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	<title>LIDI - Lega Italiana per la tutela dei Diritti degli Introversi &#187; Bibliografia</title>
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	<description>Conoscere, riconoscere, riabilitare l&#039;introversione e prevenire il disagio degli introversi</description>
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		<title>La civiltà dell&#8217;empatia &#8211; Jeremy Rifkin</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Mar 2010 11:30:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
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		<category><![CDATA[empatia]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[Rifkin]]></category>
		<category><![CDATA[saggi]]></category>

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		<description><![CDATA[1.

Jeremy Rifkin
La civiltà dell&#8217;empatia. La corsa verso la coscienza globale nel mondo in crisi
Mondadori, Milano 2009

 
L&#8217;urgenza di costruire una visione integrata dell&#8217;uomo e della sua storia &#8211; una panantropologia, dunque, utilizzando i dati forniti da molteplici discipline &#8211; evoluzionismo, genetica, neurobiologia, psicologia, psicoanalisi, storia, sociologia, economia, politica, ecc. -, non è mai stata viva [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1.</h3>
<div id="biblio_box">
<p>Jeremy Rifkin</p>
<p><em>La civiltà dell&#8217;empatia. La corsa verso la coscienza globale nel mondo in crisi</em></p>
<p>Mondadori, Milano 2009</p>
</div>
<p><!-- /biblio_box --> </p>
<p>L&#8217;urgenza di costruire una visione integrata dell&#8217;uomo e della sua storia &#8211; una panantropologia, dunque, utilizzando i dati forniti da molteplici discipline &#8211; evoluzionismo, genetica, neurobiologia, psicologia, psicoanalisi, storia, sociologia, economia, politica, ecc. -, non è mai stata viva come oggi.</p>
<p>Ritengo che questo dipenda da due fattori correlati tra loro: per un verso, dalla crisi nella quale versa la civiltà occidentale, i cui valori fondanti &#8211; storicamente riconducibili al Cristianesimo, al Liberalismo e al Socialismo &#8211; appaiono sempre più scollati e astratti rispetto ad una realtà sociale atomizzata, anomica, liquida (nell’accezione di Bauman); per un altro, dal fallimento del pensiero debole o più in generale post-modernista, che non è riuscito minimamente ad incidere sulla coscienza sociale, la quale appare sempre più orientata verso il recupero di tradizioni e valori etnocentici, compresi i rischi di rigurgiti sciovinisti erazzisti che ciò comporta.</p>
<p>L&#8217;urgenza è comprovata dal fatto che, in tutto l&#8217;arco delle scienze umani e sociali e della stessa filosofia, molteplici autori, partendo da una competenza riferita ad un determinato ambito, allargano il loro sguardo nel tentativo di includere tutti gli altri. Dato che tentativi del genere sono stati portati avanti, negli ultimi anni, fa genetisti, biologi evoluzionisti, psicologi, psicoanalisti, sociologi, filosofi, ecc., c&#8217;è da pensare che essi corrispondano, più che a forme di imperialismo disciplinare o semplicemente di narcisismo, ad una sorta di &#8220;compulsione&#8221; intellettuale, destinata, un giorno o l&#8217;altro, ad esitare in uno sforzo autenticamente interdisciplinare, reso per ora difficile o impossibile dalla diversità dei linguaggi tecnici. Il rischio dei tentativi che vengono posti in essere è, ovviamente, che i dati non appartenenti alll&#8217;ambito di competenza dell&#8217;autore vengano utilizzati &#8220;disinvoltamente&#8221;, vale a dire in maniera impropria o imprecisa.</p>
<p>È un rischio da correre, ma, nella misura in cui il pericolo ch&#8217;esso comporta si realizza, è giusto segnalarlo, senza che ciò significhi sminuire il valore di un&#8217;opera. Ne <strong><em>La civiltà dell&#8217;empatia</em></strong> di Rifkin tale pericolo, in una certa misura, si realizza, ma associato ad una tale densità di pensiero e passione da meritare ammirazione. Questa recensione non è dunque una &#8220;stroncatura&#8221;, bensì il tentativo di definire criticamente un concetto essenziale ai fini della costruzione di un modello panantropologico &#8211; quello, appunto, di empatia.</p>
<p><span class="highlight-blue"><strong>Jeremy Rifkin</strong></span>, sociologo ed economista, appartiene, con Jacques Attali, alla schiera dei tecnocrati illuminati, vale a dire degli studiosi che valorizzano al massimo grado lo sviluppo della tecnologia identificando in esso il motore della storia umana e, benché siano consapevoli dell&#8217;ambivalenza intrinseca in essa (alienazione/umanizzazione), nondimeno vi si appellano per preconizzare un futuro &#8220;ottimistico&#8221;.</p>
<p>In maniera complementare ad Attali, che in <em>Breve storia del futuro</em> prevede l&#8217;avvento di una iperdemocrazia portata avanti da imprenditori relazionali interessati al bene comune più che alle ragioni di mercato, Rifkin che, in opere precedenti (<em>La fine del lavoro</em>, <em>Il sogno europeo</em>), ha sempre valorizzato l&#8217;economia sociale fondata sugli scambi relazionali più che mercantili, vede all&#8217;orizzonte la possibilità di una terza rivoluzione industriale, destinata a portare l&#8217;umanità fuori dalla sua &#8220;preistoria&#8221;. Egli insomma pone un nesso di continuità tra il passato e il futuro, e ritiene che i segni del trapasso siano già del tutto evidenti.</p>
<p>Tra questi segni il più importante è il recupero della socialità empatica che il liberismo ha mortificato e negato. Egli ritiene, però, sia pure implicitamente, che quella negazione era necessaria per arrivare al punto che l&#8217;individuo sviluppato e differenziato percepisse l&#8217;unicità e la caducità dell&#8217;esistenza, la sua solitudine esistenziale, la sua infelicità: sentimenti, questi, che promuovono e riabilitano l&#8217;empatia e il bisogno di legami sociali significativi.</p>
<p>Purtroppo, per arrivare a questo livello di sviluppo, l’&#8217;umanità ha dovuto utilizzare e saccheggiare le risorse energetiche del pianeta, sicché la Civiltà dell&#8217;empatia, che secondo Rifkin si profila all&#8217;orizzonte, si trova sull&#8217;orlo di un baratro ecologico.</p>
<p>Questo paradosso è il tema centrale del saggio e viene esplicitato chiaramente nell&#8217;introduzione:</p>
<blockquote>
<p>Questo libro presenta una nuova interpretazione della storia della civiltà alla luce dell&#8217;evoluzione empatica della razza umana e della sua profonda influenza sullo sviluppo e, probabilmente, sul futuro della nostra specie.<br />
<br />
Dalle ricerche scientifiche in ambito biologico e cognitivo sta emergendo una visione radicalmente nuova della natura umana che suscita controversie non solo nei circoli intellettuali, ma anche nella comunità economica e politica. Recenti scoperte nel campo della neurologia e delle scienze dell&#8217;età evolutiva, infatti, ci costringono a rivedere l&#8217;inveterata convinzione che gli esseri umani siano per natura aggressivi, materialisti, utilitaristi e dominati dall&#8217;interesse personale. La graduale presa di coscienza del fatto che siamo membri di una specie profondamente empatica ha ampie ricadute sulla società.<br />
<br />
Questa nuova interpretazione della natura umana apre la porta a un&#8217;avventura assolutamente medita. Le pagine che seguono ricostruiscono l&#8217;affascinante storia dello sviluppo dell&#8217;empatia nell&#8217;uomo, dal nostro antico passato mitologico all&#8217;ascesa delle grandi civiltà teologiche, all&#8217;era ideologica che ha dominato il Settecento e l&#8217;Ottocento, all&#8217;era psicologica che ha caratterizzato gran parte del Novecento, fino al drammatico inizio del ventunesimo secolo.<br />
<br />
Osservare la storia economica attraverso la lente dell&#8217;empatia ci permette di scoprire alcuni fili della vicenda umana finora nascosti. Il risultato è un nuovo arazzo sociale &#8211; la «civiltà dell&#8217;empatia» &#8211; tessuto a partire da varie discipline: dalla letteratura alle arti, dalla teologia alla filosofia, dall&#8217;antropologia alla sociologia, dalle scienze politiche alla psicologia, alla teoria della comunicazione.<br />
<br />
Al centro della storia umana c&#8217;è la paradossale relazione che intercorre fra empatia ed entropia. Nel corso dei secoli, la convergenza di nuovi regimi energetici e di nuove rivoluzioni nel campo delle comunicazioni ha creato società sempre più complesse. Le civiltà tecnologicamente più avanzate hanno mescolato popoli diversi, aumentando la sensibilità empatica e facendo espandere la coscienza umana. Ma questa crescente complessità ha comportato un enorme impiego di risorse naturali, che ora rischiano di esaurirsi.<br />
<br />
Per colmo di ironia, lo sviluppo della coscienza empatica è stato reso possibile solo da un consumo sempre maggiore di energia e risorse naturali, che ha condotto a un drastico deterioramento della salute del pianeta.<br />
<br />
Oggi ci troviamo di fronte alla catastrofica prospettiva di raggiungere finalmente uno stato di empatia globale in un mondo interconnesso, ad alta intensità di energia, mentre il sempre più oneroso conto entropico minaccia di provocare un cataclisma climatico e mette in discussione la nostra stessa sopravvivenza. La risoluzione del paradosso empatia-entropia sarà molto probabilmente il banco di prova definitivo della capacità della specie umana di sopravvivere e prosperare in futuro sulla terra. Ma, per riuscire a vincere la sfida, sarà necessario un radicale ripensamento dei nostri modelli economici, filosofici e sociali&#8230;<br />
<br />
Ritengo che ci troviamo al punto di svolta verso una transizione epocale a un&#8217;economia «climacica» globale e a un radicale riposizionamento della presenza dell&#8217;uomo sul pianeta. L&#8217;era della ragione sta per essere sostituita dall&#8217;era dell&#8217;empatia.<br />
<br />
Forse la domanda cruciale alla quale l&#8217;umanità deve dare una risposta è: possiamo raggiungere l&#8217;empatia globale in tempo utile per evitare il crollo della civiltà e salvare la terra?<br />
<cite>pp. 3-5</cite></p>
</blockquote>
<p>Una nuova ricostruzione della storia della civiltà, aperta su di un&#8217;alternativa che può essere la catastrofe della specie o il suo approdo ad una socializzazione universale empatica: essendo questa la tesi di fondo del saggio, è difficile negare la sua ambizione panantrolopologica.<br />
La tesi viene confermata nel capitolo I, che anticipa le tre parti di cui si compone il saggio, e il cui titolo, per l&#8217;appunto, è: <em>Il paradosso nascosto nella storia dell&#8217;uomo</em>.</p>
<p>Sappiamo già dall&#8217;introduzione di cosa si tratta, ma non è inopportuno documentare come Rifkin ne definisce i termini.</p>
<p>C&#8217;è, secondo l&#8217;autore, una storia dell&#8217;uomo che non è mai stata raccontata e fa capo al ruolo svolto dall&#8217;empatia:</p>
<blockquote>
<p>Negli ultimi tempi c&#8217;è la tendenza a mettere in discussione l&#8217;idea che alla base della vicenda umana ci sia un senso che permea e trascende tutte le diverse narrazioni culturali che costituiscono le molteplici storie della nostra specie, e che forniscono il collante sociale per ciascuna delle nostre odissee. Questa concezione quasi certamente provocherebbe una generale smorfia di disgusto tra gli studiosi postmoderni, ma le prove sperimentali suggeriscono che, probabilmente, esiste un tema dominante nell&#8217;umana avventura.<br />
<br />
I nostri cronisti ufficiali &#8211; gli storici &#8211; hanno dato poco spazio all&#8217;empatia come forza determinante nello svolgimento delle vicende umane. In genere gli storici scrivono di conflitti sociali e guerre, di grandi eroi e terribili malfattori, di progresso tecnologico e di esercizio del potere, di ingiustizia economica e di tensioni sociali. Quando gli storici si occupano di filosofia, di solito lo fanno in relazione all&#8217;organizzazione del potere. Raramente li sentiamo parlare dell&#8217;altra faccia dell&#8217;esperienza umana: quella che rivela la nostra profonda natura sociale, l&#8217;evoluzione e l&#8217;estensione degli affetti e l&#8217;impatto di tutto ciò sulla cultura e sulla società.<br />
<br />
Il filosofo Georg Witheim Friedrich Hegel ebbe a dire che la felicità si trova «nelle pagine bianche della storia» perché esse corrispondono a «periodi di armonia». Le persone felici di solito vivono la propria vita in un «micromondo» di strette relazioni famigliari e di contatti sociali più estesi. La storia invece, nella maggior parte dei casi, è scritta dai delusi e dagli scontenti, dagli arrabbiati e dai ribelli, o da coloro che sono interessati a esercitare l&#8217;autorità sugli altri e a sfruttarli, e dalle loro vittime, intenzionate a correggere i torti e a ristabilire la giustizia. In tal senso, gran parte della storia scritta riguarda le patologie del potere.<br />
<br />
Forse è questa la ragione per cui, quando pensiamo alla natura umana, la nostra analisi è così sconfortante. La nostra memoria collettiva si misura in termini di crisi e calamità, di feroci ingiustizie e terrificanti episodi di brutalità che infliggiamo ai nostri simili e alle altre creature. Ma se fossero questi gli elementi cardine dell&#8217;esperienza umana, l&#8217;uomo sarebbe già estinto da tempo.<br />
<br />
Da qui sorge la domanda: perché siamo giunti a pensare a noi stessi in termini così tetri? La risposta è che i racconti di disastri e disgrazie hanno il potere di colpirci: sono inattesi e perciò suscitano allarme e interesse. Questo perché eventi di tal genere sono inusitati, non rappresentano la norma, fanno notizia, e quindi diventano materia di storia.<br />
<br />
Il mondo quotidiano è assai diverso. Anche se la vita di tutti i giorni, vissuta nel proprio ambiente domestico, è punteggiata di sofferenze, tensioni, ingiustizie e colpi bassi, per la maggior parte trascorre fra centinaia di piccoli gesti di generosità e gentilezza. Il conforto reciproco e la compassione tra persone creano fiducia, stabiliscono legami di socialità e apportano gioia alla vita di ciascun individuo. Gran parte delle nostre interazioni quotidiane con le altre persone è di tipo empatico, perché questa è la nostra natura. L&#8217;empatia è il mezzo attraverso il quale creiamo la vita sociale e facciamo progredire la civiltà. In breve, è la straordinaria evoluzione della coscienza empatica a costituire il sottotesto essenziale della storia dell&#8217;uomo, anche se gli storici hanno mancato di dedicarle la dovuta attenzione.<br />
<br />
C&#8217;è un&#8217;altra ragione per cui l&#8217;empatia attende ancora di essere esaminata seriamente in tutti i suoi aspetti antropologici e storici. Il problema è da identificare nello stesso processo evolutivo. La coscienza empatica si è sviluppata lentamente lungo il corso dei 175.000 anni di storia dell&#8217;umanità: a volte è fiorita, per poi regredire per lunghi periodi. Lo sviluppo dell&#8217;empatia e lo sviluppo del sé vanno di pari passo, e accompagnano la crescente complessità e sete di risorse delle strutture sociali che caratterizzano l&#8217;esistenza umana. In questo libro esamineremo appunto tale rapporto.<br />
<br />
Dato che lo sviluppo dell&#8217;idea del sé è assolutamente vincolato allo sviluppo della coscienza empatica, lo stesso termine «empatia» non è entrato nel vocabolario dell&#8217;uomo fino al 1909, più o meno nel periodo in cui la psicologia moderna ha cominciato a esplorare le dinamiche dell&#8217;inconscio e della coscienza. In altre parole, solo quando l&#8217;uomo ha raggiunto uno stadio di evoluzione della percezione del sé tale da cominciare a riflettere sulla natura dei suoi sentimenti e pensieri più riposti in rapporto a quelli degli altri, è stato in grado di riconoscere l&#8217;esistenza dell&#8217;empatia, trovare le metafore per discuterne e sondare i profondi recessi dei suoi molteplici significati.<br />
<cite>pp. 11-12</cite></p>
</blockquote>
<p>Definendo una relazione diretta tra sviluppo dell&#8217;idea del sé e sviluppo della coscienza empatica, Rifkin avanza un&#8217;ipotesi forte (e, come vedremo, discutibile) che conferma ulteriormente nei seguenti termini:</p>
<blockquote>
