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	<title>LIDI - Lega Italiana per la tutela dei Diritti degli Introversi &#187; L&#8217;introversione</title>
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	<description>Conoscere, riconoscere, riabilitare l&#039;introversione e prevenire il disagio degli introversi</description>
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		<title>Sull&#8217;essere se stessi</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Nov 2007 14:45:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[1.
Per chi, come me, ha vissuto la stagione degli anni Settanta, caratterizzata da una tensione critica e convulsa univocamente orientata a contestare un processo di omologazione che sembrava inesorabile in conseguenza dell&#8217;avvento della società del &#8220;benessere&#8221; e del consumismo, ritrovarsi immerso nella realtà contemporanea è come un brutto sogno. Non solo, infatti, la più nobile [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1.</h3>
<p>Per chi, come me, ha vissuto la stagione degli anni Settanta, caratterizzata da una tensione critica e convulsa univocamente orientata a contestare un processo di omologazione che sembrava inesorabile in conseguenza dell&#8217;avvento della società del &#8220;benessere&#8221; e del consumismo, ritrovarsi immerso nella realtà contemporanea è come un brutto sogno. Non solo, infatti, la più nobile &#8220;illusione&#8221; di quella stagione &#8211; il diritto dell&#8217;individuo di opporsi all&#8217;omologazione borghese per pervenire ad una esperienza autentica e realizzare la sua vocazione ad essere &#8211; è di fatto tramontata; essa è stata paradossalmente riciclata dal sistema sotto forma di un martellante richiamo all&#8217;essere se stessi: formula accattivante, che sembra recepire il bisogno di individuazione e sollecitare ogni soggetto a realizzare una personalità differenziata e originale.</p>
<p>Per non correre il rischio di fraintendimenti, occorre riflettere su questa formula partendo dalla situazione storica che l&#8217;ha generata.</p>
<p>La rivolta giovanile degli anni Settanta aveva un bersaglio univoco: il conformismo piccolo-borghese della generazione dei Padri, affermatosi a partire dal dopoguerra e vissuto da essi come un valore in quanto contrassegnava l&#8217;appartenenza al mondo del decoro, delle buone maniere, del rispetto delle tradizioni, del vivere come si deve: in breve, dei &#8220;Signori&#8221;.<br />
Questo processo collettivo di imborghesimento aveva le sue ragioni di essere in quanto, per molti cittadini inurbati, si configurava come un salto di qualità rispetto alla miseria, all&#8217;ignoranza, alla vergogna delle origini &#8220;volgari&#8221;.<br />
Quella che ai giovani appariva un&#8217;omologazione per molti padri era la fine della discriminazione in quanto poveri, miserabili, ignoranti, ecc. Essi non solo erano contenti di omologarsi, di giungere cioè ad appartenere alla classe dei &#8220;signori&#8221;, sia pure alla base della piramide sociale dell&#8217;universo borghese, ma identificavano nel conformarsi alle abitudini e agli stili di vita di quella classe il segno certo del riscatto.<br />
Guardato con occhio critico (com&#8217;era quello di molti giovani all&#8217;epoca), questo processo di imborghesimento era patetico poiché sovrapponeva alla cultura popolare che, con i suoi limiti, aveva una sua schiettezza e una sua etica (quella rilevata da Pasolini), codici di comportamento formali simulati più che assimilati.</p>
<p>Il conflitto generazionale, analizzato a posteriori, può essere agevolmente ricondotto al contrasto tra omologazione o conformismo (essere come gli altri)  e differenziazione o individuazione (essere se stessi). Quella che per i padri era una conquista per molti figli era una iattura.<br />
Rievoco questo conflitto perché i suoi esiti si possono considerare paradossali. Di fatto, il conformismo ha avuto la meglio e il modello di vita borghese è divenuto dominante. Come era prevedibile, però, quel modello è andato incontro ad un singolare cambiamento omologabile al versare vino nuovo in una botte vecchia: il definirsi di un nuovo modello di conformismo mascherato, per l&#8217;appunto, dal richiamo ad essere se stessi.</p>
<p>Sarebbe lungo analizzare le ragioni profonde di questo cambiamento, che, ovviamente, è più apparente che reale. Si arriva prima a capirle con un esempio banale.<br />
Tra le spinte del passato all&#8217;omologazione, l&#8217;essere dotati di un veicolo privato ha segnato un&#8217;epoca (ironicamente rappresentata da Fantozzi). Per molti anni, la 500, la 1100, la Consul hanno rappresentato per i padri l&#8217;oggetto del desiderio. Oggi, la macchina rimane un&#8217;ossessione collettiva, ma, anche a livello giovanile, nessuno sopporta di avere un veicolo banale. Non è un caso che la riedizione della 500 comporta una lista indefinita di opzioni e di accessori tale che il proprietario può giungere a sentire di avere un modello unico e irripetibile: una macchina, insomma, espressiva della sua personalità.<br />
<strong>Essere se stessi, insomma, è divenuto un nuovo modello di omologazione più insidioso rispetto al precedente, che privilegiava l&#8217;essere come gli altri.</strong></p>
