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	<title>LIDI - Lega Italiana per la tutela dei Diritti degli Introversi &#187; Bibliografia</title>
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	<description>Conoscere, riconoscere, riabilitare l&#039;introversione e prevenire il disagio degli introversi</description>
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		<title>La trama della vita &#8211; Jerome Kagan</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Aug 2011 07:21:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Kagan]]></category>
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		<description><![CDATA[1. Jerome Kagan La trama della vita Bollati Boringhieri, Torino 2011 Tutti gli studiosi ormai accettano che l&#8217;esperienza umana è fenotipica. Ogni corredo genetico individuale comporta una norma di reazione, vale a dire un insieme definito di possibili sviluppi la cui realizzazione dipende dall&#8217;ambiente. Il problema che per ora si può ritenere non risolto è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1.</h3>
<div id="biblio_box">
<p>Jerome Kagan</p>
<p><em>La trama della vita</em></p>
<p>Bollati Boringhieri, Torino 2011</p>
</div>
<p><!-- /biblio_box --> </p>
<p>Tutti gli studiosi ormai accettano che l&#8217;esperienza umana è fenotipica. Ogni corredo genetico individuale comporta una norma di reazione, vale a dire un insieme definito di possibili sviluppi la cui realizzazione dipende dall&#8217;ambiente. Il problema che per ora si può ritenere non risolto è quantificare l&#8217;incidenza dei fattori genetici e di quelli ambientali e specificare il modo interattivo in cui essi agiscono.</p>
<p>Nonostante la varietà delle esperienze umane, l&#8217;intuizione dell&#8217;esistenza di tipologie della personalità, che lasciano pensare ad un dato costituzionale di base, è antica (in <em>Tipi psicologici</em> Jung nebfornisce una ricostruzione storica piuttosto interessante), come pure la tendenza prevalente ad identificare due tipi di ordine generale ciascuno dei quali riconosce numerosi sottotipi. In questa ottica, i tipi appaiono notevolmente differenziati mentre i sottotipi creano uno spettro che giunge a ricoprire la varietà delle singole esperienze.</p>
<p><span class="highlight-blue-b">Jerome Kagan</span>, considerato uno dei precursori della psicologia dello sviluppo, docente all&#8217;Università di Harvard, ha dedicato lunghe ricerche al problema del temperamento, partendo da un&#8217;intuizione originaria di tipo dualistico secondo la quale i bambini manifestano precocemente due tipi di temperamento: inibito e disinibito. Il temperamento di un soggetto inibito, detto anche &#8220;ad alta reattività&#8221; può essere descritto come riservato, prudente, introverso, mentre quello di un soggetto disinibito, o a bassa reattività, è socievole, estroverso e di solito a proprio agio nelle situazioni sociali. Le caratteristiche dei due raggruppamenti possono influenzare il comportamento durante gli anni di crescita a seconda dell&#8217;interazione con l&#8217;ambiente.</p>
<p>Sulla base di questa intuizione, Kagan ha condotto un singolare esperimento su un campione di 450 bambini seguiti nell&#8217;arco di 18 anni, dalla nascita fino alla tarda adolescenza e alla prima giovinezza.</p>
<p>Lo studio longitudinale non è una novità. Prima di Kagan, infatti lo hanno adottato Chess e Thomas (1987), i quali, come si legge nel Dizionario citato, &#8220;hanno formulato un&#8217;ampia e articolata definizione del temperamento e un&#8217;originale interpretazione delle sue relazioni con il contesto di sviluppo. I due ricercatori hanno identificato nove dimensioni relativamente stabili che caratterizzano la qualità della condotta dei bambini, e che è possibile valutare durante tutto l&#8217;arco di crescita fino all&#8217;età adulta: il livello di « attività», cioè la componente motoria del comportamento del bambino e la proporzione di periodi attivi e inattivi nella giornata; l&#8217;«adattabilità», cioè la capacità di adattarsi a stimoli nuovi; la «ritmicità» o regolarità delle funzioni biologiche, come i ritmi del pasto o del sonno; l&#8217;«approccio» o «ritiro» in presenza di oggetti, persone o situazioni nuove; l&#8217;«intensità» di espressione emotiva, indipendentemente dal fatto che sia positiva o negativa; il tono prevalente dell&#8217;«umore»; la «persistenza», cioè il tempo in cui un individuo presta continuativamente attenzione a uno stimolo (span di attenzione) o continua nella propria attività nonostante gli stimoli distraenti; la «distraibilità»; la «soglia» necessaria per suscitare una risposta. Ogni individuo manifesta particolari combinazioni di queste caratteristiche, che definiscono la qualità della sua condotta.</p>
<p>Thomas e Chess hanno inoltre differenziato alcuni tipi temperamentali sulla base di costellazioni stabili relative, in modo particolare, alle dimensioni di ritmicità, approccio, adattabilità, intensità, umore e adattabilità. Essi parlano di temperamento «facile» come caratterizzato da regolarità delle funzioni biologiche, da un approccio positivo alle situazioni e persone nuove, da una rapida adattabilità al cambiamento e da un tono dell&#8217;umore non troppo intenso, ma prevalentemente positivo. I bambini con un temperamento facile di solito sono particolarmente semplici da accudire, poiché sono prevedibili nel comportamento, sorridono facilmente, si adattano alle novità, ecc. Al contrario, il temperamento «difficile» è caratterizzato da irregolarità delle funzioni biologiche, da reazioni negative di ripiegamento di fronte a molte situazioni e persone nuove, da lentezza nell&#8217;adattarsi ai cambiamenti e da espressioni degli stati d&#8217;animo intense e spesso negative. I bambini con temperamento difficile hanno orari irregolari del sonno e del pasto, hanno bisogno di periodi lunghi di adattamento prima di acquisire nuove abitudini, manifestano pianto frequente e intenso: chi si occupa di loro incontra quindi difficoltà nel gestirli. Il temperamento «lento a scaldarsi», infine, presenta alcuni tratti comuni con il temperamento difficile: infatti tende a rispondere negativamente, ritirandosi di fronte a situazioni e persone nuove, e si adatta lentamente ai cambiamenti. A differenza del temperamento difficile, però, presenta reazioni moderate, anziché violente, e ha minor tendenza ai ritmi irregolari del sonno e dei pasti. Quando è frustrato o disturbato da qualcosa, l&#8217;individuo con un temperamento lento a scaldarsi cercherà di sfuggire la situazione in silenzio o con tenui proteste. Nei bambini, questo può in particolare portare difficoltà nell&#8217;affrontare situazioni o esperienze nuove.&#8221;</p>
<p>Thomas e Chess hanno rivolto il loro interesse prevalente al comportamento e alle interazioni con l&#8217;ambiente. Kagan ha cercato soprattutto di approfondire l&#8217;aspetto genetico e biologico del temperamento.</p>
<p>La lunga ricerca lo ha portato a ritenere che i tratti del temperamento siano in parte ereditari e stabili nel corso del tempo. La variazione del temperamento e le caratteristiche emotive che le sottendono hanno un&#8217;importanza fondamentale per comprendere la personalità umana e le eventuali patologie che si sviluppano in fase di crescita. Kagan afferma che le differenze temperamentali sono accompagnate, a loro volta, da differenze nella funzionalità cerebrale, che egli si è sforzato di descrivere.</p>
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		<title>Resoconto della presentazione del libro &#8220;Le talpe riflessive. Il mondo sotterraneo dell&#8217;introversione&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Feb 2011 08:29:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Presentazioni libri]]></category>
		<category><![CDATA[Anepeta]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 26 febbraio il libro Le talpe riflessive. Il mondo sotterraneo dell&#8217;introversione è stato presentato ufficialmente a Roma presso la Biblioteca Comunale &#8220;Casa del Parco-Casale del Giannotto&#8221;. Premessa Devo ringraziare anzitutto, oltre ai collaboratori – Lisa, Marcello, Maria – che si sono sobbarcati un arduo lavoro di selezione, i veri autori del libro, che sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il <strong>26 febbraio</strong> il libro <a href="/2011/01/04/le-talpe-riflessive-il-mondo-sotterraneo-dell-introversione/"><strong><em>Le talpe riflessive. Il mondo sotterraneo dell&#8217;introversione</em></strong></a> <span class="highlight-blue">è stato presentato ufficialmente a Roma presso la Biblioteca Comunale &#8220;Casa del Parco-Casale del Giannotto&#8221;</span>.</p>
<h3>Premessa</h3>
<p>Devo ringraziare anzitutto, oltre ai collaboratori – Lisa, Marcello, Maria – che si sono sobbarcati un arduo lavoro di selezione, i veri autori del libro, che sono coloro i cui messaggi hanno suggerito di scriverlo. Il ringraziamento si estende naturalmente anche a coloro che non risultano nella lista dei nickname posti alla fine del libro. Per giustificare la selezione, meditata ma inesorabilmente arbitraria, basterà dire che la punta di un iceberg non esiste se non in virtù del corpo che le consente di affiorare…</p>
<p>Un libro di testimonianze non ha bisogno di una presentazione, ma di un recitativo che dia ad esse voce. Il recitativo ci sarà.</p>
<p>A me spetta il compito di introdurlo con qualche riflessione estemporanea che &#8211; mi auguro &#8211; arricchisca le brevi note di commento che ho apposto alla fine dei capitoli.</p>
<h3>1.</h3>
<div style="width:425px; text-align:left" id="__ss_7087735" class="slideshare"> <object id="__sse7087735" width="425" height="355"><param name="movie" value="http://static.slidesharecdn.com/swf/ssplayer2.swf?doc=presentazionetalperiflessive-110228051019-phpapp02&#038;stripped_title=presentazione-le-talpe-riflessive-il-mondo-sotterraneo-dellintroversione-7087735&#038;userName=LIDI" /><param name="allowFullScreen" value="true"/><param name="allowScriptAccess" value="always"/><embed name="__sse7087735" src="http://static.slidesharecdn.com/swf/ssplayer2.swf?doc=presentazionetalperiflessive-110228051019-phpapp02&#038;stripped_title=presentazione-le-talpe-riflessive-il-mondo-sotterraneo-dellintroversione-7087735&#038;userName=LIDI" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="355"></embed></object>
<div style="font-size:11px;font-family:tahoma,arial;height:26px;padding-top:2px;">Vedi altre presentazioni della <a style="text-decoration:underline;" href="http://www.slideshare.net/LIDI">LIDI</a>.</div>
</div>
<p>Non so se il titolo, che richiama al lavorio di scavo sotterraneo che avviene costantemente nel mondo interiore degli introversi, sia felice o infelice. Mi preme dare conto qui di come esso è venuto fuori, perché ritengo la cosa di un certo interesse.</p>
<p>Fin da quando ho cominciato a cercare un titolo, la mente mi ha imposto il riferimento al mondo animale. Non sono rimasto sorpreso perché la logica totemica governa l&#8217;umanità fin dalla sua comparsa ed è, nonostante non ce ne rendiamo conto, ancora molto attiva. Al di là dell&#8217;araldica, che ha un interesse storico, stemmi e loghi con animali sono diffusi ovunque. Anche il linguaggio corrente è denso di metafore antropomorfiche: parlando, in tono spregiativo o elogiativo, di esseri umani, si usano spesso termini come verme, serpente, coniglio, maiale, elefante, aquila, leone,  tigre ecc. </p>
<p>Non penso però che sia stata l&#8217;ossessione totemica a generare il titolo.</p>