<p>Il risveglio del senso di sé, innescato dal processo di differenziazione, è cruciale per io sviluppo e l&#8217;estensione dell&#8217;empatia. Più è sviluppato e individualizzato il sé, più è grande la nostra percezione dell&#8217;unicità e caducità dell&#8217;esistenza, della nostra solitudine esistenziale e dell&#8217;infinità di sfide che dobbiamo affrontare per esistere e prosperare. Sono questi nostri sentimenti che ci permettono di provare empatia per sentimenti simili negli altri. Un sentimento empatico più solido permette anche a una popolazione sempre più individualizzata di creare legami di affiliazione anche nell&#8217;ambito di organismi sociali sempre più interdipendenti, estesi e integrati. È questo il processo che caratterizza ciò che chiamiamo «civiltà»: il superamento dei legami di sangue tribali e la risocializzazione di individui distinti sulla base di legami associativi. L&#8217;estensione empatica è il meccanismo psicologico che rende possibili la conversione e la transizione. Quando diciamo «civilizzare», in realtà è come se dicessimo «empatizzare».<br />
<cite>p. 25</cite></p>
</blockquote>
<p>La globalizzazione dell&#8217;empatia comporta però un problema:</p>
<blockquote>
<p>Oggi, in quella che sta rapidamente diventando una civiltà interconnessa a livello globale, la coscienza empatica sta appena cominciando a estendersi alle piaghe più remote della biosfera e a tutte le creature viventi.<br />
<br />
Sfortunatamente, ciò avviene proprio nel momento storico in cui, al fine di mantenere una civiltà urbana complessa e interdipendente, le stesse strutture economiche che permettono di connetterci stanno assorbendo molto rapidamente quei che rimane delle risorse della terra e, al tempo stesso, stanno distruggendo la biosfera.<br />
<cite>p. 25</cite></p>
</blockquote>
<blockquote>
<p>Proprio nel momento in cui stiamo cominciando a scorgere la prospettiva di una coscienza empatica globale, ci ritroviamo prossimi alla nostra stessa estinzione. Nell&#8217;ultimo mezzo secolo, ci siamo dati un gran da fare per universalizzare l&#8217;empatia. Di fronte all&#8217;Olocausto avvenuto durante la seconda guerra mondiale, l&#8217;umanità ha detto «mai più!», estendendo l&#8217;empatia a un numero enorme di individui in precedenza considerati men che umani &#8211; tra cui le donne, gli omosessuali, i disabili, le persone di colore e gli appartenenti a minoranze etniche e religiose e ha codificato questa nuova sensibilità sotto forma di diritti e politiche sociali, leggi sui diritti umani e oggi perfino norme per la protezione degli animali. Siamo ormai sulla buona strada per eliminare dal vocabolario i concetti di «altro», «alieno», «estraneo». E malgrado le prime luci di questa nuova coscienza della biosfera siano a malapena visibili (le tradizionali distorsioni xenofobe e i pregiudizi continuano a rappresentare la norma), il solo fatto che la nostra estensione empatica stia ora esplorando domini in passato inesplorabili rappresenta un trionfo nel percorso evolutivo dell&#8217;uomo.<br />
<br />
Eppure, questi primi bagliori di una coscienza empatica globale sono offuscati dalla crescente consapevolezza che potrebbe essere troppo tardi per allontanare la minaccia del cambiamento climatico e della possibile estinzione della specie umana: una conseguenza dell&#8217;evoluzione di quell&#8217;organizzazione economica e sociale sempre più complessa e affamata di energia che ci ha permesso di approfondire il nostro senso di individualità, di unire persone differenti, di allargare il nostro abbraccio empatico e di espandere la coscienza umana.<br />
<br />
Stiamo rapidamente giungendo a ottenere una coscienza della biosfera in un mondo a rischio di estinzione. Capire la contraddizione che connota l&#8217;avventura umana è fondamentale affinché la nostra specie riesca a rinegoziare una relazione sostenibile con il pianeta in tempo utile per evitare di precipitarlo nell&#8217;abisso.<br />
<br />
Il compito fondamentale che dobbiamo portare a termine è quello di analizzare in profondità questo paradosso della storia umana, esplorandone esaurientemente il funzionamento e i percorsi, le complessità e le articolazioni, al fine di trovare una via d&#8217;uscita da tale situazione. Il nostro viaggio comincia nel punto in cui le leggi dell&#8217;energia che governano l&#8217;universo si frappongono alla predisposizione umana a valicare continuamente l&#8217;isolamento, cercando la compagnia dell&#8217;altro per mezzo di organizzazioni sociali sempre più complesse e affamate di energia. La dialettica implicita nella storia dell&#8217;uomo è il continuo anello di feedback fra espansione empatica e aumento dell&#8217;entropia.<br />
<cite>pp. 26-27</cite></p>
</blockquote>
<p>Questa dialettica, a dire il vero, è un’assoluta novità proposta da Rifkin, che merita una citazione che tenta di illustrarla:</p>
<blockquote>
<p>Se osserviamo più da vicino le testimonianze storiche che raccontano l&#8217;evoluzione dell&#8217;uomo, e soprattutto il feedback dialettico fra l&#8217;estensione dell&#8217;empatia e l&#8217;aumento dell&#8217;entropia, si aprono ai nostri occhi nuove prospettive per considerare la natura umana e la ricerca umana.<br />
<br />
Il riconoscimento dell&#8217;esistenza finita dell&#8217;altro è ciò che collega la coscienza empatica alla consapevolezza entropica. Se possiamo identificarci con la sofferenza dell&#8217;altro, ciò che cerchiamo di sostenere e con cui empatizziamo è la sua volontà di vivere. Le leggi della termodinamica, e soprattutto la legge dll&#8217;entropia, ci dicono che ogni istante della vita è unico, irripetibile e irreversibile &#8211; invecchiamo, invece di ringiovanire -, e per questa ragione dobbiamo la nostra esistenza all&#8217;energia disponibile che sottraiamo alla terra, che costituisce il nostro essere fisico e ci tiene lontani dallo stato di equilibrio rappresentato dalla morte e dalla decomposizione. Quando empatizziamo con un altro essere, comprendiamo inconsciamente che la sua esistenza, proprio come la nostra, è fragile e finita, ed è resa possibile da un continuo flusso di energia.<br />
<br />
Solo recentemente, però, siamo diventati consapevoli del fatto che dobbiamo il nostro benessere, almeno in parte, all&#8217;accumularsi del nostro personale debito entropico nell&#8217;ambiente che ci circonda.<br />
<br />
La seconda legge della termodinamica e l&#8217;entropia sono un costante memento della natura della lotta che anima la vita di ciascuno di noi e che ci unisce in un vincolo di comunanza e solidarietà. L&#8217;estensione empatica è la consapevolezza della vulnerabilità che condividiamo e, quando si esprime, diventa la celebrazione della nostra comune voglia di vivere.<br />
<br />
Allo stesso tempo, forme di civiltà sempre più complesse e affamate di energia ci offrono l&#8217;occasione per una maggiore esposizione al contatto con altri individui. Più è ricca la varietà ditale esposizione, maggiore è la probabilità che un individuo riconosca sfaccettature del proprio essere nell&#8217;esperienza degli altri ed estenda la propria coscienza empatica.<br />
<br />
Ciò che è particolarmente interessante nel processo è che l&#8217;estensione empatica non permette solo all&#8217;uno di sperimentare la sofferenza o la condizione dell&#8217;altro «come se» fosse la propria, ma contribuisce anche a rafforzare e approfondire il proprio senso di sé. Il sociologo Chan Kwok-Bun sintetizza così il processo:<br />
<br />
L&#8217;autenticità di ciò che ho scoperto su me stesso è rafforzata perché ho trovato conferma di una parte di me in te, e tu in me.<br />
<br />
Il costante feedback empatico è il collante sociale che rende possibili società sempre più complesse. Senza empatia, sarebbe impossibile perfino immaginare la vita sociale e l&#8217;organizzazione stessa della società. Una società di individui narcisisti, sociopatici e autistici è impossibile: le società necessitano di animali sociali, e gli animali sono sociali se sono empatici.<br />
<br />
Dunque, strutture sociali più complesse promuovono il rafforzamento dell&#8217;idea del sé, una maggiore esposizione alla diversità dell&#8217;altro e una maggiore possibilità di empatia estesa. La vita del villaggio è, per tradizione, più chiusa e xenofoba. Le comunità che la caratterizzano hanno una forte probabilità di considerare lo straniero alieno e diverso. Al contrario, la vita urbana, che espone quotidianamente a molteplici rapporti sociali ed economici con gli altri, in genere, anche se non in tutti i casi, incoraggia un atteggiamento più cosmopolita. Ma qui, ancora, c&#8217;è una contraddizione: il prezzo di tutto questo è una maggiore entropia nell&#8217;ambiente. E tuttavia questa affermazione può essere rovesciata: le strutture sociali più complesse, fino a oggi, hanno richiesto un maggiore flusso di energia e hanno prodotto maggiore entropia, ma hanno anche creato le condizioni per l&#8217;allargamento dell&#8217;empatia nei confronti dell&#8217;altro e del diverso.<br />
<br />
Il tragico difetto della storia è che la nostra maggiore empatia e sensibilità crescono in proporzione diretta con il crescere del danno entropico che apportiamo al mondo che condividiamo e da cui dipendiamo per la nostra esistenza e per la perpetuazione della specie.<br />
<br />
Ci troviamo oggi in un momento decisivo dell&#8217;esperienza umana: la corsa a una coscienza empatica globale si sta scontrando con il crollo entropico globale; i benefici che traiamo dall&#8217;empatia sono incalcolabili, ma lo sono anche i costi entropici.<br />
<br />
Se la natura umana è effettivamente materialista, egoista, utilitarista e orientata al piacere, ci sono ben poche speranze di risolvere il paradosso empatia-entropia. Ma se invece la natura umana, a un livello più fondamentale, è predisposta all&#8217;affetto, alla comunione, alla socialità e all&#8217;estensione empatica, c&#8217;è la possibilità di sottrarsi al dilemma empatia-entropia e trovare una soluzione che ci permetta di ripristinare un equilibrio sostenibile con la biosfera.<br />
<br />
Un&#8217;idea radicalmente nuova di natura umana sta lentamente emergendo e acquistando forza, con implicazioni rivoluzionarie sul modo in cui, nei secoli a venire, interpreteremo e organizzeremo le nostre relazioni sociali e ambientali. Abbiamo scoperto l&#8217;Homo empaticus.<br />
<cite>pp. 40-42</cite></p>
</blockquote>
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		<title>Resoconto della presentazione del saggio &#8220;La normalità dell&#8217;handicap&#8221;</title>
		<link>http://www.legaintroversi.it/2009/03/04/resoconto-della-presentazione-del-saggio-la-normalita-dellhandicap/</link>
		<comments>http://www.legaintroversi.it/2009/03/04/resoconto-della-presentazione-del-saggio-la-normalita-dellhandicap/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 04 Mar 2009 09:30:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La presentazione &#232; avvenuta il 28.02.2009 alle ore 15.00 presso la sede della LIDI con una partecipazione che, ancora una volta, ha costretto alcuni Soci ad assistere stando in piedi.
Il dottor Anepeta ha inaugurato l&#8217;incontro sottolineando la sua soddisfazione per il fatto che il secondo libro presentato &#232; stato scritto da una Socia &#8211; Pisana [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La presentazione &egrave; avvenuta il 28.02.2009 alle ore 15.00 presso la sede della LIDI con una partecipazione che, ancora una volta, ha costretto alcuni Soci ad assistere stando in piedi.<br />
Il dottor Anepeta ha inaugurato l&#8217;incontro sottolineando la sua soddisfazione per il fatto che il secondo libro presentato &egrave; stato scritto da una Socia &#8211; Pisana Collodi, psicologa e psicoterapeuta -, a cui ha ceduto immediatamente la parola.<br />
L&#8217;intervento della dottoressa Collodi &egrave; il seguente.</p>
<h3>Intervento dell&#8217;autrice</h3>
<p>Ho scritto questo libro sull&#8217;onda di un malessere, accumulato in anni di lavoro nel campo dell&#8217;handicap, prima come assistente domiciliare, poi operatrice sociale, e infine  come consulente psicologa presso l&#8217;associazione paraplegici di Roma. Il malessere riguardava gli stili di cura e assistenza, che vedevo all&#8217;opera tutti i giorni, al centro di riabilitazione o in ospedale, a scuola o per la strada, impersonati, indifferentemente, dai medici, dagli psicologi, dagli infermieri o dagli assistenti.<br />
A parte piccole e rare differenze c&#8217;erano delle costanti inquietanti nell&#8217;approccio al paziente, il mio primo passo per arginare il disagio che provavo fu quello di tentare di mettere a fuoco tali costanti, le loro sovrapposizioni e stratificazioni, gli effetti che producevano.<br />
Mi fermo su questi elementi, li elenco brevemente, per cercare poi di rapportarli ad un&#8217;immagine della &#8220;normalit&#038;agrave&#8221;, che nel libro definisco la N. pericolosa, che sta diventando pervasiva e incombente in tutti i contesti,  permettetemi la vecchia espressione: dalla culla alla bara, ed &egrave; completamente disumana, poich&eacute; prescrive durezza, autosufficienza, distacco dalle proprie e altrui emozioni.<br />
C&#8217;&egrave; una corrispondenza puntuale tra gli stili di cura e presa in carico e i modelli di normalit&agrave;.</p>
<p><strong>Stili di cura</strong></p>
<p>A) La mancanza o l&#8217;incapacit&agrave; di identificazione con l&#8217;altro, le <strong>pratiche oggettivanti di cura</strong>: ricordo il primario del reparto mielolesi, avvicinarsi al letto della ragazza sedicenne immobilizzata, dopo un incidente, seguito dal codazzo di assistenti e specializzandi, senza salutarla n&eacute; guardarla negli occhi, sollevare la mano inerte della ragazzina, spiegando agli altri che era la classica mano da tetraplegica.</p>
<p>B) L&#8217;<strong>autoritarismo</strong> e l&#8217;<strong>infantilizzazione dei pazienti o degli utenti</strong>, spesso unita ad una vaga colpevolizzazione (se stai cos&igrave;, in qualche modo te la sei voluta) o ad un atteggiamento &#8220;pedagogico&#8221; micidiale, di correzione continua: la coordinatrice della cooperativa di assistenza, che per &#8220;principio&#8221; rifiuta qualunque richiesta di cambiamento degli utenti, sottolineando, beffarda, che comunque &#8220;loro&#8221; non decidono; l&#8217;insegnante di sostegno, che di fronte al bambino con i tic, afferma decisa che gli toglier&agrave; lei quel vizietto; il medico che rimprovera la signora ricoverata, rea di avere chiesto spiegazioni sulla terapia farmacologica, minacciandola: &#8220;se non si fida, pu&ograve; andare via&#8221;.</p>
<p>C) Al terzo posto (ma tra i primi, in realt&agrave;)  metterei quello che ho chiamato lo &#8220;<strong>stile neutro</strong>&#8221; nei lavori di cura e assistenza: la pretesa del distacco e l&#8217;anaffettivit&agrave; della relazione, come obiettivo di &#8220;maturit&agrave;&#8221; lavorativa, il termine &#8220;professionale&#8221; usato sempre in antitesi al termine &#8220;personale&#8221;, le prescrizioni di ruolo per i vari operatori che inducono  sempre a mettere da parte l&#8217;emotivit&agrave;, come se fosse un elemento solo disturbante, senza garantire, in nessun lavoro di cura, un minimo spazio per l&#8217;elaborazione delle emozioni.<br />
Assolutamente vietato, alle riunioni di equipe, fare accenno ai sentimenti provati nel lavoro, verso gli utenti, pena l&#8217;accusa per l&#8217;operatore di essere immaturo, poco professionale, o nevrotico. Ricordo che quando ero assistente domiciliare, un ragazzo che seguivo fu trasferito in casa famiglia; smettendo quindi di essere nostro utente, lo andai a trovare comunque e subii un processo dalla cooperativa. &Egrave; ovvio che pi&ugrave; le emozioni sono negate negli operatori, pi&ugrave; questi diventano inclini verso un modello di normalit&agrave; totalmente asettico e anaffettivo.</p>
<p>D) Infine il martellamento costante, soprattutto nella riabilitazione, nell&#8217;assistenza sociale, nella consulenza psicologica, sull&#8217;<strong>autonomia</strong>, parola ormai dominante da anni  (c&#8217;entrer&agrave; lo smantellamento del Welfare?), in qualunque contesto sociosanitario  o educativo: dalla scuola materna al Centro Anziani.  Autonomia intesa come un vero delirio di autosufficienza: non dovere mai avere bisogno dell&#8217;aiuto di un altro, neanche psicologicamente, quindi essere anche totalmente anaffettivi.</p>
<p>A tali modalit&agrave; di cura e presa in carico, corrisponde un&#8217;immagine particolare della Normalit&agrave;, che pu&ograve; funzionare, per chi la subisce, come una lepre meccanica che non si riesce mai a raggiungere, o come una costante fonte di rabbia e di opposizione: destinata  a rimanere sterile, se non viene chiarita la componente di rifiuto soggettiva che incarna.<br />