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		<title>La diversità negata</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Sep 2007 13:21:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'introversione]]></category>
		<category><![CDATA[appartenenza/integrazione]]></category>
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		<description><![CDATA[In virtù dell&#8217;ideologia new age, epifenomeno culturale della globalizzazione, sembra che il mondo stia marciando verso un cambiamento epocale, destinato ad approdare al riconoscimento e al rispetto della diversita a tutti i livelli: dalle culture ai singoli individui. Non c&#8217;è molto di rassicurante in questa nuova ideologia che maschera un processo in atto di omologazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In virtù dell&#8217;ideologia new age, epifenomeno culturale della globalizzazione, sembra che il mondo stia marciando verso un cambiamento epocale, destinato ad approdare al riconoscimento e al rispetto della diversita a tutti i livelli: dalle culture ai singoli individui. Non c&#8217;è molto di rassicurante in questa nuova ideologia che maschera un processo in atto di omologazione che tende ad estendere al pianeta intero il modello vincente della borghesia col suo stile di vita e le sue opzioni morali, politiche e culturali.</p>
<p>La necessità di abbattere tutte le barriere che hanno differenziato sinora i popoli e le civiltà tra di loro, estraniandoli e rendendo difficile il riconoscimento della reciproca dignità, sembra ispirata ad una sorta di ecumenismo messianico. In realtà non è che l&#8217;ultima tappa di un processo già lucidamente colto e stigmatizzato da Marx, reso necessario dalla constatazione dell&#8217;impermeabilità di alcune culture (in particolare quella islamica) al <em>way of live</em> occidentale, vale a dire al consumismo sfrenato su cui si fonda l&#8217;equilibrio del sistema capitalistico.</p>
<p>L&#8217;urgenza di un&#8217;integrazione tra culture e civiltà diverse, drammatizzata dai flussi migratori, viene avvalorata dai fautori del cosidetto &#8220;Nuovo Rinascimento&#8221; come un salto di qualità nella storia che dovrebbe consentire, attraverso il confronto, di operare una fusione destinata a depurare ciascuna di esse dal peso di atavici pregiudizi. Il &#8220;Nuovo Rinascimento&#8221; dovrebbe portare a termine il lavoro di superamento dell&#8217;etnocentrismo avviatosi con l&#8217;esplorazione del mondo cinquecentesca. Il riferimento storico è preoccupante perché già allora il salto di qualità dell&#8217;Occidente fu pagato, per esempio dagli Amerindi, al prezzo di una devastazione culturale e di un immane genocidio.</p>
<p>Se si prescinde infine da un intellettualismo di maniera, il problema urgente da affrontare, per quanto riguarda le culture e i sistemi sociali, non sembra tanto riconducibile all&#8217;apprezzamento reciproco della loro diversità quanto piuttosto al riconoscimento critico e definitivo di ciò che inesorabilmente le accomuna: l&#8217;essere tutte fondate sul dominio, religioso, economico, politico, ideologico dell&#8217;uomo sull&#8217;uomo. Sull&#8217;alienazione, insomma.</p>
<p>La civiltà occidentale, che ha promosso questo ecumenismo universale in nome della difesa e dell&#8217;affermazione dei diritti dell&#8217;uomo e del cittadino che, in essa, avrebbero trovato per la prima volta un riscontro giuridico e una pratica sociale, fondata sul liberalesimo democratico, presume perciò, senza alcun intento apparentemente egemonico, di potere svolgere un ruolo trainante verso la nuova frontiera della pacificazione e dell&#8217;integrazione mondiale. Il sospetto che questo ruolo tenda di fatto ad abbattere barriere culturali e sociali che impediscono al capitalismo, figlio spurio secondo alcuni, padre illegittimo secondo altri del liberalesimo democratico, di affermarsi su scala mondiale non è infondato. Ma si tratta indubbiamente di un sospetto ideologicamente connotato, che assume le ideologie come meri inganni che servono a coprire una realtà sociale determinata dalle dure (per alcuni) leggi dell&#8217;economia. Una più attenta riflessione sui rapporti tra infrastruttura e sovrastruttura non può, oggi, impedire di pensare che esse, pur correlate tra di loro, siano dotate di un qualche grado di autonomia, sicchè nulla vieterebbe di pensare che l&#8217;una potrebbe sopravvivere al venire meno dell&#8217;altra. Come è avvenuto per i regimi totalitari di destra del nostro secolo, che hanno sospeso i principi democratici ma praticato il capitalismo, così potrebbe sulla carta accadere, in prospettiva storica, che i diritti universali dell&#8217;uomo possano affermarsi anche indipendentemente dal capitalismo.</p>
<p>Tale possibilità è negata da coloro che, riconoscendo validi quei diritti solo per i singoli individui, la cui somma coinciderebbe con l&#8217;umanità, e comprendendo in essi la proprietà privata, e potenzialmente illimitata, ritengono impraticabile, essendo la proprietà privata espressione del libero mercato e il libero mercato espressione della democrazia, la loro realizzazione in difetto dell&#8217;uno e dell&#8217;altra.</p>
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		<title>Il dramma degli introversi nel nostro mondo</title>
		<link>http://www.legaintroversi.it/2007/09/10/il-dramma-degli-introversi-nel-nostro-mondo/</link>
