8220;lecchino&#8221; (vale a dire corretto e rispettoso nei confronti dei docenti), egli, pur avvertendo una rabbia esplosiva in petto, è rimasto letteralmente bloccato, incapace persino di proferire una parola. È addirittura sbiancato in volto, e ha avuto per qualche istante il timore di collassare.<br />
Lo scontro è avvenuto in classe, nell&#8217;intervallo tra le lezioni. Tutti i compagni sono stati testimoni del fatto. Una vergogna infinita.</p>
<p>L&#8217;episodio è stato peraltro solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Dalle scuole medie in poi Cristiano è convissuto con <strong>un senso di diversità, di stranezza e di estraneità rispetto ai coetanei</strong>. Proprio allora, quando gli altri, abbandonando l&#8217;<em>habitus</em> infantile, hanno cominciato ad essere turbolenti, &#8220;caciaroni&#8221;, intraprendenti con l&#8217;altro sesso, intruppati di pomeriggio nelle comitive, Cristiano è stato letteralmente <strong>risucchiato dall&#8217;introversione</strong>. Ha sviluppato una passione per la cultura, molto al di là degli impegni scolastici, si è messo a studiare le religioni e a percorrere un suo tragitto filosofico, interrogandosi sulla condizione umana, sul mondo così com&#8217;è, su come dovrebbe essere, ecc.</p>
<p>Ha preso dolorosamente atto della violenza esistente nel mondo, interessandosi di politica, seguendo le vicissitudini delle guerre, dei conflitti internazionali. Si è chiesto a lungo perché gli uomini, anziché solidarizzare e vivere in pace, si scannano, ovviamente senza trovare risposta.</p>
<p>Ha sviluppato lentamente dentro di sé <strong>un senso di infinita solitudine</strong>, appena alleviato dal rapporto con i genitori con cui ha sempre potuto parlare di tutto. I suoi hanno sempre riconosciuto la sua superiore intelligenza, ma sono persone semplici e sagge, aperte al dialogo e niente affatto superficiali. Entrambi di sinistra, e di quella sinistra tradizionale e popolare che, anziché immergersi nelle sofisticazioni intellettuali dei progressisti radical-chic, testimonia i valori della sinistra attraverso una pratica di vita coerente e aliena al consumismo, all&#8217;egoismo, al culto dell&#8217;immmagine, ecc., essi hanno sempre capito i problemi del figlio, confortandolo però sul fatto che, nonostante il mondo sia quello che è, le persone oneste e di valore alla fine, come è accaduto a loro, possono trovare il modo di vivere significativamente e di rimanere fedeli a se stessi.</p>
<p>Certo, non sono riusciti a valutare il dramma di Cristiano, che vive interagendo con un contesto giovanile profondamente diverso da quello che loro hanno sperimentato all&#8217;epoca dell&#8217;adolescenza.</p>
<p>Cristiano odia la superficialità dei coetanei, non riesce a stare con loro più di un quarto d&#8217;ora perché parlano solo di donne, di calcio, di moto e di macchine, e intrattengono tra loro rapporti fondati sul prendersi in giro e sul tentativo di mettere l&#8217;altro in mutande.</p>
<p>Nonostante il conforto dei suoi, Cristiano, nel corso degli anni, ha cominciato a vivere la sua diversità come inesorabilmente aggettata su un orizzonte di solitudine radicale. Avrebbe accettato dignitosamente questo &#8220;destino&#8221;, se non fosse intervenuta la circostanza che ha fatto traboccare il vaso.</p>
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		<title>La scuola come incubo</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Jul 2006 09:14:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Introversione e disagio psichico]]></category>
		<category><![CDATA[adolescenza]]></category>
		<category><![CDATA[disagio giovanile]]></category>
		<category><![CDATA[perfezionismo]]></category>
		<category><![CDATA[rabbia]]></category>
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		<description><![CDATA[1. Su consiglio di una mia amica, una madre mi chiede aiuto con un&#8217;e-mail: Vorrei far seguire mia figlia di circa 10 anni perché da diversi anni soffre di sintomi nervosi quali tic ossessivi e ripetitivi, sbalzi d&#8217;umore, rabbia ingiustificata, isolamento saltuario. È già stata in passato seguita per qualche mese, ma dopo i primi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1.</h3>
<p>Su consiglio di una mia amica, una madre mi chiede aiuto con un&#8217;e-mail:</p>
<blockquote>
<p>Vorrei far seguire mia figlia di circa 10 anni perché da diversi anni soffre di sintomi nervosi quali tic ossessivi e ripetitivi, sbalzi d&#8217;umore, rabbia ingiustificata, isolamento saltuario. È già stata in passato seguita per qualche mese, ma dopo i primi miglioramenti è tornata al punto di partenza.</p>
</blockquote>