La radice di questa normalit&agrave; &egrave;, ovviamente, l&#8217;adultomorfismo, come lo ha descritto Luigi Anepeta; da tale concezione deriva l&#8217;idea dell&#8217;infanzia come una condizione da correggere, come da correggere sono tutte le caratteristiche che, in questa visione, sono appannaggio esclusivo del bambino: la debolezza, la dipendenza, l&#8217;emotivit&agrave;. All&#8217;autoritarismo e all&#8217;infantilizzazione corrisponde un ideale di normalit&agrave; totalmente scevro da debolezze, mancanze, handicap tale da giustificare il martellamento riabilitativo o l&#8217;accanimento terapeutico: se l&#8217;obiettivo, irraggiungibile, &egrave; quello della &#8220;guarigione&#8221; completa, ci sar&agrave; sempre un ciclo di terapia da aggiungere, un miglioramento possibile da perseguire, un&#8217;imperfezione da correggere, sacrificando a tale obiettivo la libert&agrave; e l&#8217;individuazione del paziente, stroncando se serve la sua volont&agrave; divergente.<br />
Ricordo bambini, gi&agrave; bombardati da ore di fisioterapia, inviati dalla logopedista, per piccoli difetti di pronuncia, accusati benevolmente, se si opponevano, di essere pigri e ancora pi&ugrave; stimolati.</p>
<p>Ci sono dei temi che il libro ha lasciato in sospeso, accennandoli appena, collegati a questo argomento: quali aspetti, nella relazione terapeutica, nella presa in carico, nel sostegno sociale  (quindi &#8220;trasversali&#8221; alla specificit&agrave; del ruolo professionale) appaiono capaci di toccare i bisogni di una persona &#8211; disabile, malata o in crisi &#8211; posta violentemente ai margini da quello che le &egrave; capitato, rivelandosi risolutivi nel curare il trauma e permettere di riallacciare legami, di aiutare la ricerca di senso ed il recupero della libert&agrave; perduta e a ricucire un&#8217;individuazione devastata o interrotta.<br />
Io ne ho trovati 3 che mi sembrano basilari e sono collegati: <strong>riconoscere la storia, rifiutare il Modello Unico di Normalit&agrave;, favorire l&#8217;identificazione e il legame</strong>.</p>
<p>Al primo posto metterei <strong>la storia</strong>, cio&egrave; la capacit&agrave;, in chiunque approcci la persona ferita, di ricostruirne i percorsi e le vicende, di sapere chi era &#8220;prima&#8221; e a che punto della sua esistenza &egrave; capitato il trauma, dove stava andando quando la sua vita ha  virato cos&igrave; bruscamente.<br />
Storia che &egrave; sparita, inutile sottolinearlo, dalle procedure dei medici, che molto raramente ormai fanno l&#8217;anamnesi, dai mandati per tecnici della riabilitazione, o gli assistenti e anche, grazie al DSM, dal ruolo degli psicologi. Storia  (microstoria,  secondo la formulazione di Luigi Anepeta) che ci permette di capire il presente della persona, le sue reazioni e le sue difese, anche paradossali, i suoi valori, ideali e bisogni, messi in crisi dall&#8217;evento. Un po&#8217; come se fossimo davanti a un paese vittima del terremoto: per  aiutare a ricostruire dobbiamo sapere cosa c&#8217;era l&igrave;, prima.</p>
<p>Conoscere la storia di qualcuno pu&ograve; favorire la nostra <strong>identificazione</strong> con lui, molto pi&ugrave; dell&#8217;uso di una griglia o di un sistema classificatorio, pu&ograve; abbattere le barriere, i pregiudizi; pensiamo alle volte che, sapendo la storia di una persona, abbiamo cambiato il nostro giudizio. Darsi il tempo di raccontare e ascoltare serve a stabilire un contatto, a relativizzare i modelli di normalit&agrave;: se so quello che ti &egrave; successo smetto di chiederti di essere normale in modo standard, ti lascio essere normale a modo tuo.<br />
Capire le ragioni di un altro lascia lo spazio per l&#8217;identificazione, per il mettersi nei suoi panni e anche questa operazione, tanto scoraggiata dai sistemi di cura descritti, si rivela decisiva nella <strong>demolizione del modello unico di normalit&agrave;</strong>: se ho stabilito un legame con te, le etichette pi&ugrave; di tanto non servono.</p>
<p>Espinas, pubblicista spagnolo, padre  di una ragazza disabile, aveva coniato questo slogan, come didascalia ad una foto di un bambino down, sorridente: &#8220;Alcuni ti chiamano mongoloide, altri Down, i tuoi amici ti chiamano Paolo&#8221;.<br />
Ora, secondo la mia esperienza, l&#8217;identificazione e la solidariet&agrave;, come la capacit&agrave; di allacciare legami, si rivelano elementi fondamentali per la ripresa dopo un trauma (con tempi diversi da persona a persona), aspetti decisivi che se lasciati scorrere, sostenuti e valorizzati come avviene nei gruppi di auto aiuto, consentono alla persona ferita di riconnettersi con il mondo, arginando il rischio di rimanere piegati su di s&eacute;, sentendosi malati eterni, o di sfidarsi all&#8217;infinito con la performance dell&#8217;autonomia.</p>
<p>Un rapporto di cura (di presa in carico, riabilitazione o assistenza, o educazione) che tenga conto di questi aspetti (critica verso i modelli di normalit&agrave;, uso dell&#8217;affettivit&agrave;, riconoscimento della storia) credo che non possa mai diventare abusante o violento: entrare nella dimensione dell&#8217;altro ci permette di non vederlo pi&ugrave; come un alieno.</p>
<p>Concludo con due storie, una vissuta, l&#8217;altra letta, che per me furono veri e propri insight, nella strada della consapevolezza rispetto al mio lavoro.</p>
<p>Lavoravo al Don Orione e nei momenti di pausa stavo spesso in un certo cortiletto interno, circondato dalle mura, che prendeva aria e luce da un&#8217;apertura sul soffitto. Incontravo sempre un vecchio prete, gentile e cerimonioso, che aveva una forma particolare di delirio: aveva infilato una piuma di pavone in un buco nel pavimento e passava le giornate a rieducare la piuma: muoveva un fazzoletto a destra e a sinistra e interpretava l&#8217;ondeggiare all&#8217;aria della piuma come risposta ai suoi ordini. A volte la rimproverava, a volte la lodava, ogni tanto la blandiva: &#8220;Oh! Lo so che vorresti andartene in giro! Ma dobbiamo fare gli esercizi!&#8221;<br />
Per me quell&#8217;incontro fu determinante per capire il <em>burn out</em>; il prete faceva quello che probabilmente aveva fatto tutta la vita: rieducare, riabilitare, correggere. Dovevo stare attenta a non prendere come oro colato il mandato interventista dell&#8217;assistenza; il rischio era quello di vedere la realt&agrave; a senso unico.</p>
<p>La seconda storia l&#8217;ho letta in un libro, purtroppo non ricordo pi&ugrave; il titolo.<br />
Mi ricordo che tanti anni fa lessi un racconto di fantascienza, mi pare di Bradbury, che mi aiut&ograve; tantissimo e fu risolutivo rispetto al mio atteggiamento verso l&#8217;handicap e la diversit&agrave; in generale. Parlava di questa giovane coppia americana del futuro, entrambi belli e biondi, dediti al lavoro e allo sport. Lei &egrave; incinta, aspettano il bambino felici, ma invece del bambino nasce una piramide gelatinosa, azzurrina, fluorescente. I medici non sanno spiegarlo, deve essere accaduto qualche pasticcio strano con i mondi di altre dimensioni.<br />
La coppia torna a casa muta, costernata, depone la piramide nella cameretta preparata; si chiudono in casa, evitano la cameretta e il mondo di fuori. Sono disperati: non riusciranno mai ad accettare di avere come figlio la piramide&#8230; ammenoch&eacute;&#8230; si guardano e capiscono, devono fare un salto, entrare in un&#8217;altra dimensione, diventare anche loro  piramidi. Si tengono per mano, chiudono gli occhi e fanno questo salto, quando li riaprono, c&#8217;&egrave; un bambino biondo che gli sorride.<br />
Questo racconto, ci tengo a sottolinearlo, ha rappresentato per me uno spunto di riflessione sul rapporto non solo con la disabilit&agrave;, ma con l&#8217;altro, in generale ( il figlio che si aspetta, l&#8217;uomo o la donna che incontreremo, l&#8217;amico o il paziente, o lo studente). L&#8217;altro che, in qualche modo, non &egrave; quasi mai come ce lo aspettavamo, ma &egrave; molto pi&ugrave; vicino a noi, di quello che di solito crediamo.<br />
 Da questo punto di vista vorrei concludere sottolineando quanto siano utili, in ogni campo del lavoro sociale, le caratteristiche introverse: per quanto non riconosciute dalla cultura dei servizi, sensibilit&agrave;, empatia, immaginazione e fantasia si rivelano fondamentali nel costruire una relazione significativa, se le sappiamo difendere e valorizzare, diventano doti rilevanti in ogni momento del lavoro quotidiano.</p>
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		<title>Presentazione del saggio &#8220;La normalità dell&#8217;handicap&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Feb 2009 10:06:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sabato 28 febbraio alle ore 15.00 si terr&#224; presso la sede della LIDI la presentazione del saggio La normalit&#224; dell&#8217;handicap di Pisana Collodi.
La normalità dell&#8217;handicap
Pisana Collodi &#8211; Ed. CISU 2008
Presentazione del saggio
Ogni persona con disabilit&#224; &#232;, anche, una persona &#8220;normale&#8221; cio&#232; un essere socializzato, che condivide, in tutto o in parte, regole, modelli e valori [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sabato <strong>28 febbraio</strong> alle <strong>ore 15.00</strong> si terr&agrave; presso la sede della LIDI la <strong>presentazione del saggio <em>La normalit&agrave; dell&#8217;handicap</em></strong> di Pisana Collodi.</p>
<h3><em>La normalità dell&#8217;handicap</em><br />
Pisana Collodi &#8211; Ed. CISU 2008</h3>
<h4>Presentazione del saggio</h4>
<p><img src="/wp-content/uploads/2009/02/c_normalita.jpg" alt="La normalità dell'handicap" title="La normalità dell'handicap" width="211" height="310" class="alignleft size-full wp-image-1152" />Ogni persona con disabilit&agrave; &egrave;, anche, una persona &#8220;normale&#8221; cio&egrave; un essere socializzato, che condivide, in tutto o in parte, regole, modelli e valori vigenti nel contesto di riferimento. D&#8217;altro canto ogni persona (disabile e non) deve nel corso dell&#8217;esistenza individuarsi, cioè liberarsi da una normalit&agrave; standard, basata sulle norme e aspettative altrui, per cercare una normalit&agrave; propria, un modo di essere che risponda anche al sentire personale.<br />
Per chiunque abbia sofferto o si sia sentito emarginato, la normalizzazione esercita il fascino dell&#8217;integrazione sociale, ma pu&ograve; diventare anche un impedimento a seguire la propria strada.</p>
<p>C&#8217;&egrave; una normalit&agrave; dell&#8217;handicap, dunque, ma anche l&#8217;handicap della normalit&agrave;.</p>
<p>Questo libro affronta il tema dei diritti dei disabili  nonch&eacute; il modo in cui possono ritrovare libert&agrave; e autodeterminazione oltre i limiti correnti delle situazioni di cura e riabilitazione.</p>
<h4>L&#8217;autrice</h4>
<p><span class="highlight-green-b">Pisana Collodi</span>, psicologa, psicoterapeuta, professoressa a contratto presso l&#8217;Università degli Studi del Molise, è stata consulente per il Centro per l&#8217;Autonomia presso l&#8217;Associazione Paraplegici di Roma e Lazio dal 1997 al 2007.</p>
<p>ll libro può essere acquistato in qualunque libreria oppure <a href="http://www.ibs.it/code/9788879754231/collodi-pisana/normalita-dell-handicap.html" onclick='window.open(this.href); return false;'>online</a>.</p>
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		<title>Resoconto della presentazione del libro &#8220;Il Buio Esclusivo&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Feb 2009 07:38:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Anepeta]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[Marconi]]></category>
		<category><![CDATA[Silvestri]]></category>

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		<description><![CDATA[La presentazione è avvenuta il 17.01.2009 alle ore 15.00 presso la sede della LIDI, con una partecipazione tale che alcuni Soci sono rimasti in piedi. L&#8217;incontro è stato inaugurato dalla lettura di alcune poesie da parte dell&#8217;autrice, che ha scelto le seguenti:
10.
Sole appuntito
implacabile su occhi
impreparati
a tanta impudenza.
Nessuna scusa
nessuna piet
luce colore voluttà.
Domenica.
20.
Stendo foglie d&#8217;alloro
dell&#8217;eterno patto
ad accogliere
nuova [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La presentazione è avvenuta il 17.01.2009 alle ore 15.00 presso la sede della LIDI, con una partecipazione tale che alcuni Soci sono rimasti in piedi. L&#8217;incontro è stato inaugurato dalla lettura di alcune poesie da parte dell&#8217;autrice, che ha scelto le seguenti:</p>
<h3>10.</h3>
<p>Sole appuntito<br />
implacabile su occhi<br />
impreparati<br />
a tanta impudenza.</p>
<p>Nessuna scusa<br />
nessuna piet<br />
luce colore voluttà.</p>
<p>Domenica.</p>
<h3>20.</h3>
<p>Stendo foglie d&#8217;alloro<br />
dell&#8217;eterno patto<br />
ad accogliere<br />
nuova linfa<br />
sul sentiero<br />
che di me dimentica<br />
rovine e miserie.</p>
<p>E nell&#8217;attimo perfetto<br />
dell&#8217;oblio<br />
mi lascio illuminare<br />
da un bagliore<br />
che trafigge<br />
iridi e vene<br />
a nuova luce<br />
consegnare<br />
in mani ferite e tremanti.</p>
<p>Fulmineo accolgo<br />
il risuonare<br />
di tanto brusio<br />
che nei<br />
vicoli di me<br />
alla luce<br />
mi scorta.</p>
<p>Ed io<br />
a tanto fulgido<br />
inceder di grazia<br />
mi abbandono<br />
e mi lascio<br />
a soavi mete<br />
sospingere.</p>
<h3>26.</h3>
<p>Respiro<br />
ne sento il suono.</p>
<p>Respiro<br />
assaporo gli odori<br />
di un mattino<br />
pigro<br />
scosto le labbra<br />
a far posto<br />
all&#8217;aria<br />
che entra gira e rigira.</p>
<p>Respiro<br />
fiato su fiato<br />
a rompere i polmoni<br />
ad allargar le mani<br />
a sentire<br />
quel filo<br />
di vita<br />
aggrapparsi<br />
a tutta me&#8230;</p>
<p>Respiro.</p>
<h3>21.</h3>
<p>Ferma<br />
rimarrei<br />
immobile nel sole<br />
inerme al suono<br />
intorno<br />
che tintinna e scuote.</p>
<p>Lascerei<br />
scorrere<br />
senza toccare<br />
guarderei<br />
correre<br />
senza sudare.</p>
<p>Ma nel mio respiro<br />
che fatico&#8230;<br />
è qui al centro<br />
che mi rompo<br />
e mi perdo.</p>
<p>Nel mio petto<br />
sento<br />
colpirmi blocchi<br />
di dolore<br />
mai sciolto<br />
e<br />
anche nel deserto<br />
non sono sicura.</p>
<p>Afferro<br />
il Niente<br />
quasi a salvarmi<br />
qui<br />
pronto e manifesto.</p>
<p>Niente che<br />
non si ferma<br />
che ferisce<br />
e sanguina&#8230;<br />
nelle mie mani aperte<br />
che niente sanno<br />
difendere.</p>
<h3>30.</h3>
<p>Ho lavato<br />
il dolore<br />
nel solco di lacrime<br />
non mie<br />
ho sospirato<br />
all&#8217;ombra<br />
di un albero fiero<br />
che i miei occhi<br />
non avevano<br />
visto prima<br />
e<br />
finalmente<br />
ho sostato<br />
lontano<br />
dal fragore del mondo.</p>
<p>Che il Sole d&#8217;Oriente<br />
esploda<br />
ad incorniciare<br />
occhi di verità<br />
nude<br />
a colpire<br />
pietre conficcate<br />
di mala-amore<br />
a stracciare<br />
vesti dorate<br />
di colpe<br />
mai scontate<br />
nel fango intrise.</p>
<p>Qui.<br />
Dritta.<br />
sono ad accoglierti<br />
nella<br />
tua sosta<br />
nel palmo aperto<br />
di chi sa slegare.</p>
<p>Ed<br />
il mio anelito<br />
di vita<br />
scorra<br />
e soffi lieve<br />
su mani<br />
che incontrano destini<br />
non miei<br />
e che<br />
nell&#8217;abbraccio<br />
unisono<br />
diventano<br />
perché</p>
<p>unisono<br />
sono.</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Presentazione del libro &#8220;Il Buio Esclusivo&#8221;</title>
		<link>http://www.legaintroversi.it/2009/01/07/presentazione-del-libro-il-buio-esclusivo/</link>
		<comments>http://www.legaintroversi.it/2009/01/07/presentazione-del-libro-il-buio-esclusivo/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 07 Jan 2009 07:46:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Presentazioni libri]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[Silvestri]]></category>

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		<description><![CDATA[Sabato 17 gennaio alle ore 15.00 si terr&#224; presso la sede della LIDI la presentazione del libro di poesie Il Buio Esclusivo di Tiziana Silvestri.
Il Buio Esclusivo
Tiziana Silvestri &#8211; Ed. Il Filo 2008
Presentazione del libro
 Il buio che avvolge, protegge, esclude: il Buio Esclusivo.