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		<pubDate>Mon, 10 Sep 2007 18:34:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'introversione]]></category>
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		<description><![CDATA[Queste riflessioni danno per scontata la lettura dell&#8217;articolo precedente (Introversione e disagio psichico). Esse valgono ad aggiornare il discorso su di un problema che, un giorno o l&#8217;altro, dovrà essere riconosciuto e affrontato dalle famiglie, dalla scuola e dalla società. Nell&#8217;immediato, la cosa più importante è che sopravvenga una presa di coscienza da parte dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Queste riflessioni danno per scontata la lettura dell&#8217;articolo precedente (<strong><em><a href="/2007/07/24/introversione-e-disagio-psichico/">Introversione e disagio psichico</a></em></strong>). Esse valgono ad aggiornare il discorso su di un problema che, un giorno o l&#8217;altro, dovrà essere riconosciuto e affrontato dalle famiglie, dalla scuola e dalla società. Nell&#8217;immediato, la cosa più importante è che sopravvenga una presa di coscienza da parte dei diretti interessati. Tale presa di coscienza, finché rimarrà individuale, non inciderà in alcun modo nell&#8217;organizzazione pregiudiziale del mondo. Potrà però contribuire ad evitare che l&#8217;introverso inforchi egli stesso gli occhiali del pregiudizio nei propri confronti, sviluppi una rabbia infinità verso gli altri, la cui incomprensione e la cui insensibilità sono più spesso involontarie e imbocchi la via di una normalizzazione mimetica, che consegue di solito effetti mediocri, quando non addirittura patetici.</p>
<h3>1.</h3>
<p>Sostenere che nel nostro mondo gli introversi vivono peggio di quanto sia accaduto nel corso di tutta la storia dell&#8217;umanità è probabilmente eccessivo. Per convincersi di questo, basta pensare a quella che deve essere stata la loro sofferenza in tutte le società organizzate comunitaristicamente e fondate su di una perpetua interazione faccia a faccia, che non comportavano alcun riconoscimento della privacy né autorizzavano alcun raccoglimento privato. In situazioni del genere, presumibilmente, alcuni introversi riuscivano a mettere a frutto le loro qualità, spesso fuori dell&#8217;ordinario, assumendo il ruolo di stregoni, sciamani, oracoli, sacerdoti, poeti, artisti, filosofi. Alcuni, sprovvisti o inconsapevoli della loro creatività, si davano all&#8217;eremitaggio e al monachesimo. I più, quasi di sicuro, finivano però con l&#8217;essere ritenuti e con il sentirsi diversi, strani, bizzarri, e con il comportarsi di conseguenza fino al punto di essere etichettati come malati di mente.</p>
<p>Più volte ho considerato la possibilità d&#8217;interpretare in questi termini la misteriosa incidenza, costante nel tempo e nello spazio, della schizofrenia che, nelle sue espressioni più proprie, autistiche, non fa altro che accentuare alcuni tratti di carattere intrinseci all&#8217;introversione. Ancora oggi, del resto, gran parte dei soggetti diagnosticati schizofrenici appartengono di fatto allo spettro introverso. È difficile che questo sia un caso, anche se è pregiudiziale affermare che l&#8217;introversione rappresenta una predisposizione alla schizofrenia. Essa predispone ad un&#8217;interazione in qualche misura problematica con il mondo, i cui esiti dipendono però dal contesto ambientale e culturale.</p>
<p>Se non è lecito, dunque, sostenere che gli introversi non siano mai vissuti peggio di quanto vivono nel nostro mondo, non v&#8217;è alcun dubbio che essi, senza alcuna colpa, pagano, ancora oggi, prezzi psicologici rilevanti. <strong>Su dieci soggetti che, per i disturbi più diversi, entrano in terapia, i tratti dell&#8217;introversione e alcune tappe tipiche della carriera introversa sono ricostruibili in una percentuale estremamente significativa (6-7 su dieci).</strong> Perché ancora oggi accade questo è il problema che intendo affrontare. L&#8217;<a href="/2007/07/24/introversione-e-disagio-psichico">articolo sull&#8217;introversione</a> fornisce molteplici spunti di riflessione a riguardo, ma forse è opportuno estrapolare quelli più significativi.</p>
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		<title>Introversione e disagio psichico</title>
		<link>http://www.legaintroversi.it/2007/07/24/introversione-e-disagio-psichico/</link>
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		<pubDate>Tue, 24 Jul 2007 11:43:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'introversione]]></category>
		<category><![CDATA[appartenenza/integrazione]]></category>
		<category><![CDATA[disagio psichico]]></category>
		<category><![CDATA[introversione]]></category>
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		<category><![CDATA[opposizione/individuazione]]></category>

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		<description><![CDATA[1. Introduzione
In un dizionario della lingua italiana del 1988 (DIR, G. D&#8217;Anna, Firenze), alla voce introversione si legge:

tendenza, spiccata in alcuni individui, a ripiegarsi in se stessi, a interessarsi prevalentemente al proprio mondo interiore, con distacco e chiusura nei confronti del mondo esterno e dei contatti sociali.

