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	<title>LIDI - Lega Italiana per la tutela dei Diritti degli Introversi &#187; Introversione e letteratura</title>
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	<description>Conoscere, riconoscere, riabilitare l&#039;introversione e prevenire il disagio degli introversi</description>
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		<title>Fëdor Dostoevskij – L&#8217;idiota</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Aug 2009 06:59:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Introversione e letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[appartenenza/integrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Dostoevskij]]></category>
		<category><![CDATA[introversione]]></category>
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		<description><![CDATA[1.
Con Nietzsche, Dostoevskij si può ritenere colui che ha più approfondito il tema dell&#8217;introversione, da entrambi colta come diversità rispetto alla media (eccezionalità per l&#8217;uno, &#8220;morbosità&#8221; per l&#8217;altro). Il fascino esercitato da Dostoevskij su Nietzsche si può ricondurre al fatto che egli non arretra di fronte ad una verità sgradevole: quella per cui, se l&#8217;espressione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1.</h3>
<p>Con <a href="/2007/05/25/la-personalita-di-friedrich-nietzsche/">Nietzsche</a>, <span class="highlight-blue-b">Dostoevskij</span> si può ritenere colui che ha più approfondito il tema dell&#8217;introversione, da entrambi colta come diversità rispetto alla media (eccezionalità per l&#8217;uno, &#8220;morbosità&#8221; per l&#8217;altro). Il fascino esercitato da Dostoevskij su Nietzsche si può ricondurre al fatto che egli non arretra di fronte ad una verità sgradevole: quella per cui, se l&#8217;espressione comportamentale più propria e immediata dell&#8217;introversione è un modo di essere naturalmente vincolato al rispetto e alla comprensione dell&#8217;altro, che può giungere alla <em>pietas</em>, laddove le circostanze di vita, vissute come ingiuste, attivano una componente oppositiva, il comportamento può sormontare i vincoli naturali e attestarsi su di un registro di aggressività e &#8220;cattiveria&#8221; che, in sé e per sé, sembra incompatibile con la sensibilità sociale.</p>
<p>Sia ne <a href="/2006/12/06/fedor-dostoevskij-memorie-dal-sottosuolo/"><strong><em>Le memorie del sottosuolo</em></strong></a> che in <em>Delitto e castigo</em>, Dostoevskij descrive in maniera straordinariamente acuta questa temibile alienazione. In entrambi i casi, il cinismo dei protagonisti appare senza limite e la loro brutalità, nei confronti peraltro di esseri vulnerabili, ripugnante. &Egrave; vero che qua e là, come ho cercato di evidenziare nelle recensioni, la loro natura profonda viene in luce sotto forma di senso di colpa, e che questo vissuto, almeno in un caso – quello dello studente Raskolnikov – produce una riparazione. Ciò nulla toglie al fatto che i protagonisti, nonostante il senso di colpa, agiscono comportamenti oggettivamente ingiustificabili.</p>
<p>Nietzsche fa propria l&#8217;ideologia nichilistica espressa a chiare lettere da Raskolnikov, dando ad essa il carattere di una cattiveria necessaria al fine di affrancare l&#8217;umanità da un patetico umanitarismo e attestarla sul piano di una nobile e spietata lotta tra spiriti eletti per affermare il diritto del più forte. Nel ricavare da Dostoeskij l&#8217;ideologia nichilistica, Nietzsche esprime la sua fiera (e &#8220;patologica&#8221;) avversione nei confronti della <em>pietas</em>, sublime sentimento che egli squalifica come cedimento all&#8217;influenza del Cristianesimo, e che, paradossalmente, rappresenta l’unica possibilità per gli spiriti &#8220;eletti&#8221;, vale a dire dotati di una viva sensibilità, di andare al di là del bene e del male.</p>
<p>Rispetto a Nietzsche, Dostoevskij, con <strong><em>L&#8217;idiota</em></strong>, arriva più in profondità nello studio della natura umana e delle sue molteplici espressioni, dipendenti in parte dall&#8217;interazione con l&#8217;ambiente sociale e culturale. <strong>Gli estremi caratteriali della tipologia introversa, &#8211; l&#8217;una più espressiva della natura, l&#8217;altra della volontà di negarla e di affrancarsene &#8211; sono incarnate, infatti, dai due protagonisti &#8211; Lev Nikolaeviè Myškin e Nastas&#8217;ja Filippovna –</strong>, il cui tragico rapporto rappresenta la struttura del romanzo. Lo spettro introverso, nelle sue diverse combinazioni, è rappresentato anche da altri personaggi (Ganja e Aglaja per un verso, Rogozin e Ippolit per un altro).</p>
<p>Anche se Dostoevskij non accenna mai esplicitamente all&#8217;introversione, che egli abbia intuito l&#8217;esistenza di una tipologia caratteriale diversa rispetto alla media, atta a funzionare come una sorta di prisma delle ambivalenze intrinseche alla natura umana, è attestato dal fatto che, ne <em>L&#8217;idiota</em>, più ancora che in altre opere, i protagonisti e coloro che appartengono a tale tipologia risaltano sullo sfondo di un mondo la cui normalità, peraltro apparente, fa sì che quell&#8217;ambivalenza si esprime sul registro della mediocrità.</p>
<p>Ciò concerne l&#8217;uomo comune:</p>
<blockquote>
<p>Ci sono delle persone difficili da caratterizzare una volta per tutte nei loro tratti più tipici. Esse vengono di solito definite &#8220;comuni&#8221;, &#8220;la maggioranza&#8221;, e di fatto costituiscono la grande maggioranza di ogni società…<br />
<br />
Ciò nonostante rimane dinanzi a noi un quesito: come si deve comportare il romanziere con le persone ordinarie, completamente &#8220;comuni&#8221;, come deve porle dinanzi al lettore per renderle in qualche modo interessanti? Escluderli del tutto dal racconto non si può dal momento che le persone ordinarie costituiscono continuamente e nella maggioranza dei casi l&#8217;elemento indispensabile nel concatenarsi degli eventi della vita, escluderli dunque significherebbe trasgredire alla regola della verosimiglianza. Riempire i romanzi unicamente di tipi o, semplicemente per suscitare interesse, di esseri strani e inesistenti sarebbe inverosimile e, certo, anche poco interessante. Secondo noi, lo scrittore deve cimentarsi nello scoprire sfumature interessanti e istruttive anche nell&#8217;ordinarietà. Proprio quando, per esempio, l&#8217;essenza stessa di alcune persone ordinarie si racchiude nella loro ordinarietà quotidiana e immutabile oppure, ancora meglio, quando, nonostante tutti i loro sforzi straordinari per sfuggire in qualche modo dalla sfera della routine e della banalità, finiscono tuttavia per rimanervi immutabilmente ed eternamente invischiati, allora anche tali persone acquisiscono a modo loro una caratteristica tipica: la loro ordinarietà, che non vuole in alcun modo rimanere ciò che è, ma vuole diventare a qualunque costo originale e indipendente senza essere dotata di alcun mezzo per esserlo…</p>