<p>La verità è che la neotenia, che ritengo essere la caratteristica biopsicologica più spiccata degli introversi, l&#8217;associo costantemente al cane. L&#8217;associazione non fa riferimento &#8211; è ovvio, ma preferisco specificarlo &#8211; al dramma proverbiale della solitudine, ma alla storia della domesticazione del canis familiaris, che mi ha illuminato sull&#8217;incidenza caratteriale della neotenia. Essa, peraltro, non mi ha suggerito alcun titolo significativo. Meglio così perché esso, posto che fosse stato possibile formularlo,  avrebbe attirato i cinofili ma respinto i cinofobi. E poi gli introversi sono il frutto di una selezione naturale.</p>
<p>La seconda suggestione totemica mi ha ricondotto all&#8217;albatros di Baudelaire, con il suo goffo impaccio quando zampetta e la prodigiosa apertura alare quando vola. Il problema è che, oltre ad essere una metafora un po&#8217; abusata, nel nostro mondo pochi introversi (ahimé) riescono a prendere il volo, e alcuni, quando si tratta di affrontare l&#8217;esposizione sociale, anziché la fantasia di volare, hanno quella di sotterrarsi.</p>
<p>Questa fantasia ha evocato naturalmente la talpa. Trattandosi di un animale un po&#8217; goffo, monotono e odiato dagli orticoltori, ho esitato alquanto a decidere. Avrei di sicuro desistito se non fosse intervenuta una circostanza decisiva o meglio la memoria di una circostanza.</p>
<p>I  miei doveri di nonno mi hanno imposto, ahimé, di sorbirmi tutta una lunga serie di video di <em>Winnie the Pooh</em> &#8211; un orso accattivante. Il riferimento all&#8217;orso, come accennavo poco fa, è uno dei più gettonati quando si parla di introversione. L&#8217;interpretazione disneyana attesta che gli uomini hanno la capacità di umanizzare il mondo animale, mentre sembrano in difficoltà nell&#8217;umanizzare il mondo umano.</p>
<p>Ma che c&#8217;entra <em>Winnie Pooh</em> con la talpa? Nell&#8217;interminabile serial, l&#8217;orso convive in bell&#8217;armonia con un gruppo di amici, tra cui si dà un coniglio, Tappo, che non sembra affatto timoroso quanto piuttosto ossessivo nella cura del suo campo coltivato, naturalmente, a carote. C&#8217;è una talpa maledetta, però, che periodicamente glielo devasta.</p>
<p>In questa scena ricorrente, la mia mente distorta di intellettuale (che riuscirebbe – penso – a ricavare qualche profondo significato anche dalle figure Panini) ha letto la raffigurazione della dialettica tra ordine e disordine che segna la storia della cultura umana. Un bel volo pindarico, si direbbe, che ritengo peraltro del tutto fondato.</p>
<p>Cultura, di fatto, è un termine imparentato con coltura. L&#8217;imparentamento non è casuale. La nascita dell&#8217;agricoltura ha inciso sulla storia della specie umana in maniera formidabile, determinando  la divisione del lavoro intellettuale da quello manuale, che, tra l&#8217;altro, con la nascita della scrittura, ha avviato l&#8217;accumulazione e la trasmissione del patrimonio culturale.</p>
<p>La cultura ha due diversi significati. Sotto forma di insieme di tradizioni, costumi, valori condivisi a livello di senso comune, istituzioni, leggi essa (con la c minuscola) tende a stabilizzare la società all&#8217;insegna della Norma. La Norma mette ordine nel caos, ma forza i soggetti a pensare, a sentire e ad agire in maniera convergente o omologa. Nella sua espressione creativa, invece,  la Cultura è una ricerca orientata a mettere in discussione la Norma e ad andare al di là di essa.</p>
<p>La cultura organizza la società e dà ad essa un&#8217;identità riconoscibile in superficie sotto forma di senso comune, mentre la Cultura scava cunicoli che tendono a valorizzare ciò che il senso comune esclude, rimuove o squalifica.</p>
<p>La dialettica tra cultura come senso comune e Cultura come tentativo costante di andare al di là del senso comune è costitutiva di ogni società. Si può immaginare una società nella quale lo scarto che si dà tra esse si riduca al minimo. Non si può immaginare una società nella quale si azzeri del tutto.</p>
<p>Il senso comune è il tessuto connettivo della società, che consente agli individui che ad essa appartengono di vivere in superficie, godendo dei frutti del lavoro delle generazioni precedenti. Certo, il profittare di quel lavoro comporta qualche rischio. Il senso comune si organizza sempre sulla base dell&#8217;uso di non pochi diserbanti, che spesso scambiano per erbacce germogli preziosi. La cultura umana (con la c minuscola) non è e non sarà mai una cultura naturale, ma dare ad essa credito comporta i suoi vantaggi. Si può vivere sapendo come si deve vivere senza star lì a rompersi la testa. </p>
<p>Gli introversi partecipano per forza di cose, vivendo nel mondo, della cultura, ma la loro mente sembra organizzata per rompersi la testa nella ricerca del senso della vita, delle cose, del perché esse stanno così e non in un altro modo, ecc. Se questo assillo di ricerca, della quale parecchi di essi farebbero volentieri a meno, non porta che raramente a produrre Cultura, a creare cioè qualcosa di universalmente significativo, esso mantiene una tensione necessaria perché qualcuno giunga a produrla.</p>
<p>Come diceva Eraclito, molti cercano l&#8217;oro, pochi lo trovano. Perché qualcuno lo trovi, però, c&#8217;è bisogno che molti lo cerchino.<br />
L&#8217;assillo della mente introversa che cerca, si interroga e scava comporta però, tra l&#8217;altro, un inconveniente: l&#8217;allergia per tutto ciò che rientra nella categoria della superficialità. Gli introversi ono per natura &#8220;dietrologi&#8221;. Laddove si dà una superficie, essi danno per scontato che essa nasconde qualcosa. </p>
<p>Questa attitudine naturale per il senso nascosto dietro le apparenze comporta però un inconveniente: un&#8217;avversione più o meno profonda nei confronti degli esseri umani &#8211; gli estroversi &#8211; che tendono a vivere in superficie. L&#8217;accusa più frequente che gli introversi rivolgono agli estroversi è quella appunto di superficialità, ripagata da quella di essere &#8220;pesanti&#8221; e &#8220;rompiscatole&#8221; per via della pretesa di andare al fondo delle cose.</p>
<p>Ritengo che entrambe le accuse siano sbagliate perché oppongono due dimensioni &#8211; il superficiale e il profondo &#8211; che sono costitutive della realtà umana e di quella sociale.</p>
<p>Solo nel cielo astratto della matematica una superficie è una forma geometrica senza spessore, avente solo due dimensioni. A livello di cultura, la superficie è come la crosta terrestre: un mantello solidificato e compatto, in una certa misura, di tradizioni, pre-giudizi, modi di sentire, pensare ed agire che hanno una lunga storia, al di sotto del quale si dà un&#8217;incessante dinamica di assestamento che può da un momento all&#8217;altro dar luogo ad uno scossone rivoluzionario.</p>
<p>Sarebbe un bel guaio se tutti gli esseri umani vivessero in superficie, prendendo per buono un ordine socioculturale che è uno dei tanti possibili. Sarebbe un guaio di non minore portata se tutti scavassero sotto terra, mandando continuamente all&#8217;aria l&#8217;ordine della cultura.</p>
<p>Ogni società ha bisogno di un certo grado (solitamente elevato) di stabilità e di un certo grado di instabilità. L&#8217;uno assicura la sua identità e la persistenza delle tradizioni e delle istituzioni; l&#8217;altra promuove, con tempi inesorabilmente lenti, un cambiamento che può intervenire anche repentinamente.</p>
<p>Come afferma il <em>Candido</em> di Voltaire, che fa le bucce al suo stolto mentore &#8211; il dottor Pangloss -, &#8220;bisogna che lavoriamo il nostro orto&#8221;. Perché l&#8217;orto della cultura non si isterilisca, occorrono gli agricoltori, che mantengono l&#8217;ordine, e gli scavatori che dissodano la terra e, rivoltandola, la rendono feconda.</p>
<p>Nel mondo ci sarà sempre (almeno per un periodo sterminato di tempo) chi è attratto dalla superficie e chi ama ciò che c&#8217;è al di sotto di essa, chi fa corpo con l&#8217;ordine dato e chi è affascinato da un ordine possibile.  Occorre che gli introversi formulino una pace (ahimè unilaterale) con gli estroversi, riconoscendo che essi fanno il loro mestiere. Assolutizzano e reificano la Norma, rivelandone, proprio per ciò, le lacune e promuovendo inconsapevolmente il suo superamento.</p>
<p>Far la pace, e cioè farsi una ragione di come funzionano gli esseri umani, non è per nulla semplice. Secondo me, questo dipende dal fatto che gli introversi, per quanto profondi e impegnati a scavare, hanno difficoltà ad accettare il significato della loro diversità, In particolare, rifiutano di assumerla come un &#8220;destino&#8221; che, se preso per il verso giusto, può produrre qualcosa di buono.</p>
<p>Il termine destino è gravato di un sinistro significato. Qui non si fa ovviamente riferimento al fato o a qualcosa che è già scritto da qualche parte, ma più semplicemente a vincoli genetici che limitano l&#8217;adattabilità degli introversi al mondo così com&#8217;è.</p>
<p>Dato che questo continua ad essere un punto oscuro e, che io sappia, implicitamente contestato, dedico ad esso un po&#8217; di spazio.</p>
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		<title>Presentazione del libro &#8220;Le talpe riflessive. Il mondo sotterraneo dell&#8217;introversione&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Feb 2011 21:56:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Presentazioni libri]]></category>
		<category><![CDATA[Anepeta]]></category>
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		<description><![CDATA[Sabato 26 febbraio alle ore 15.00 si terrà presso la Biblioteca Comunale &#8220;Casa del Parco-Casale del Giannotto&#8221; (via della Pineta Sacchetti, 78 &#8211; Roma) la presentazione del libro Le talpe riflessive. Il mondo sotterraneo dell&#8217;introversione di Luigi Anepeta.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sabato <strong>26 febbraio</strong> alle <strong>ore 15.00</strong> si terrà presso la Biblioteca Comunale &#8220;Casa del Parco-Casale del Giannotto&#8221; (via della Pineta Sacchetti, 78 &#8211; Roma) la <strong>presentazione del libro <em><a href="/2011/01/04/le-talpe-riflessive-il-mondo-sotterraneo-dell-introversione/">Le talpe riflessive. Il mondo sotterraneo dell&#8217;introversione</a></em></strong> di Luigi Anepeta.</p>
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		<title>Le talpe riflessive. Il mondo sotterraneo dell&#8217;introversione</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Jan 2011 13:10:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Saggi del dott. Anepeta]]></category>
		<category><![CDATA[Anepeta]]></category>
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		<description><![CDATA[Le talpe riflessive. Il mondo sotterraneo dell&#8217;introversione Luigi Anepeta (con la collaborazione di Lisa Cecchi, Marcello Di Fiore, Maria Rossi) &#8211; Franco Angeli 2011 Presentazione del libro Talpe riflessive &#8211; gli introversi &#8211; perché vivono nell&#8217;ombra cui li destina il pregiudizio sociale e ciò nonostante, nel chiuso del loro mondo interiore, assolvono il dovere di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><em>Le talpe riflessive. Il mondo sotterraneo dell&#8217;introversione</em><br />
Luigi Anepeta (con la collaborazione di Lisa Cecchi, Marcello Di Fiore, Maria Rossi) &#8211; Franco Angeli 2011</h3>
<h4>Presentazione del libro</h4>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-1443" title="Le talpe riflessive" src="/wp-content/uploads/2011/01/c_talperiflessive.jpg" alt="Le talpe riflessive" width="211" height="310" /> Talpe riflessive &#8211; gli introversi &#8211; perché vivono nell&#8217;ombra cui li destina il pregiudizio sociale e ciò nonostante, nel chiuso del loro mondo interiore, assolvono il dovere di interrogarsi sulla condizione umana, ponendosi problemi e cercando risposte.</p>
<p>In <em><a href="/2007/06/30/il-saggio-sullintroversione-timido-docile-ardente/">Timido, docile, ardente…</a></em> (Franco Angeli, Milano 2007) l&#8217;autore ha tentato di illustrare i valori e i limiti del modo di essere introverso in termini teorici, senza alcun accenno a esperienze individuali.<br />