<p>Per quanto solitamente non mi faccia carico di situazioni infantili, non mi sento di respingere la richiesta. Primo, perché anche per indirizzare ad altri terapeuti persone che si rivolgono a me preferisco prendere visione delle problematiche da affrontare. Secondo, perché intuisco che la situazione in questione dovrebbe presentare degli aspetti interessanti. Lo intuisco tenendo conto dell&#8217;amica che ha consigliato di consultarmi, la quale mi conosce abbastanza bene per non considerarmi un counselor. Lo intuisco anche perché, nell&#8217;e-mail, la madre mi lascia il cellulare perché la contatti presso il suo studio professionale dalle 8 alle 17. Madre, dunque, professionista a tempo pieno, con un orario che implica che anche la figlia è una studentessa a tempo pieno. Labili indizi, che però rievocano in me una sorta di dejà-vu.</p>
<p>Cristina è uno scricciolo che dimostra meno degli anni che ha, ma si presenta con la disinvoltura un po&#8217; manierata delle bambine cresciute troppo in fretta. Ha uno sguardo vivacissimo, attraverso il quale traspare un&#8217;intelligenza superiore alla media, e un eloquio straordinariamente preciso.<br />
Non ha alcuna difficoltà a ragguagliarmi sulla sua sintomatologia. Da alcuni anni, sono comparsi dei tics al volto abbastanza disturbanti, peraltro del tutto evidenti. Mentre mi parla, il suo volto è percorso da fremiti che riguardano gli occhi, le palpebre, la fronte, il naso, la bocca. Oggettivamente, sembrano smorfie che la imbruttiscono, ma, ai miei occhi, ogni tanto l&#8217;insieme dei tics assume una configurazione significativa.<br />
Il volto di Cristina mi richiama repentinamente quello di chi assiste a un film dell&#8217;orrore o a qualche scena raccapricciante.<br />
I tics si associano frequentemente a mal di testa, dolori addominali e a stati d&#8217;animo che Cristina ha difficoltà a descrivere. Si tratta, però, inconfutabilmente, di picchi di ansia che raggiungono talora l&#8217;acme del panico (cuore in gola, senso di soffocamento, vertigini, ecc.).<br />
La sintomatologia è insorta da alcuni anni, vale a dire dall&#8217;inizio della scolarizzazione, e si va progressivamente incrementando. Cristina mi mette al corrente che essa è del tutto regredita nel corso di un recente viaggio fatto con la scuola, e che di solito si attenua con l&#8217;avvio delle vacanze estive o natalizie.</p>
<p>Elementare, direbbe Watson. Si tratta, per adottare un linguaggio convenzionale, di una sindrome da stress legata alla scuola. Per sormontare il linguaggio convenzionale, occorre capire meglio di che tipo di stress si tratta.</p>
<p>È superfluo dire che Cristina ha un rendimento scolastico buono: un po&#8217; al di sotto del suo impegno, che è totalizzante, e da qualche tempo in calo. La maestra ha detto alla madre che Cristina rende, ma potrebbe fare molto di più&#8230;<br />
Le chiedo esplicitamente come vive il rapporto con lo studio e con la scuola. La risposta è precisa e inequivocabile: studiare, in genere, le piace, ma la scuola è un &#8220;incubo&#8221;. L&#8217;incubo di fatto traspare sul suo volto attraverso i tics e nelle sue viscere, spesso sconvolte dal dolore.<br />
Perché un incubo? Cristina a riguardo è lucidissima. Si lavora troppo, i compiti a casa non danno un attimo di respiro, anche il week-end e le vacanze sono gravate da impegni estremamente onerosi. Studiare è insomma una corsa ad ostacoli, con ostacoli sempre più alti e ravvicinati. È ingiusto &#8211; dice &#8211; vivere così, come se la vita fosse una montagna da scalare.</p>
<p>La madre interviene a questo punto con grande onestà. Riconosce che la maestra di Cristina è una perfezionista, un&#8217;insegnante che si impegna all&#8217;estremo, ma richiede dai suoi alunni il massimo. La scelta della scuola e dell&#8217;insegnante non è avvenuta per caso. Essa ha preso informazioni, dalle quali è risultato che l&#8217;insegnante godeva di un grande credito presso le madri che avevano affidato ad essa i figli. Certo, è una maestra che pretende molto, ma dà ai suoi alunni le &#8220;basi&#8221; per poter poi conseguire, a livello di studi superiori, eccellenti risultati.<br />
Riconosce anche, la madre, di essere pienamente connivente con l&#8217;impostazione della maestra: di essere insomma lei stessa una perfezionista piuttosto severa e di avere esercitato nel corso degli anni una costante pressione su Cristina perché rispondesse alle richieste dell&#8217;insegnante. Pensa che la vita sia di fatto una corsa ad ostacoli, la quale richiede un grande impegno per non rimanere nella fascia dei mediocri.</p>
<p><strong>La rabbia ingiustificata di cui mi ha fatto cenno nella lettera è riconducibile alle proteste periodiche di Cristina contro un&#8217;organizzazione della vita da &#8220;incubo&#8221;</strong>. Neppure i mal di testa e i dolori addominali giustificano, secondo la maestra, le assenze. Occorre proprio star male, avere la febbre, per rimanere a casa. È il gran circo della vita.</p>
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