&#8220;Esclusivo&#8221; vuol dire: &#8220;tendente a escludere&#8221;, ma anche: &#8220;appartenente a una sola [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sabato <strong>17 gennaio</strong> alle <strong>ore 15.00</strong> si terr&agrave; presso la sede della LIDI la <strong>presentazione del libro di poesie <em>Il Buio Esclusivo</em></strong> di Tiziana Silvestri.</p>
<h3><em>Il Buio Esclusivo</em><br />
Tiziana Silvestri &#8211; Ed. Il Filo 2008</h3>
<h4>Presentazione del libro</h4>
<p><img src="/wp-content/uploads/2009/09/c_buio.jpg" alt="Il Buio Esclusivo" title="Il Buio Esclusivo" width="211" height="310" class="alignleft size-full wp-image-1157" /> Il buio che avvolge, protegge, esclude: il <em>Buio Esclusivo</em>.<br />
&#8220;Esclusivo&#8221; vuol dire: &#8220;tendente a escludere&#8221;, ma anche: &#8220;appartenente a una sola persona&#8221;, infine: &#8220;unico&#8221;. Dunque &#8211; in questo caso &#8211; gelosamente proprio, privilegio, ma anche stigma.<br />
Un guscio? Un bozzolo? Impenetrabile? No. Anzitutto, dentro si generano i sogni, gli incubi, o i ricordi che ci riportano fuori. Inoltre, questo buio (queste tenebre, questa notte, questa quiete, questo oblio) agli attacchi e alle intrusioni brusche e repentine della luce, dei colori e dei rumori.</p>
<h4>L&#8217;autrice</h4>
<p><span class="highlight-blue-b">Tiziana Silvestri</span> &egrave; nata a Roma il 28 maggio del 1972. Dopo aver conseguito la maturit&agrave; classica presso  il liceo &#8220;L. Manara&#8221;, si &egrave; laureta in Giurisprudenza presso l&#8217;Universit&agrave; &#8220;La Sapienza&#8221;. Dopo esperienze lavorative in diverse citt&agrave; d&#8217;Italia, oggi vive e lavora a Roma. <em>Il Buio Esclusivo</em> &egrave; la sua prima silloge edita.</p>
<p>Il libro può essere acquistato in qualunque libreria oppure <a href="http://www.ibs.it/code/9788856707519/silvestri-tiziana/buio-esclusivo.html" onclick='window.open(this.href); return false;'>online</a>.</p>
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		<title>&#8220;Timido, docile, ardente&#8230;&#8221;: l&#8217;introduzione del saggio</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Jul 2008 09:53:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Saggi del dott. Anepeta]]></category>
		<category><![CDATA[Anepeta]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[saggi]]></category>
		<category><![CDATA[saggio sull'introversione]]></category>

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		<description><![CDATA[Premessa
Per il senso comune l&#8217;introverso è tout-court un &#8220;orso&#8221;, un essere tendenzialmente solitario e asociale. Il senso comune si riflette anche nelle definizioni fornite dai dizionari, che connotano l&#8217;introverso come chiuso, timido, schivo, freddo, riservato, distaccato, e l&#8217;estroverso, invece, come aperto, comunicativo, cordiale, affettuoso, espansivo, esuberante.
Quanto c&#8217;è di vero in queste definizioni, nelle quali risuona [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>Premessa</h3>
<p>Per il senso comune l&#8217;introverso è tout-court un &#8220;orso&#8221;, un essere tendenzialmente solitario e asociale. Il senso comune si riflette anche nelle definizioni fornite dai dizionari, che connotano l&#8217;introverso come chiuso, timido, schivo, freddo, riservato, distaccato, e l&#8217;estroverso, invece, come aperto, comunicativo, cordiale, affettuoso, espansivo, esuberante.</p>
<p>Quanto c&#8217;è di vero in queste definizioni, nelle quali risuona un giudizio di valore? Parecchio stando alle apparenze, poco per quanto concerne ciò che si dà dietro di esse. Alla verità era già arrivato <a href="/2007/05/15/la-biografia-interiore-di-jean-jacques-rousseau/">Rousseau</a>, tratteggiando, nelle <em>Confessioni</em>, il suo carattere &#8220;timido e docile nella vita ordinaria, ma ardente, fiero, indomabile nelle passioni&#8221;.</p>
<p>Lo scarto tra l&#8217;apparente riservatezza e un mondo interiore passionale è l&#8217;essenza dell&#8217;introversione.</p>
<p>Analizzare e spiegare tale scarto aiuta a sormontare il pregiudizio che ne discende e a comprendere più in profondità l&#8217;umano.</p>
<h3>Introduzione</h3>
<p>Nascere più o meno introverso è un evento casuale, una &#8220;scelta&#8221; della natura che si realizza quand&#8217;essa rimescola, nel suo caleidoscopio, il patrimonio di geni contenuto nei gameti della madre e del padre, che a sua volta è una combinazione di quello degli avi.</p>
<p>Il fondamento genetico dell&#8217;introversione è fuor di dubbio, anche se a riguardo si sa ancora poco (cfr. appendice 2).</p>
<p>L&#8217;influenza dei geni sullo sviluppo e l&#8217;organizzazione della personalità è controversa. Un solo fatto si può ritenere certo: essa non è deterministica. Ogni uomo, nel modo di essere che lo caratterizza, è un prodotto di fattori diversi &#8211; biologici, psicologici, culturali -, che interagiscono tra loro. La natura umana non è una tabula rasa, ma il ruolo delle influenze ambientali e del modo in cui il soggetto utilizza il suo patrimonio di esperienza non può essere minimizzato</p>
<p>Data la complessità dell&#8217;essere umano, non c&#8217;è da sorprendersi che la teoria della personalità rappresenti la branca più povera, incerta e contraddittoria nell&#8217;ambito della psicologia. Il problema di fondo, come riesce chiaro da un&#8217;analisi della letteratura a riguardo (dal classico <em>Teorie della personalità</em> di Calvin S. Hall e Gardner Lindzey, Boringhieri, Milano 1986 ai più recenti: <em>La scienza della personalità</em> di Lawrence A. Pervin e Oliver P. John, Raffaello Cortina Editore 2003; <em>Psicologia e personalità</em>, a cura di Loredano Matteo Lorenzetti, Angeli, Milano, 2005), è che nessuno dei modelli finora proposti riesce a valutare adeguatamente il ruolo dei fattori genetici, ambientali e psicologici.</p>
<p>Una &#8220;scienza&#8221; della personalità, insomma, è un proposito piuttosto che una realtà. Non è un caso, pertanto, che tra le molteplici ipotesi enunciate dagli autori, poche sono riuscite ad affermarsi e a perdurare. Una di queste è la distinzione introdotta da <a href="/2006/06/05/estroversione-e-introversione-secondo-jung/">Jung</a> tra estroversione e introversione, che, avendo una portata d&#8217;ordine universale, è giunta a far parte del linguaggio e del senso comune (cfr. appendice 1).</p>
<p>La concezione junghiana ha avuto fortuna perché, nell&#8217;insieme degli orientamenti di carattere umani, ha identificato due tipologie che, avendo un fondamento genetico, sono agevolmente distinguibili quali che siano le influenze ambientali.</p>
<p>Purtroppo, però, nel nostro mondo, tali influenze non sono neutrali, nel senso di consentire ad ogni individuo di svilupparsi secondo le sue linee di tendenza costituzionali. Esse agiscono quasi sempre negativamente sullo sviluppo e sul modo d&#8217;essere degli introversi.</p>
<p>Nella sua essenza, come si vedrà. l&#8217;introversione è caratterizzata essenzialmente da un ricco corredo emozionale, associato spesso ad una vivace intelligenza: da un mondo interiore, insomma, la cui vibratilità agli eventi esterni esercita una cattura costante sull&#8217;Io, che non può prescindere dal valutarli, elaborarli e dare senso ad essi.</p>
<p>Sentire e capire di più sembrerebbero, sulla carta, qualità ottimali per promuovere lo sviluppo di una personalità ben strutturata, differenziata e originale. I soggetti che, per sorte, ricevono questo &#8220;dono&#8221;, manifestano invece, nel nostro mondo, difficoltà più o meno rilevanti di adattamento sociale e, con una frequenza inquietante, disturbi psichici di varia natura.</p>
<p>Il paradosso per cui una ricchezza potenziale, qual è quella intrinseca all&#8217;introversione, dà luogo spesso ad un&#8217;esperienza di vita soggettivamente e a volte socialmente penosa, fino al limite estremo dell&#8217;isolamento e del disagio psichico, rappresenta un &#8220;mistero&#8221; difficile da decifrare.</p>
<p>Alcuni studiosi lo risolvono affermando che l&#8217;introversione, se comporta una ricchezza di potenzialità, o forse proprio in conseguenza di essa, è caratterizzata anche da una &#8220;vulnerabilità&#8221; costituzionale che non favorisce l&#8217;adattamento alle normali richieste della vita. Si tratta, però, di una interpretazione &#8220;ideologica&#8221;, quindi tendenziosa, che assume l&#8217;adattamento al mondo esterno come criterio supremo di normalità. Essa traspone un principio valido per gli animali, che devono lottare per sopravvivere in rapporto all&#8217;ambiente naturale, ad un livello &#8211; quello umano &#8211; laddove l&#8217;adattamento concerne un ambiente culturale prodotto dall&#8217;uomo stesso: un ambiente, dunque, &#8220;artificiale&#8221;, che può fornire opportunità di sviluppo non congruenti con la varietà genetica che caratterizza gli individui.</p>
<p>Occorre trovare altre chiavi di interpretazione. È questo l&#8217;intento del saggio.</p>
<p>Esso è stato scritto sull&#8217;onda di un&#8217;&#8221;indignazione&#8221; cresciuta nel corso degli anni. È sempre più doloroso confrontarmi, come psicoterapeuta, con ragazzi e giovani, dotati di grandi potenzialità, devastati dall&#8217;interazione con un mondo che non li comprende né li rispetta (e che essi, a loro volta, non comprendono, per quanto, in genere, non possono fare a meno di rispettare). È ugualmente penoso pensare al numero d&#8217;introversi che, pur non manifestando un apparente disagio psichico, vivono schiacciati sotto il peso di una diversità percepita negativamente, convinti d&#8217;essere inadeguati e &#8220;difettosi&#8221; nonostante il loro valore sia, spesso, riconosciuto dagli altri.</p>
<p>L&#8217;indignazione cui ho fatto cenno non ha alcuna valenza moralistica. Non è mia intenzione puntare il dito accusatorio sul mondo così com&#8217;è, fatto cioè (tra l&#8217;altro, neppure tanto bene) su misura per gli estroversi, ritenendo la sua organizzazione un prodotto della storia piuttosto che di volontà deliberate, né sui familiari e sugli insegnanti i quali, confrontandosi con soggetti difficili da capire nella loro complessità interiore, fanno quello che possono.</p>
<p>Dato però che i danni che gli introversi ricavano dall&#8217;interazione con l&#8217;ambiente è un fatto oggettivo, documentabile e inquietante, ritengo che i tempi siano maturi perché questo problema fuoriesca dal cono d&#8217;ombra che lo avvolge, venga finalmente colto nel suo spessore, soprattutto in un&#8217;ottica di prevenzione del disagio psichico, e dia luogo ad una presa di coscienza che dovrebbe tradursi, per quanto riguarda gli introversi, nel vivere consapevolmente la loro condizione realizzandola secondo le sue linee di tendenza, e, per quanto riguarda il mondo, in una nuova programmazione sociale a livello pedagogico e culturale.</p>
<p>La via per giungere a questa &#8220;rivoluzione&#8221; culturale è lunga.</p>
<p>Entrati nel linguaggio comune, i termini introversione ed estroversione sono connotati univocamente, come accennato, con un segno negativo l&#8217;uno, positivo l&#8217;altro. La qualificazione è in gran parte riconducibile al comportamento apparente &#8211; chiuso o aperto sotto il profilo della comunicazione con il mondo esterno e con gli altri &#8211; valutato con un metro di misura che implica un giudizio di valore.</p>
<p>Tale metro di misura pone tra parentesi un dato essenziale inerente l&#8217;esperienza umana.</p>
<p>Animale sociale, &#8220;affacciato&#8221; percettivamente sul mondo esterno, l&#8217;uomo ha raggiunto la sua specificità mentale in virtù della capacità di costruire una trama di significati simbolici socialmente condivisi che hanno definito un mondo interno, dotato di una sua realtà. La coscienza vive dunque nell&#8217;interfaccia tra due mondi che interagiscono tra loro, anche se essa rimane comunemente preda di un ingenuo realismo che la porta a enfatizzare il primo e a misconoscere il secondo, che, tra l&#8217;altro, è l&#8217;unico che &#8220;esperisce&#8221;. È vero che del mondo esterno fa parte anche il socius senza l&#8217;interazione con il quale non si definirebbe un mondo interno. Considerare però l&#8217;apertura all&#8217;esterno come un criterio normativo implica, tra l&#8217;altro, ignorare che, assumendo come referente il mondo interno, il giudizio potrebbe essere semplicemente invertito di segno.</p>
<p>Il pregiudizio in questione definisce il modo d&#8217;essere introverso come disfunzionale in sé e per sé, se non addirittura &#8220;patologico&#8221;. Basta fare una ricerca su Internet per constatare quante offerte d&#8217;aiuto vengono rivolte, da psicologi e psicoterapeuti, agli introversi, associate alla promessa di liberarli dalla timidezza, dalle inibizioni, dalle difficoltà di rapporto con l&#8217;altro sesso, ecc. L&#8217;offerta corrisponde ad una domanda reale, ad un disagio vissuto sulla pelle, anche se va detto che molti psicoterapeuti, irretiti essi stessi del modello culturale dominante, offrono un aiuto il cui obiettivo ultimo è la normalizzazione: un rimedio peggiore del male. Nessuna offerta di aiuto viene rivolta, ovviamente, agli estroversi, un buon numero dei quali, pure adattati al mondo così com&#8217;è in virtù della loro efficienza e spigliatezza, rientrano nell&#8217;ambito della pseudonormalità analizzata in passato da E. Fromm (<em>Psicoanalisi della società contemporanea</em>, Mondadori, Milano, 1987).</p>
<p>En passant, è importante precisare immediatamente che il superamento del pregiudizio nei confronti dell&#8217;introversione non deve tradursi in un altro pregiudizio a carico dell&#8217;estroversione. Selezionati dalla natura, entrambi gli orientamenti, come vedremo, hanno un grande significato nella cornice dello sforzo della specie umana di oggettivare le sue potenzialità. Ogni uomo, insomma, deve vivere nella sua pelle e coltivare la vocazione ad essere scritta nel suo corredo genetico.</p>
<p>Il problema è che, nel nostro contesto socio-culturale, se molti introversi si chiudono rispetto al mondo esterno più di quanto sia necessario per salvaguardare la loro identità, e spesso covano nei confronti degli altri rabbie di ogni genere, un numero rilevante e continuamente crescente di estroversi, si chiudono al mondo interno più di quanto sia ragionevole per assicurare alla personalità uno sviluppo interiore. Essi rimangono cristallizzati in una sterile e spesso monotona &#8220;normalità&#8221;.</p>
<p>Esistono, insomma, nel nostro mondo, troppi introversi introvertiti e troppi estroversi estrovertiti. Questo giudizio non è un gioco di parole. Esso coglie una drammatica realtà psicosociologica, che non è azzardato ricondurre nell&#8217;ambito dell&#8217;alienazione, se con questo termine s&#8217;intende un&#8217;eccessiva pressione adattiva operata da un modello normativo funzionale alle esigenze del sistema socio-economico e culturale.</p>
<p>Il pregiudizio nei confronti degli introversi, che essi purtroppo interiorizzano con l&#8217;aria che respirano, e che in non pochi casi si traduce in una &#8220;persecuzione&#8221; sociale, il più spesso inconsapevole e incolpevole, non è certo l&#8217;unica iniquità del nostro mondo. Denunciarla dipende solo dall&#8217;essere quella che quotidianamente ho sotto gli occhi, e può determinare conseguenze psicologiche anche molto gravi. Rispetto alle altre iniquità, ritengo che sia anche la più facilmente rimediabile in conseguenza di una presa di coscienza da parte dei diretti interessati, degli educatori e della società.</p>
<p>In un mondo in cui il tema della diversità si va configurando come fondamentale, il problema dell&#8217;introversione, posto che se ne colgano tutte le implicanze, dovrebbe essere affrontato come primario. Al di là del riconoscere agli introversi diritti di pari opportunità di sviluppo, che vengono più o meno sistematicamente violati (in misura maggiore rispetto alla media), l&#8217;affrontare il problema rappresenterebbe un salto di qualità sulla via di una civiltà più aperta al riconoscimento del valore della diversità.</p>
<p>Il libro ha il duplice intento di illustrare che cos&#8217;è l&#8217;introversione in sé e per sé, nelle sue caratteristiche specifiche, nel suo valore e nei suoi limiti, e di analizzare le circostanze ambientali e i fattori soggettivi, consci e inconsci, che troppo spesso determinano una condizione di disagio psichico e psicopatologico. Scritto meno per gli specialisti &#8211; psichiatri e psicologi -, gran parte dei quali sono funzionari della normalità corrente, che per coloro che hanno orecchie per intendere, il saggio rappresenta il &#8220;manifesto&#8221; della Lega Italiana per la tutela dei Diritti degli Introversi (LIDI), il cui scopo primario è di avviare un&#8217;opera di prevenzione dei disturbi psichici che gli introversi manifestano in conseguenza dell&#8217;interazione con un ambiente familiare, scolastico, culturale e sociale sfavorevole.</p>