<p>
In realtà non c&#8217;è niente di più triste che, per esempio, essere ricchi, di buona famiglia, di bell&#8217;aspetto, abbastanza istruiti e intelligenti, persino buoni, e al tempo stesso non avere nessun talento, nessuna peculiarità, neanche una stranezza, né un&#8217;idea originale, insomma essere proprio &#8220;come tutti&#8221;. La ricchezza c&#8217;è, sì, ma non come quella dei Rothschild; la famiglia onorata, anche, ma non si è mai distinta in nulla; l&#8217;apparenza è piacevole, ma poco espressiva; l&#8217;educazione passabile, ma non si sa come metterla a frutto; l&#8217;intelligenza c&#8217;è, ma senza <em>idee proprie</em>; il cuore c&#8217;è, ma senza magnanimità e così via per tutti gli altri aspetti. Di persone come queste al mondo ce ne sono moltissime e anche più di quante sembrerebbe. Si dividono come il resto delle persone in due ordini principali: gli uni limitati, gli altri &#8220;assai più intelligenti&#8221;. I primi sono più felici. Per l&#8217;uomo &#8220;comune&#8221; limitato, per esempio, non c&#8217;è niente di più facile che immaginare se stesso come una persona poco comune e originale, compiacendosene senza alcun tentennamento…<br />
<br />
La sfrontataggine dell&#8217;ingenuità, in alcuni casi, arriva a livelli stupefacenti. Tutto questo sembra impossibile, ma lo si riscontra di continuo… l&#8217;incrollabile fiducia dell&#8217;uomo stupido in se stesso e nel proprio talento&#8230;<br />
</p>
<p>&#8230; questa categoria, come abbiamo già detto, è molto più infelice della prima. Il fatto è che l&#8217;uomo comune <em>intelligente</em>, anche se qualche volta di sfuggita ha immaginato di essere uomo geniale e originalissimo (anche per tutta la sua vita), ciò nonostante conserva nel suo cuore il tarlo del dubbio che lo conduce alla più totale disperazione. Anche se si rassegna, è completamente avvelenato interiormente dalla vanità frustrata. D&#8217;altronde abbiamo preso in considerazione un caso limite, mentre nella stragrande maggioranza di questa <em>intelligente</em> categoria di persone il fenomeno ha luogo non in maniera così tragica: ci si rovina un po&#8217; il fegato, ecco tutto. Tuttavia prima di arrendersi e rassegnarsi, queste persone a volte ne combinano delle belle per moltissimo tempo, dalla giovinezza all&#8217;età della rassegnazione, e tutto a causa del desiderio di originalità.</p>
</blockquote>
<p>Se <strong>la mediocrità è il tratto distintivo dell&#8217;uomo comune</strong>, essa investe, mutatis mutandis, anhe l&#8217;élite sociale, la classe nobiliare. Il principe Myskin tenta di illudersi a riguardo:</p>
<blockquote>
<p>Per la prima volta nella vita vedeva un angoletto di quello che si definiva col terribile nome di &#8220;gran mondo Da molto tempo, in seguito ad alcuni speciali propositi, congetture e inclinazioni, desiderava ardentemente penetrare in quella cerchia incantata di persone, proprio per questo la prima impressione lo coinvolgeva tanto. La prima impressione fu persino fantastica. Ebbe la subitanea sensazione che tutte quelle persone fossero nate proprio per stare insieme, che non fosse in corso nessuna &#8220;serata&#8221; con invitati, ma che quelli fossero intimi amici ai quali egli era legato da lunga e devota frequentazione e affinità di pensiero e dai quali era tornato dopo una breve separazione.</p>
<p>
Il fascino delle belle maniere, della sobrietà e della apparente sincerità era quasi magico. Non gli venne neanche in mente che tutta quella spontaneità, quella nobiltà, l&#8217;arguzia, il contegno dignitoso, potessero far parte di un&#8217;eccellente e artistica messinscena. La maggioranza di quelle persone, nonostante l&#8217;imponente esteriorità, era composta da persone abbastanza insulse che, tra l&#8217;altro, ignoravano, nel loro autocompiacimento, che quello che di buono c&#8217;era in loro era solo messinscena. Delle loro qualità essi non avevano merito dal momento che l&#8217;acquisivano inconsciamente, ereditariamente. Il principe non voleva neanche sospettare una cosa simile incantato dalla delizia della prima impressione.</p>
</blockquote>
<p>Ma la &#8220;verità&#8221; sfugge, infine, dalle sue labbra:</p>
<blockquote>
<p>Perché è proprio così, siamo ridicoli, superficiali, con cattive abitudini, ci annoiamo, non sappiamo osservare, non sappiamo comprendere, siamo tutti della stessa pasta, tutti, sia voi sia io, sia loro! Ecco non vi offendete se vi dico in faccia che siete ridicoli? E se è così, non è vero che siete materia viva? Sapete, secondo me, essere ridicoli a volte è bene, persino meglio: è più facile perdonarsi l&#8217;un l&#8217;altro, è più facile riconciliarsi. Non si può capire tutto subito, non si può cominciare dalla perfezione! Ci sono tante cose da non capire prima di raggiungere la perfezione! Quando si capisce troppo in fretta, non si capisce bene. Lo dico a voi, a voi che siete già in grado di capire molto e&#8230; di non capire.</p>
</blockquote>
<p>&Egrave; sullo sfondo di questa universale mediocrità che vanno analizzate le tipologie dei protagonisti del romanzo &#8211; Lev Nikolaeviè Myškin e Nastas&#8217;ja Filippovna -, che sono le due facce estremizzate della stessa medaglia, il cui conio è <strong>una sensibilità del tutto fuori dell&#8217;ordinario</strong>.</p>
<p>La trama del romanzo è esposta in questi termini nel Dizionario Bompiani delle Opere e dei Personaggi:</p>
<p><em>
<p>Il principe Myskin, ultimo germoglio d&#8217;una grande famiglia decaduta, ritorna in patria dopo aver soggiornato in Svizzera per ragioni di salute, essendo malato di nervi. In realtà in questo uomo apparentemente &#8220;idiota&#8221;, la cui idiozia consiste nell&#8217;assoluta impotenza della volontà e in una fede assoluta negli altri, fondata sopra una ancora più assoluta inesperienza di vita, Dostoevskij voleva dare un simbolo della saggezza cristiana nella sua essenza più pura.</p>
<p>Compagno di viaggio di Myskin in Russia è Rogozin, colui che gli offrirà l&#8217;occasione di dimostrare quel che può capitare a un uomo &#8220;positivamente buono&#8221; a contatto con la realtà. Spinto da una segreta simpatia e dal bisogno di confidarsi, Rogozin, giovane esuberante e volitivo, confida durante il viaggio a Myskin, che è spiritualmente il suo opposto, la passione violenta suscitata in lui da Nastasja Filippovna , una bellezza di fama equivoca la quale, orfana fin dall&#8217;infanzia, educata per carità, e divenuta amante dell&#8217;uomo che si era preso cura di lei, quasi con il senso di una doverosa ma disgustosa restituzione del beneficio ricevuto, nasconde nell&#8217;animo, naturalmente generoso, una avversione per il mondo maschile e, in genere, per tutti coloro che sembrano valersi, per umiliarla, di una sorte più fortunata.<br />
Giunti a Pietroburgo, i due si separano, e il principe si reca dal generale Epancin, suo parente, dal quale spera essere aiutato nella vita di lavoro che intende cominciare.</p>