L&#8217;estroversione, viceversa, è definita come

atteggiamento di chi ha spiccati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1. Introduzione</h3>
<p>In un dizionario della lingua italiana del 1988 (DIR, G. D&#8217;Anna, Firenze), alla voce <strong>introversione</strong> si legge:</p>
<blockquote>
<p>tendenza, spiccata in alcuni individui, a ripiegarsi in se stessi, a interessarsi prevalentemente al proprio mondo interiore, con distacco e chiusura nei confronti del mondo esterno e dei contatti sociali.</p>
</blockquote>
<p>L&#8217;<strong>estroversione</strong>, viceversa, è definita come</p>
<blockquote>
<p>atteggiamento di chi ha spiccati interessi verso l&#8217;ambiente esterno, tendenza a manifestarsi, e quindi facilità ad inserirsi nel contesto sociale.</p>
</blockquote>
<p>Si tratta, con evidenza, di giudizi di valore, piuttosto che lessicali, che riecheggiano l&#8217;accezione comune del termine. Nel linguaggio quotidiano, di fatto, introverso significa chiuso, taciturno, insicuro, poco socievole, passivo, estroverso viceversa aperto, comunicativo, spigliato, attivo, intraprendente. Per quanto si riconosca che parecchi introversi hanno una sensibilità e un&#8217;intelligenza fuori del comune, il loro modo di porsi, equivocato spesso come scostante e altezzoso, evoca naturalmente un moto di antipatia, mentre gli estroversi, eccezion fatta per quelli insopportabilmente narcisisti e invadenti, sono giudicati generalmente simpatici.</p>
<p><strong>Introversione ed estroversione sono termini coniati da <span class="highlight-blue">C. G. Jung</span> per definire una tipologia universale della personalità</strong>. Di natura costituzionale, genetica, essi fanno riferimento ai &#8220;tratti&#8221; di personalità più importanti che influenzano il modo di sentire, di pensare e di agire di un individuo e offrono di conseguenza una chiave immediata di comprensione del suo essere al mondo. Orientamenti entrambi significativi, essi attestano che ogni soggetto, vivendo nell&#8217;interfaccia tra il mondo esterno e quello interno, viene attratto, in nome della sua disposizione costituzionale, prevalentemente dall&#8217;uno o dall&#8217;altro. La tipologia di Jung non comporta dunque alcun giudizio di valore.</p>
<p>Adottati dall&#8217;opinione pubblica per la suggestiva corrispondenza che hanno con la pratica di vita quotidiana, che comporta un costante tentativo di &#8220;tipologizzare&#8221; il comportamento proprio e altrui, i termini junghiani hanno acquisito un significato improprio, pregiudiziale, che <strong>connota univocamente in termini negativi l&#8217;introversione e in termini positivi l&#8217;estroversione</strong>.</p>
<p>Le origini sociali del duplice pregiudizio non sono difficili da spiegare. Ogni società privilegia un modello normativo di personalità che corrisponde alla sua struttura e alle sue esigenze di conservazione e di riproduzione. La nostra società, capitalistica e mercantile, all&#8217;interno della quale lo scambio è il metro di misura del valore, privilegia, sotto il profilo psicologico, l&#8217;intraprendenza, la spigliatezza, la capacità di contatto comunicativa, il pragmatismo, il successo, il saper vendere bene se stessi. La capacità di comunicazione sociale, vale a dire la capacità di accattivarsi il consenso, di promuovere un giudizio positivo, di influenzare gli altri a proprio favore, è giunta di conseguenza a configurarsi come un tratto positivo di personalità. Che tale tratto si associ spesso ad un certo grado di narcisismo e ad una tendenza ad usare l&#8217;altro, è unanimemente riconosciuto, ma avallato in nome dell&#8217;imperativo supremo dell&#8217;affermazione della personalità. La conseguenza di quest&#8217;opzione ideologica è che, in quasi tutte le fasi dell&#8217;esistenza e gli ambiti d&#8217;interazione sociale, l&#8217;estroversione funziona come una carta di credito, l&#8217;introversione come un handicap.</p>
<p>Anni fa, un genetista statunitense (<span class="highlight-blue">Th. Dobzhansky</span>, <em>Diversità genetica e uguaglianza umana</em>, Einaudi, Torino, 1981), pose in dubbio il mito meritocratico rilevando che, nelle società occidentali, il successo si fonda spesso su di una capacità competitiva &#8220;selvaggia&#8221;. Ciò comporta che i vincitori, sicuramente dotati di aggressività, positiva o negativa che sia, non sono necessariamente i migliori per qualità umane e competenze culturali. L&#8217;accelerazione della dinamica competitiva, intervenuta negli ultimi anni per effetto del trionfo del capitalismo e del suo proporsi, col modello antropologico suo proprio, come stadio ultimo e definitivo dell&#8217;evoluzione sociale, induce a pensare che il dubbio di Dobzhansky corrisponda ormai ad uno stato di fatto.</p>