<p>Uno scopo secondario, ma non meno importante, è di fornire agli introversi adolescenti e adulti strumenti che consentano loro di riconoscere i valori e i limiti intrinseci al loro modo di essere, in maniera tale che da porli in condizione di apprezzare e a sviluppare i primi senza affannarsi a mascherare e reprimere i secondi.</p>
<p>La Lega non intende eleggere gli introversi al ruolo di vittime di una qualche &#8220;congiura&#8221; nei loro confronti. Di fatto, vale a dire oggettivamente, lo sono. Ma è pur vero che, spesso, con la loro esasperata sensibilità, l&#8217;aspettativa univoca che il mondo sia altro da quello che è, l&#8217;incomprensione nei confronti dei “normali” e, talora, il rifiuto di rimanere fedeli al proprio modo d&#8217;essere, partecipano, senza sapere e senza volere, a stringere intorno alla loro anima il cappio dell&#8217;infelicità.</p>
<p>Il saggio si articola in quattro capitoli. Nel primo (Che cos&#8217;è l&#8217;introversione) tento di descrivere le caratteristiche che si possono attribuire al genotipo. Nel secondo (Le carriere introverse) vengono illustrati gli sviluppi dell&#8217;introversione nell&#8217;interazione con il mondo sociale: i fenotipi, dunque, vale a dire le varie personalità introverse. Nel terzo (Introversione e disagio psichico) vengono analizzati in termini psicodinamici i disturbi psicopatologici più frequenti che si realizzano in conseguenza delle carriere introverse. Nel quarto, infine, (Vivere e lasciare vivere l&#8217;introversione) si forniscono, più che consigli, criteri di valutazione del modo di essere introverso nella varie fasi della vita che possono risultare utili agli introversi stessi, agli educatori e anche agli estroversi, a molti dei quali non farebbe certo male coltivare con un po&#8217; più di attenzione il rapporto con il loro mondo interiore.</p>
<p>Al corpo del saggio seguono tre appendici. La prima è una breve analisi critica della teoria di Jung e dell&#8217;incidenza che essa ha avuto sulla storia della psicologia. La seconda affronta il problema della genetica dell&#8217;introversione avanzando, a riguardo, un&#8217;ipotesi evoluzionistica alla quale assegno un grande significato. La terza propone un questionario sull&#8217;introversione (da me compilato sulla scorta di quello di Eysenck) che può consentire a chiunque un&#8217;autovalutazione del proprio orientamento caratteriale.</p>
<p><span class="highlight-green">Il libro può essere acquistato in qualunque libreria oppure online sul <a href="http://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_Libro.asp?CodiceLibro=239.163">sito della casa editrice</a></span>.</p>
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		<title>&#8220;Abbecedario di scienze umane e sociali&#8221;: l&#8217;introduzione del saggio</title>
		<link>http://www.legaintroversi.it/2008/06/12/abbecedario-di-scienze-umane-e-sociali-lintroduzione-del-saggio/</link>
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		<pubDate>Thu, 12 Jun 2008 15:04:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Saggi del dott. Anepeta]]></category>
		<category><![CDATA[Anepeta]]></category>
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		<description><![CDATA[Premessa
La pubblicazione di libri di psicologia volti a risolvere i molteplici problemi che gli esseri umani incontrano nel corso della vita – dal parto dolce alla buona morte – è ormai una moda che ingombra gli scaffali delle librerie e trabocca dai ripiani delle edicole. Il leit-motiv di questa letteratura di consumo è che con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>Premessa</h3>
<p>La pubblicazione di libri di psicologia volti a risolvere i molteplici problemi che gli esseri umani incontrano nel corso della vita – dal parto dolce alla buona morte – è ormai una moda che ingombra gli scaffali delle librerie e trabocca dai ripiani delle edicole. Il leit-motiv di questa letteratura di consumo è che con qualche &#8220;dritta&#8221; fornita dagli esperti e l&#8217;adozione di strategie ad hoc tutti possono raggiungere la tranquillità interiore e aspirare alla felicità, realizzando l&#8217;obiettivo supremo di essere se stessi.</p>
<p>Si tratta di una bufala che dà un&#8217;insufflatina all&#8217;Io megalomane e rattrappito proprio del nostro tempo.</p>
<p>Capire e cambiare, anche solo di una virgola, qualcosa della propria personalità richiede un duro lavoro. Bisogna, infatti, fare i conti con le trappole intrinseche al singolare congegno impiantato nella scatola cranica, con quelle, ancora più insidiose, che la cultura ha prodotto e produce per ridurre l’impegno personale di capire qualcosa della giostra della vita, e, infine, con la cronica tendenza dell’Io cosciente alla mistificazione, vale a dire a fare carte false pur di non vedere come stanno le cose (fuori e dentro di sé). Fare questi conti implica, però, sapere che queste trappole esistono e, almeno approssimativamente, come funzionano. Cosa tutt’altro che semplice in una società i cui membri, allevati nel culto della coscienza e dell’Io, sviluppano in genere, a partire dall’adolescenza, un narcisismo presuntuoso e patetico.</p>
<p>Bisogna insegnare alla gente ad avere orrore di se stessa, per fargli coraggio – ha scritto un filosofo. Orrore è un termine ad effetto: un minimo di consapevolezza sulla condizione umana è imprescindibile, però, dalla messa in crisi delle certezze che quelle trappole producono, e quindi dallo stupore, dalla sorpresa e dal turbamento di viverci &#8220;naturalmente&#8221; dentro. Obiettivo dell&#8217;Abbecedario è riuscire a provocare qualcosa del genere.</p>
<p>Scritto in un linguaggio adattato ad un target giovanile (dai diciassette anni in su), ma denso di contenuti il cui approfondimento richiederebbe di vivere quanto Matusalemme, il libro giunge ora ad una nuova edizione rinnovata e ampliata rispetto alla prima, esaurita da tempo. Solo l&#8217;aver varcato la soglia della terza età giustifica l&#8217;idea di tornare su di un testo venuto fuori quasi di colpo, in un&#8217;uggiosa estate di dieci anni orsono, dai recessi di un congegno che, evidentemente, aveva urgente bisogno di spurgare informazioni e umori accumulati negli anni.</p>
<p>Il rischio era quello di riscriverlo ex-novo, dando la stura all&#8217;impasto di rabbia critica e di pietas che si è addensata nell&#8217;anima in questo avvio del terzo millennio, del tutto buio per quanto concerne lo stato di cose nel mondo. Ho tentato per qualche tempo di limitarlo lavorando di fioretto. Ho capito, poi, che qualche sciabolata (ristrutturare alcuni capitoli, eliminare l&#8217;obsoleto, colmare alcune lacune, ecc.) non avrebbe arrecato danno. Il prodotto del rifacimento all&#8217;arma bianca è questo pamphlet.</p>
<p>È obbligatorio, ormai, per qualunque intellettuale rispettabile, licenziando un lavoro a stampa, affermare di non esserne soddisfatto. Mi astengo dalla formula rituale perché, dietro l&#8217;apparente umiltà, si cela di solito l&#8217;intenzione dell&#8217;autore di dare a credere di saperne più di quanto ha scritto. Per quanto mi riguarda, ritengo di aver spremuto al massimo le meningi utilizzando anche i fondi di bottiglia della mia cultura. Quello che manca (di sicuro parecchio), deve essere depositato in qualche altro congegno.</p>
<h3>1. Tanto per cominciare</h3>
<p>Una presentazione è d’obbligo. Io mi guadagno il pane facendo lo strizzacervelli, vale a dire aiutando le persone a scoprire che, in fondo in fondo, sono migliori di quanto pensano (e, a volte, di come agiscono). Di gente che accetta di farsi centrifugare la coscienza, gli annessi e i connessi per capire che razza di scherzi tirano, ce n&#8217;è di due generi: quelli che, a forza di praticare le virtù che gli sono state inculcate – essere bravi, buoni, responsabili, altruisti e via dicendo –, perdono il gusto della vita, e, sotto pelle, finiscono con il pensare di essere tutt&#8217;altro da come appaiono (in genere finti, al limite mostri); e quelli che, per non sentirsi vasi di coccio in mezzo a vasi di ferro, all&#8217;insegna della vita è una lotta e guai ai deboli, tentano di darsi una maschera che non gli è congeniale – di durezza, insensibilità e cinismo –, dalla quale, a differenza dei modelli di riferimento, ricavano solo sensi di colpa.</p>
<p>Fosse possibile un trapianto incrociato, la cosa si risolverebbe in quattro e quattr&#8217;otto. E invece è una dura impresa per le persone mutar pelle, sia che si tratti di accasarsi finalmente nella propria o di rientrarci. Quando la muta sopravviene, il vantaggio è relativo: si campa meglio, ma si scopre che il mondo è pieno zeppo di gente che fa finta di essere normale. Dopo aver tanto desiderato l&#8217;omologazione, qualcuno ci rimane di stucco e protesta un po&#8217; quando gli viene fatto presente che questo è il segno certo che la &#8220;cura&#8221; ha funzionato.</p>
<p>A forza di fare questo strano mestiere che sopperisce, sostanzialmente, alle insensatezze del mondo, m&#8217;è venuto il dubbio che, nella nostra società ipertecnologica, la cui presunzione è, forse, incommensurabile rispetto a quella di ogni altra mai esistita, il prodotto che viene peggio è l&#8217;uomo. Non solo perché aumenta di continuo il numero di quelli che, dopo anni e anni di acculturazione, hanno bisogno di un supplemento che li umanizzi un po&#8217;, togliendogli la maschera della virtù bigotta o dell&#8217;indurimento posticcio. Il problema è che gli altri, i &#8220;normali&#8221;, non stanno per niente meglio, anche se spesso neppure se ne rendono conto. Vivono recintati nella propria coscienza, aggrappati alle tradizioni o alle mode correnti, tutti intenti ad adattarsi al mondo così com&#8217;è, convinti di essere padroni di sé e della propria vita, imbevuti delle informazioni che li bombardano mediaticamente (una paccottiglia indigesta). Se si gratta un po&#8217; la superficie, viene fuori che questa sicumera, eufemisticamente definita senso comune, è una mistificazione perché delle tradizioni in cui credono e delle mode da cui sono catturati sanno poco o nulla, dell&#8217;uomo come essere naturale e della sua storia ancora meno, e, riguardo a se stessi, ripongono una fiducia cieca nel loro Io, che continua a narrargli la favoletta dell&#8217;unità, della coesione e della continuità che li tiene tranquilli. Quanto al congegno che si ritrovano nella scatola cranica (tutto compreso: materia grigia e spirito), lo ritengono un oggetto misterioso, roba da specialisti, che – a sentirli parlare – è chiaro che non ci capiscono molto neppure loro.</p>
<p>Insomma, l&#8217;uomo oggi è affetto da una sorta di analfabetismo del tutto particolare che riguarda la sua natura, il congegno, l&#8217;uso che ne fa e che, nel corso del tempo, ne è stato fatto, da tutte le generazioni che si sono succedute, producendo la cultura (materiale e spirituale), la storia e l&#8217;organizzazione sociale. L&#8217;analfabetismo è aggravato da un&#8217;infarinatura di psicologia, di psicoanalisi e di varia umanità dovuta ai mass-media che lo rende intollerabile poiché spinge alla perpetua esibizione del non sapere di non sapere. Per arrivare all&#8217;abc, basterebbe prendere atto che la cultura – vale a dire il tentativo dell’uomo di mettere ordine nel caos e di abitarvici – alcune idee gliele ha chiarite, altre confuse. Evidentemente, non è una quisquilia.</p>
<p>Il problema, d&#8217;altro canto, è di antica data. Producendo il cervello attraverso l&#8217;evoluzione, la natura ce ne ha concesso il diritto di uso senza il libretto delle istruzioni. L&#8217;umanità ha fatto quello che ha potuto: ne ha ricavato la capacità di sopravvivere industriandosi e sviluppando delle tecniche che piegano la natura a fare ciò che essa spontaneamente non farebbe. Essendosi ritrovata, poi, a dovere dar senso alla sua strana esperienza, ha prodotto anche un sacco di idee, convinzioni, opinioni, pregiudizi, miti, alcuni azzeccati, altri strampalati. Se è sopravvissuta, ciò attesta che, pur procedendo alla cieca, i tentativi riusciti – pratici e teorici – sono stati maggiori degli errori, pure madornali, commessi (il più recente, la produzione delle armi nucleari, ci ha portato sull&#8217;orlo della catastrofe, e il più attuale, l&#8217;inquinamento, sta lì lì per affossarci). Continuare, però, a confidare nello stellone è azzardato.</p>
<p>Non solo perché la nostra civiltà, che presume di aver imboccato la via giusta per assicurare a tutti il benessere, tenta di imporre il suo modello di sviluppo consumistico al mondo intero, incurante del fatto che se esso fosse universalmente praticato il pianeta collasserebbe in quattro e quattr&#8217;otto (anche solo per effetto dei rifiuti, che già non si sa più dove metterli). Il problema inquietante è che non si riesce più a capire chi ricava vantaggio dal correre dietro alla lepre meccanica dello sviluppo illimitato, visto che, oltre alla natura, anche l’uomo se la passa male.</p>
<p>Le statistiche vanno prese sempre cum grano salis. Quelle che attestano, però, che negli ultimi venti anni, in tutti i Paesi avanzati, il PIL è raddoppiato mentre l&#8217;Indice di Salute Sociale si è dimezzato, lasciano pochi dubbi sullo status quo. Ancor più preoccupanti delle statistiche, sono le previsioni. Secondo l&#8217;OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), tra trenta anni i disturbi psichici rappresenteranno la malattia più diffusa sulla faccia del Pianeta. La miscela di ricchezza economica e di miseria psicologica rischia, insomma, di diventare tossica.</p>
<p>Come spiegare questo trend?</p>
<p>Le spiegazioni, a dire il vero, abbondano, ma quella giusta, probabilmente, è la più semplice. Bene o male, l&#8217;uomo ha raggiunto un notevole (e inquietante) dominio sul mondo esterno, ma è parecchio in ritardo nell&#8217;amministrare quello interno. Soffre, insomma, in conseguenza di uno scarto sempre più rilevante tra l&#8217;efficienza tecnica e la miseria psicologica, vale a dire il rapportarsi a sé e agli altri praticamente alla cieca.</p>
<p>C&#8217;è un’alternativa? Sulla carta, sì.</p>
<p>Per effetto del congegno, l&#8217;uomo è stato costretto, fin da quando è comparso sulla Terra, a teorizzare su tutto, anche su se stesso. Bon gré, mal gré, si è dovuto trasformare in &#8220;scienziato&#8221; prima ancora che esistesse la scienza. Ha accumulato, per ciò, un sapere incredibile ma limaccioso nel quale l&#8217;acqua pulita e quella sporca sono confluite senza sosta. Certo, i filosofi qualche verità l&#8217;hanno azzeccata, ma la loro audience è risultata sempre un po&#8217; ridotta a favore della propaganda dei preti, che i problemi – chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo – li risolvono in quattro e quattr&#8217;otto.</p>
<p>Solo da due secoli l&#8217;uomo (occidentale) ha preso se stesso come oggetto di studio, simulando nella raccolta dei dati e nella loro elaborazione le scienze naturali, che sono andate avanti un bel pezzo. Ha cominciato da lontano, dall&#8217;interazione tra fatti fisici e fatti umani (geografia) e dallo studio di culture diverse dalla sua (antropologia culturale). Poi si è dedicato alla società (politologia, sociologia), alla produzione dei beni (economia), alla ricostruzione del passato (storia), al linguaggio e all&#8217;uso dei segni comunicativi (semiotica). Infine è arrivato al soggetto, conscio (psicologia) e inconscio (psicanalisi). Qui si è avvitato su se stesso, perché si tratta di darsi una guardatina allo specchio (e anche dietro lo specchio). Ha depistato l&#8217;attenzione sul comportamento degli altri animali (etologia) per mettere meglio a fuoco i rapporti di parentela. Poi, sull&#8217;onda della tecnologia, ha tentato (e sta tentando ancora) di accedere al sancta sanctorum del cervello (neurobiologia).</p>
<p>Questo sforzo immane ha prodotto una mole di dati imponente, intrigante e, naturalmente, contraddittoria. Anche se ne manca ancora qualcuno (quanti nessuno lo sa), parecchi pezzi del puzzle sono disponibili: il problema è assemblarli. La cosa migliore da fare, sulla carta, sembrerebbe coinvolgere l&#8217;umanità tutta intera nell&#8217;impresa. Il gioco invece rimane riservato agli specialisti, ciascuno dei quali tira l&#8217;acqua al suo mulino per accreditare la disciplina cui si dedica come una scienza, mentre, per ora, mettendole tutte insieme, viene fuori tutt&#8217;al più un sapere.</p>
<p>Se ci si chiede perché questo patrimonio (comprese le domande ancora aperte) non fa parte della cultura comune, perché la maggioranza degli uomini non possono utilizzarlo, nonostante potrebbe permettere loro di partecipare un po&#8217; meno casualmente all&#8217;avventura umana, perché, infine, nell&#8217;ordinamento degli studi, dalle elementari alle superiori, non si parla (se non per incidente) di genetica, neurobiologia, psicologia, psicoanalisi, sociologia, antropologia culturale, ecc. – rimozione che fa il paio con l&#8217;assenza dell’economia – è difficile rispondere. Di sicuro, a qualcuno fa gioco questa rimozione. A chi e perché è da vedere.</p>
<p>L&#8217;ignoranza (incolpevole) dei &#8220;fondamentali&#8221; è il tormentone quotidiano del mio mestiere. La gente – in genere – cade dalle nuvole quando scopre che l&#8217;abc della natura umana e del can-can mentale che si organizza a partire da essa nell&#8217;interazione con l&#8217;ambiente culturale, conosciuto prima, gli avrebbe evitato un sacco di guai.</p>