<p>&#8220;Il romanzo, intricatissimo di avvenimenti, che si svolgono in breve periodo di tempo, muove di qui in un&#8217;atmosfera di nervosa inquietudine. Presso il generale, Myskin sente ancora parlare di Nastasja: il segretario del generale, infatti, Ganja, si prepara a sposarla in vista della dote che le darà il suo protettore di un tempo. E un legame sotterraneo attira il giovane principe verso questa ignota in cui intuisce un carattere nobile, vittima delle circostanze.<br />
Andato in casa di Ganja, che si offre di ospitarlo, egli incontra la donna e confusamente intuisce la situazione: Ganja non è un disonesto ma un ambizioso che vorrebbe quel matrimonio per i vantaggi che ne deriverebbero alla sua carriera; Nastasja, d&#8217;altra parte, sarebbe forse disposta ad accettarlo se appena vedesse predominare in lui un sentimento più umano, ma è disgustata dal suo piccolo arrivismo che sferza con violenta ironia quasi per costringerlo a superarlo. Così Myskin, uscito appena da una malattia che gli aveva oscurato la mente, intimamente convinto che ogni gesto umano debba essere volto al bene dei suoi simili e che ogni uomo sia in ansiosa ricerca della propria bontà, si getta indifeso nella pericolosa avventura. La sera egli si presenta non invitato in casa di Nastasja, circondata da una compagnia di gente che aspetta la sua decisione se sposare o no il pretendente Ganja, e quando arriva Rogozin, ubriaco e in compagnia di ubriachi, che getta sul tavolo una forte somma con la quale vorrebbe compensare la donna della dote promessa dal suo protettore e portarla poi con sé come amante, egli si fa decisamente difensore di Nastasja e si dichiara pronto a sposarla per salvarla dalla rovina.<br />
Nastasja vede in lui l&#8217;uomo che potrebbe veramente salvarla, ma non accetta questa soluzione dettata dalla pietà e troppo pericolosa per il giovane; e fugge con Rogozin.<br />
La posizione di Myskin diviene ancor più complessa con il delinearsi dell&#8217;amore di Aglaja, la figlia minore del generale Epancin, per lui: amore dissimulato per orgoglio ma alimentato da un&#8217;affezionata ammirazione. Il principe sembra corrispondere, ma, in lui, il richiamo del sesso non riesce ad affiorare dal senso di universale affetto che lo lega agli uomini tutti; e questo, se da un lato fa aumentare l&#8217;ammirazione di Aglaja per lui, dall&#8217;altro esaspera la sua femminilità e la porta talora a disprezzare l&#8217;uomo nella creatura superiore che essa venera. Infine tra Myskin e Rogozin si viene lentamente formando un rapporto di simpatia quasi fraterna, per quel che di superiore hanno in comune nei loro atteggiamenti verso Nastasja, e, insieme, da parte di Rogozin, di furiosa rivalità, che spinge il giovane fin quasi a tentar di uccidere l&#8217;amico.</p>
<p>Dietro queste vicende principali passano poi figure minori, amici di Rogozin e di Myskin, studenti senza avvenire, uomini mancati di ogni sorta, in cui imperversa egualmente la triste lotta tra segrete tendenze verso il bene e una effettiva malvagità. Quasi commento dell&#8217;insieme, figura di adolescenza sana e in buona fede fra tanti ondeggianti motivi, è Kolja, il fratello minore di Ganja, a cui è affidato lo stesso compito che avrà Alësa nei Fratelli Karamazov. Il romanzo finisce tragicamente con l&#8217;uccisione di Nastasja per mano di Rogozin e con la definitiva follìa del principe.&#8221;</p>
<p></em></p>
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		<title>Appunti per una psicobiografia di Hermann Hesse</title>
		<link>http://www.legaintroversi.it/2007/04/06/appunti-per-una-psicobiografia-di-hermann-hesse/</link>
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		<pubDate>Fri, 06 Apr 2007 13:23:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Introversione e letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Hesse]]></category>
		<category><![CDATA[introversi oppositivi]]></category>
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		<category><![CDATA[opposizione/individuazione]]></category>
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		<description><![CDATA[1.
La lunga vita di Hermann Hesse e il suo essere pervenuto, attraverso un&#8217;esperienza interiore travagliata che, fin dall&#8217;adolescenza, ha sfiorato più volte il ciglio della disperazione e del suicidio, ad una serena e equilibrata saggezza, rappresentano di per sé un &#8220;capolavoro&#8221; denso di significati.
Il dramma di Hesse riconosce la sua matrice nell&#8217;interazione tra la tradizione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1.</h3>
<p>La lunga vita di <span class="highlight-blue-b">Hermann Hesse</span> e il suo essere pervenuto, attraverso un&#8217;esperienza interiore travagliata che, fin dall&#8217;adolescenza, ha sfiorato più volte il ciglio della disperazione e del suicidio, ad una serena e equilibrata saggezza, rappresentano di per sé un &#8220;capolavoro&#8221; denso di significati.</p>
<p><strong>Il dramma di Hesse riconosce la sua matrice nell&#8217;interazione tra la tradizione culturale della famiglia, caratterizzata sia da parte paterna che materna da una viva religiosità di tipo pietista, e la sua natura introversa, oppositiva e avversa a qualunque tipo di imposizione autoritaria.</strong></p>
<p>Egli nasce il 2 luglio 1877 a Calw-Wurttemberg, una piccola cittadina del nord della Foresta Nera da Johanness Hess, missionario pietista, e Marie Gundert, vedova Isenberg e già madre di due figli.</p>
<p>Johannes Hesse, uomo colto e dalla personalità spiritualmente ricca, è originario di un piccolo paese della Estonia; Marie Gundert, dotata di una fervida fantasia e appassionata di letteratura, è invece nata in India, dove ha trascorso l&#8217;infanzia.</p>
<p>Entrambi provengono da famiglie di livello culturale molto elevato e caratterizzate da una profonda religiosità. Il nonno paterno, Carl Hermann Hesse, medico di professione, organizza per tutta la vita nella sua casa letture bibliche settimanali. Il nonno materno, Hermann Gundert, profondo studioso della cultura e della religione indiana, è un uomo sensibile e di spirito, che pratica però la religione all&#8217;insegna di una rigida devozione e ha un senso del dovere, dell&#8217;obbedienza e del rispetto dell&#8217;autorità senza limite.</p>
<p>L&#8217;ambiente familiare è dunque culturalmente stimolante, ma, allo stesso tempo, piuttosto <strong>repressivo sotto il profilo morale e religioso</strong>. Il pietismo che in esso circola è caratterizzato dalla sollecitazione a praticare una &#8220;religione del cuore&#8221; associata ad una morale rigorosissima.</p>
<p>L&#8217;esperienza infantile e adolescenziale di Hesse è una prova che, nonostante quanto sostengono gli analisti tradizionali, i conflitti psicodinamici non si originano sempre sul registro dell&#8217;affettività, bensì su quello della scarsa compatibilità tra i valori culturali veicolati dalla famiglia e la vocazione ad essere del figlio.</p>