Questo libro di testimonianze, tratte dal <a href="http://lidi.forumfree.it">Forum della Lega Italiana per la tutela dei Diritti degli Introversi</a>, fornisce le prove che la teoria non è campata in aria (come spesso accade). In esso gli introversi stessi raccontano la loro vicenda umana, spesso duramente segnata dall&#8217;incontro con il pregiudizio sociale che grava sul loro modo di essere, facilmente identificabile fin dall&#8217;infanzia.</p>
<p>Ne viene fuori un quadro con luci ed ombre: l&#8217;empatia, la sofferenza, il rapporto critico con la normalità dominante, la presa di posizione nei confronti dell&#8217;esistente, l&#8217;utopia di un mondo fatto a misura d&#8217;uomo, la passione per la cultura e la ricerca intellettuale.<br />
I commenti mirano a dare un senso a queste vicissitudini socialmente invisibili, nell&#8217;attesa che il mondo prenda coscienza di una diversità preziosa.</p>
<h4>L&#8217;autore</h4>
<p><span class="highlight-green-b">Luigi Anepeta</span>, psichiatra critico, impegnato da molti anni a costruire un modello psicopatologico interdisciplinare che comprenda e spieghi i nessi reciproci tra soggettività e storia sociale, dopo aver partecipato alla stagione antistituzionale si è dedicato alla psicoterapia, alla formazione di operatori e alla ricerca. Ha pubblicato <em>La politica del Super-io</em> (Armando, 1992), <em>Il mondo stregato</em> (Armando 1995), <em>Abracadabra</em> (Edizioni Libreria Croce, 2000), <em>Miseria della neopsichiatria. Sul delirio e sulla predisposizione schizofrenica</em> (Franco Angeli, 2001), <em>Star male di testa</em> (Edizioni Libreria Croce, 2002), <em>Abbecedario di scienze umane e sociali. (Parte di) quello che sarebbe bene conoscere per non vivere (troppo) tranquilli</em> (Franco Angeli, 2007), <em>Timido, docile, ardente. Manuale per capire ed accettare valori e limiti dell&#8217;introversione (propria o altrui)</em> (Franco Angeli, 2005 &#8211; 2007).</p>
<p>Nel 2006 ha fondato la LIDI &#8211; Lega Italiana per i Diritti degli Introversi (<a href="http://www.legaintroversi.it">legaintroversi.it</a>), di cui è Presidente, il cui intento è di intervenire nelle fasi evolutive dello sviluppo al fine di scongiurare il pericolo di un disagio psichico.<br />
Attraverso un sito web (<a href="http://www.nilalienum.it">nilalienum.it</a>) persegue l&#8217;obiettivo di delineare i fondamenti di un sapere panantropologico.</p>
<h4>Collaboratori</h4>
<p>Lisa Cecchi, Marcello Di Fiore e Maria Rossi sono soci LIDI.</p>
<div class="page_box"><span class="highlight-blue">Il libro può essere acquistato in qualunque libreria oppure online (in <strong>edizione a stampa</strong> o <strong>e-book</strong>) sul</span> <a href="http://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_Libro.asp?ID=18910&#038;Tipo=Libro&#038;strRicercaTesto=&#038;titolo=le+talpe+riflessive.+il+mondo+sotterraneo+dell++introversione">sito della casa editrice</a>.</div>
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		<title>La civiltà dell&#8217;empatia &#8211; Jeremy Rifkin</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Mar 2010 11:30:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[empatia]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[Rifkin]]></category>
		<category><![CDATA[saggi]]></category>

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		<description><![CDATA[1. Jeremy Rifkin La civiltà dell&#8217;empatia. La corsa verso la coscienza globale nel mondo in crisi Mondadori, Milano 2009 L&#8217;urgenza di costruire una visione integrata dell&#8217;uomo e della sua storia &#8211; una panantropologia, dunque, utilizzando i dati forniti da molteplici discipline &#8211; evoluzionismo, genetica, neurobiologia, psicologia, psicoanalisi, storia, sociologia, economia, politica, ecc. -, non è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1.</h3>
<div id="biblio_box">
<p>Jeremy Rifkin</p>
<p><em>La civiltà dell&#8217;empatia. La corsa verso la coscienza globale nel mondo in crisi</em></p>
<p>Mondadori, Milano 2009</p>
</div>
<p><!-- /biblio_box --> </p>
<p>L&#8217;urgenza di costruire una visione integrata dell&#8217;uomo e della sua storia &#8211; una panantropologia, dunque, utilizzando i dati forniti da molteplici discipline &#8211; evoluzionismo, genetica, neurobiologia, psicologia, psicoanalisi, storia, sociologia, economia, politica, ecc. -, non è mai stata viva come oggi.</p>
<p>Ritengo che questo dipenda da due fattori correlati tra loro: per un verso, dalla crisi nella quale versa la civiltà occidentale, i cui valori fondanti &#8211; storicamente riconducibili al Cristianesimo, al Liberalismo e al Socialismo &#8211; appaiono sempre più scollati e astratti rispetto ad una realtà sociale atomizzata, anomica, liquida (nell’accezione di Bauman); per un altro, dal fallimento del pensiero debole o più in generale post-modernista, che non è riuscito minimamente ad incidere sulla coscienza sociale, la quale appare sempre più orientata verso il recupero di tradizioni e valori etnocentici, compresi i rischi di rigurgiti sciovinisti erazzisti che ciò comporta.</p>
<p>L&#8217;urgenza è comprovata dal fatto che, in tutto l&#8217;arco delle scienze umani e sociali e della stessa filosofia, molteplici autori, partendo da una competenza riferita ad un determinato ambito, allargano il loro sguardo nel tentativo di includere tutti gli altri. Dato che tentativi del genere sono stati portati avanti, negli ultimi anni, fa genetisti, biologi evoluzionisti, psicologi, psicoanalisti, sociologi, filosofi, ecc., c&#8217;è da pensare che essi corrispondano, più che a forme di imperialismo disciplinare o semplicemente di narcisismo, ad una sorta di &#8220;compulsione&#8221; intellettuale, destinata, un giorno o l&#8217;altro, ad esitare in uno sforzo autenticamente interdisciplinare, reso per ora difficile o impossibile dalla diversità dei linguaggi tecnici. Il rischio dei tentativi che vengono posti in essere è, ovviamente, che i dati non appartenenti alll&#8217;ambito di competenza dell&#8217;autore vengano utilizzati &#8220;disinvoltamente&#8221;, vale a dire in maniera impropria o imprecisa.</p>
<p>È un rischio da correre, ma, nella misura in cui il pericolo ch&#8217;esso comporta si realizza, è giusto segnalarlo, senza che ciò significhi sminuire il valore di un&#8217;opera. Ne <strong><em>La civiltà dell&#8217;empatia</em></strong> di Rifkin tale pericolo, in una certa misura, si realizza, ma associato ad una tale densità di pensiero e passione da meritare ammirazione. Questa recensione non è dunque una &#8220;stroncatura&#8221;, bensì il tentativo di definire criticamente un concetto essenziale ai fini della costruzione di un modello panantropologico &#8211; quello, appunto, di empatia.</p>
<p><span class="highlight-blue"><strong>Jeremy Rifkin</strong></span>, sociologo ed economista, appartiene, con Jacques Attali, alla schiera dei tecnocrati illuminati, vale a dire degli studiosi che valorizzano al massimo grado lo sviluppo della tecnologia identificando in esso il motore della storia umana e, benché siano consapevoli dell&#8217;ambivalenza intrinseca in essa (alienazione/umanizzazione), nondimeno vi si appellano per preconizzare un futuro &#8220;ottimistico&#8221;.</p>
<p>In maniera complementare ad Attali, che in <em>Breve storia del futuro</em> prevede l&#8217;avvento di una iperdemocrazia portata avanti da imprenditori relazionali interessati al bene comune più che alle ragioni di mercato, Rifkin che, in opere precedenti (<em>La fine del lavoro</em>, <em>Il sogno europeo</em>), ha sempre valorizzato l&#8217;economia sociale fondata sugli scambi relazionali più che mercantili, vede all&#8217;orizzonte la possibilità di una terza rivoluzione industriale, destinata a portare l&#8217;umanità fuori dalla sua &#8220;preistoria&#8221;. Egli insomma pone un nesso di continuità tra il passato e il futuro, e ritiene che i segni del trapasso siano già del tutto evidenti.</p>
<p>Tra questi segni il più importante è il recupero della socialità empatica che il liberismo ha mortificato e negato. Egli ritiene, però, sia pure implicitamente, che quella negazione era necessaria per arrivare al punto che l&#8217;individuo sviluppato e differenziato percepisse l&#8217;unicità e la caducità dell&#8217;esistenza, la sua solitudine esistenziale, la sua infelicità: sentimenti, questi, che promuovono e riabilitano l&#8217;empatia e il bisogno di legami sociali significativi.</p>
<p>Purtroppo, per arrivare a questo livello di sviluppo, l’&#8217;umanità ha dovuto utilizzare e saccheggiare le risorse energetiche del pianeta, sicché la Civiltà dell&#8217;empatia, che secondo Rifkin si profila all&#8217;orizzonte, si trova sull&#8217;orlo di un baratro ecologico.</p>
<p>Questo paradosso è il tema centrale del saggio e viene esplicitato chiaramente nell&#8217;introduzione:</p>
<blockquote>
<p>Questo libro presenta una nuova interpretazione della storia della civiltà alla luce dell&#8217;evoluzione empatica della razza umana e della sua profonda influenza sullo sviluppo e, probabilmente, sul futuro della nostra specie.<br />
<br />
Dalle ricerche scientifiche in ambito biologico e cognitivo sta emergendo una visione radicalmente nuova della natura umana che suscita controversie non solo nei circoli intellettuali, ma anche nella comunità economica e politica. Recenti scoperte nel campo della neurologia e delle scienze dell&#8217;età evolutiva, infatti, ci costringono a rivedere l&#8217;inveterata convinzione che gli esseri umani siano per natura aggressivi, materialisti, utilitaristi e dominati dall&#8217;interesse personale. La graduale presa di coscienza del fatto che siamo membri di una specie profondamente empatica ha ampie ricadute sulla società.<br />
<br />
Questa nuova interpretazione della natura umana apre la porta a un&#8217;avventura assolutamente medita. Le pagine che seguono ricostruiscono l&#8217;affascinante storia dello sviluppo dell&#8217;empatia nell&#8217;uomo, dal nostro antico passato mitologico all&#8217;ascesa delle grandi civiltà teologiche, all&#8217;era ideologica che ha dominato il Settecento e l&#8217;Ottocento, all&#8217;era psicologica che ha caratterizzato gran parte del Novecento, fino al drammatico inizio del ventunesimo secolo.<br />
<br />
Osservare la storia economica attraverso la lente dell&#8217;empatia ci permette di scoprire alcuni fili della vicenda umana finora nascosti. Il risultato è un nuovo arazzo sociale &#8211; la «civiltà dell&#8217;empatia» &#8211; tessuto a partire da varie discipline: dalla letteratura alle arti, dalla teologia alla filosofia, dall&#8217;antropologia alla sociologia, dalle scienze politiche alla psicologia, alla teoria della comunicazione.<br />
<br />
Al centro della storia umana c&#8217;è la paradossale relazione che intercorre fra empatia ed entropia. Nel corso dei secoli, la convergenza di nuovi regimi energetici e di nuove rivoluzioni nel campo delle comunicazioni ha creato società sempre più complesse. Le civiltà tecnologicamente più avanzate hanno mescolato popoli diversi, aumentando la sensibilità empatica e facendo espandere la coscienza umana. Ma questa crescente complessità ha comportato un enorme impiego di risorse naturali, che ora rischiano di esaurirsi.<br />
<br />
Per colmo di ironia, lo sviluppo della coscienza empatica è stato reso possibile solo da un consumo sempre maggiore di energia e risorse naturali, che ha condotto a un drastico deterioramento della salute del pianeta.<br />
<br />