<p>Stanco di questa manfrina, com&#8217;è come non è, m&#8217;è venuto di affrontare il problema di petto: in pratica, di debordare dal terreno specialistico e di mettere sulla carta quest&#8217;abbecedario ad usum delphinorum, visto che gli eredi – se non altro perché in media sono malmessi – danno più affidamento dei padri.</p>
<p>E già, perché la favoletta dei giovani ai quali oggi non manca nulla, fa acqua da tutte le parti. Se si prende un campione a caso – tra i quattordici e i vent&#8217;anni – e si va al di là delle apparenze, si rimane basiti: tra manie, fobie, tic, paranoie, attacchi d&#8217;ansia, depressioni, anoressia, bulimia, angosce estetiche, problemi sessuali e via dicendo, non se ne salva quasi nessuno. Quelli che si salvano, perché hanno già le idee chiare su quello che vogliono – far soldi ad ogni costo – filano come treni, ma, se ad un certo punto non si bloccano di colpo, come se gli si fosse esaurito il carburante, sono destinati a diventare automi semoventi.</p>
<p>Il problema è all&#8217;ordine del giorno da parecchio tempo. Anni fa, alla maturità è stato dato un tema sulla solitudine giovanile. Andando avanti di questo passo, tra poco si comincerà il cursus scolastico dovendo parlare di sé e della propria famiglia e lo si terminerà con l&#8217;autodiagnosi della propria nevrosi. Nei discorsi dei politici, il problema giovanile è onnipresente, anche se di solito sembra che si riduca alla mancanza di una qualunque occupazione, e dunque di un po&#8217; di money da spendere nel week-end. Quando intervengono, poi, i soloni – sociologi, psicologi, psicoanalisti, tuttologi –, il discorso tende sempre a cadere sulla crisi dei valori. Ci si aspetterebbe che qualcuno, che li ha messi da parte come BOT, li tirasse fuori una buona volta. Macché! La Chiesa, che è convinta di avere la zecca giusta, è disposta ad elargirli, ma solo a chi crede, e cioè accetta le sue fisime. Per gli altri, fioriscono come funghi gli ambulatori pubblici e gli studi privati psichiatrici o psicologici, ove in genere non si parla della vita nel suo complesso e di come è fatto l&#8217;uomo, ma quasi sempre del privato: il papà, la mamma, la scuola, il sesso, l&#8217;autostima, e via dicendo. Cose importanti, è ovvio: solo che uno ci può passare su degli anni a rivoltolarcisi senza capire perché il magone non va via.</p>
<p>In sé e per sé, l&#8217;inghippo della vita è un uovo di Colombo. L&#8217;uomo è un animale naturalmente ansioso, perché, da quando prende coscienza di sé sino alla fine, ha bisogno di capire se lo scherzetto che la sorte gli ha tirato facendolo venire alla luce, e concedendogli la consapevolezza di ex-sistere, vale la pena di essere preso sul serio. È ansioso perché, più di tutti gli altri, si porta confitta nella scatola cranica l’ossessione della felicità, e, unico, sa in anticipo che nel corso della vita s&#8217;imbatterà nel pedaggio del dolore (delusioni, incidenti, lutti, malattie), e alla fine abbandonerà la scena.</p>
<p>Dovrebbero educarci a coltivarla quest&#8217;ansia, fino al punto di farci venire il gusto del nostro tempo finito da vivere e quello di condividerlo con gli altri, anziché volerci far felici a tutti i costi con le ricettine laiche – che insegnano a pensare solo ai fatti propri – o con quelle religiose – che impongono di pensare solo a quelli altrui. Dovrebbero educarci ad apprezzarla la natura umana, con le sue contraddizioni, e farcene capire i pregi e i limiti, che si esprimono entrambi nella cultura, anziché squalificarla. Dovrebbero dirci – se lo sapessero – che l&#8217;uomo non è padrone di se stesso, né della propria vita, né del mondo: è un amministratore delegato dal caso (o da Dio: per questo aspetto non fa differenza), che ancora rischia, sul piano individuale e collettivo, di fallire. Dovrebbero, insomma, metterci sulle spalle precocemente, anziché gli zainetti pieni di libri inutili e di merendine, la responsabilità di esistere.</p>
<p>Se l&#8217;educazione servisse a questo, a mettere l&#8217;uomo con le spalle al muro, e, una volta inchiodatolo, a spingerlo a farsi un po&#8217; di domande sulla sua singolare condizione complessa di essere naturale, storico, culturale e psicologico, sarebbe una gran bella cosa. Quelle domande uno se le porterebbe dentro per sempre e vivrebbe – consapevolmente – per cercare delle risposte. L&#8217;educazione invece è tutto un tam-tam – famiglia, scuola, parrocchia, televisione – di formule prêt-a-porter che insegnano a vivere (come si deve). Dato che ogni agenzia sociale deputata a produrre cittadini ha i suoi obiettivi e i suoi scopi, capita che le formule proposte sono, per molti aspetti, in contraddizione tra loro. La crisi dei valori dipende insomma dal manico, e non v’è da sorprendersi che i giovani – s&#8217;impegnino o meno (oggi sempre meno per via di un universale scetticismo sul futuro) – si ritrovino ad essere sprovveduti per quanto riguarda i fondamentali e giungano, sempre più spesso, ad aderire, consapevolmente o inconsapevolmente, al nichilismo ultramoderno (quello dimentico che per i grandi nichilisti la merda è anche concime&#8230;).</p>
<p>Volendo – si dice – uno si informa da solo. Le librerie e le edicole traboccano di ogni ben di Dio, dall&#8217;opera omnia di Freud, che tutta non l&#8217;hanno letta neppure i traduttori, ai libricini che spiegano come si vincono la depressione, le fobie, l&#8217;insonnia, l&#8217;impotenza, il malocchio e via dicendo. Persino nei supermarket, accanto al ketchup, si vendono libri di astrologia, cartomanzia, scientologia, ecc. In televisione alcuni talk-show sono dedicati in pianta stabile a dibattere i due mali del secolo: l&#8217;esser giovani e l’essere depressi. E, poi, dulcis in fundo, c&#8217;è la Grande Madre, la Rete che permette, in un colpo solo, di scaricare diecimila documenti sulla pianta del thè, figuriamoci sull&#8217;uomo. Neppure col lanternino, però, si trova un libro interdisciplinare, nel quale – messe da parte le formulette – si tratta dell&#8217;uomo come un essere naturale, costretto, dal cervello che la sorte gli ha dato, a produrre una cultura e una storia che lo condiziona più di quanto in genere egli ama pensare, il quale, in quanto individuo, deve farsi qualche idea su se stesso e sul mondo per non andare avanti a casaccio.</p>
<p>Nelle pagine che seguono – saccheggiando storia sociale, antropologia culturale, etologia, neurobiologia, psicologia evolutiva, psicoanalisi, economia, sociologia, ecc. – ho tentato di condensare parte di quello che può servire a porsi un po&#8217; di domande e a darsi qualche lumicino di risposta sulla vita. È un libro serio – di panantropologia, oserei dire – anche se d&#8217;acchito non sembra, perché, parlando dell&#8217;uomo, un po&#8217; d&#8217;ironia non guasta. È uno zibaldone, però, non una guida per la caccia al tesoro. Le mappe bisogna che ciascuno se le faccia da sé.</p>
<p>Sarebbe già molto se, qua e là, capitasse di rimanere perplessi. L&#8217;ovvio, ciò in cui si inciampa procedendo dritti per la propria strada, è il motore dell&#8217;autoconsapevolezza: se si resta lì col piede gonfio, si può essere certi di essersi imbattuti in qualche ciottolo di verità. Il trauma è l&#8217;iniziazione al sapere, tant’è che gli esploratori dell’umano è tutta gente ammaccata.</p>
<p>I dati scientifici e le idee di altri, miscelati in un discorso il cui flusso è continuo, si possono prendere per buoni: in gran parte, come fanno fede le note, lo sono. Quello che se ne può ricavare riflettendoci un po&#8217; su (cum grano salis, rimanendo sul concreto) anche. Quanto ad alcune opinioni personali, le giudichi ciascuno come vuole, tenendo conto che quello che è vero (o si approssima alla verità) fa un certo effetto alla bocca dello stomaco prima che nella zucca.</p>
<p><span class="highlight-green">Il libro può essere acquistato in qualunque libreria oppure online sul <a href="http://www.francoangeli.it/ricerca/Scheda_Libro.asp?ID=15670&#038;Tipo=Libro">sito della casa editrice</a></span>.</p>
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		<title>La vita schiva. Il sentimento e le virtù della timidezza &#8211; Duccio Demetrio</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Jan 2008 17:28:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[1.

Duccio Demetrio
La vita schiva. Il sentimento e le virtù della timidezza
Raffaello Cortina, Milano 2007

 
È noto che la mente umana è, in profondità e in superficie, catturata dalla logica degli opposti. La prova evidente di questa cattura è facilmente ricavabile dall&#8217;analisi del senso comune, della cultura dominante in un qualsivoglia contesto storico-culturale, a partire dalla [...]]]></description>
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<p>Duccio Demetrio</p>
<p><em>La vita schiva. Il sentimento e le virtù della timidezza</em></p>
<p>Raffaello Cortina, Milano 2007</p>
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<p><!-- /biblio_box --> </p>
<p>È noto che la mente umana è, in profondità e in superficie, catturata dalla <strong>logica degli opposti</strong>. La prova evidente di questa cattura è facilmente ricavabile dall&#8217;analisi del senso comune, della cultura dominante in un qualsivoglia contesto storico-culturale, a partire dalla distinzione tra Noi e gli Altri che promuove l&#8217;etnocentrismo e il pregiudizio nei confronti degli &#8220;stranieri&#8221;.<br />
<em>Barbaro </em>è un termine coniato all&#8217;interno della più ricca cultura che un gruppo umano abbia mai prodotto, quella greca. È vero che la cultura greca, con Eraclito, ha riconosciuto anche l&#8217;intuizione della dialettica tra gli opposti. Ma tale intuizione, dovuta ad un genio solitario, è rimasta sterile sino all&#8217;Ottocento, allorché è stata ripresa da Hegel e Marx. Solo nel Novecento, infine, nella cornice della <em>Teoria delle Catastrofi</em>, essa è stata scientificamente formalizzata come legge del divenire della materia per cui ogni forma che essa assume implica un conflitto latente tra &#8220;forze&#8221; opposte.</p>
<p>Ci si può convincere della suggestione che la logica degli opposti esercita sulla mente umana non solo analizzando l&#8217;ideologia normativa proprio di ogni cultura, ma anche ripercorrendo la storia della religione, della filosofia, della letteratura, dell&#8217;arte e della scienza. Ovunque ci si imbatte in paradigmi che si succedono nel corso del tempo sulla base di ristrutturazioni critiche che avvengono sulla base di quella logica.</p>
<p>Questa premessa, che occorrerà altrove approfondire adeguatamente, serve ad introdurre il discorso su di un libro denso e suggestivo che, fin dal titolo, va controcorrente: <strong>contro la corrente dell&#8217;esperienza comune</strong>, che risulta sempre più appiattita da un banale conformismo, disinvestito da qualunque esigenza morale; <strong>contro il pregiudizio</strong> che, eleggendo a modello il modo di essere della maggioranza, riverbera un sinistro bagliore contro ogni forma di diversità (indigena o esotica);  <strong>contro la psichiatria</strong>, che alimenta stoltamente l&#8217;opposizione tra normalità e anormalità, e, infine, <strong>contro le discipline psicologiche</strong>, che, ad un mondo pervaso da un inquietante malessere, offrono ricette di felicità prêt-a-porter che lasciano il tempo che trovano.</p>
<p><strong><em>La vita schiva</em></strong> è un libro per pochi. I suoi contenuti e, per alcuni aspetti, lo stile stesso richiamano immediatamente Nietzsche: il genio solitario per eccellenza, che ha dedicato pagine sublimi alla necessità, intrinseca ad alcune anime, di prendere le distanze dal mondo, di raccogliersi nella propria interiorità e di sperimentare l&#8217;ebbrezza vertiginosa creativa della libertà assoluta che solo la solitudine promuove. È singolare, pertanto, e quasi incomprensibile che, nel profluvio di citazioni che caratterizzano il saggio, Nietzsche, al quale si deve, tra l&#8217;altro, l&#8217;aforisma più icastico sul bisogno di raccoglimento interiore (&#8221;Odio coloro che mi tolgono la solitudine, senza farmi compagnia&#8221;) non venga nominato una sola volta e risulti addirittura assente dalla bibliografia.</p>
<p>I pochi, a cui il libro esplicitamente si rivolge, sono coloro la cui esperienza, per mantenersi fedele a se stessa, deve sottrarsi alla suggestione della socializzazione forzata che caratterizza il nostro mondo, rifuggire dalle alienazioni imposte dalla vita sociale e rifugiarsi nella solitudine riflessiva e meditativa che promuove e alimenta l&#8217;individuazione.</p>
<p>I destinatari del libro e il suo impianto concettuale sono enunciati così nel prologo:</p>
<blockquote>
<p>Questo libro si rivolge [...] a una minoranza ben risoluta che persegua la solitudine come antidoto ai molti mali presenti, eventuali, prima o poi inevitabili. La proposta, va subito chiarito, si rivela più credibile se la raccoglie chi possa ammettere di avere odi aver avuto una vita non del tutto infelice o che abbia già saputo fare del dolore un&#8217;occasione di rinascita. Vivendola in piena consapevolezza e come esperienza di elevazione umana oltre che intellettuale o poetica. Ed è tale la vita che, per affetto ricevuto e restituito, ci consenta di allontanarci senza strazio eccessivo, rassicurati da un&#8217;interna ricchezza pur a un certo punto perduta. Rappresentata oltre che da una disposizione naturale alla riservatezza e a un bisogno fisico di starsene da soli, dalla attitudine ad aiutarsi attraverso un&#8217;intensa attività introspettiva. In altre parole, grazie alla fedeltà verso un pensiero riflessivo capace di oltrepassare le banalità. Per dedicarsi alla propria maturazione, a una incessante conversazione con gli eventi e le circostanze esistenziali che ci ripropongono interrogativi insolubili. Ma per questo capaci di scuotere la nostra pigrizia, di ostacolare l&#8217;assuefazione emotiva, l&#8217;acquiescenza intellettuale.<br />
<br />
L&#8217;introspezione è figlia naturale, seppur non sempre prediletta, poi in seguito riabilitata (talvolta) negli anni adulti, della timidezza. La propensione dell&#8217;animo che ha ben chiaro che cosa sia un sano e civile diritto alla privacy. Da ribattezzare in quanto giusta causa e buona ragione individuale a poter dedicarsi senza troppi ostacoli a una vita vissuta all&#8217;insegna dei privilegi, ad altri incomprensibili, che il sentimento della timidezza è in grado di offrire. Se coltivato oltre gli aspetti istintivi e originati. Quando pur essa venga con coerenza e a ragion veduta non più combattuta, bensì inclusa nella propria storia. Perché la timidezza è punto di partenza e compagna di ogni propensione alla vita schiva; nell&#8217;incontro con la sua alleata elettiva, la solitudine. In quanto esperienza interiore, intima, indicibile a chicchessia, che conferisce pienezza e non desolazione a quanto sia dato vivere sui crinali dello sconforto.<br />
<br />
La timidezza, in tal modo, si rende una forma di sensibilità verso il mondo e se stessi, del tutto alleata alla passione per la solitudine come desiderio. Da difendere, con spontaneità e da esibire in ogni circostanza, sia questa amorosa, famigliare, amicale e financo, in quanto forma trasparente di stare tra gli altri, professionale. Come una ricchezza dunque: per nulla come debolezza e passiva fragilità. Poiché, per molti, furono proprio le traversie del percepire e dell&#8217;agire timidamente la vita, non di certo le patologie fobiche e le sue derive morbose, a tributare un valore più alto a ciò che si rende emblema di una forza d&#8217;animo dotata di spirito di indipendenza. La timidezza, rafforzata dalle scelte solitarie, con la solitudine come iniziazione a essa, può essere in grado di rafforzare il carattere, le condotte, le decisioni che possono contare più di altre se, in una lizza tutta segreta dentro di sé, la posta in gioco sia il percepire (tra ragione e sentire) che si va adempiendo una crescita interiore come scopo esistenziale.<br />
<br />
La scelta schiva, di cui qui si leggerà, non equivale pertanto a &#8220;schivare la vita&#8221;. A ritrarsi in una beata vacanza in qualche luogo disabitato, per inseguire la propria felicità in santa pace. Smettendo &#8211; di punto in bianco &#8211; di frequentare il prossimo. Occorre imparare a prenderne le distanze (proverbiale attitudine dei timidi) proprio nei momenti di maggiore pienezza dell&#8217;emozione di vivere insieme ad altri. Imparando a partire e a viaggiare da soli, a camminare senza alcuna compagnia, a chiudersi la porta alle spalle esigendo che nessuno disturbi, non per lavoro ma per pensare in libertà. Questi sono atti &#8220;topici&#8221;. E poi: dormire da soli, gironzolare per strade sconosciute o per musei senza ciceroni di sorta, rifugiarsi in una biblioteca e, anche se non credenti, in una chiesa. Senza che per perseguire il proprio intento si debba scendere in un rifugio o in una trincea; dalla quale osservare &#8211; attraverso gli occhi altrui -. le miserie umane, credendosi protetti e innocenti. Si tratta, semmai, di riconquistare una possibilità di convivenza, seppur instabile, come tutto, tra il diritto a dire onestamente &#8220;questo sono io&#8221; e il resto del mondo, che si renderebbe più amabile, più evoluto, più assennato se intraprendesse i nostri esperimenti con la solitudine. A tale scopo, far esercizi schivi, nel vicino o nel lontano, per poco o per molto, ci aiuterà a capire quale sia il livello di tolleranza e di sopportabilità del nostro saper stare soli.<br />