<p>Il mondo è dunque degli estroversi, che fanno il buono e cattivo tempo e impongono, tra l&#8217;altro, il loro modo di essere come metro di misura della normalità. <strong>Gli introversi, che quasi sempre hanno delle ricche potenzialità emozionali e intellettive, vivono in un cono d&#8217;ombra, defilati, frustrati. Inesorabilmente contaminati dal codice culturale prevalente, essi stessi si ritengono spesso inadeguati, meno capaci degli altri, gravati da tratti di carattere che, se non morbosi, ritengono disfunzionali. Ciò li induce a nutrire un sordo risentimento nei confronti della natura, responsabile di un carattere che crea solo problemi, associato spesso ad una rabbia più o meno consapevole nei confronti della società che li disconferma e, talora, li emargina.</strong> Alcuni, come non bastassero le sollecitazioni esterne ad essere &#8220;normali&#8221;, tendono ad adottare, per mimetizzarsi, dei moduli comportamentali estroversi. Nella misura in cui ci riescono, realizzano tutt&#8217;al più un falso sé, una caricatura del loro vero essere.</p>
<p>Penso che sia arrivato il momento di riflettere su questa situazione in un&#8217;ottica preventiva del disagio psichico poiché, come si vedrà, essa ha una pesante incidenza psicopatologica. Il presunto carattere disadattivo, sostanzialmente difettoso e disfunzionale, dell&#8217;introversione è, infatti, quotidianamente confermato dalla circostanza per cui, tra coloro che manifestano, soprattutto a livello giovanile, una qualche forma di disagio psichico, una quota rilevante ha alle spalle una carriera evolutiva che attesta inequivocabilmente un orientamento costituzionale introverso.</p>
<p>Intendo dimostrare che questa circostanza non è legata all&#8217;introversione in sé e per sé, bensì allo stato di cose esistente nel mondo, che espone quasi inesorabilmente coloro che vengono al mondo con un determinato corredo genetico al rischio di sviluppare un disagio psichico. Se l&#8217;intento sarà raggiunto, mi auguro che esso possa contribuire al riconoscimento sociale del problema e al riscatto di una minoranza genetica il cui significato, nell&#8217;ottica evolutiva, è estremamente importante se la natura continua a produrla.</p>
<p>Tale riscatto postula, anzitutto, la consapevolezza della propria condizione e, in conseguenza di ciò, una rivendicazione orgogliosa di una diversità che va coltivata e vissuta come irrinunciabile. Per motivi che riusciranno chiari ulteriormente, la consapevolezza soggettiva non basta. È assolutamente necessaria una presa di coscienza sociale del problema. <strong>Il mondo, a partire dalle istituzioni pedagogiche, è organizzato in maniera tale da squalificare pregiudizialmente gli introversi, ponendo ostacoli di vario genere allo sviluppo della loro personalità.</strong> È assurdo e inutile pensare ad un mondo fatto su misura per loro. Non è però utopistico pensare che essi non siano più costretti a pagare, in nome della congiuntura tra il caso genetico e la normalità dominante, i prezzi che attualmente pagano e che coincidono spesso con una qualche forma di disagio psichico.</p>
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		<title>L&#8217;introversione dopo Jung</title>
		<link>http://www.legaintroversi.it/2006/06/06/lintroversione-dopo-jung/</link>
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		<pubDate>Tue, 06 Jun 2006 14:10:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo Jung, il concetto d&#8217;introversione è stato universalmente accettato come un orientamento di base della personalità, ma non ha avuto sviluppi significativi. L&#8217;esistenza di un orientamento di base introverso è stato acquisito come un dato di fatto, intuitivamente fondato e empiricamente verificabile, sia dall&#8217;opinione pubblica sia dalla psicologia, ma l&#8217;acquisizione è avvenuta più sulla base [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo Jung, il concetto d&#8217;introversione è stato universalmente accettato come un orientamento di base della personalità, ma non ha avuto sviluppi significativi. L&#8217;esistenza di un orientamento di base introverso è stato acquisito come un dato di fatto, intuitivamente fondato e empiricamente verificabile, sia dall&#8217;opinione pubblica sia dalla psicologia, ma l&#8217;acquisizione è avvenuta più sulla base del pregiudizio, riferito ai limiti, che non di una comprensione autentica del modo d&#8217;essere introverso e dei valori che esso implica.</p>