<p>Entrambi i genitori sono, sotto il profilo umano, ottime persone, affettivamente molto valide, nonostante una certa severità di fondo. Entrambi, però, in conseguenza di una fede religiosa che rappresenta per loro un orizzonte assoluto, non sono in grado di cogliere nell&#8217;irrequietezza e nella tendenza oppositiva del piccolo Hermann il potenziale di individuazione che esse esprimono. Vi leggono piuttosto la prova che la natura umana è originariamente inquinata dal Maligno.</p>
<p>Hermann, di fatto, com&#8217;è proprio di tutti gli esseri dotati di un corredo introverso oppositivo, è un bambino oltremodo sensibile e testardo, che crea ai genitori e agli educatori notevoli difficoltà. Già nel 1881 la madre manifesta al marito la propria preoccupazione: &#8220;Prega insieme a me per il piccolo Hermann [...] Il bambino ha una vitalità e una forza di volontà così decisa e [...] un&#8217;intelligenza che sono sorprendenti per i suoi quattro anni. Che ne sarà di lui? [...] Dio deve impiegare questo senso orgoglioso, allora ne conseguirà qualcosa di nobile e proficuo, ma rabbrividisco solo al pensiero per ciò che una falsa e debole educazione potrebbe fare del piccolo Hermann&#8221;.</p>
<p>Conformemente ai principi del pietismo, i genitori tentano senza successo di &#8220;addomesticare&#8221; il figlio, frenando e reprimendo l&#8217;ostinazione ribelle che gli è propria. Lo affidano dunque ad educatori esterni, confidano nella scuola e programmano per Hermann un futuro da pastore.</p>
<p>Pur senza impegnarsi molto nello studio, questi consegue risultati brillanti e, superato l&#8217;esame regionale, si iscrive nel settembre del 1891 al seminario di Maulbronn. L&#8217;ambiente non è nel complesso repressivo, ma colà Hermann scopre di non avere alcuna vocazione per ripercorrere le orme del padre. Dopo sei mesi, senza apparente motivo, egli si dà alla fuga. Riportato in seminario e trattato con una certa comprensione, egli comincia a soffrire di stati depressivi preoccupanti. Disperati, i genitori decidono di riprendere il ragazzo e di inviarlo per una &#8220;cura&#8221;, in realtà &#8220;per essere liberato dal diavolo&#8221;, al pastore Christoph Blumhardt. Le cose vanno però di male in peggio, fino ad un tentativo di suicidio, che sarebbe riuscito se il revolver non si fosse inceppato. Hermann viene quindi ricoverato nella clinica per malati di nervi a Stetten.</p>
<p>La comunicazione con la famiglia è ormai compromessa. Affettuosamente i genitori gli scrivono promettendogli di iscriverlo in un comune ginnasio &#8220;non appena darà prova per alcuni mesi di autocontrollo e obbedienza&#8221;. La risposta, indirizzata al padre, è quella di un adolescente esasperato e disperato:</p>
<blockquote>
<p>Gentile Signore! Poiché Lei si mostra stranamente così pronto al sacrificio, mi è concesso forse di chiederle sette marchi ovvero un revolver. Dopo che Lei mi ha indotto alla disperazione, sarà sicuramente pronto a liberare me da questa e lei da me stesso. In realtà avrei dovuto crepare già a giugno.</p>
</blockquote>
<p>Di fronte ad una rinnovata minaccia di suicidio, i genitori gli concedono, dopo le sue insistenti preghiere, di ritornare a Calw, dove frequenta dal novembre 1892 sino all&#8217;ottobre 1893 il ginnasio Canstatter. Non porta a termine comunque l&#8217;intero ciclo di studi ginnasiali.</p>
<p>All&#8217;esperienza scolastica segue un brevissimo apprendistato come libraio a Esslingen. Dopo appena quattro giorni Hermann abbandona la libreria. Ritrovato dal padre in giro per le strade di Stoccarda, viene spedito in cura dal dottor Zeller a Winnenthal. Qui trascorre alcuni mesi dedicandosi al giardinaggio, finché ottiene il permesso di tornare in famiglia.</p>
<p>A Calw aiuta il padre nella casa editrice e sfoglia con avidità i libri dell&#8217;immensa biblioteca del nonno Gundert. Scopre autonomamente la sua vocazione letteraria, ma il padre, ritenendolo incostante, volubile e sostanzialmente inaffidabile, si oppone alla sua richiesta di lasciare la casa per potersi preparare &#8220;in libertà&#8221; all&#8217;attività letteraria. Hermann è costretto a seguire un apprendistato presso un&#8217;officina di orologi da campanile a Calw. In questo periodo progetta di fuggire in Brasile. Un anno dopo abbandona l&#8217;officina e incomincia nell&#8217;ottobre 1895 un apprendistato come libraio presso Heckenhauer a Tubinga, che dura tre anni.</p>
<p>È una svolta estremamente significativa. La professione di libraio, che gli assicura un reddito, gli permette di staccarsi finalmente dalla famiglia, emancipandosi dalla morale a dalla religione d&#8217;origine.</p>
<p>Le sue ansie interiori si placano, permettendogli di dedicarsi ad una intensa formazione culturale autodidatta, e di scoprire ed affermare la propria irrinunciabile vocazione poetica.</p>
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		<title>La personalità di Franz Kakfa</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Mar 2007 12:54:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
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		<category><![CDATA[senso di giustizia]]></category>

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		<description><![CDATA[Più volte Kafka, lucidamente consapevole del rapporto tra la sua travagliata storia interiore e la produzione letteraria, si è riproposto di scrivere un&#8217;autobiografia. Non ha realizzato questo progetto per l&#8217;innata riservatezza e per l&#8217;inestricabile complessità dei suoi vissuti. Oltre alla sua opera, che per molti aspetti è autobiografica, la personalità si può ricostruire attraverso i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Più volte <span class="highlight-blue-b">Kafka</span>, lucidamente consapevole del rapporto tra la sua travagliata storia interiore e la produzione letteraria, si è riproposto di scrivere un&#8217;autobiografia. Non ha realizzato questo progetto per l&#8217;innata riservatezza e per l&#8217;inestricabile complessità dei suoi vissuti. Oltre alla sua opera, che per molti aspetti è autobiografica, la personalità si può ricostruire attraverso i <strong><em>Diari</em></strong>, il ricco epistolario e l&#8217;esauriente biografia dell&#8217;amico <span class="highlight-blue">Max Brod</span> (<em>Kafka</em>, Mondadori, Milano 1978). Le citazioni sono tratte da quest&#8217;ultimo lavoro.</p>
<p>L&#8217;introversione di Kafka è immediatamente evidente in tutte le foto che di lui possediamo. Un suo ritratto infantile ci presenta già &#8220;un ragazzino di circa cinque anni, snello, con grandi occhi interrogativi e le labbra cupamente chiuse e caparbie&#8221;. Nelle foto da adulto, l&#8217;espressione è seria, sostenuta e naturalmente signorile; lo sguardo, fisso su un punto all&#8217;infinito, acuto e penetrante.</p>