<br />
È una prova di maturità questa nell&#8217;interminabile iniziazione a essa.<br />
<br />
Ammesso che l&#8217;inseguirla possa ancora aver un peso. La più ardua, specie se non ci congediamo dalla comunità dei nostri simili almeno di quando in quando per masochismo, per espiazione o per misantropia. Per qualche sofferenza psichica che la solitudine non può guarire. Piuttosto per iniziarci, in questa libertà privilegiata già di per sé rara e non comune, a qualcosa di inusuale, che riserva sempre sorprese, che non interrompe anzi prolunga la nostra autoeducazione. Quando il compimento della nostra storia di formazione inizia proprio quando ci chiediamo se siamo in grado di diventare maestri di noi stessi. Non soltanto esploratori dei nostri enigmi. Sapendo ormai bene quel che vogliamo da scelte controcorrente, anticonformiste, eccentriche, incomprese.<br />
<cite> pp. 23-25</cite></p>
</blockquote>
<p>&#8220;Occasioni e forme del sentire&#8221; (p. 33), timidezza e solitudine sono intimamente associate:</p>
<blockquote>
<p>Chi la timidezza abbia incontrato in passato sulla propria strada o ancora la provi come il primo giorno, seppur nel mutar della vita, è più abituato di altri a confrontarsi con le necessità e le circostanze della solitudine. A non temerle, anzi a desiderarle. A renderle parte accetta e integrante, ineliminabile, della propria storia.<br />
<br />
Chi la solitudine prediliga o l&#8217;abbia eletta a costume e condotta, non può non essersi incontrato con la timidezza, che invoglia e abitua a evitare la gente e ad appartarsi. Avendo scelto se stesso per compagno o compagna ideali, in appagante e intima amicizia. Non più disposto a barattare la propria libertà di andare e venire a proprio piacimento. Secondo un estro che non disdegna del tutto il ricomparire in pubblico, lesinando le frequentazioni.<br />
<cite> p. 33</cite></p>
</blockquote>
<blockquote>
<p>Le emozioni derivanti da entrambe, pur non coincidenti del tutto, costituiscono ciò che in questo libro si è scelto di chiamare &#8220;sentire schivo&#8221;. Non esauribile in un istante, bensì frequentato da chiunque nutra una naturale propensione per scelte di allontanamento, radicali o discrete, dai propri simili.<br />
<br />
Il sentire schivo cercato dona intensi momenti di serenità o di vigorosa concentrazione a coloro che avvertuno istintivamente tale richiamo e che sono disponibili, quasi in una autodisciplina morale, a educarsi a esso. Più disponibili di altri a soffermarsi a ricordare; a riflettere sulla propria storia, a ragionare su di sé. Senza alcun altro intento che non sia provarne il più personale diletto. Cui risonanze di natura etica, non sono certo estranee; poiché quanto ha il potere di rafforzare il senso dell&#8217;io, l&#8217;esplorazione della propria interiorità, genera ritorni inaspettati e più convinti. Questi spazi, in cui pur non ritenendoci timidi lo diventiamo prendendo le distanze, schivando i mondi abituali, andando a cercare la solitudine, sono dunque (e da gran tempo) quanto di più propizio per l&#8217;introspezione, la scrittura, la preghiera, la contemplazione. Tutti motivi che concorrono alla nostra, interminabile, formazione invisibile, segreta, attraversata da reversibilità preziose e da meno tenaci resistenze al cambiamento.<br />
<cite> p. 37</cite></p>
</blockquote>
<p>La timidezza promuove la solitudine perché essa, intesa in senso proprio, la postula come bisogno:</p>
<blockquote>
<p>Si diventa timidi: non solo &#8211; alcuni affermano &#8211; si nasce tali, per violenze subite, per soprusi e traumi pressoché inguaribili. Ma, in tali casi gravi, occorrerebbe trovare altre parole invece di continuare ad agitare lo spettro della timidezza per designare ciò che, ben oltre un disturbo psichico indotto, costituisce un&#8217;ipersensibilità non necessariamente devastata da una ferita. La timidezza è ben più di una condotta difensiva, una sorta di sindrome autoprotettiva: è una figura dell&#8217;umano, una voglia di vivere dalle caratteristiche peculiari. Si divincola se tentiamo di ridurla a una categoria clinica; accetta semmai di restare una evocazione letteraria. Essa va riletta in ogni storia di vita, poiché non vi è esistenza individuale che non la conosca, pur in forme leggere, episodiche, mutevoli nel tempo. Nella facoltà riconosciuta di divenire quello che gli schivi non possono che essere: i latori di una sensibilità eccessiva. In sicura controtendenza, se le consuetudini dominanti, i costumi accettati continueranno sempre (come pare) a esaltare aggressività e rivalità sleali. A niente che non sia, più che &#8220;normale&#8221;. Questo modo di essere, che non cessa di apparire segno di follia, di pessimismo, di depressione &#8211; senza gli eccessi dolorosi possibili &#8211; sempre più arriva a consolidarsi mutandosi in stile esistenziale duraturo. Fino ad attraversare tutte le età, in declinazioni pur differenti, che rendono la solitudine il motivo conduttore, e ispiratore, la risorsa emotiva e intellettuale, di tutta una vita. Chi la timidezza ha sofferto e ha patito, ingessato nel silenzio che non riusciva a infrangere, di questo stato trascorso può avere un ricordo sofferto o viceversa consolante, ma quale sia la sua storia, quali i conti non del tutto risolti, da essa avrà imparato. Ne avrà ormai meno timore, potrà considerarla finalmente un vantaggio e un antidoto per disavventure peggiori. Quasi un tirocinio di cui non ci si può stancare, un&#8217;educazione alla tenacia del carattere, un dischiudersi di altre sensibilità. Del tutto ignote ai presuntuosi, ai sicuri di sé, agli arroganti. A patto che non sia caduto nella trappola di rivaleggiare con i loro modi, disperdendo le qualità insostituibili del sentimento e delle virtù della timidezza.<br />
<cite> pp. 38-39</cite></p>
</blockquote>
<p>Nel nostro mondo:</p>
<blockquote>
<p>La comunità dispersa dei &#8220;puri di cuore&#8221;, dei &#8220;nobili d&#8217;animo&#8221;, dei &#8220;beati&#8221; in spirito, degli &#8220;incapaci di vivere&#8221;, è sempre più una minoranza in pericolo che rischia l&#8217;estinzione, per forze impari e troppo malthusiane prepotenze.<br />
<br />
E, invece, la timidezza quando da sentimento si rende tenacia morale, ecco che ci mostra altri suoi volti:<br />
<br />
- è alle radici delle filosofie dedite alla meditazione interiore;<br />
- è il requisito che muove la ricerca individuale di un dio nascosto nei luoghi del silenzio o di una natura priva di ogni eco trascendente;<br />
- è la condizione senza la quale la preghiera &#8211; credente o miscredente -, la meditazione, il piacere di contemplare non potrebbero darsi;<br />
- è la necessaria pietra dello scandalo in un universo dove il male assoluto, disordinato e inestinguibile, è la violenza che ogni timido teme per sé e per tutti.<br />
<br />
Perciò la più vera, originaria, natura della timidezza è una pulsione di vita e non di morte. Tanto più perché la mente timida ne è costantemente abitata, così pervasa dal sentimento della fine, della efemericità del tutto. Dalla assillante presenza dell&#8217;&#8221;esperienza dell&#8217;Insolubile&#8221;.</p>
<p>La tristezza che i timidi-solitari frequentano tanto spesso, nelle declinazioni della malinconia, della nostalgia, della tragicità del proprio essere apparsi al mondo, trovano come loro riscatto, la tensione e la ripetuta tentazione spasmodica di vivere fino in fondo tali umori. In quanto momenti della vita da conoscere senza rimuoverli da sé o rifuggirli, in quanto sottrarrebbero tempo (e denaro) da spendere altrimenti, da bruciare in istanti che la lentezza proverbiale di chi insegue la solitudine non può sopportare. Poiché i timidi ben hanno imparato a riconoscerne la funesta presenza, sul ciglio di quel nulla che li ha sempre attratti. Nelle sembianze di un timoroso accostarsi agli altri, in quel senso di vuoto e di vanità di ogni cosa innanzitutto. Nella paura di esporsi troppo, di alzare la voce o soltanto di parlare in pubblico. Chi è nato nel sentire timido conosce assai bene l&#8217;esitazione, la fragilità, il dubbio e non si rende conto sovente invece di quanta sapienza per la preparazione al vivere, per la sussistenza quotidiana, si celi in tutto ciò. Però ha coltivato in sé, in questa esorbitante titubanza, la volontà tenace di non soccombere alle prepotenze del mondo e, per di più, senza mostrare alcuna invidia per i prepotenti. Semmai, molta ironia e dileggio nei loro confronti. Il compito dei timidi, che tali tengano a restare &#8211; segno inequivocabile di uno scatto verso la meta ancora ambita della maturità alla quale nel loro incedere incerto sono più vicini di altri &#8211; può consistere nel tentare di educare alla vita schiva coloro che la rifuggano. La cui ragion d&#8217;essere, lo si vuol ribadire, non è certo ascrivibile, o riducibile, a un tipo umano e tanto meno psicologico. E piuttosto una qualità dell&#8217;intelletto, oltre che un&#8217;esperienza emotiva; la quale da sempre disprezzata dagli spavaldi ha informato la storia del pensiero umano cui necessita la solitudine per germinare e poi tornare al mondo.<br />
<cite> p. 51</cite></p>
</blockquote>
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		<title>L&#8217;ospite inquietante &#8211; Umberto Galimberti</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Jan 2008 16:00:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[1.

Umberto Galimberti
L&#8217;ospite inquietante
Rizzoli, Milano 2007

 
Una landa desolata, ove il vuoto, il non senso, l&#8217;aridità emozionale, l&#8217;incapacità di stabilire rapporti significativi con gli altri, l&#8217;indifferenza nei confronti della generazione dei padri, delle tradizioni da essi trasmesse e dell&#8217;ordinamento sociale, l&#8217;assenza di qualsivoglia progetto che vada al di là del vivere alla giornata, rimbombano drammaticamente, spingendo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1.</h3>
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<p>Umberto Galimberti</p>
<p><em>L&#8217;ospite inquietante</em></p>
<p>Rizzoli, Milano 2007</p>
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<p>Una landa desolata, ove il vuoto, il non senso, l&#8217;aridità emozionale, l&#8217;incapacità di stabilire rapporti significativi con gli altri, l&#8217;indifferenza nei confronti della generazione dei padri, delle tradizioni da essi trasmesse e dell&#8217;ordinamento sociale, l&#8217;assenza di qualsivoglia progetto che vada al di là del vivere alla giornata, rimbombano drammaticamente, spingendo i soggetti ad adottare qualunque soluzione che allevi l&#8217;insostenibile angoscia di essere nessuno: questa è la condizione giovanile che <span class="highlight-blue-b">Galimberti</span> analizza nei suoi molteplici aspetti, adottando il punto di vista dell&#8217;osservatore partecipe che non rinuncia alla neutralità obbiettiva dello studioso, privilegia la comprensione dei fenomeni rispetto al giudicare, è immune da ogni intento consolatorio, e si astiene dal fornire ricette e soluzioni del male, senza rinunciare, peraltro, a delineare una prospettiva positiva.<br />
Per l&#8217;ottica adottata, la profondità dell&#8217;analisi, il superamento dello psicologismo, l&#8217;orientamento dialettico che raccorda il particolare alla totalità, si tratta di un libro che si può tranquillamente ritenere eccezionale nel panorama della pubblicistica sul disagio giovanile.</p>
<p>Alcuni articoli pubblicati su <a href="http://www.nilalienum.it">Nil Alienum</a> (<a href="http://www.nilalienum.it/Sezioni/Aggiornamenti/Infanzia%20e%20Adolescenza/BucoNero.html"><em>Il buco nero nell&#8217;anima giovanile</em></a>, <a href="http://www.nilalienum.it/Sezioni/Aggiornamenti/Infanzia%20e%20Adolescenza/Bullismo.html"><em>Il bullismo e la frontiera della cultura</em></a>) hanno messo a fuoco lo stesso problema. Sarebbe ridicolo, però, da parte mia, non riconoscere che il saggio di Galimberti è molto più articolato, profondo e incisivo: un piccolo ma denso capolavoro sotto il profilo psicosociologico.</p>
<p>Detto questo per onestà intellettuale, anticipo di non essere d&#8217;accordo con Galimberti su alcuni punti che ritengo particolarmente importanti. Mi soffermerò su di essi dopo un&#8217;analisi del saggio che prende in considerazione soprattutto la lunga introduzione e le proposte che l&#8217;autore avanza nei capitoli finali. Le analisi dei fenomeni comportamentali giovanili &#8211; dall&#8217;esibizionismo mediatico (cap. 5) alle generazioni nichiliste (cap. 9) -, che occupano il corpo centrale del saggio, si possono ritenere sintetiche ma perfette.<br />
Il tema del libro, anticipato dal titolo, è l&#8217;effetto del nichilismo, vale a dire della &#8220;morte di Dio&#8221; e della perdita di prestigio dei valori tradizionali, sulla condizione giovanile, caratterizzata da un oscuro, pervasivo malessere:</p>
<blockquote>
<p>Un libro sui giovani: perché i giovani, anche se non sempre ne sono consci, stanno male. E non per le solite crisi esistenziali che costellano la giovinezza, ma perché un ospite inquietante, il nichilismo, si aggira tra loro, penetra nei loro sentimenti, confonde i loro pensieri, cancella prospettive e orizzonti, fiacca la loro anima, intristisce le passioni rendendole esangui.<br />
<br />
Le famiglie si allarmano, la scuola non sa più cosa fare, solo il mercato si interessa di loro per condurli sulle vie del divertimento e del consumo, dove ciò che si consuma non sono tanto gli oggetti che di anno in anno diventano obsoleti, ma la loro stessa vita, che più non riesce a proiettarsi in un futuro capace di far intravedere una qualche promessa. Il presente diventa un assoluto da vivere con la massima intensità, non perché questa intensità procuri gioia, ma perché promette di seppellire l&#8217;angoscia che fa la sua comparsa ogni volta che il paesaggio assume i contorni del deserto di senso.<br />
<br />
Interrogati non sanno descrivere il loro malessere perché hanno ormai raggiunto quell&#8217;analfabetismo emotivo che non consente di riconoscere i propri sentimenti e soprattutto di chiamarli per nome. E del resto che nome dare a quel nulla che li pervade e che li affoga? Nel deserto della comunicazione, dove la famiglia non desta più alcun richiamo e la scuola non suscita alcun interesse, tutte le parole che invitano all&#8217;impegno e allo sguardo volto al futuro affondano in quell&#8217;inarticolato all&#8217;altezza del quale c&#8217;è solo il grido, che talvolta spezza la corazza opaca e spessa del silenzio che, massiccio, avvolge la solitudine della loro segreta depressione come stato d&#8217;animo senza tempo, governato da quell&#8217;ospite inquietante che Nietzsche chiama &#8220;nichilismo&#8221;&#8230;<br />
<cite>(p. 12)</cite></p>
</blockquote>
<p>Il malessere giovanile è vissuto sul registro dell&#8217;esperienza soggettiva, quindi sul registro psicologico, ma esso ha una tale diffusione e riguarda, con analoghe modalità, un numero tale di soggetti da costringere a considerarlo un <strong>fenomeno storico-culturale collettivo</strong> piuttosto che una somma di singole esperienze:</p>
<blockquote>
<p>Se l&#8217;uomo, come dice Goethe, è un essere volto alla costruzione di senso (Sinngebung), nel deserto dell&#8217;insensatezza che l&#8217;atmosfera nichilista del nostro tempo diffonde il disagio non è più psicologico, ma culturale. E allora è sulla cultura collettiva e non sulla sofferenza individuale che bisogna agire, perché questa sofferenza non è la causa, ma la conseguenza di un&#8217;implosione culturale di cui i giovani, parcheggiati nelle scuole, nelle università, nei master, nel precariato, sono le prime vittime&#8230;<br />
<br />
Se il disagio giovanile non ha origine psicologica ma culturale, inefficaci appaiono i rimedi elaborati dalla nostra cultura, sia nella versione religiosa perché Dio è davvero morto, sia nella versione illuminista perché non sembra che la ragione sia oggi il regolatore dei rapporti tra gli uomini, se non in quella formula ridotta della &#8220;ragione strumentale&#8221; che garantisce il progresso tecnico, ma non un ampliamento dell&#8217;orizzonte di senso per la latitanza del pensiero e l&#8217;aridità del sentimento.<br />
<cite>(pp. 12-13)</cite></p>
</blockquote>
<p>L&#8217;ottundimento della capacità di riflessione e l&#8217;anestetizzazione emotiva sono, di fatto, gli indizi più rilevanti della cattura che il <strong>nichilismo</strong>, la cui genesi è remota, opera sulle coscienze giovanili:</p>
<blockquote>