<p>La psicologia, in particolare, lo ha assorbito nel contesto della teoria dei &#8220;tratti&#8221;, che adotta come schema di riferimento l&#8217;analisi della risposta comportamentale e utilizza l&#8217;analisi fattoriale con lo scopo di categorizzare le persone sulla base dei loro attributi distintivi. È agevole dimostrare che questo approccio inesorabilmente sottolinea i limiti e misconosce i valori del modo d&#8217;essere introverso.</p>
<p><span class="highlight-blue">G. Allport</span>, fondatore della teoria dei tratti (cfr. <em>Psicologia della personalità</em>, LAS, Roma 1977), ricava l&#8217;introversione da una forza interna all&#8217;individuo che si manifesta in un atteggiamento soggettivo orientato su se stesso, esitante e riflessivo. Dato il modello normativo cui Allport fa riferimento, per cui la personalità matura è flessibile, adattiva, aperta al mondo, capace di divertirsi e di mantenere rapporti significativi con gli altri, l&#8217;introversione risulta implicitamente un tratto disfunzionale, che solo eccezionalmente consente di raggiungere la maturità.</p>
<p><span class="highlight-blue">W. H. Sheldon</span>, la cui teoria definisce una correlazione tra l&#8217;aspetto somatico e il temperamento (cfr. <em>The Varieties of Temperament: a Psychology of Constitutional Differences</em>, Harper, New York 1942), fa rientrare il tratto introverso nella cerebrotonia, la quale comporta: forte controllo emotivo e pudore dei sentimenti, ansia e apprensione, amore per l&#8217;intimità e tendenza ad appartarsi, timore della gente e disagio legato all&#8217;esposizione sociale. Secondo Sheldon, l&#8217;introversione è ampiamente rappresentata nei soggetti che sviluppano disturbi ossessivi e schizofrenici.</p>
<p><span class="highlight-blue">R. Cattell</span>, che propone un approccio statistico e matematico allo studio dei tratti (cfr. <em>Analisi scientifica della personalità</em>, Bollati Boringhieri, Milano 1965), è il maggior teorico dell&#8217;analisi fattoriale nello studio della personalità. Avendo definito un tratto come una &#8220;struttura mentale&#8221;, un&#8217;inferenza che si fa sulla base dell&#8217;osservazione del comportamento per spiegarne la regolarità e la coerenza, Cattell introduce la distinzione tra tratti superficiali, che rappresentano gruppi di variabili manifeste o visibili apparentemente in rapporto tra loro, e tratti originali, ossia variabili di base che entrano nella determinazione di molteplici manifestazioni superficiali. Secondo Cattel, l&#8217;introversione apparterrebbe a questi ultimi e sarebbe riconducibile ad una serie di fattori: la riservatezza, l&#8217;iperemotività, la coscienziosità, la delicatezza, l&#8217;apprensione e la propensione alla colpa, la tendenza al raccoglimento fino al limite dell&#8217;autismo, ecc.</p>
<p>Sempre nel campo della ricerca sperimentale e dell&#8217;analisi fattoriale rientrano gli studi di un altro psicologo, <span class="highlight-blue-b">Eysenck</span> che, intendendo i tratti come abitudini costanti del comportamento di facile identificazione, identifica tre tipologie, tra cui quella dell&#8217;introversione-estroversione (cfr. <em>La spiegazione e il concetto di personalità</em>, Franco Angeli, Milano 1970).</p>
<p>In quest&#8217;ottica, l&#8217;introversione si colloca all&#8217;estremo opposto dell&#8217;estroversione, e raggruppa tutti gli individui che evidenziano le medesime caratteristiche: carattere schivo, tranquillo riservato e solitario. Il tipo puro introverso è naturalmente teorico. Nella realtà ciò che conta sono le dimensioni che ammettono un&#8217;infinita graduazione tra un estremo e un altro. Ogni tratto di personalità può collocarsi in un particolare punto dello spazio delimitato dai due poli rappresentando così una particolare combinazione di valori nei due poli.</p>
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		<title>Estroversione e introversione secondo Jung</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Jun 2006 16:40:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'introversione]]></category>
		<category><![CDATA[estroversione]]></category>
		<category><![CDATA[introversione]]></category>
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		<description><![CDATA[Introversione è un neologismo coniato da Jung, in opposizione ad estroversione. L&#8217;analisi di questi due orientamenti è esposta nel saggio Tipi psicologici (trad. it. Newton Compton, Roma 1973), pubblicato nel 1920 e annoverato tra i capolavori junghiani. Il saggio trae spunto da circostanze cui il testo non fa riferimento, ma che sono d&#8217;una qualche importanza.