Oggi ci troviamo di fronte alla catastrofica prospettiva di raggiungere finalmente uno stato di empatia globale in un mondo interconnesso, ad alta intensità di energia, mentre il sempre più oneroso conto entropico minaccia di provocare un cataclisma climatico e mette in discussione la nostra stessa sopravvivenza. La risoluzione del paradosso empatia-entropia sarà molto probabilmente il banco di prova definitivo della capacità della specie umana di sopravvivere e prosperare in futuro sulla terra. Ma, per riuscire a vincere la sfida, sarà necessario un radicale ripensamento dei nostri modelli economici, filosofici e sociali&#8230;<br />
<br />
Ritengo che ci troviamo al punto di svolta verso una transizione epocale a un&#8217;economia «climacica» globale e a un radicale riposizionamento della presenza dell&#8217;uomo sul pianeta. L&#8217;era della ragione sta per essere sostituita dall&#8217;era dell&#8217;empatia.<br />
<br />
Forse la domanda cruciale alla quale l&#8217;umanità deve dare una risposta è: possiamo raggiungere l&#8217;empatia globale in tempo utile per evitare il crollo della civiltà e salvare la terra?<br />
<cite>pp. 3-5</cite></p>
</blockquote>
<p>Una nuova ricostruzione della storia della civiltà, aperta su di un&#8217;alternativa che può essere la catastrofe della specie o il suo approdo ad una socializzazione universale empatica: essendo questa la tesi di fondo del saggio, è difficile negare la sua ambizione panantrolopologica.<br />
La tesi viene confermata nel capitolo I, che anticipa le tre parti di cui si compone il saggio, e il cui titolo, per l&#8217;appunto, è: <em>Il paradosso nascosto nella storia dell&#8217;uomo</em>.</p>
<p>Sappiamo già dall&#8217;introduzione di cosa si tratta, ma non è inopportuno documentare come Rifkin ne definisce i termini.</p>
<p>C&#8217;è, secondo l&#8217;autore, una storia dell&#8217;uomo che non è mai stata raccontata e fa capo al ruolo svolto dall&#8217;empatia:</p>
<blockquote>
<p>Negli ultimi tempi c&#8217;è la tendenza a mettere in discussione l&#8217;idea che alla base della vicenda umana ci sia un senso che permea e trascende tutte le diverse narrazioni culturali che costituiscono le molteplici storie della nostra specie, e che forniscono il collante sociale per ciascuna delle nostre odissee. Questa concezione quasi certamente provocherebbe una generale smorfia di disgusto tra gli studiosi postmoderni, ma le prove sperimentali suggeriscono che, probabilmente, esiste un tema dominante nell&#8217;umana avventura.<br />
<br />
I nostri cronisti ufficiali &#8211; gli storici &#8211; hanno dato poco spazio all&#8217;empatia come forza determinante nello svolgimento delle vicende umane. In genere gli storici scrivono di conflitti sociali e guerre, di grandi eroi e terribili malfattori, di progresso tecnologico e di esercizio del potere, di ingiustizia economica e di tensioni sociali. Quando gli storici si occupano di filosofia, di solito lo fanno in relazione all&#8217;organizzazione del potere. Raramente li sentiamo parlare dell&#8217;altra faccia dell&#8217;esperienza umana: quella che rivela la nostra profonda natura sociale, l&#8217;evoluzione e l&#8217;estensione degli affetti e l&#8217;impatto di tutto ciò sulla cultura e sulla società.<br />
<br />
Il filosofo Georg Witheim Friedrich Hegel ebbe a dire che la felicità si trova «nelle pagine bianche della storia» perché esse corrispondono a «periodi di armonia». Le persone felici di solito vivono la propria vita in un «micromondo» di strette relazioni famigliari e di contatti sociali più estesi. La storia invece, nella maggior parte dei casi, è scritta dai delusi e dagli scontenti, dagli arrabbiati e dai ribelli, o da coloro che sono interessati a esercitare l&#8217;autorità sugli altri e a sfruttarli, e dalle loro vittime, intenzionate a correggere i torti e a ristabilire la giustizia. In tal senso, gran parte della storia scritta riguarda le patologie del potere.<br />
<br />
Forse è questa la ragione per cui, quando pensiamo alla natura umana, la nostra analisi è così sconfortante. La nostra memoria collettiva si misura in termini di crisi e calamità, di feroci ingiustizie e terrificanti episodi di brutalità che infliggiamo ai nostri simili e alle altre creature. Ma se fossero questi gli elementi cardine dell&#8217;esperienza umana, l&#8217;uomo sarebbe già estinto da tempo.<br />
<br />
Da qui sorge la domanda: perché siamo giunti a pensare a noi stessi in termini così tetri? La risposta è che i racconti di disastri e disgrazie hanno il potere di colpirci: sono inattesi e perciò suscitano allarme e interesse. Questo perché eventi di tal genere sono inusitati, non rappresentano la norma, fanno notizia, e quindi diventano materia di storia.<br />
<br />
Il mondo quotidiano è assai diverso. Anche se la vita di tutti i giorni, vissuta nel proprio ambiente domestico, è punteggiata di sofferenze, tensioni, ingiustizie e colpi bassi, per la maggior parte trascorre fra centinaia di piccoli gesti di generosità e gentilezza. Il conforto reciproco e la compassione tra persone creano fiducia, stabiliscono legami di socialità e apportano gioia alla vita di ciascun individuo. Gran parte delle nostre interazioni quotidiane con le altre persone è di tipo empatico, perché questa è la nostra natura. L&#8217;empatia è il mezzo attraverso il quale creiamo la vita sociale e facciamo progredire la civiltà. In breve, è la straordinaria evoluzione della coscienza empatica a costituire il sottotesto essenziale della storia dell&#8217;uomo, anche se gli storici hanno mancato di dedicarle la dovuta attenzione.<br />
<br />
C&#8217;è un&#8217;altra ragione per cui l&#8217;empatia attende ancora di essere esaminata seriamente in tutti i suoi aspetti antropologici e storici. Il problema è da identificare nello stesso processo evolutivo. La coscienza empatica si è sviluppata lentamente lungo il corso dei 175.000 anni di storia dell&#8217;umanità: a volte è fiorita, per poi regredire per lunghi periodi. Lo sviluppo dell&#8217;empatia e lo sviluppo del sé vanno di pari passo, e accompagnano la crescente complessità e sete di risorse delle strutture sociali che caratterizzano l&#8217;esistenza umana. In questo libro esamineremo appunto tale rapporto.<br />
<br />
Dato che lo sviluppo dell&#8217;idea del sé è assolutamente vincolato allo sviluppo della coscienza empatica, lo stesso termine «empatia» non è entrato nel vocabolario dell&#8217;uomo fino al 1909, più o meno nel periodo in cui la psicologia moderna ha cominciato a esplorare le dinamiche dell&#8217;inconscio e della coscienza. In altre parole, solo quando l&#8217;uomo ha raggiunto uno stadio di evoluzione della percezione del sé tale da cominciare a riflettere sulla natura dei suoi sentimenti e pensieri più riposti in rapporto a quelli degli altri, è stato in grado di riconoscere l&#8217;esistenza dell&#8217;empatia, trovare le metafore per discuterne e sondare i profondi recessi dei suoi molteplici significati.<br />
<cite>pp. 11-12</cite></p>
</blockquote>
<p>Definendo una relazione diretta tra sviluppo dell&#8217;idea del sé e sviluppo della coscienza empatica, Rifkin avanza un&#8217;ipotesi forte (e, come vedremo, discutibile) che conferma ulteriormente nei seguenti termini:</p>
<blockquote>
<p>Il risveglio del senso di sé, innescato dal processo di differenziazione, è cruciale per io sviluppo e l&#8217;estensione dell&#8217;empatia. Più è sviluppato e individualizzato il sé, più è grande la nostra percezione dell&#8217;unicità e caducità dell&#8217;esistenza, della nostra solitudine esistenziale e dell&#8217;infinità di sfide che dobbiamo affrontare per esistere e prosperare. Sono questi nostri sentimenti che ci permettono di provare empatia per sentimenti simili negli altri. Un sentimento empatico più solido permette anche a una popolazione sempre più individualizzata di creare legami di affiliazione anche nell&#8217;ambito di organismi sociali sempre più interdipendenti, estesi e integrati. È questo il processo che caratterizza ciò che chiamiamo «civiltà»: il superamento dei legami di sangue tribali e la risocializzazione di individui distinti sulla base di legami associativi. L&#8217;estensione empatica è il meccanismo psicologico che rende possibili la conversione e la transizione. Quando diciamo «civilizzare», in realtà è come se dicessimo «empatizzare».<br />
<cite>p. 25</cite></p>
</blockquote>
<p>La globalizzazione dell&#8217;empatia comporta però un problema:</p>
<blockquote>
<p>Oggi, in quella che sta rapidamente diventando una civiltà interconnessa a livello globale, la coscienza empatica sta appena cominciando a estendersi alle piaghe più remote della biosfera e a tutte le creature viventi.<br />
<br />
Sfortunatamente, ciò avviene proprio nel momento storico in cui, al fine di mantenere una civiltà urbana complessa e interdipendente, le stesse strutture economiche che permettono di connetterci stanno assorbendo molto rapidamente quei che rimane delle risorse della terra e, al tempo stesso, stanno distruggendo la biosfera.<br />
<cite>p. 25</cite></p>
</blockquote>
<blockquote>
<p>Proprio nel momento in cui stiamo cominciando a scorgere la prospettiva di una coscienza empatica globale, ci ritroviamo prossimi alla nostra stessa estinzione. Nell&#8217;ultimo mezzo secolo, ci siamo dati un gran da fare per universalizzare l&#8217;empatia. Di fronte all&#8217;Olocausto avvenuto durante la seconda guerra mondiale, l&#8217;umanità ha detto «mai più!», estendendo l&#8217;empatia a un numero enorme di individui in precedenza considerati men che umani &#8211; tra cui le donne, gli omosessuali, i disabili, le persone di colore e gli appartenenti a minoranze etniche e religiose e ha codificato questa nuova sensibilità sotto forma di diritti e politiche sociali, leggi sui diritti umani e oggi perfino norme per la protezione degli animali. Siamo ormai sulla buona strada per eliminare dal vocabolario i concetti di «altro», «alieno», «estraneo». E malgrado le prime luci di questa nuova coscienza della biosfera siano a malapena visibili (le tradizionali distorsioni xenofobe e i pregiudizi continuano a rappresentare la norma), il solo fatto che la nostra estensione empatica stia ora esplorando domini in passato inesplorabili rappresenta un trionfo nel percorso evolutivo dell&#8217;uomo.<br />
<br />
Eppure, questi primi bagliori di una coscienza empatica globale sono offuscati dalla crescente consapevolezza che potrebbe essere troppo tardi per allontanare la minaccia del cambiamento climatico e della possibile estinzione della specie umana: una conseguenza dell&#8217;evoluzione di quell&#8217;organizzazione economica e sociale sempre più complessa e affamata di energia che ci ha permesso di approfondire il nostro senso di individualità, di unire persone differenti, di allargare il nostro abbraccio empatico e di espandere la coscienza umana.<br />
<br />
Stiamo rapidamente giungendo a ottenere una coscienza della biosfera in un mondo a rischio di estinzione. Capire la contraddizione che connota l&#8217;avventura umana è fondamentale affinché la nostra specie riesca a rinegoziare una relazione sostenibile con il pianeta in tempo utile per evitare di precipitarlo nell&#8217;abisso.<br />
<br />
Il compito fondamentale che dobbiamo portare a termine è quello di analizzare in profondità questo paradosso della storia umana, esplorandone esaurientemente il funzionamento e i percorsi, le complessità e le articolazioni, al fine di trovare una via d&#8217;uscita da tale situazione. Il nostro viaggio comincia nel punto in cui le leggi dell&#8217;energia che governano l&#8217;universo si frappongono alla predisposizione umana a valicare continuamente l&#8217;isolamento, cercando la compagnia dell&#8217;altro per mezzo di organizzazioni sociali sempre più complesse e affamate di energia. La dialettica implicita nella storia dell&#8217;uomo è il continuo anello di feedback fra espansione empatica e aumento dell&#8217;entropia.<br />
<cite>pp. 26-27</cite></p>
</blockquote>