<p>L&#8217;introversione Kafka l&#8217;ha ereditata per linea materna. Tanto il padre era, come peraltro gran parte dei suoi parenti, un &#8220;pezzo d&#8217;uomo&#8221;, alto, dalle spalle larghe, dotato di una tenacia, di una capacità di lavoro e di uno spirito pratico eccezionali, espansivo, impulsivo e &#8220;tirannico&#8221;, tanto gli antenati della madre erano &#8220;eruditi, sognatori, con una tendenza alla stranezza o rapiti verso l&#8217;avventura, l&#8217;esotismo, la bizzarria, la solitudine&#8221;. La madre stessa &#8220;era una donna tranquilla, buona, straordinariamente intelligente, anzi piena di saggezza&#8221;. Dalla parte della madre, Kafka eredita anche una costituzione fisica minuta, longilinea e delicata. La sua carnagione di fatto, nelle foto, ha qualcosa di vagamente adolescenziale, se non addirittura d&#8217;effeminato, per via di una pelle pallida, sottile e levigata.</p>
<p>Kafka è perfettamente consapevole di avere ereditato da parte della madre le qualità fondamentali del suo carattere: &#8220;Ostinazione, sensibilità, senso della giustizia, irrequietezza&#8221;.</p>
<p>Secondo la testimonianza della madre, &#8220;Franz era un fanciullo debole e delicato; per lo più serio, ma disposto talvolta a fare il chiasso; un fanciullo che leggeva molto e non voleva fare ginnastica&#8221;.</p>
<p>L&#8217;estraneità fisica e psichica rispetto al padre &#8211; il dramma che segnerà la sua esperienza psicologica &#8211; è radicale. Primogenito e unico maschio, il destino di Kafka è di portare avanti l&#8217;azienda paterna, che consta di una fabbrica e di un negozio al dettaglio. Egli è però un sognatore sprovvisto di qualunque senso pratico, non ama il commercio, non ha ambizioni di status.</p>
<p>Il padre non comprenderà mai le &#8220;stranezze&#8221; del figlio, in particolare non gli perdonerà mai il difetto di senso pratico, né avrà mai alcun&#8217;intuizione della sua genialità letteraria. Kafka il padre lo comprende: capisce che il suo desiderio di affrancarsi da una condizione originaria socialmente umile e l&#8217;aspirazione ad un tenore di vita borghese, impegnandolo a soffrire, a lottare e a non arrendersi, lo hanno indurito ed esaltato. Capisce anche che il suo orgoglio di <em>self-made-man</em> lo ha indotto a considerare la tenacia, la forza di carattere, la capacità di lottare mirando ad obiettivi concreti come gli unici attributi degni di un uomo. Considera anche criticamente alcuni suoi tratti di carattere che hanno pesato nell&#8217;educazione:</p>
<blockquote>
<p>Ero un bambino timido eppure sarò stato testardo come tutti i bambini; mia madre mi avrà certo viziato ma non posso credere di essere stato particolarmente difficile da guidare, non posso credere che una parola gentile, una tacita stretta di mano, uno sguardo amorevole, non avrebbero ottenuto da me ciò che si desiderava. Ora, tu sei in fondo un uomo buono e tenero (ciò che segue non sarà in contraddizione perché parlo soltanto della figura con la quale agivi sul bambino), ma non tutti i bambini hanno la costanza e il coraggio di cercare la bontà finché la trovano. Tu puoi trattare un bambino soltanto secondo la tua stessa natura con forza, baccano e collera, e in questo caso tutto ciò ti sembrava molto adatto perché volevi fare di me un ragazzo forte e coraggioso.</p>
</blockquote>
<p>Si tratta di una critica benevola, che pone l&#8217;accento su una diversità insormontabile. Ciononostante, Kafka vede nel padre un modello ammirevole e supremo di normalità, e misura se stesso alla luce di tale modello. L&#8217;esito è devastante: <strong>per tutta la vita, egli è perseguitato da un vissuto di totale inadeguatezza e inettitudine a vivere che, in alcuni momenti, lo porta sull&#8217;orlo della disperazione</strong>. &#8220;Non sei idoneo alla vita&#8221;: l&#8217;inappellabile verdetto che Kafka, nella celeberrima <em>Lettera</em>, attribuisce al padre, è, di fatto, un verdetto intimamente condiviso. Nulla più di questa condivisione esemplifica il pericolo intrinseco alla personalità introversa di assumere come metro di giudizio un modello inattingibile perché non congeniale e, spesso, inconsciamente addirittura disprezzato. In conseguenza di quella condivisione, al vissuto radicale d&#8217;inadeguatezza si associa in Kafka anche &#8220;una sconfinata coscienza di colpa&#8221;, riconducibile al tradimento, al non poter essere quello che l&#8217;Altro (il padre, la società) si aspetta che egli sia.</p>
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		<title>Herman Melville &#8211; Bartleby lo scrivano</title>
		<link>http://www.legaintroversi.it/2007/02/15/herman-melville-bartleby-lo-scrivano/</link>
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		<pubDate>Thu, 15 Feb 2007 09:36:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Introversione e letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[introversione]]></category>
		<category><![CDATA[isolamento]]></category>
		<category><![CDATA[Melville]]></category>
		<category><![CDATA[perfezionismo]]></category>
		<category><![CDATA[solitudine]]></category>

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		<description><![CDATA[Scritto nel 1853, appena due anni dopo Moby Dick, Bartleby lo scrivano è un racconto lungo assolutamente sorprendente. Ambientato in uno studio legale di Wall Street, reso claustrofobico dall&#8217;essere al piano terra di un edificio circondato da grattacieli le cui finestre si affacciano, da un lato, &#8220;sul muro bianco di un ampio cavedio, che prendeva [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Scritto nel 1853, appena due anni dopo <em>Moby Dick</em>, <strong><em>Bartleby lo scrivano</em></strong> è un racconto lungo assolutamente sorprendente. Ambientato in uno studio legale di Wall Street, reso claustrofobico dall&#8217;essere al piano terra di un edificio circondato da grattacieli le cui finestre si affacciano, da un lato, &#8220;sul muro bianco di un ampio cavedio, che prendeva luce da un lucernario e attraversava la casa da cima a fondo&#8221; e, dall&#8217;altro, su &#8220;un alto muro di mattoni, annerito dagli anni e incupito dalla perenne ombra&#8221; distante appena tre metri, il racconto è la ricostruzione fornita dall&#8217;avvocato che gestisce lo studio dell&#8217;incontro con Bartleby, il più strano tra gli scrivani ch&#8217;egli ha conosciuto nella sua lunga carriera.</p>
<p>Bartleby sembra venire dal nulla. Della sua storia, l&#8217;avvocato sa una sola cosa, che riferisce alla fine del racconto:</p>
<blockquote>
<p>Bartleby era stato un impiegato subalterno nell&#8217;ufficio delle lettere smarrite a Washington, dal quale era stato all&#8217;improvviso licenziato per un cambiamento nell&#8217;amministrazione.</p>
</blockquote>
<p>È egli stesso una lettera smarrita, una lettera morta, un messaggio che deve avere un senso, com&#8217;è proprio di ogni esperienza umana, ma che non arriva al destinatario. <strong>È un essere indecifrabile e incomprensibile, che oggi gli psichiatri definirebbero senz&#8217;alcuna difficoltà uno psicotico.</strong></p>