All&#8217;epoca, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Introversione è un neologismo coniato da <span class="highlight-blue-b">Jung</span>, in opposizione ad estroversione. L&#8217;analisi di questi due orientamenti è esposta nel saggio <strong><em>Tipi psicologici</em></strong> (trad. it. Newton Compton, Roma 1973), pubblicato nel 1920 e annoverato tra i capolavori junghiani. Il saggio trae spunto da circostanze cui il testo non fa riferimento, ma che sono d&#8217;una qualche importanza.</p>
<p>All&#8217;epoca, la separazione di Jung da Freud si è consumata già da sette anni. Essa è intervenuta per motivi teorici. Diversamente però da quanto accade in altri ambiti scientifici, laddove (spesso, se non sempre) i punti di vista divergenti non alterano il rapporto interpersonale tra gli studiosi, il conflitto tra Freud e Jung ha assunto rapidamente un carattere aspro, polemico, astioso. Fermo al suo diritto di primogenitura sulla psicoanalisi, Freud interpreta, un po&#8217; banalmente, il deterioramento del rapporto con colui che aveva designato come suo erede come espressione di un&#8217;invidia inconscia nei suoi confronti. Jung, invece, che, pure non si è astenuto dal definire più volte Freud un &#8220;nevrotico&#8221;, ricerca una spiegazione più sottile, anche se analitica, del conflitto con l&#8217;antico maestro, l&#8217;incontro con il quale ha cambiato la sua vita. Poco alla volta, giunge alla conclusione che &#8220;è il tipo psicologico che determina e limita il giudizio dell&#8217;uomo&#8221;, tal che &#8220;ogni modo di considerare le cose è necessariamente relativo&#8221;, vale dire influenzato &#8220;dal modo con cui l&#8217;individuo si rivolge al mondo, il suo rapporto con gli uomini e le cose&#8221;.</p>
<p>Al di là delle vicende personali, esisterebbe dunque un orientamento psicologico di base, di ordine costituzionale, che orienterebbe gli uomini a significare e a vivere il mondo in termini talora radicalmente diversi.</p>
<p>In riferimento al conflitto con Freud, la conclusione cui perviene Jung sembra poco pertinente. Entrambi sono introversi, e in grado piuttosto elevato, anche se quest&#8217;aspetto si stempererà nel corso degli anni. Entrambi, affetti da disturbi nevrotici, sono stati costretti, ciascuno per proprio conto, a percorrere la via di una dolorosa autoanalisi. Entrambi, infine, hanno l&#8217;incoercibile tendenza a trasformare la psicoanalisi in un sistema ideologico totalizzante, capace d&#8217;interpretare gran parte dei fatti umani. L&#8217;unica differenza assolutamente reale è di ordine ideologico: Freud è un materialista il quale abbraccia il metodo positivista e enfatizza gli aspetti pulsionali della natura umana, mentre Jung uno spiritualista convinto che l&#8217;inconscio sia depositario anche di un orientamento trascendente. È difficile attribuire tale differenza ad un orientamento psicologico di base.</p>
<p>È quell&#8217;intuizione, comunque, a promuovere in Jung l&#8217;idea di costruire una <strong>tipologia universale della personalità</strong>.</p>
<p>Preceduto da un&#8217;introduzione, il saggio consta di undici capitoli e di una conclusione. I primi nove capitoli, espressivi di un&#8217;erudizione fuori del comune, sono dedicati ad un&#8217;accuratissima rassegna della letteratura precedente, che occupa ben due terzi del libro; il decimo illustra i tipi psicologici identificati da Jung; l&#8217;undicesimo è un ampio e utilissimo glossario nel quale vengono definiti e illustrati i termini e i concetti fondamentali della psicologia analitica.</p>
<p>La conclusione ha un particolare interesse perché in essa c&#8217;è un&#8217;eco delle circostanze cui si è fatto cenno. In opposizione al &#8220;dogmatismo&#8221; freudiano, Jung sostiene che i fenomeni psicologici possono essere affrontati da due diversi punti di vista. Il primo è rivolto a scoprire ciò che vi è di uguale o di analogo nelle diverse esperienze soggettive:</p>
<blockquote>
<p>Per scoprire l&#8217;uniformità della psiche umana bisogna discendere fino alle fondamenta della coscienza, poiché è lì che si trova tutto ciò che è uguale. Se fondo una teoria su ciò che ci rende uguali, spiego la psiche partendo da ciò che vi è in essa di fondamentale e di originale. Facendo ciò, però, non ho ancora spiegato ciò che in essa è differenziazione storica e universale, poiché con tale teoria io prescindo dalla psicologia della vita cosciente.<br />
<cite>p. 447</cite></p>
</blockquote>
<p>Il secondo punto di vista deve rivolgersi allo studio delle differenze tra gli individui. Ciò comporta che:</p>