<p>Questa dialettica, a dire il vero, è un’assoluta novità proposta da Rifkin, che merita una citazione che tenta di illustrarla:</p>
<blockquote>
<p>Se osserviamo più da vicino le testimonianze storiche che raccontano l&#8217;evoluzione dell&#8217;uomo, e soprattutto il feedback dialettico fra l&#8217;estensione dell&#8217;empatia e l&#8217;aumento dell&#8217;entropia, si aprono ai nostri occhi nuove prospettive per considerare la natura umana e la ricerca umana.<br />
<br />
Il riconoscimento dell&#8217;esistenza finita dell&#8217;altro è ciò che collega la coscienza empatica alla consapevolezza entropica. Se possiamo identificarci con la sofferenza dell&#8217;altro, ciò che cerchiamo di sostenere e con cui empatizziamo è la sua volontà di vivere. Le leggi della termodinamica, e soprattutto la legge dll&#8217;entropia, ci dicono che ogni istante della vita è unico, irripetibile e irreversibile &#8211; invecchiamo, invece di ringiovanire -, e per questa ragione dobbiamo la nostra esistenza all&#8217;energia disponibile che sottraiamo alla terra, che costituisce il nostro essere fisico e ci tiene lontani dallo stato di equilibrio rappresentato dalla morte e dalla decomposizione. Quando empatizziamo con un altro essere, comprendiamo inconsciamente che la sua esistenza, proprio come la nostra, è fragile e finita, ed è resa possibile da un continuo flusso di energia.<br />
<br />
Solo recentemente, però, siamo diventati consapevoli del fatto che dobbiamo il nostro benessere, almeno in parte, all&#8217;accumularsi del nostro personale debito entropico nell&#8217;ambiente che ci circonda.<br />
<br />
La seconda legge della termodinamica e l&#8217;entropia sono un costante memento della natura della lotta che anima la vita di ciascuno di noi e che ci unisce in un vincolo di comunanza e solidarietà. L&#8217;estensione empatica è la consapevolezza della vulnerabilità che condividiamo e, quando si esprime, diventa la celebrazione della nostra comune voglia di vivere.<br />
<br />
Allo stesso tempo, forme di civiltà sempre più complesse e affamate di energia ci offrono l&#8217;occasione per una maggiore esposizione al contatto con altri individui. Più è ricca la varietà ditale esposizione, maggiore è la probabilità che un individuo riconosca sfaccettature del proprio essere nell&#8217;esperienza degli altri ed estenda la propria coscienza empatica.<br />
<br />
Ciò che è particolarmente interessante nel processo è che l&#8217;estensione empatica non permette solo all&#8217;uno di sperimentare la sofferenza o la condizione dell&#8217;altro «come se» fosse la propria, ma contribuisce anche a rafforzare e approfondire il proprio senso di sé. Il sociologo Chan Kwok-Bun sintetizza così il processo:<br />
<br />
L&#8217;autenticità di ciò che ho scoperto su me stesso è rafforzata perché ho trovato conferma di una parte di me in te, e tu in me.<br />
<br />
Il costante feedback empatico è il collante sociale che rende possibili società sempre più complesse. Senza empatia, sarebbe impossibile perfino immaginare la vita sociale e l&#8217;organizzazione stessa della società. Una società di individui narcisisti, sociopatici e autistici è impossibile: le società necessitano di animali sociali, e gli animali sono sociali se sono empatici.<br />
<br />
Dunque, strutture sociali più complesse promuovono il rafforzamento dell&#8217;idea del sé, una maggiore esposizione alla diversità dell&#8217;altro e una maggiore possibilità di empatia estesa. La vita del villaggio è, per tradizione, più chiusa e xenofoba. Le comunità che la caratterizzano hanno una forte probabilità di considerare lo straniero alieno e diverso. Al contrario, la vita urbana, che espone quotidianamente a molteplici rapporti sociali ed economici con gli altri, in genere, anche se non in tutti i casi, incoraggia un atteggiamento più cosmopolita. Ma qui, ancora, c&#8217;è una contraddizione: il prezzo di tutto questo è una maggiore entropia nell&#8217;ambiente. E tuttavia questa affermazione può essere rovesciata: le strutture sociali più complesse, fino a oggi, hanno richiesto un maggiore flusso di energia e hanno prodotto maggiore entropia, ma hanno anche creato le condizioni per l&#8217;allargamento dell&#8217;empatia nei confronti dell&#8217;altro e del diverso.<br />
<br />
Il tragico difetto della storia è che la nostra maggiore empatia e sensibilità crescono in proporzione diretta con il crescere del danno entropico che apportiamo al mondo che condividiamo e da cui dipendiamo per la nostra esistenza e per la perpetuazione della specie.<br />
<br />
Ci troviamo oggi in un momento decisivo dell&#8217;esperienza umana: la corsa a una coscienza empatica globale si sta scontrando con il crollo entropico globale; i benefici che traiamo dall&#8217;empatia sono incalcolabili, ma lo sono anche i costi entropici.<br />
<br />
Se la natura umana è effettivamente materialista, egoista, utilitarista e orientata al piacere, ci sono ben poche speranze di risolvere il paradosso empatia-entropia. Ma se invece la natura umana, a un livello più fondamentale, è predisposta all&#8217;affetto, alla comunione, alla socialità e all&#8217;estensione empatica, c&#8217;è la possibilità di sottrarsi al dilemma empatia-entropia e trovare una soluzione che ci permetta di ripristinare un equilibrio sostenibile con la biosfera.<br />
<br />
Un&#8217;idea radicalmente nuova di natura umana sta lentamente emergendo e acquistando forza, con implicazioni rivoluzionarie sul modo in cui, nei secoli a venire, interpreteremo e organizzeremo le nostre relazioni sociali e ambientali. Abbiamo scoperto l&#8217;Homo empaticus.<br />
<cite>pp. 40-42</cite></p>
</blockquote>
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		<title>Resoconto della presentazione del saggio &#8220;La normalità dell&#8217;handicap&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Mar 2009 09:30:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La presentazione &#232; avvenuta il 28.02.2009 alle ore 15.00 presso la sede della LIDI con una partecipazione che, ancora una volta, ha costretto alcuni Soci ad assistere stando in piedi. Il dottor Anepeta ha inaugurato l&#8217;incontro sottolineando la sua soddisfazione per il fatto che il secondo libro presentato &#232; stato scritto da una Socia &#8211; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La presentazione &egrave; avvenuta il 28.02.2009 alle ore 15.00 presso la sede della LIDI con una partecipazione che, ancora una volta, ha costretto alcuni Soci ad assistere stando in piedi.<br />
Il dottor Anepeta ha inaugurato l&#8217;incontro sottolineando la sua soddisfazione per il fatto che il secondo libro presentato &egrave; stato scritto da una Socia &#8211; Pisana Collodi, psicologa e psicoterapeuta -, a cui ha ceduto immediatamente la parola.<br />
L&#8217;intervento della dottoressa Collodi &egrave; il seguente.</p>
<h3>Intervento dell&#8217;autrice</h3>
<p>Ho scritto questo libro sull&#8217;onda di un malessere, accumulato in anni di lavoro nel campo dell&#8217;handicap, prima come assistente domiciliare, poi operatrice sociale, e infine  come consulente psicologa presso l&#8217;associazione paraplegici di Roma. Il malessere riguardava gli stili di cura e assistenza, che vedevo all&#8217;opera tutti i giorni, al centro di riabilitazione o in ospedale, a scuola o per la strada, impersonati, indifferentemente, dai medici, dagli psicologi, dagli infermieri o dagli assistenti.<br />
A parte piccole e rare differenze c&#8217;erano delle costanti inquietanti nell&#8217;approccio al paziente, il mio primo passo per arginare il disagio che provavo fu quello di tentare di mettere a fuoco tali costanti, le loro sovrapposizioni e stratificazioni, gli effetti che producevano.<br />
Mi fermo su questi elementi, li elenco brevemente, per cercare poi di rapportarli ad un&#8217;immagine della &#8220;normalit&#038;agrave&#8221;, che nel libro definisco la N. pericolosa, che sta diventando pervasiva e incombente in tutti i contesti,  permettetemi la vecchia espressione: dalla culla alla bara, ed &egrave; completamente disumana, poich&eacute; prescrive durezza, autosufficienza, distacco dalle proprie e altrui emozioni.<br />
C&#8217;&egrave; una corrispondenza puntuale tra gli stili di cura e presa in carico e i modelli di normalit&agrave;.</p>
<p><strong>Stili di cura</strong></p>
<p>A) La mancanza o l&#8217;incapacit&agrave; di identificazione con l&#8217;altro, le <strong>pratiche oggettivanti di cura</strong>: ricordo il primario del reparto mielolesi, avvicinarsi al letto della ragazza sedicenne immobilizzata, dopo un incidente, seguito dal codazzo di assistenti e specializzandi, senza salutarla n&eacute; guardarla negli occhi, sollevare la mano inerte della ragazzina, spiegando agli altri che era la classica mano da tetraplegica.</p>
<p>B) L&#8217;<strong>autoritarismo</strong> e l&#8217;<strong>infantilizzazione dei pazienti o degli utenti</strong>, spesso unita ad una vaga colpevolizzazione (se stai cos&igrave;, in qualche modo te la sei voluta) o ad un atteggiamento &#8220;pedagogico&#8221; micidiale, di correzione continua: la coordinatrice della cooperativa di assistenza, che per &#8220;principio&#8221; rifiuta qualunque richiesta di cambiamento degli utenti, sottolineando, beffarda, che comunque &#8220;loro&#8221; non decidono; l&#8217;insegnante di sostegno, che di fronte al bambino con i tic, afferma decisa che gli toglier&agrave; lei quel vizietto; il medico che rimprovera la signora ricoverata, rea di avere chiesto spiegazioni sulla terapia farmacologica, minacciandola: &#8220;se non si fida, pu&ograve; andare via&#8221;.</p>
<p>C) Al terzo posto (ma tra i primi, in realt&agrave;)  metterei quello che ho chiamato lo &#8220;<strong>stile neutro</strong>&#8221; nei lavori di cura e assistenza: la pretesa del distacco e l&#8217;anaffettivit&agrave; della relazione, come obiettivo di &#8220;maturit&agrave;&#8221; lavorativa, il termine &#8220;professionale&#8221; usato sempre in antitesi al termine &#8220;personale&#8221;, le prescrizioni di ruolo per i vari operatori che inducono  sempre a mettere da parte l&#8217;emotivit&agrave;, come se fosse un elemento solo disturbante, senza garantire, in nessun lavoro di cura, un minimo spazio per l&#8217;elaborazione delle emozioni.<br />
Assolutamente vietato, alle riunioni di equipe, fare accenno ai sentimenti provati nel lavoro, verso gli utenti, pena l&#8217;accusa per l&#8217;operatore di essere immaturo, poco professionale, o nevrotico. Ricordo che quando ero assistente domiciliare, un ragazzo che seguivo fu trasferito in casa famiglia; smettendo quindi di essere nostro utente, lo andai a trovare comunque e subii un processo dalla cooperativa. &Egrave; ovvio che pi&ugrave; le emozioni sono negate negli operatori, pi&ugrave; questi diventano inclini verso un modello di normalit&agrave; totalmente asettico e anaffettivo.</p>
<p>D) Infine il martellamento costante, soprattutto nella riabilitazione, nell&#8217;assistenza sociale, nella consulenza psicologica, sull&#8217;<strong>autonomia</strong>, parola ormai dominante da anni  (c&#8217;entrer&agrave; lo smantellamento del Welfare?), in qualunque contesto sociosanitario  o educativo: dalla scuola materna al Centro Anziani.  Autonomia intesa come un vero delirio di autosufficienza: non dovere mai avere bisogno dell&#8217;aiuto di un altro, neanche psicologicamente, quindi essere anche totalmente anaffettivi.</p>
<p>A tali modalit&agrave; di cura e presa in carico, corrisponde un&#8217;immagine particolare della Normalit&agrave;, che pu&ograve; funzionare, per chi la subisce, come una lepre meccanica che non si riesce mai a raggiungere, o come una costante fonte di rabbia e di opposizione: destinata  a rimanere sterile, se non viene chiarita la componente di rifiuto soggettiva che incarna.<br />