<p>La sua stranezza, evidente d&#8217;acchito (&#8221;In risposta a un annuncio, una bella mattina, si parò immobile sulla soglia del mio ufficio un giovane &#8211; la porta infatti era aperta, perché era estate. Rivedo ancora quella figura: pallidamente linda, penosamente decorosa, irrimediabilmente squallida!&#8221;), è compensata da una compostezza che inganna l&#8217;avvocato (&#8221;Dopo qualche cenno sulle sue qualifiche, lo assunsi, felice di avere nella mia squadra di copisti un uomo dall&#8217;aspetto così singolarmente mite&#8221;).</p>
<p>Mite Bartleby lo è veramente. Egli accetta una sistemazione logistica pressoché invivibile:</p>
<blockquote>
<p>Avrei dovuto già accennare alle porte pieghevoli di vetro smerigliato che dividevano in due il mio ufficio: da una parte c&#8217;erano i miei scrivani, dall&#8217;altra c&#8217;ero io. A seconda dell&#8217;umore aprivo le porte oppure le chiudevo. Decisi di assegnare a Bartleby un angolo accanto alle porte pieghevoli, ma dalla mia parte, in modo da avere a portata di voce quell&#8217;uomo tranquillo, se, per caso; si fosse dovuto sbrigare qualche lavoretto. Sistemai dunque la sua scrivania in quella parte della stanza, accanto a una finestrina laterale che in origine offriva uno scorcio sul retro, affacciandosi su certi cortili sporchi e muri di mattoni, ma che allora, a seguito di successive costruzioni, non si affacciava più su nulla, sebbene lasciasse entrare un po&#8217; di luce. A meno di tre piedi dai vetri della finestra c&#8217;era un muro, e la luce veniva da molto in alto, filtrando tra due alti edifici, quasi piovesse dal pertugio di una cupola. Per rendere ancora più soddisfacente la sistemazione, mi procurai un alto paravento verde pieghevole che poteva escludere completamente Bartleby dalla mia vista, pur lasciandolo a portata di voce. Così, in certo modo, convivevano solitudine e compagnia.</p>
</blockquote>
<p>Nonostante questa sistemazione, Bartleby comincia a lavorare ad un ritmo forsennato. Egli è un dipendente perfetto, tranne che per il carattere ostinatamente chiuso:</p>
<blockquote>
<p>In un primo tempo Bartleby eseguì una straordinaria mole di lavoro. Quasi fosse ingordo di avere qualcosa da copiare, pareva volesse rimpinzarsi di documenti. Non c&#8217;era pausa per digerirli. Scriveva giorno e notte, copiando alla luce del sole e al lume della candela. Mi avrebbe entusiasmato quella sua dedizione, se fosse stato allegramente operoso. Continuava invece a macinare lavoro in silenzio, esangue, con moto meccanico.</p>
</blockquote>
<p>Si tratta però del canto del cigno della sua laboriosità, che attesta un <strong>perfezionismo schiavizzante</strong>. Un moto di ribellione sopravviene presto in una forma singolare:</p>
<blockquote>
<p>Era con me, credo, da tre giorni &#8211; non c&#8217;era stata ancora la necessità di esaminare le sue copie &#8211; quando, dovendo completare in gran premura una faccenduola, di punto in bianco chiamai Bartleby. Nella fretta e nella naturale aspettativa di un&#8217;immediata obbedienza, me ne stavo seduto con la testa china sull&#8217;originale posato sulla mia scrivania, la mano destra di lato, nervosamente tesa nel porgere la copia, in modo che, emergendo dal suo cantuccio, Bartleby potesse afferrarla e procedere all&#8217;esame senza il minimo indugio.<br />
<br />
In questo atteggiamento sedevo dunque quando lo chiamai, spiegando rapidamente quello che volevo da lui, cioè esaminare insieme a me un breve documento. Figuratevi la mia sorpresa, anzi la mia costernazione, quando, senza muoversi dal suo angolino, con voce singolarmente soave, ma ferma, Bartleby rispose: &#8220;Preferirei di no&#8221;.<br />
<br />
Rimasi per qualche tempo seduto, trasecolato, in assoluto silenzio, chiamando a raccolta le mie facoltà attonite. Subito mi venne da pensare che gli orecchi mi avessero ingannato, oppure che Bartleby avesse completamente frainteso quello che volevo. Ripetei la richiesta con quanta chiarezza mi era possibile, ma con altrettanta chiarezza giunse la risposta di prima: &#8220;Preferirei di no&#8221;.<br />
<br />
&#8220;Preferirei di no!&#8221;, ripetei in un&#8217;eco, alzandomi di furia e attraversando la stanza d&#8217;un balzo. &#8220;Come sarebbe a dire? Le ha dato di volta il cervello? Su, mi aiuti a controllare questo foglio con l&#8217;originale &#8211; prenda&#8221;, e glielo buttai.<br />
<br />
&#8220;Preferirei di no&#8221;, disse.</p>
</blockquote>
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		<title>Ivan Aleksandrovic Goncarov &#8211; Oblomov</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Jan 2007 09:00:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Introversione e letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[disprezzo]]></category>
		<category><![CDATA[Goncarov]]></category>
		<category><![CDATA[introversione]]></category>
		<category><![CDATA[oblomovismo]]></category>
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		<category><![CDATA[sensi di colpa]]></category>

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		<description><![CDATA[1.
Come il bovarismo, anche l&#8217;oblomovismo è divenuto un termine di maniera. Esso definisce lessicalmente l&#8217;atteggiamento di apatica indolenza attribuito, da molti scrittori russi della seconda metà dell&#8217;Ottocento, alla piccola nobiltà del loro paese, e, per estensione, un modo di essere abulico e apatico. sostanzialmente patologico. La definizione banalizza una tipologia di personalità piuttosto complessa, che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1.</h3>
<p>Come il bovarismo, anche l&#8217;<em>oblomovismo</em> è divenuto un termine di maniera. Esso definisce lessicalmente l&#8217;atteggiamento di apatica indolenza attribuito, da molti scrittori russi della seconda metà dell&#8217;Ottocento, alla piccola nobiltà del loro paese, e, per estensione, <strong>un modo di essere abulico e apatico. sostanzialmente patologico</strong>. La definizione banalizza una tipologia di personalità piuttosto complessa, che <span class="highlight-blue-b">Goncarov</span> ha descritto sullo sfondo del suo tempo, ma che, per alcuni aspetti, si può riprodurre in qualunque contesto storico.</p>