<p>Il nichilismo è un&#8217;antica figura, perché intorno all&#8217;essere e al nulla si è aperto il grande scenario della filosofia che, a differenza della religione e della scienza, non si è assestata sul positivo atteso o realizzato, ma in quel frammezzo tra positivo e negativo, tra essere e nulla, in cui la decisione si fa più drammatica e più vertiginosa la scelta di campo. Una scelta, infatti, che non è tra questo o quell&#8217;ente, tra Dio o il mondo, ma tra il senso della totalità dell&#8217;essere e la sua implosione.<br />
<br />
Da Gorgia&#8211; per il quale &#8220;nulla è; se anche fosse, non sarebbe conoscibile; se anche fosse conoscibile, non sarebbe comunicabile&#8221; &#8211; a Heidegger &#8211; per il quale &#8220;che ne è dell&#8217;essere? Dell&#8217;essere ne è nulla! E se proprio qui si rivelasse l&#8217;essenza del nichilismo finora rimasta nascosta?&#8221; -, per l&#8217;intero arco della storia della filosofia, l&#8217;ospite inquietante ha fatto sentire la sua presenza, ma solo oggi, solo nel nostro tempo, questa presenza è divenuta clima della terra, spaesamento di tutti i paesaggi che gli uomini nella loro storia hanno di volta in volta faticosamente costruito per abitare la terra. Ma perché proprio oggi? Perché, scrive Franco Volpi:<br />
<br />
Oggi i riferimenti tradizionali &#8211; i miti, gli dèi, le trascendenze, i valori &#8211; sono stati erosi dal disincanto del mondo. La razionalizzazione scientifico-tecnica ha prodotto l&#8217;indecidibilità delle scelte ultime sul piano della sola ragione. Il risultato è il politeismo dei valori e l&#8217;isostenia delle decisioni, la stessa stupidità delle prescrizioni e la stessa inutilità delle proibizioni. Nel mondo governato dalla scienza e dalla tecnica l&#8217;efficacia degli imperativi morali sembra pari a quella dei freni di bicicletta montati su un jumbo. Sotto la calotta d&#8217;acciaio del nichilismo non v&#8217;è più virtù o morale possibile.<br />
<cite>(p. 17)</cite></p>
</blockquote>
<p>La &#8220;morte di Dio&#8221; ha dunque sprigionato le sue micidiali potenzialità di indurre smarrimento perché, ad essa, si è associata anche la <strong>crisi della razionalità scientifico-tecnica</strong> che avrebbe dovuto sopperirla. Figlia della scienza, la tecnica manipola l&#8217;uomo, lo rende un appendice degli strumenti, lo estranea a se stesso:</p>
<blockquote>
<p>La tecnica, infatti, è entrata in profondo conflitto con il primato che l&#8217;uomo aveva assegnato a se stesso nella storia dell&#8217;essere. E in verità, nell&#8217;assuefazione con cui utilizziamo strumenti e servizi che riducono lo spazio, velocizzano il tempo, leniscono il dolore, vanificano le norme su cui sono state scalpellate tutte le morali, rischiamo di non chiederci se il nostro modo di essere uomini non sia troppo antico per abitare l&#8217;età della tecnica che non noi, ma l&#8217;astrazione della nostra mente ha creato, obbligandoci, con un&#8217;obbligazione più forte di quella sancita da tutte le morali che nella storia sono state scritte, a entrarvi e a prendervi parte.<br />
<br />
In questo inserimento rapido e ineluttabile portiamo ancora in noi i tratti dell&#8217;uomo pre-tecnologico che agiva in vista di scopi inscritti in un orizzonte di senso, con un bagaglio di idee proprie e un corredo di sentimenti in cui si riconosceva. L&#8217;età della tecnica ha abolito questo scenario umanistico, e le domande di senso restano inevase non perché la tecnica non è ancora abbastanza perfezionata, ma perché non rientra fra le sue competenze trovar risposte a simili domande.<br />
<br />
La tecnica, infatti, non tende a uno scopo, non promuove un senso, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela la verità: la tecnica funziona. E siccome il suo funzionamento diventa planetario, finiscono sullo sfondo, incerti nei loro contorni corrosi dal nichilismo, i concetti di individuo, identità, libertà, salvezza, verità, senso, scopo, ma anche quelli di natura, etica, politica, religione, storia di cui si era nutrita l&#8217;età pre-tecnologica, e che ora, nell&#8217;età della tecnica, dovranno essere riconsiderati, dismessi, o rifondati dalle radici.<br />
<cite>(pp. 20-21)</cite></p>
</blockquote>
<p>Che il &#8220;disincanto del mondo&#8221;, anticipato da Max Weber, fosse destinato a produrre una crisi culturale epocale, era, in una certa misura, scontato. La crisi che esso ha prodotto a livello giovanile, espressa da &#8220;sofferenze non hanno una vera e propria origine psicologica, ma riflettono la tristezza diffusa che caratterizza la nostra società contemporanea, percorsa da un sentimento permanente di insicurezza e di precarietà&#8221; (p. 26), può essere ricondotta ad un unico fattore di ordine generale: una percezione &#8220;persecutoria&#8221; del futuro:</p>
<blockquote>
<p>In che cosa consiste questa crisi? In un cambiamento di segno del futuro: dal futuro-promessa al futuro-minaccia. E siccome la psiche è sana quando è aperta al futuro (a differenza della psiche depressa tutta raccolta nel passato, e della psiche maniacale tutta concentrata sul presente), quando il futuro chiude le sue porte o, se le apre, è solo per offrirsi come incertezza, precarietà, insicurezza, inquietudine, allora, come dice Heidegger, &#8220;il terribile è già accaduto&#8221;, perché le iniziative si spengono, le speranze appaiono vuote, la demotivazione cresce, l&#8217;energia vitale implode.<br />
<br />
[...] Tutto ciò è cominciato con la &#8220;morte di Dio&#8221; annunciata da Nietzsche che ha segnato la fine dell&#8217;ottimismo teologico che visualizzava il passato come male, il presente come redenzione, il futuro come salvezza. La morte di Dio non ha lasciato solo orfani, ma anche eredi. La scienza, l&#8217;utopia e la rivoluzione hanno proseguito, in forma laicizzata, questa visione ottimistica della storia, dove la triade colpa, redenzione, salvezza trovava la sua riformulazione in quell&#8217;omologa prospettiva dove il passato appare come male, la scienza o la rivoluzione come redenzione, il progresso (scientifico o sociologico) come salvezza.<br />
<cite>(p. 26)</cite></p>
</blockquote>
<p>Purtroppo, la salvezza anticipata e promessa dall&#8217;Illuminismo, da tutti i movimenti di liberazione dell&#8217;uomo che ad esso si sono ispirati e, infine, dal consumismo è venuta meno, dando luogo ad un&#8217;affannosa ricerca del benessere <em>hic et nunc</em>, del <em>carpe diem</em>, che non appare capace di colmare il vuoto dell&#8217;esistenza:</p>
<blockquote>
<p>Oggi questa visione ottimistica è crollata. Dio è davvero morto e i suoi eredi (scienza, utopia e rivoluzione) hanno mancato la promessa. Inquinamenti di ogni tipo, disuguaglianze sociali, disastri economici, comparsa di nuove malattie, esplosioni di violenza, forme di intolleranza, radicamento di egoismi, pratica abituale della guerra hanno fatto precipitare il futuro dall&#8217;estrema positività della tradizione giudaico-cristiana all&#8217;estrema negatività di un tempo affidato a una casualità senza direzione e orientamento.<br />
<br />
E questo perché, se è vero che la tecno-scienza progredisce nella conoscenza del reale, contemporaneamente ci getta in una forma di ignoranza molto diversa, ma forse più temibile, che è poi quella che ci rende incapaci di fronte alla nostra infelicità e ai problemi che ci inquietano e che paurosamente ruotano intorno all&#8217;assenza di senso. Per dirla con Spinoza, viviamo in un&#8217;epoca dominata da quelle che il filosofo chiama le &#8220;passioni tristi&#8221;, dove il riferimento non è al dolore o al pianto, ma all&#8217;impotenza, alla disgregazione e alla mancanza di senso, che fanno della crisi attuale qualcosa di diverso dalle altre a cui l&#8217;Occidente ha saputo adattarsi, perché si tratta di una crisi dei fondamenti stessi della nostra civiltà&#8230;<br />
<br />
La mancanza di un futuro come promessa arresta il desiderio nell&#8217;assoluto presente. Meglio star bene e gratificarsi oggi se il domani è senza prospettiva. Ciò significa che nell&#8217;adolescente non si verifica più quel passaggio naturale dalla libido narcisistica (che investe sull&#8217;amore di sé) alla libido oggettuale (che investe sugli altri e sul mondo). Senza questo passaggio, si corre il rischio di indurre gli adolescenti a studiare con motivazioni utilitaristiche, impostando un&#8217;educazione finalizzata alla sopravvivenza, dove è implicito che &#8220;ci si salva da soli&#8221;, con conseguente affievolimento dei legami emotivi, sentimentali e sociali.<br />
<cite>(pp. 27-28)</cite></p>
</blockquote>
<p>Al venire meno di una prospettiva futura o al suo impregnarsi di valenze &#8220;persecutorie&#8221;, le istituzioni pedagogiche (Famiglia e Scuola) reagiscono adottando pedissequamente l&#8217;ideologia secondo la quale solo l&#8217;istruzione permette di inserirsi nella società e di diventare produttori di un reddito individuale. Tale ideologia ha un effetto devastante, perché riduce la formazione della personalità sociale all&#8217;acquisizione di competenze tecniche:</p>
<blockquote>
<p>Alla base della demotivazione scolastica esiste quella tendenza all&#8217;oggettivazione che porta i medici a considerare i pazienti solo come organismi, che porta nel mondo del lavoro a considerare gli uomini in base al solo criterio dell&#8217;efficienza, risolvendo la loro identità nell&#8217;efficacia della loro prestazione, che porta i professori a giudicare i loro studenti in base al profitto, termine che il mondo della scuola ha mutuato dal mondo economico, risolvendo l&#8217;educazione in un puro fatto quantitativo dove a sommarsi sono nozioni e voti.<br />
<br />
Siccome la quantità è misurabile con il calcolo, dalla scuola vengono espulse tutte quelle dimensioni che sfuggono alla calcolabilità, quindi: creatività, emozioni, identificazioni, proiezioni, desideri, piaceri, dolori che costellano la crescita giovanile e di cui la scuola non tiene il minimo conto. Ciò spiega perché a scuola vanno bene e prendono bei voti quei ragazzi che hanno un basso livello di creatività, scarsi impianti emozionali, limitate proiezioni fantastiche. Libera da questi inconvenienti, la mente può disporsi più agevolmente a immagazzinare tutte quelle nozioni che si ordinano con rigore e precisione; più sono disanimate, meno coinvolgono l&#8217;anima, all&#8217;insegna di quel risparmio emotivo che rende l&#8217;incasellamento delle informazioni molto più agevole.<br />
<br />
Espulsa dalla scuola l&#8217;educazione emotiva, l&#8217;emozione vaga senza contenuti a cui applicarsi, ciondolando pericolosamente tra istinti di rivolta, che sempre accompagnano ciò che non può esprimersi, e tentazioni d&#8217;abbandono in quelle derive di cui il mondo della discoteca, dell&#8217;alcol e della droga sono solo esempi neppure troppo estremi.<br />
<cite>(p. 35)</cite></p>
</blockquote>
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		<title>Commento di Tiziana Silvestri al saggio &#8220;Abbecedario di scienze umane e sociali&#8221;</title>
		<link>http://www.legaintroversi.it/2007/12/07/commento-di-tiziana-silvestri-al-saggio-abbecedario-di-scienze-umane-e-sociali/</link>
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		<pubDate>Fri, 07 Dec 2007 12:33:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Saggi del dott. Anepeta]]></category>
		<category><![CDATA[Anepeta]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[saggi]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Signori&#8230; la vita (NON) è servita!&#8221;
Si potrebbe dire a mo&#8217; di slogan, avendo nella mente e nella pancia la lettura di un ABC (!&#8230; direi un Alfa-Omega) che ci consegna la grande nozione del dubbio come esercizio salutare alla riconciliazione con il mondo.
Abituati (o no) a sentire quotidianamente, da fronti eterogenei più o meno accreditati, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Signori&#8230; la vita (NON) è servita!&#8221;</p>
<p>Si potrebbe dire a mo&#8217; di slogan, avendo nella mente e nella pancia la lettura di un <a href="/2007/11/28/abbecedario-di-scienze-umane-e-sociali/">ABC</a> (!&#8230; direi un Alfa-Omega) che ci consegna la grande nozione del dubbio come esercizio salutare alla riconciliazione con il mondo.</p>
<p>Abituati (o no) a sentire quotidianamente, da fronti eterogenei più o meno accreditati, ricette e ricettine laiche o religiose sulla panacea che vinca il Male e ci conduca tutti alla felicità senza grandi problemi, l&#8217;Autore non cede mai alla tentazione di fornirci segreti e scorciatoie per tragitti che richiedono invece, vuoi o non vuoi, tempo e sforzo.</p>
<p>L&#8217;ansia della felicità che è connaturata ad ogni uomo, si lega intrinsecamente alla natura precaria del nostro vivere, alla presunzione (che inevitabilmente si avvererà) del dolore fino alla certezza della morte.</p>
<p>Una riflessione seria sulla condizione dell&#8217;uomo oggi (e qui è serissima, se solo si apprezzano i contributi interdisciplinari forniti dall&#8217;Autore) ci conduce passo passo, tra un inciampo e una risata, alla importante conclusione che la presa di coscienza dei propri limiti, della propria precarietà e finitezza (intrinseca al dato di realtà che siamo biologicamente determinati) deve essere alla base di ogni tentativo di interpretazione del mondo, dovendo dare per assunto che ogni interpretazione in quanto frutto mediato dell&#8217;attività cosciente, ha già di per sé dei limiti oggettivi.</p>
<p>Quello che più colpisce è la franchezza con cui l&#8217;Autore ci mette di fronte a concetti che, nella maggior parte dei casi, o vengono ignorati, o rimossi o faticosamente ricercati.</p>
<p>Cosicché, peccando irrimediabilmente di <em>ubris</em> (ma senza castigo infernale) l&#8217;uomo ha distolto la sua attenzione e le sue energie dal cercare per sé ed i suoi simili un ambiente sereno e coerente in cui dar sfogo ai suoi bisogni finalmente autentici e dall&#8217;adoperarsi, senza anni e anni di Cultura, al fine di vivere degnamente e pienamente il suo passaggio casuale nel mondo.</p>
<p>L&#8217;intuizione dell&#8217;infinito, che più o meno precocemente si affaccia agli animi impreparati a sostenerla, è tale da mescolare non poco le carte, e produce un&#8217;ansia che, se non compresa, pregiudica totalmente la possibilità di godere della pienezza del vivere.</p>
<p>Così come sembra strano a chi legge, che l&#8217;uomo contemporaneo si dia tanto da fare per mistificare, cancellare, addirittura anestetizzare (salvo poi pagarne il prezzo!) quel bagaglio di emozioni, che rappresenta l&#8217;unica possibilità data ad ognuno di noi, di legarsi veramente al mondo in cui vive, respira e sospira, di assicurarsi il senso di appartenenza e partecipazione alle sorti e ai dolori altrui (che poi sono anche i nostri) e di toccare, sfiorare o lasciarsi penetrare da quella felicità, quel benessere, che tutti ricerchiamo , ma che pochi sanno dove e soprattutto come trovare&#8230;</p>
<p>L&#8217;Autore ci conduce per mano lungo tutto lo sviluppo evolutivo, in modo da apprezzare consapevolmente le tappe fondamentali che hanno portato da un sostanziale equilibrio primigenio fino all&#8217;irrequietezza, all&#8217;incompiutezza contemporanea, spesso insensata, di un mondo che pare aver dimenticato di tributare gratitUdine per chi ci ha consegnato le chiavi attraverso cui conoscere, capire e di nuovo scoprire. E sempre di uomini si parla&#8230;</p>
<p>Sembra difficile per la gran parte di noi, per non dire arduo, pensare che ci sia un patrimonio dato e ingovernabile, determinato e fisso, sul quale però poter declinare, a seconda delle condizioni dell&#8217;ambiente in cui per sorte o sortilegio ci si trova, infinite possibilità di esser-ci, di esistere, di stare&#8230; facendo fruttare al meglio conoscenze, intuizioni e memorie.</p>
<p>Il terreno è scosceso e periglioso, ma vale la pena trovare e assaporare il gusto di riuscire a superare condizioni e costrizioni (culturali/storiche), attraverso un processo di individuazione (che nulla ha a che fare con l&#8217;ansia, propria di ogni spurio individualismo, di pone l&#8217;uomo al centro di tutto, ma solo per egoismo e/o interesse), che approda al superamento personale del bagaglio di valori che possono averci felicemente infarcito o tristemente inquinato, e che comunque ci fa uscire dall&#8217;Ovvio e dall&#8217;essere <em>Conforme A</em>, cosa che oggi, non solo non ci mette a rischio di morte (&#8230;), ma che forse ci sottrae proprio al senso di morte che negli animi più sensibili inevitabilmente si affaccia quando la stoffa del mondo non riesce mai a tramutarsi in una pelle che ci copra, ci assomigli e ci riveli, nudi e veri per quello che siamo.</p>
<p>E dunque, grazie a questo gigantesco (inteso in senso ontologico) zibaldone percorriamo nodi e snodi decisivi per capire qualcosa su come organizzare una vita che abbia un senso, in primis per noi stessi, accettando la <em>lectio</em> (magistralis, direi), che: &#8220;per avere un po&#8217; di pace l&#8217;uomo è costretto a sviluppare tutte le sue qualità, fisiche e psichiche, in rapporto significativo, cioè vissuto, partecipato, con il mondo (se stessi, la natura, gli altri, la cultura)&#8221;.</p>
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