La radice di questa normalit&agrave; &egrave;, ovviamente, l&#8217;adultomorfismo, come lo ha descritto Luigi Anepeta; da tale concezione deriva l&#8217;idea dell&#8217;infanzia come una condizione da correggere, come da correggere sono tutte le caratteristiche che, in questa visione, sono appannaggio esclusivo del bambino: la debolezza, la dipendenza, l&#8217;emotivit&agrave;. All&#8217;autoritarismo e all&#8217;infantilizzazione corrisponde un ideale di normalit&agrave; totalmente scevro da debolezze, mancanze, handicap tale da giustificare il martellamento riabilitativo o l&#8217;accanimento terapeutico: se l&#8217;obiettivo, irraggiungibile, &egrave; quello della &#8220;guarigione&#8221; completa, ci sar&agrave; sempre un ciclo di terapia da aggiungere, un miglioramento possibile da perseguire, un&#8217;imperfezione da correggere, sacrificando a tale obiettivo la libert&agrave; e l&#8217;individuazione del paziente, stroncando se serve la sua volont&agrave; divergente.<br />
Ricordo bambini, gi&agrave; bombardati da ore di fisioterapia, inviati dalla logopedista, per piccoli difetti di pronuncia, accusati benevolmente, se si opponevano, di essere pigri e ancora pi&ugrave; stimolati.</p>
<p>Ci sono dei temi che il libro ha lasciato in sospeso, accennandoli appena, collegati a questo argomento: quali aspetti, nella relazione terapeutica, nella presa in carico, nel sostegno sociale  (quindi &#8220;trasversali&#8221; alla specificit&agrave; del ruolo professionale) appaiono capaci di toccare i bisogni di una persona &#8211; disabile, malata o in crisi &#8211; posta violentemente ai margini da quello che le &egrave; capitato, rivelandosi risolutivi nel curare il trauma e permettere di riallacciare legami, di aiutare la ricerca di senso ed il recupero della libert&agrave; perduta e a ricucire un&#8217;individuazione devastata o interrotta.<br />
Io ne ho trovati 3 che mi sembrano basilari e sono collegati: <strong>riconoscere la storia, rifiutare il Modello Unico di Normalit&agrave;, favorire l&#8217;identificazione e il legame</strong>.</p>
<p>Al primo posto metterei <strong>la storia</strong>, cio&egrave; la capacit&agrave;, in chiunque approcci la persona ferita, di ricostruirne i percorsi e le vicende, di sapere chi era &#8220;prima&#8221; e a che punto della sua esistenza &egrave; capitato il trauma, dove stava andando quando la sua vita ha  virato cos&igrave; bruscamente.<br />
Storia che &egrave; sparita, inutile sottolinearlo, dalle procedure dei medici, che molto raramente ormai fanno l&#8217;anamnesi, dai mandati per tecnici della riabilitazione, o gli assistenti e anche, grazie al DSM, dal ruolo degli psicologi. Storia  (microstoria,  secondo la formulazione di Luigi Anepeta) che ci permette di capire il presente della persona, le sue reazioni e le sue difese, anche paradossali, i suoi valori, ideali e bisogni, messi in crisi dall&#8217;evento. Un po&#8217; come se fossimo davanti a un paese vittima del terremoto: per  aiutare a ricostruire dobbiamo sapere cosa c&#8217;era l&igrave;, prima.</p>
<p>Conoscere la storia di qualcuno pu&ograve; favorire la nostra <strong>identificazione</strong> con lui, molto pi&ugrave; dell&#8217;uso di una griglia o di un sistema classificatorio, pu&ograve; abbattere le barriere, i pregiudizi; pensiamo alle volte che, sapendo la storia di una persona, abbiamo cambiato il nostro giudizio. Darsi il tempo di raccontare e ascoltare serve a stabilire un contatto, a relativizzare i modelli di normalit&agrave;: se so quello che ti &egrave; successo smetto di chiederti di essere normale in modo standard, ti lascio essere normale a modo tuo.<br />
Capire le ragioni di un altro lascia lo spazio per l&#8217;identificazione, per il mettersi nei suoi panni e anche questa operazione, tanto scoraggiata dai sistemi di cura descritti, si rivela decisiva nella <strong>demolizione del modello unico di normalit&agrave;</strong>: se ho stabilito un legame con te, le etichette pi&ugrave; di tanto non servono.</p>
<p>Espinas, pubblicista spagnolo, padre  di una ragazza disabile, aveva coniato questo slogan, come didascalia ad una foto di un bambino down, sorridente: &#8220;Alcuni ti chiamano mongoloide, altri Down, i tuoi amici ti chiamano Paolo&#8221;.<br />
Ora, secondo la mia esperienza, l&#8217;identificazione e la solidariet&agrave;, come la capacit&agrave; di allacciare legami, si rivelano elementi fondamentali per la ripresa dopo un trauma (con tempi diversi da persona a persona), aspetti decisivi che se lasciati scorrere, sostenuti e valorizzati come avviene nei gruppi di auto aiuto, consentono alla persona ferita di riconnettersi con il mondo, arginando il rischio di rimanere piegati su di s&eacute;, sentendosi malati eterni, o di sfidarsi all&#8217;infinito con la performance dell&#8217;autonomia.</p>
<p>Un rapporto di cura (di presa in carico, riabilitazione o assistenza, o educazione) che tenga conto di questi aspetti (critica verso i modelli di normalit&agrave;, uso dell&#8217;affettivit&agrave;, riconoscimento della storia) credo che non possa mai diventare abusante o violento: entrare nella dimensione dell&#8217;altro ci permette di non vederlo pi&ugrave; come un alieno.</p>
<p>Concludo con due storie, una vissuta, l&#8217;altra letta, che per me furono veri e propri insight, nella strada della consapevolezza rispetto al mio lavoro.</p>
<p>Lavoravo al Don Orione e nei momenti di pausa stavo spesso in un certo cortiletto interno, circondato dalle mura, che prendeva aria e luce da un&#8217;apertura sul soffitto. Incontravo sempre un vecchio prete, gentile e cerimonioso, che aveva una forma particolare di delirio: aveva infilato una piuma di pavone in un buco nel pavimento e passava le giornate a rieducare la piuma: muoveva un fazzoletto a destra e a sinistra e interpretava l&#8217;ondeggiare all&#8217;aria della piuma come risposta ai suoi ordini. A volte la rimproverava, a volte la lodava, ogni tanto la blandiva: &#8220;Oh! Lo so che vorresti andartene in giro! Ma dobbiamo fare gli esercizi!&#8221;<br />
Per me quell&#8217;incontro fu determinante per capire il <em>burn out</em>; il prete faceva quello che probabilmente aveva fatto tutta la vita: rieducare, riabilitare, correggere. Dovevo stare attenta a non prendere come oro colato il mandato interventista dell&#8217;assistenza; il rischio era quello di vedere la realt&agrave; a senso unico.</p>
<p>La seconda storia l&#8217;ho letta in un libro, purtroppo non ricordo pi&ugrave; il titolo.<br />
Mi ricordo che tanti anni fa lessi un racconto di fantascienza, mi pare di Bradbury, che mi aiut&ograve; tantissimo e fu risolutivo rispetto al mio atteggiamento verso l&#8217;handicap e la diversit&agrave; in generale. Parlava di questa giovane coppia americana del futuro, entrambi belli e biondi, dediti al lavoro e allo sport. Lei &egrave; incinta, aspettano il bambino felici, ma invece del bambino nasce una piramide gelatinosa, azzurrina, fluorescente. I medici non sanno spiegarlo, deve essere accaduto qualche pasticcio strano con i mondi di altre dimensioni.<br />
La coppia torna a casa muta, costernata, depone la piramide nella cameretta preparata; si chiudono in casa, evitano la cameretta e il mondo di fuori. Sono disperati: non riusciranno mai ad accettare di avere come figlio la piramide&#8230; ammenoch&eacute;&#8230; si guardano e capiscono, devono fare un salto, entrare in un&#8217;altra dimensione, diventare anche loro  piramidi. Si tengono per mano, chiudono gli occhi e fanno questo salto, quando li riaprono, c&#8217;&egrave; un bambino biondo che gli sorride.<br />
Questo racconto, ci tengo a sottolinearlo, ha rappresentato per me uno spunto di riflessione sul rapporto non solo con la disabilit&agrave;, ma con l&#8217;altro, in generale ( il figlio che si aspetta, l&#8217;uomo o la donna che incontreremo, l&#8217;amico o il paziente, o lo studente). L&#8217;altro che, in qualche modo, non &egrave; quasi mai come ce lo aspettavamo, ma &egrave; molto pi&ugrave; vicino a noi, di quello che di solito crediamo.<br />
 Da questo punto di vista vorrei concludere sottolineando quanto siano utili, in ogni campo del lavoro sociale, le caratteristiche introverse: per quanto non riconosciute dalla cultura dei servizi, sensibilit&agrave;, empatia, immaginazione e fantasia si rivelano fondamentali nel costruire una relazione significativa, se le sappiamo difendere e valorizzare, diventano doti rilevanti in ogni momento del lavoro quotidiano.</p>
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		<title>Presentazione del saggio &#8220;La normalità dell&#8217;handicap&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Feb 2009 10:06:17 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Sabato 28 febbraio alle ore 15.00 si terr&#224; presso la sede della LIDI la presentazione del saggio La normalit&#224; dell&#8217;handicap di Pisana Collodi. La normalità dell&#8217;handicap Pisana Collodi &#8211; Ed. CISU 2008 Presentazione del saggio Ogni persona con disabilit&#224; &#232;, anche, una persona &#8220;normale&#8221; cio&#232; un essere socializzato, che condivide, in tutto o in parte, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sabato <strong>28 febbraio</strong> alle <strong>ore 15.00</strong> si terr&agrave; presso la sede della LIDI la <strong>presentazione del saggio <em>La normalit&agrave; dell&#8217;handicap</em></strong> di Pisana Collodi.</p>
<h3><em>La normalità dell&#8217;handicap</em><br />
Pisana Collodi &#8211; Ed. CISU 2008</h3>
<h4>Presentazione del saggio</h4>
<p><img src="/wp-content/uploads/2009/02/c_normalita.jpg" alt="La normalità dell'handicap" title="La normalità dell'handicap" width="211" height="310" class="alignleft size-full wp-image-1152" />Ogni persona con disabilit&agrave; &egrave;, anche, una persona &#8220;normale&#8221; cio&egrave; un essere socializzato, che condivide, in tutto o in parte, regole, modelli e valori vigenti nel contesto di riferimento. D&#8217;altro canto ogni persona (disabile e non) deve nel corso dell&#8217;esistenza individuarsi, cioè liberarsi da una normalit&agrave; standard, basata sulle norme e aspettative altrui, per cercare una normalit&agrave; propria, un modo di essere che risponda anche al sentire personale.<br />
Per chiunque abbia sofferto o si sia sentito emarginato, la normalizzazione esercita il fascino dell&#8217;integrazione sociale, ma pu&ograve; diventare anche un impedimento a seguire la propria strada.</p>
<p>C&#8217;&egrave; una normalit&agrave; dell&#8217;handicap, dunque, ma anche l&#8217;handicap della normalit&agrave;.</p>
<p>Questo libro affronta il tema dei diritti dei disabili  nonch&eacute; il modo in cui possono ritrovare libert&agrave; e autodeterminazione oltre i limiti correnti delle situazioni di cura e riabilitazione.</p>
<h4>L&#8217;autrice</h4>
<p><span class="highlight-green-b">Pisana Collodi</span>, psicologa, psicoterapeuta, professoressa a contratto presso l&#8217;Università degli Studi del Molise, è stata consulente per il Centro per l&#8217;Autonomia presso l&#8217;Associazione Paraplegici di Roma e Lazio dal 1997 al 2007.</p>
<p>ll libro può essere acquistato in qualunque libreria oppure <a href="http://www.ibs.it/code/9788879754231/collodi-pisana/normalita-dell-handicap.html" onclick='window.open(this.href); return false;'>online</a>.</p>
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		<title>Resoconto della presentazione del libro &#8220;Il Buio Esclusivo&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Feb 2009 07:38:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La presentazione è avvenuta il 17.01.2009 alle ore 15.00 presso la sede della LIDI, con una partecipazione tale che alcuni Soci sono rimasti in piedi. L&#8217;incontro è stato inaugurato dalla lettura di alcune poesie da parte dell&#8217;autrice, che ha scelto le seguenti: 10. Sole appuntito implacabile su occhi impreparati a tanta impudenza. Nessuna scusa nessuna [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La presentazione è avvenuta il 17.01.2009 alle ore 15.00 presso la sede della LIDI, con una partecipazione tale che alcuni Soci sono rimasti in piedi. L&#8217;incontro è stato inaugurato dalla lettura di alcune poesie da parte dell&#8217;autrice, che ha scelto le seguenti:</p>