<p>A 33 anni, erede di una casata nobiliare decaduta, ma che gli ha lasciato un&#8217;ancora cospicua eredità, <strong>Il&#8217;ja Il&#8217;iè Oblomov</strong> giace nell&#8217;inerzia più totale, trascorrendo il giorno a letto immerso in sterili ruminazioni. Dall&#8217;inerzia lo scuote un amico di antica data, Stolz, che lo stima profondamente, ne apprezza le qualità morali e intellettuali e ricorda i comuni progetti giovanili idealistici. Per effetto della sollecitazione di Stolz, Oblomov torna a frequentare il mondo. Non è entusiasta di questa nuova vita, che gli sembra vacua e tediosa più della solitudine in cui era immerso, finché non incontra una giovane donna, Ol&#8217;ga, di cui si innamora perdutamente. La passione per Ol&#8217;ga sembra poter curare il suo mal di vivere. Per essere portata a conclusione con un matrimonio, essa richiede però che Oblomov si assuma delle responsabilità, a partire dalla cura della sua proprietà che rende sempre meno. Egli non ce la fa: la cura l&#8217;affida a due furfanti che, profittando della sua ingenuità, lo portano quasi sul lastrico. Il rapporto con Ol&#8217;ga ha termine. L&#8217;intervento dell&#8217;amico Stolz è risolutivo per assicurargli nuovamente una rendita adeguata a permettergli una vita senza affanni. Oblomov si affida totalmente ai suoi servi (Zachar e la moglie), e alla padrona di casa dell&#8217;appartamento che occupa, Agaf&#8217;ja Matveevna, vedova P_enicyna, una donna semplice che si innamora segretamente di lui. Essa lo cura, lo protegge, lo venera, senza chiedergli nulla in cambio. Lentamente Oblomov giunge a ricambiarla, la sposa, ha un figlio. Circondato dall&#8217;affetto di persone semplici, egli sembra trovare pace. Stolz e Ol&#8217;ga, che intanto si sono sposati realizzando tra loro un&#8217;unione perfetta, fanno un ultimo tentativo di sottrarre l&#8217;amico ad una vita che essi giudicano indegna delle sue qualità, proponendogli di andare a vivere accanto a loro. Oblomov rifiuta. Alla sua morte, il figlio va a vivere con Stolz e Ol&#8217;ga.</p>
<p>La trama, naturalmente, restituisce ben poco della tessitura complessa del romanzo, disseminato di intuizioni psicologiche di grande portata. Si tratta però di intuizioni ambigue. <strong>Per un verso, Oblomov sembra affetto da un impulso a regredire (nell&#8217;utero materno, direbbero gli analisti), che attesta il suo sostanziale infantilismo e l&#8217;incapacità di assumersi qualunque responsabilità adulta in rapporto alla vita; per un altro, il suo grande rifiuto sembra implicare una critica radicale del modo d&#8217;essere corrente nel suo mondo, vale a dire della normalità.</strong> Quest&#8217;ambiguità è uno dei motivi del successo del romanzo, che lascia aperta al lettore ogni possibile interpretazione.</p>
<p>La lettura del libro impone di chiedersi: primo, <strong>se la tipologia di Oblomov abbia un carattere universale</strong>, se essa cioè descriva uno dei possibili modi di essere dell&#8217;umano e non, come hanno affermato alcuni critici, l&#8217;espressione decadente e nihilista di una classe sociale &#8211; quella nobiliare &#8211; in un determinato contesto storico &#8211; quello della Russia zarista del XIX secolo; secondo <strong>se tale tipologia possa essere interpretata in termini psicodinamici</strong>. Per rispondere a queste domande, occorre entrare nelle pieghe del testo.</p>
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		<title>Fëdor Dostoevskij &#8211; Memorie dal sottosuolo</title>
		<link>http://www.legaintroversi.it/2006/12/06/fedor-dostoevskij-memorie-dal-sottosuolo/</link>
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		<pubDate>Wed, 06 Dec 2006 08:54:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Introversione e letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[disprezzo]]></category>
		<category><![CDATA[Dostoevskij]]></category>
		<category><![CDATA[inadeguatezza]]></category>
		<category><![CDATA[introversione]]></category>
		<category><![CDATA[isolamento]]></category>
		<category><![CDATA[opposizione/individuazione]]></category>
		<category><![CDATA[sensi di colpa]]></category>
		<category><![CDATA[solitudine]]></category>

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		<description><![CDATA[1.

Sono un uomo cattivo. Un uomo sgradevole.


Non ho mai potuto diventare cattivo. In ogni momento riconoscevo in me molti, moltissimi elementi quanto mai in contrasto con ciò. Sapevo che fermentavano in me, questi elementi contrastanti. Sapevo che per tutta la vita avevano fermentato in me e che cercavano di uscire all&#8217;esterno, ma io non lasciavo, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1.</h3>
<blockquote>
<p>Sono un uomo cattivo. Un uomo sgradevole.</p>
</blockquote>
<blockquote>
<p>Non ho mai potuto diventare cattivo. In ogni momento riconoscevo in me molti, moltissimi elementi quanto mai in contrasto con ciò. Sapevo che fermentavano in me, questi elementi contrastanti. Sapevo che per tutta la vita avevano fermentato in me e che cercavano di uscire all&#8217;esterno, ma io non lasciavo, non lasciavo, apposta non lasciavo che si sprigionassero. Mi torturavano fino a farmi vergognare; mi conducevano fino alle convulsioni e alla fine mi sono venuti in odio, come mi sono venuti in odio!</p>
</blockquote>
<blockquote>
<p>Io non posso essere&#8230; buono!</p>
</blockquote>
<p>Queste tre citazioni esprimono il singolare e drammatico modo di essere del personaggio delle <strong><em>Memorie</em></strong>, che, ricostruendo le vicissitudini della sua esperienza, scava dentro di sé nella vana ricerca di dare un senso alle contraddizioni che la sottendono e la caratterizzano. Le conclusioni filosofiche cui egli giunge, esposte nella prima parte del racconto, sono di un amaro pessimismo. Nel mondo si danno solo due categorie: <strong>uomini d&#8217;azione, normali in quanto si adattano alle circostanze dell&#8217;esistenza, senza la pretesa di abbattere i muri di pietra delle leggi di natura e del senso comune, stupidi, dunque, ma socialmente integrati, e uomini di pensiero, la cui coscienza ipertrofica lavora di continuo per negare e trascendere quelle circostanze con l&#8217;effetto di destinarli a dare pateticamente a testa contro quei muri</strong>.</p>
<p>Il narratore appartiene a quest&#8217;ultima categoria: tanto egli disprezza, invidiandoli, gli esseri normali, quanto disprezza se stesso. L&#8217;ininterrotto lavorio della coscienza, infatti, non ha prodotto che una totale sterilità:</p>
<blockquote>
<p>Non solo cattivo, ma proprio nulla sono riuscito a diventare: né cattivo, né buono, né furfante, né onesto, né eroe, né insetto.</p>
</blockquote>
<p>Egli è solo un topo, trincerato nel suo fetido sottosuolo, che nutre vanamente invidia, rancore e disprezzo per tutto il mondo, ma è lucidamente consapevole del fatto che il suo contrapporsi ad esso in nome di principi sublimi ed elevati è semplicemente presunzione. Egli non è migliore degli altri, se non per il fatto di rendersi conto della sua contraddittorietà e della sua miseria, che è sotto i suoi occhi e si esprime nell&#8217;agire comportamenti degradanti e incivili, del tutto incompatibili con quei principi.</p>
<p>Cionondimeno, egli non può desistere dall&#8217;interrogarsi sulla propria condizione e sulla condizione umana in generale, per quanto la pretesa di giungere ad afferrarne il senso sia vana. Egli rivendica dunque il primato del pensiero sull&#8217;azione, per quanto sterile esso sia:</p>
<blockquote>
<p>Molto meglio capire tutto, esser coscienti di tutto, di tutte le impossibilità e i muri di pietra, ma non rassegnarsi a nessuna di queste impossibilità e muri di pietra, se vi ripugna rassegnarvi.</p>
</blockquote>