<blockquote>
<p>le mie conclusioni saranno diametralmente opposte a quelle precedenti, giacché tutto ciò che prima era stato scartato come variante individuale assume, in questo caso, un&#8217;importanza notevole&#8230; In questo secondo atteggiamento bisogna tener conto dello scopo finale e non del punto di partenza.<br />
<cite>pp. 447-448</cite></p>
</blockquote>
<p>In breve</p>
<blockquote>
<p>chiunque creda che per ogni processo psichico debba esserci una sola spiegazione resterà stupito della vitalità del contenuto psichico, che costringe ad enunciare due teorie opposte, specialmente se egli ama le verità semplici e chiare e se è incapace di pensarle contemporaneamente.<br />
<cite>p. 448</cite></p>
</blockquote>
<p>La diversa metodologia nello studio dei fenomeni psichici riflette, secondo Jung, il tipo psicologico dello studioso. In conseguenza di questo</p>
<blockquote>
<p>si potrà giungere ad una vera comprensione solo se si accetta la diversità delle premesse psicologiche.<br />
<cite>p. 444</cite></p>
</blockquote>
<p>Più precisamente:</p>
<blockquote>
<p>Per comporre il conflitto tra le diverse concezioni, mi sembra che si potrebbe prendere come base il riconoscimento dei tipi di atteggiamento e, particolarmente, il fatto che ogni uomo è prigioniero del proprio tipo a tal punto da essere incapace di comprendere perfettamente un punto di vista diverso. Senza il riconoscimento di quest&#8217;importante esigenza, è quasi inevitabile che si faccia violenza all&#8217;altro punto di vista. Allo stesso modo in cui due avversari s&#8217;incontrano in tribunale e, rinunciando reciprocamente a farsi giustizia da soli, si rimettono all&#8217;equità della legge e del magistrato, così il tipo deve astenersi dalle ingiurie, dalle calunnie e dalle denigrazioni contro il suo avversario e prendere coscienza del fatto che anche l&#8217;altro è una parte dell&#8217;umanità.<br />
<cite>pp. 344-345</cite></p>
</blockquote>
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		<title>Introduzione alla sezione &#8220;L&#8217;introversione&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Jun 2006 14:45:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'introversione]]></category>
		<category><![CDATA[disagio psichico]]></category>
		<category><![CDATA[introversione]]></category>
		<category><![CDATA[saggio sull'introversione]]></category>
		<category><![CDATA[testi]]></category>

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		<description><![CDATA[In questa sezione sono riportati i testi che ho scritto sull&#8217;introversione dal 2000 ad oggi.
È superfluo dire che l&#8217;attenzione a questo problema precede di gran lunga il primo articolo ad esso dedicato, pubblicato sotto forma di nota in Star Male di Testa. In realtà i primi accenni all&#8217;associazione tra introversione e disagio psichico risalgono alla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In questa sezione sono riportati i <span class="highlight-green-b">testi che ho scritto sull&#8217;introversione dal 2000 ad oggi</span>.</p>
<p>È superfluo dire che l&#8217;attenzione a questo problema precede di gran lunga il primo articolo ad esso dedicato, pubblicato sotto forma di nota in <strong><em><a href="http://www.nilalienum.it/Sezioni/Opere/StarMaleTesta.html">Star Male di Testa</a></em></strong>. In realtà i primi accenni all&#8217;associazione tra introversione e disagio psichico risalgono alla prima edizione de <strong><em><a href="http://www.nilalienum.it/Sezioni/Opere/PoliticaSuperIo.html">La politica del super-io. Fondamenti di psicopatologia strutturale e dialettica</a></em></strong>, che peraltro riassume una serie di osservazioni già reperibili nei Seminari (consultabili nella sezione <a href="http://www.nilalienum.it/Sezioni/Archivio/Archivio.html">Archivio</a> del sito <a href="http://www.nilalienum.it/">Nil Alienum</a>).</p>
<p>Quando avrò tempo, e augurandomi naturalmente che qualche lettore attento mi preceda, cercherò di documentare le varie tappe della riflessione esitata infine nella stesura del saggio <strong><em><a href="/2007/06/30/il-saggio-sullintroversione-timido-docile-ardente/">Timido, docile, ardente&#8230;</a></em></strong> Quest&#8217;ultimo, ovviamente, essendo sotto copyright, non può essere pubblicato integralmente.</p>
<p>È prevedibile che questa sezione si arricchirà di continuo in conseguenza della necessità di approfondire una serie di complesse tematiche che, nel saggio in questione, sono state esposte sinteticamente o appena sfiorate.</p>
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