<h3>10.</h3>
<p>Sole appuntito<br />
implacabile su occhi<br />
impreparati<br />
a tanta impudenza.</p>
<p>Nessuna scusa<br />
nessuna piet<br />
luce colore voluttà.</p>
<p>Domenica.</p>
<h3>20.</h3>
<p>Stendo foglie d&#8217;alloro<br />
dell&#8217;eterno patto<br />
ad accogliere<br />
nuova linfa<br />
sul sentiero<br />
che di me dimentica<br />
rovine e miserie.</p>
<p>E nell&#8217;attimo perfetto<br />
dell&#8217;oblio<br />
mi lascio illuminare<br />
da un bagliore<br />
che trafigge<br />
iridi e vene<br />
a nuova luce<br />
consegnare<br />
in mani ferite e tremanti.</p>
<p>Fulmineo accolgo<br />
il risuonare<br />
di tanto brusio<br />
che nei<br />
vicoli di me<br />
alla luce<br />
mi scorta.</p>
<p>Ed io<br />
a tanto fulgido<br />
inceder di grazia<br />
mi abbandono<br />
e mi lascio<br />
a soavi mete<br />
sospingere.</p>
<h3>26.</h3>
<p>Respiro<br />
ne sento il suono.</p>
<p>Respiro<br />
assaporo gli odori<br />
di un mattino<br />
pigro<br />
scosto le labbra<br />
a far posto<br />
all&#8217;aria<br />
che entra gira e rigira.</p>
<p>Respiro<br />
fiato su fiato<br />
a rompere i polmoni<br />
ad allargar le mani<br />
a sentire<br />
quel filo<br />
di vita<br />
aggrapparsi<br />
a tutta me&#8230;</p>
<p>Respiro.</p>
<h3>21.</h3>
<p>Ferma<br />
rimarrei<br />
immobile nel sole<br />
inerme al suono<br />
intorno<br />
che tintinna e scuote.</p>
<p>Lascerei<br />
scorrere<br />
senza toccare<br />
guarderei<br />
correre<br />
senza sudare.</p>
<p>Ma nel mio respiro<br />
che fatico&#8230;<br />
è qui al centro<br />
che mi rompo<br />
e mi perdo.</p>
<p>Nel mio petto<br />
sento<br />
colpirmi blocchi<br />
di dolore<br />
mai sciolto<br />
e<br />
anche nel deserto<br />
non sono sicura.</p>
<p>Afferro<br />
il Niente<br />
quasi a salvarmi<br />
qui<br />
pronto e manifesto.</p>
<p>Niente che<br />
non si ferma<br />
che ferisce<br />
e sanguina&#8230;<br />
nelle mie mani aperte<br />
che niente sanno<br />
difendere.</p>
<h3>30.</h3>
<p>Ho lavato<br />
il dolore<br />
nel solco di lacrime<br />
non mie<br />
ho sospirato<br />
all&#8217;ombra<br />
di un albero fiero<br />
che i miei occhi<br />
non avevano<br />
visto prima<br />
e<br />
finalmente<br />
ho sostato<br />
lontano<br />
dal fragore del mondo.</p>
<p>Che il Sole d&#8217;Oriente<br />
esploda<br />
ad incorniciare<br />
occhi di verità<br />
nude<br />
a colpire<br />
pietre conficcate<br />
di mala-amore<br />
a stracciare<br />
vesti dorate<br />
di colpe<br />
mai scontate<br />
nel fango intrise.</p>
<p>Qui.<br />
Dritta.<br />
sono ad accoglierti<br />
nella<br />
tua sosta<br />
nel palmo aperto<br />
di chi sa slegare.</p>
<p>Ed<br />
il mio anelito<br />
di vita<br />
scorra<br />
e soffi lieve<br />
su mani<br />
che incontrano destini<br />
non miei<br />
e che<br />
nell&#8217;abbraccio<br />
unisono<br />
diventano<br />
perché</p>
<p>unisono<br />
sono.</p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Presentazione del libro &#8220;Il Buio Esclusivo&#8221;</title>
		<link>http://www.legaintroversi.it/2009/01/07/presentazione-del-libro-il-buio-esclusivo/</link>
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		<pubDate>Wed, 07 Jan 2009 07:46:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sabato 17 gennaio alle ore 15.00 si terr&#224; presso la sede della LIDI la presentazione del libro di poesie Il Buio Esclusivo di Tiziana Silvestri. Il Buio Esclusivo Tiziana Silvestri &#8211; Ed. Il Filo 2008 Presentazione del libro Il buio che avvolge, protegge, esclude: il Buio Esclusivo. &#8220;Esclusivo&#8221; vuol dire: &#8220;tendente a escludere&#8221;, ma anche: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sabato <strong>17 gennaio</strong> alle <strong>ore 15.00</strong> si terr&agrave; presso la sede della LIDI la <strong>presentazione del libro di poesie <em>Il Buio Esclusivo</em></strong> di Tiziana Silvestri.</p>
<h3><em>Il Buio Esclusivo</em><br />
Tiziana Silvestri &#8211; Ed. Il Filo 2008</h3>
<h4>Presentazione del libro</h4>
<p><img src="/wp-content/uploads/2009/09/c_buio.jpg" alt="Il Buio Esclusivo" title="Il Buio Esclusivo" width="211" height="310" class="alignleft size-full wp-image-1157" /> Il buio che avvolge, protegge, esclude: il <em>Buio Esclusivo</em>.<br />
&#8220;Esclusivo&#8221; vuol dire: &#8220;tendente a escludere&#8221;, ma anche: &#8220;appartenente a una sola persona&#8221;, infine: &#8220;unico&#8221;. Dunque &#8211; in questo caso &#8211; gelosamente proprio, privilegio, ma anche stigma.<br />
Un guscio? Un bozzolo? Impenetrabile? No. Anzitutto, dentro si generano i sogni, gli incubi, o i ricordi che ci riportano fuori. Inoltre, questo buio (queste tenebre, questa notte, questa quiete, questo oblio) agli attacchi e alle intrusioni brusche e repentine della luce, dei colori e dei rumori.</p>
<h4>L&#8217;autrice</h4>
<p><span class="highlight-blue-b">Tiziana Silvestri</span> &egrave; nata a Roma il 28 maggio del 1972. Dopo aver conseguito la maturit&agrave; classica presso  il liceo &#8220;L. Manara&#8221;, si &egrave; laureta in Giurisprudenza presso l&#8217;Universit&agrave; &#8220;La Sapienza&#8221;. Dopo esperienze lavorative in diverse citt&agrave; d&#8217;Italia, oggi vive e lavora a Roma. <em>Il Buio Esclusivo</em> &egrave; la sua prima silloge edita.</p>
<p>Il libro può essere acquistato in qualunque libreria oppure <a href="http://www.ibs.it/code/9788856707519/silvestri-tiziana/buio-esclusivo.html" onclick='window.open(this.href); return false;'>online</a>.</p>
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		<title>&#8220;Timido, docile, ardente&#8230;&#8221;: l&#8217;introduzione del saggio</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Jul 2008 09:53:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Saggi del dott. Anepeta]]></category>
		<category><![CDATA[Anepeta]]></category>
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		<category><![CDATA[saggio sull'introversione]]></category>

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		<description><![CDATA[Premessa Per il senso comune l&#8217;introverso è tout-court un &#8220;orso&#8221;, un essere tendenzialmente solitario e asociale. Il senso comune si riflette anche nelle definizioni fornite dai dizionari, che connotano l&#8217;introverso come chiuso, timido, schivo, freddo, riservato, distaccato, e l&#8217;estroverso, invece, come aperto, comunicativo, cordiale, affettuoso, espansivo, esuberante. Quanto c&#8217;è di vero in queste definizioni, nelle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>Premessa</h3>
<p>Per il senso comune l&#8217;introverso è tout-court un &#8220;orso&#8221;, un essere tendenzialmente solitario e asociale. Il senso comune si riflette anche nelle definizioni fornite dai dizionari, che connotano l&#8217;introverso come chiuso, timido, schivo, freddo, riservato, distaccato, e l&#8217;estroverso, invece, come aperto, comunicativo, cordiale, affettuoso, espansivo, esuberante.</p>
<p>Quanto c&#8217;è di vero in queste definizioni, nelle quali risuona un giudizio di valore? Parecchio stando alle apparenze, poco per quanto concerne ciò che si dà dietro di esse. Alla verità era già arrivato <a href="/2007/05/15/la-biografia-interiore-di-jean-jacques-rousseau/">Rousseau</a>, tratteggiando, nelle <em>Confessioni</em>, il suo carattere &#8220;timido e docile nella vita ordinaria, ma ardente, fiero, indomabile nelle passioni&#8221;.</p>
<p>Lo scarto tra l&#8217;apparente riservatezza e un mondo interiore passionale è l&#8217;essenza dell&#8217;introversione.</p>
<p>Analizzare e spiegare tale scarto aiuta a sormontare il pregiudizio che ne discende e a comprendere più in profondità l&#8217;umano.</p>
<h3>Introduzione</h3>
<p>Nascere più o meno introverso è un evento casuale, una &#8220;scelta&#8221; della natura che si realizza quand&#8217;essa rimescola, nel suo caleidoscopio, il patrimonio di geni contenuto nei gameti della madre e del padre, che a sua volta è una combinazione di quello degli avi.</p>
<p>Il fondamento genetico dell&#8217;introversione è fuor di dubbio, anche se a riguardo si sa ancora poco (cfr. appendice 2).</p>
<p>L&#8217;influenza dei geni sullo sviluppo e l&#8217;organizzazione della personalità è controversa. Un solo fatto si può ritenere certo: essa non è deterministica. Ogni uomo, nel modo di essere che lo caratterizza, è un prodotto di fattori diversi &#8211; biologici, psicologici, culturali -, che interagiscono tra loro. La natura umana non è una tabula rasa, ma il ruolo delle influenze ambientali e del modo in cui il soggetto utilizza il suo patrimonio di esperienza non può essere minimizzato</p>
<p>Data la complessità dell&#8217;essere umano, non c&#8217;è da sorprendersi che la teoria della personalità rappresenti la branca più povera, incerta e contraddittoria nell&#8217;ambito della psicologia. Il problema di fondo, come riesce chiaro da un&#8217;analisi della letteratura a riguardo (dal classico <em>Teorie della personalità</em> di Calvin S. Hall e Gardner Lindzey, Boringhieri, Milano 1986 ai più recenti: <em>La scienza della personalità</em> di Lawrence A. Pervin e Oliver P. John, Raffaello Cortina Editore 2003; <em>Psicologia e personalità</em>, a cura di Loredano Matteo Lorenzetti, Angeli, Milano, 2005), è che nessuno dei modelli finora proposti riesce a valutare adeguatamente il ruolo dei fattori genetici, ambientali e psicologici.</p>
<p>Una &#8220;scienza&#8221; della personalità, insomma, è un proposito piuttosto che una realtà. Non è un caso, pertanto, che tra le molteplici ipotesi enunciate dagli autori, poche sono riuscite ad affermarsi e a perdurare. Una di queste è la distinzione introdotta da <a href="/2006/06/05/estroversione-e-introversione-secondo-jung/">Jung</a> tra estroversione e introversione, che, avendo una portata d&#8217;ordine universale, è giunta a far parte del linguaggio e del senso comune (cfr. appendice 1).</p>
<p>La concezione junghiana ha avuto fortuna perché, nell&#8217;insieme degli orientamenti di carattere umani, ha identificato due tipologie che, avendo un fondamento genetico, sono agevolmente distinguibili quali che siano le influenze ambientali.</p>
<p>Purtroppo, però, nel nostro mondo, tali influenze non sono neutrali, nel senso di consentire ad ogni individuo di svilupparsi secondo le sue linee di tendenza costituzionali. Esse agiscono quasi sempre negativamente sullo sviluppo e sul modo d&#8217;essere degli introversi.</p>
<p>Nella sua essenza, come si vedrà. l&#8217;introversione è caratterizzata essenzialmente da un ricco corredo emozionale, associato spesso ad una vivace intelligenza: da un mondo interiore, insomma, la cui vibratilità agli eventi esterni esercita una cattura costante sull&#8217;Io, che non può prescindere dal valutarli, elaborarli e dare senso ad essi.</p>
<p>Sentire e capire di più sembrerebbero, sulla carta, qualità ottimali per promuovere lo sviluppo di una personalità ben strutturata, differenziata e originale. I soggetti che, per sorte, ricevono questo &#8220;dono&#8221;, manifestano invece, nel nostro mondo, difficoltà più o meno rilevanti di adattamento sociale e, con una frequenza inquietante, disturbi psichici di varia natura.</p>
<p>Il paradosso per cui una ricchezza potenziale, qual è quella intrinseca all&#8217;introversione, dà luogo spesso ad un&#8217;esperienza di vita soggettivamente e a volte socialmente penosa, fino al limite estremo dell&#8217;isolamento e del disagio psichico, rappresenta un &#8220;mistero&#8221; difficile da decifrare.</p>