<p>Esser coscienti di tutto, secondo l&#8217;uomo del sottosuolo, significa prescindere dall&#8217;idea che l&#8217;uomo sia un essere razionale che si muove solo sulla base di un calcolo utilitaristo dei suoi interessi. Quest&#8217;idea, infatti, porta facilmente alla conclusione che, se egli veramente sapesse quali sono i suoi reali interessi, agirebbe secondo natura e diventerebbe addirittura virtuoso. Ora,</p>
<blockquote>
<p>tutti questi bellissimi sistemi, tutte queste teorie che spiegano all&#8217;umanità i suoi veri, normali interessi affinché essa, tendendo necessariamente a raggiungerli, diventi subito buona e nobile, per il momento, secondo la mia opinione, sono semplici sofismi!</p>
</blockquote>
<p>La realtà è che</p>
<blockquote>
<p>l&#8217;uomo è ancor lungi dall&#8217;essersi <em>abituato</em> ad agire così come gli suggeriscono la ragione e le scienze.</p>
</blockquote>
<p>Né c&#8217;è da prevedere che questa abitudine potrà mai esse conseguita, perché</p>
<blockquote>
<p>l&#8217;uomo, sempre e ovunque, chiunque fosse, ha amato agire così come voleva, e non come gli ordinavano la ragione e il tornaconto; infatti si può volere anche contro il proprio tornaconto, anzi talvolta <em>decisamente si deve</em> (questa è già una mia idea). La propria voglia, arbitraria e libera, il proprio capriccio, anche il più selvaggio, la propria fantasia, eccitata a volte fino alla follia: tutto ciò è proprio quel vantaggio supremo e tralasciato, che sfugge a qualsiasi classificazione e per colpa del quale tutti i sistemi e le teorie vanno costantemente a farsi benedire. E chi l&#8217;ha detto a tutti quei saggi che l&#8217;uomo ha bisogno di una volontà normale, virtuosa? Come hanno immaginato con tanta sicurezza che l&#8217;uomo abbia bisogno per forza di una volontà razionalmente vantaggiosa? L&#8217;uomo ha bisogno soltanto di una volontà <em>autonoma</em> per quanto possa costare questa autonomia e a qualsiasi conseguenza porti.</p>
</blockquote>
<p>Il nodo filosofico dell&#8217;esistenza è, infatti, nella <strong>contrapposizione irriducibile tra ragione e volontà</strong>:</p>
<blockquote><p>La ragione è una buona cosa, questo è indubbio, ma la ragione è solo ragione e soddisfa soltanto la facoltà raziocinante dell&#8217;uomo, mentre la volontà è manifestazione di tutta la vita, cioè di tutta la vita umana, sia con la ragione che con tutti i pruriti. E benché in questa manifestazione la nostra vita si riduca spesso a una porcheriola, tuttavia è vita, e non soltanto l&#8217;estrazione di una radice quadrata&#8230; Che cosa sa la ragione? La ragione sa solo quel che ha fatto in tempo a conoscere (altro, forse, non saprà mai; anche se non è consolante, perché nasconderlo?), mentre la natura umana agisce tutta intera, con tutto ciò che vi è in essa, in modo cosciente e inconscio, e magari mente, ma vive.<br />
<br />
L&#8217;uomo può augurarsi di proposito, consapevolmente, anche qualcosa di dannoso, di stupido, perfino stupidissimo, e cioè per avere il <em>diritto</em> di augurarsi anche ciò che è stupidissimo e non essere vincolato all&#8217;obbligo di desiderare soltanto ciò che è intelligente. Infatti questa cosa stupidissima, questo capriccio, signori, in realtà può essere quel che di più vantaggioso c&#8217;è per noialtri sulla terra, soprattutto in certi casi. E in particolare può essere più vantaggioso di tutti i vantaggi perfino nel caso in cui vi porti un danno evidente e contraddica alle più sensate deduzioni della nostra ragione in materia di tornaconto, perché in ogni caso ci salvaguarda la cosa più importante e preziosa, cioè la nostra personalità e la nostra individualità.</p>
</blockquote>
<p>Molto spesso dunque e, anzi, il più delle volte</p>
<blockquote>
<p>la volontà è assolutamente e caparbiamente in disaccordo con la ragione.</p>
</blockquote>
<p>La ragione, che è propria degli uomini d&#8217;azione, privilegia infatti</p>
<blockquote>
<p>il benessere, la ricchezza, la libertà, la tranquillità, eccetera, eccetera.</p>
</blockquote>
<p>Essa però deve fare i conti con una volontà che si sottrae sistematicamente al suo controllo e, come un doppio che alberga nell&#8217;uomo, scombina il calcolo razionale dei vantaggi, aggiungendone un altro che</p>
<blockquote>
<p>non entra in nessuna classificazione, non trova posto in nessuna lista. Io, per esempio, ho un amico&#8230; Eh, signori! Ma lui è amico anche vostro; e del resto di chi, di chi mai non è amico! Preparandosi all&#8217;azione, questo signore vi esporrà subito, ampollosamente e chiaramente, come appunto deve agire secondo le leggi della ragione e della verità. Non basta: con emozione e trasporto vi parlerà dei veri, normali interessi umani; con sarcasmo rimprovererà i miopi sciocchi che non comprendono né il proprio tornaconto, né il vero significato della virtù; ed esattamente un quarto d&#8217;ora dopo, senza alcun pretesto improvviso, estraneo, ma proprio per qualcosa di interno, che è più forte di tutti i suoi interessi, suonerà tutt&#8217;altra musica, cioè andrà chiaramente contro ciò di cui ha parlato lui stesso: sia contro le leggi della ragione, sia contro il proprio tornaconto, bè, in una parola, contro tutto.</p>
</blockquote>
<p>C&#8217;è dunque nell&#8217;uomo <strong>un&#8217;irrazionalità di fondo irrimediabile</strong>, significativa solo perché essa appare animata da <strong>un&#8217;incoercibile desiderio di libertà e d&#8217;individuazione</strong>, ma, proprio per ciò, destinata ad esprimersi secondo modalità che lo rendono imprevedibile e, al limite, cattivo. Tale irrazionalità è più spiccata negli uomini di pensiero, che sono più facilmente preda di quel desiderio.</p>
<p>La filosofia espressa da <span class="highlight-blue-b">Dostoevskij</span> per bocca dell&#8217;uomo del sottosuolo è una filosofia romantica, avversa al razionalismo e al positivismo, che sottolinea quanto c&#8217;è nella natura umana di contraddittorio, caotico e irriducibile a qualunque formula esplicativa, e privilegia gli aspetti emozionali e inconsci rispetto a quelli coscienti, assumendo come motivazione ultima dell&#8217;agire umano la volontà desiderante di essere a qualunque costo un individuo piuttosto che la pedina di un ingranaggio.</p>
<p>Non v&#8217;è da sorprendersi pertanto che Dostoevskij sia stato profondamente apprezzato dall&#8217;uomo del sottosuolo per eccellenza &#8211; <a href="/2007/05/25/la-personalita-di-friedrich-nietzsche/">Nietzsche</a> &#8211; che egli ha quasi anticipato scrivendo:</p>
<blockquote>
<p>Io, per esempio, non mi stupirò affatto, se a un tratto, di punto in bianco, in mezzo alla futura razionalità universale salterà fuori un qualche gentleman dalla fisionomia poco nobile o, per meglio dire, retrograda e beffarda, punterà le mani sui fianchi e dirà a tutti noi: «Ebbene, signori, che ne direste di dare un calcio e buttare all&#8217;aria tutta questa razionalità in un colpo solo, con l&#8217;unico scopo di mandare al diavolo tutti questi logaritmi e poter di nuovo vivere secondo la nostra stupida volontà?»</p>
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