<p>Alcuni studiosi lo risolvono affermando che l&#8217;introversione, se comporta una ricchezza di potenzialità, o forse proprio in conseguenza di essa, è caratterizzata anche da una &#8220;vulnerabilità&#8221; costituzionale che non favorisce l&#8217;adattamento alle normali richieste della vita. Si tratta, però, di una interpretazione &#8220;ideologica&#8221;, quindi tendenziosa, che assume l&#8217;adattamento al mondo esterno come criterio supremo di normalità. Essa traspone un principio valido per gli animali, che devono lottare per sopravvivere in rapporto all&#8217;ambiente naturale, ad un livello &#8211; quello umano &#8211; laddove l&#8217;adattamento concerne un ambiente culturale prodotto dall&#8217;uomo stesso: un ambiente, dunque, &#8220;artificiale&#8221;, che può fornire opportunità di sviluppo non congruenti con la varietà genetica che caratterizza gli individui.</p>
<p>Occorre trovare altre chiavi di interpretazione. È questo l&#8217;intento del saggio.</p>
<p>Esso è stato scritto sull&#8217;onda di un&#8217;&#8221;indignazione&#8221; cresciuta nel corso degli anni. È sempre più doloroso confrontarmi, come psicoterapeuta, con ragazzi e giovani, dotati di grandi potenzialità, devastati dall&#8217;interazione con un mondo che non li comprende né li rispetta (e che essi, a loro volta, non comprendono, per quanto, in genere, non possono fare a meno di rispettare). È ugualmente penoso pensare al numero d&#8217;introversi che, pur non manifestando un apparente disagio psichico, vivono schiacciati sotto il peso di una diversità percepita negativamente, convinti d&#8217;essere inadeguati e &#8220;difettosi&#8221; nonostante il loro valore sia, spesso, riconosciuto dagli altri.</p>
<p>L&#8217;indignazione cui ho fatto cenno non ha alcuna valenza moralistica. Non è mia intenzione puntare il dito accusatorio sul mondo così com&#8217;è, fatto cioè (tra l&#8217;altro, neppure tanto bene) su misura per gli estroversi, ritenendo la sua organizzazione un prodotto della storia piuttosto che di volontà deliberate, né sui familiari e sugli insegnanti i quali, confrontandosi con soggetti difficili da capire nella loro complessità interiore, fanno quello che possono.</p>
<p>Dato però che i danni che gli introversi ricavano dall&#8217;interazione con l&#8217;ambiente è un fatto oggettivo, documentabile e inquietante, ritengo che i tempi siano maturi perché questo problema fuoriesca dal cono d&#8217;ombra che lo avvolge, venga finalmente colto nel suo spessore, soprattutto in un&#8217;ottica di prevenzione del disagio psichico, e dia luogo ad una presa di coscienza che dovrebbe tradursi, per quanto riguarda gli introversi, nel vivere consapevolmente la loro condizione realizzandola secondo le sue linee di tendenza, e, per quanto riguarda il mondo, in una nuova programmazione sociale a livello pedagogico e culturale.</p>
<p>La via per giungere a questa &#8220;rivoluzione&#8221; culturale è lunga.</p>
<p>Entrati nel linguaggio comune, i termini introversione ed estroversione sono connotati univocamente, come accennato, con un segno negativo l&#8217;uno, positivo l&#8217;altro. La qualificazione è in gran parte riconducibile al comportamento apparente &#8211; chiuso o aperto sotto il profilo della comunicazione con il mondo esterno e con gli altri &#8211; valutato con un metro di misura che implica un giudizio di valore.</p>
<p>Tale metro di misura pone tra parentesi un dato essenziale inerente l&#8217;esperienza umana.</p>
<p>Animale sociale, &#8220;affacciato&#8221; percettivamente sul mondo esterno, l&#8217;uomo ha raggiunto la sua specificità mentale in virtù della capacità di costruire una trama di significati simbolici socialmente condivisi che hanno definito un mondo interno, dotato di una sua realtà. La coscienza vive dunque nell&#8217;interfaccia tra due mondi che interagiscono tra loro, anche se essa rimane comunemente preda di un ingenuo realismo che la porta a enfatizzare il primo e a misconoscere il secondo, che, tra l&#8217;altro, è l&#8217;unico che &#8220;esperisce&#8221;. È vero che del mondo esterno fa parte anche il socius senza l&#8217;interazione con il quale non si definirebbe un mondo interno. Considerare però l&#8217;apertura all&#8217;esterno come un criterio normativo implica, tra l&#8217;altro, ignorare che, assumendo come referente il mondo interno, il giudizio potrebbe essere semplicemente invertito di segno.</p>
<p>Il pregiudizio in questione definisce il modo d&#8217;essere introverso come disfunzionale in sé e per sé, se non addirittura &#8220;patologico&#8221;. Basta fare una ricerca su Internet per constatare quante offerte d&#8217;aiuto vengono rivolte, da psicologi e psicoterapeuti, agli introversi, associate alla promessa di liberarli dalla timidezza, dalle inibizioni, dalle difficoltà di rapporto con l&#8217;altro sesso, ecc. L&#8217;offerta corrisponde ad una domanda reale, ad un disagio vissuto sulla pelle, anche se va detto che molti psicoterapeuti, irretiti essi stessi del modello culturale dominante, offrono un aiuto il cui obiettivo ultimo è la normalizzazione: un rimedio peggiore del male. Nessuna offerta di aiuto viene rivolta, ovviamente, agli estroversi, un buon numero dei quali, pure adattati al mondo così com&#8217;è in virtù della loro efficienza e spigliatezza, rientrano nell&#8217;ambito della pseudonormalità analizzata in passato da E. Fromm (<em>Psicoanalisi della società contemporanea</em>, Mondadori, Milano, 1987).</p>
<p>En passant, è importante precisare immediatamente che il superamento del pregiudizio nei confronti dell&#8217;introversione non deve tradursi in un altro pregiudizio a carico dell&#8217;estroversione. Selezionati dalla natura, entrambi gli orientamenti, come vedremo, hanno un grande significato nella cornice dello sforzo della specie umana di oggettivare le sue potenzialità. Ogni uomo, insomma, deve vivere nella sua pelle e coltivare la vocazione ad essere scritta nel suo corredo genetico.</p>
<p>Il problema è che, nel nostro contesto socio-culturale, se molti introversi si chiudono rispetto al mondo esterno più di quanto sia necessario per salvaguardare la loro identità, e spesso covano nei confronti degli altri rabbie di ogni genere, un numero rilevante e continuamente crescente di estroversi, si chiudono al mondo interno più di quanto sia ragionevole per assicurare alla personalità uno sviluppo interiore. Essi rimangono cristallizzati in una sterile e spesso monotona &#8220;normalità&#8221;.</p>
<p>Esistono, insomma, nel nostro mondo, troppi introversi introvertiti e troppi estroversi estrovertiti. Questo giudizio non è un gioco di parole. Esso coglie una drammatica realtà psicosociologica, che non è azzardato ricondurre nell&#8217;ambito dell&#8217;alienazione, se con questo termine s&#8217;intende un&#8217;eccessiva pressione adattiva operata da un modello normativo funzionale alle esigenze del sistema socio-economico e culturale.</p>
<p>Il pregiudizio nei confronti degli introversi, che essi purtroppo interiorizzano con l&#8217;aria che respirano, e che in non pochi casi si traduce in una &#8220;persecuzione&#8221; sociale, il più spesso inconsapevole e incolpevole, non è certo l&#8217;unica iniquità del nostro mondo. Denunciarla dipende solo dall&#8217;essere quella che quotidianamente ho sotto gli occhi, e può determinare conseguenze psicologiche anche molto gravi. Rispetto alle altre iniquità, ritengo che sia anche la più facilmente rimediabile in conseguenza di una presa di coscienza da parte dei diretti interessati, degli educatori e della società.</p>
<p>In un mondo in cui il tema della diversità si va configurando come fondamentale, il problema dell&#8217;introversione, posto che se ne colgano tutte le implicanze, dovrebbe essere affrontato come primario. Al di là del riconoscere agli introversi diritti di pari opportunità di sviluppo, che vengono più o meno sistematicamente violati (in misura maggiore rispetto alla media), l&#8217;affrontare il problema rappresenterebbe un salto di qualità sulla via di una civiltà più aperta al riconoscimento del valore della diversità.</p>
<p>Il libro ha il duplice intento di illustrare che cos&#8217;è l&#8217;introversione in sé e per sé, nelle sue caratteristiche specifiche, nel suo valore e nei suoi limiti, e di analizzare le circostanze ambientali e i fattori soggettivi, consci e inconsci, che troppo spesso determinano una condizione di disagio psichico e psicopatologico. Scritto meno per gli specialisti &#8211; psichiatri e psicologi -, gran parte dei quali sono funzionari della normalità corrente, che per coloro che hanno orecchie per intendere, il saggio rappresenta il &#8220;manifesto&#8221; della Lega Italiana per la tutela dei Diritti degli Introversi (LIDI), il cui scopo primario è di avviare un&#8217;opera di prevenzione dei disturbi psichici che gli introversi manifestano in conseguenza dell&#8217;interazione con un ambiente familiare, scolastico, culturale e sociale sfavorevole.</p>
<p>Uno scopo secondario, ma non meno importante, è di fornire agli introversi adolescenti e adulti strumenti che consentano loro di riconoscere i valori e i limiti intrinseci al loro modo di essere, in maniera tale che da porli in condizione di apprezzare e a sviluppare i primi senza affannarsi a mascherare e reprimere i secondi.</p>
<p>La Lega non intende eleggere gli introversi al ruolo di vittime di una qualche &#8220;congiura&#8221; nei loro confronti. Di fatto, vale a dire oggettivamente, lo sono. Ma è pur vero che, spesso, con la loro esasperata sensibilità, l&#8217;aspettativa univoca che il mondo sia altro da quello che è, l&#8217;incomprensione nei confronti dei “normali” e, talora, il rifiuto di rimanere fedeli al proprio modo d&#8217;essere, partecipano, senza sapere e senza volere, a stringere intorno alla loro anima il cappio dell&#8217;infelicità.</p>
<p>Il saggio si articola in quattro capitoli. Nel primo (Che cos&#8217;è l&#8217;introversione) tento di descrivere le caratteristiche che si possono attribuire al genotipo. Nel secondo (Le carriere introverse) vengono illustrati gli sviluppi dell&#8217;introversione nell&#8217;interazione con il mondo sociale: i fenotipi, dunque, vale a dire le varie personalità introverse. Nel terzo (Introversione e disagio psichico) vengono analizzati in termini psicodinamici i disturbi psicopatologici più frequenti che si realizzano in conseguenza delle carriere introverse. Nel quarto, infine, (Vivere e lasciare vivere l&#8217;introversione) si forniscono, più che consigli, criteri di valutazione del modo di essere introverso nella varie fasi della vita che possono risultare utili agli introversi stessi, agli educatori e anche agli estroversi, a molti dei quali non farebbe certo male coltivare con un po&#8217; più di attenzione il rapporto con il loro mondo interiore.</p>
<p>Al corpo del saggio seguono tre appendici. La prima è una breve analisi critica della teoria di Jung e dell&#8217;incidenza che essa ha avuto sulla storia della psicologia. La seconda affronta il problema della genetica dell&#8217;introversione avanzando, a riguardo, un&#8217;ipotesi evoluzionistica alla quale assegno un grande significato. La terza propone un questionario sull&#8217;introversione (da me compilato sulla scorta di quello di Eysenck) che può consentire a chiunque un&#8217;autovalutazione del proprio orientamento caratteriale.</p>
<p><span class="highlight-green">Il libro può essere acquistato in qualunque libreria oppure online sul <a href="http://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_Libro.asp?CodiceLibro=239.163">sito della casa editrice</a></span>.</p>
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