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	<title>LIDI - Lega Italiana per la tutela dei Diritti degli Introversi &#187; Presentazioni libri</title>
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	<description>Conoscere, riconoscere, riabilitare l&#039;introversione e prevenire il disagio degli introversi</description>
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		<title>Resoconto della presentazione del libro &#8220;Le talpe riflessive. Il mondo sotterraneo dell&#8217;introversione&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Feb 2011 08:29:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Presentazioni libri]]></category>
		<category><![CDATA[Anepeta]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 26 febbraio il libro Le talpe riflessive. Il mondo sotterraneo dell&#8217;introversione è stato presentato ufficialmente a Roma presso la Biblioteca Comunale &#8220;Casa del Parco-Casale del Giannotto&#8221;. Premessa Devo ringraziare anzitutto, oltre ai collaboratori – Lisa, Marcello, Maria – che si sono sobbarcati un arduo lavoro di selezione, i veri autori del libro, che sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il <strong>26 febbraio</strong> il libro <a href="/2011/01/04/le-talpe-riflessive-il-mondo-sotterraneo-dell-introversione/"><strong><em>Le talpe riflessive. Il mondo sotterraneo dell&#8217;introversione</em></strong></a> <span class="highlight-blue">è stato presentato ufficialmente a Roma presso la Biblioteca Comunale &#8220;Casa del Parco-Casale del Giannotto&#8221;</span>.</p>
<h3>Premessa</h3>
<p>Devo ringraziare anzitutto, oltre ai collaboratori – Lisa, Marcello, Maria – che si sono sobbarcati un arduo lavoro di selezione, i veri autori del libro, che sono coloro i cui messaggi hanno suggerito di scriverlo. Il ringraziamento si estende naturalmente anche a coloro che non risultano nella lista dei nickname posti alla fine del libro. Per giustificare la selezione, meditata ma inesorabilmente arbitraria, basterà dire che la punta di un iceberg non esiste se non in virtù del corpo che le consente di affiorare…</p>
<p>Un libro di testimonianze non ha bisogno di una presentazione, ma di un recitativo che dia ad esse voce. Il recitativo ci sarà.</p>
<p>A me spetta il compito di introdurlo con qualche riflessione estemporanea che &#8211; mi auguro &#8211; arricchisca le brevi note di commento che ho apposto alla fine dei capitoli.</p>
<h3>1.</h3>
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<div style="font-size:11px;font-family:tahoma,arial;height:26px;padding-top:2px;">Vedi altre presentazioni della <a style="text-decoration:underline;" href="http://www.slideshare.net/LIDI">LIDI</a>.</div>
</div>
<p>Non so se il titolo, che richiama al lavorio di scavo sotterraneo che avviene costantemente nel mondo interiore degli introversi, sia felice o infelice. Mi preme dare conto qui di come esso è venuto fuori, perché ritengo la cosa di un certo interesse.</p>
<p>Fin da quando ho cominciato a cercare un titolo, la mente mi ha imposto il riferimento al mondo animale. Non sono rimasto sorpreso perché la logica totemica governa l&#8217;umanità fin dalla sua comparsa ed è, nonostante non ce ne rendiamo conto, ancora molto attiva. Al di là dell&#8217;araldica, che ha un interesse storico, stemmi e loghi con animali sono diffusi ovunque. Anche il linguaggio corrente è denso di metafore antropomorfiche: parlando, in tono spregiativo o elogiativo, di esseri umani, si usano spesso termini come verme, serpente, coniglio, maiale, elefante, aquila, leone,  tigre ecc. </p>
<p>Non penso però che sia stata l&#8217;ossessione totemica a generare il titolo.</p>
<p>La verità è che la neotenia, che ritengo essere la caratteristica biopsicologica più spiccata degli introversi, l&#8217;associo costantemente al cane. L&#8217;associazione non fa riferimento &#8211; è ovvio, ma preferisco specificarlo &#8211; al dramma proverbiale della solitudine, ma alla storia della domesticazione del canis familiaris, che mi ha illuminato sull&#8217;incidenza caratteriale della neotenia. Essa, peraltro, non mi ha suggerito alcun titolo significativo. Meglio così perché esso, posto che fosse stato possibile formularlo,  avrebbe attirato i cinofili ma respinto i cinofobi. E poi gli introversi sono il frutto di una selezione naturale.</p>
<p>La seconda suggestione totemica mi ha ricondotto all&#8217;albatros di Baudelaire, con il suo goffo impaccio quando zampetta e la prodigiosa apertura alare quando vola. Il problema è che, oltre ad essere una metafora un po&#8217; abusata, nel nostro mondo pochi introversi (ahimé) riescono a prendere il volo, e alcuni, quando si tratta di affrontare l&#8217;esposizione sociale, anziché la fantasia di volare, hanno quella di sotterrarsi.</p>
<p>Questa fantasia ha evocato naturalmente la talpa. Trattandosi di un animale un po&#8217; goffo, monotono e odiato dagli orticoltori, ho esitato alquanto a decidere. Avrei di sicuro desistito se non fosse intervenuta una circostanza decisiva o meglio la memoria di una circostanza.</p>
<p>I  miei doveri di nonno mi hanno imposto, ahimé, di sorbirmi tutta una lunga serie di video di <em>Winnie the Pooh</em> &#8211; un orso accattivante. Il riferimento all&#8217;orso, come accennavo poco fa, è uno dei più gettonati quando si parla di introversione. L&#8217;interpretazione disneyana attesta che gli uomini hanno la capacità di umanizzare il mondo animale, mentre sembrano in difficoltà nell&#8217;umanizzare il mondo umano.</p>
<p>Ma che c&#8217;entra <em>Winnie Pooh</em> con la talpa? Nell&#8217;interminabile serial, l&#8217;orso convive in bell&#8217;armonia con un gruppo di amici, tra cui si dà un coniglio, Tappo, che non sembra affatto timoroso quanto piuttosto ossessivo nella cura del suo campo coltivato, naturalmente, a carote. C&#8217;è una talpa maledetta, però, che periodicamente glielo devasta.</p>
<p>In questa scena ricorrente, la mia mente distorta di intellettuale (che riuscirebbe – penso – a ricavare qualche profondo significato anche dalle figure Panini) ha letto la raffigurazione della dialettica tra ordine e disordine che segna la storia della cultura umana. Un bel volo pindarico, si direbbe, che ritengo peraltro del tutto fondato.</p>
<p>Cultura, di fatto, è un termine imparentato con coltura. L&#8217;imparentamento non è casuale. La nascita dell&#8217;agricoltura ha inciso sulla storia della specie umana in maniera formidabile, determinando  la divisione del lavoro intellettuale da quello manuale, che, tra l&#8217;altro, con la nascita della scrittura, ha avviato l&#8217;accumulazione e la trasmissione del patrimonio culturale.</p>
<p>La cultura ha due diversi significati. Sotto forma di insieme di tradizioni, costumi, valori condivisi a livello di senso comune, istituzioni, leggi essa (con la c minuscola) tende a stabilizzare la società all&#8217;insegna della Norma. La Norma mette ordine nel caos, ma forza i soggetti a pensare, a sentire e ad agire in maniera convergente o omologa. Nella sua espressione creativa, invece,  la Cultura è una ricerca orientata a mettere in discussione la Norma e ad andare al di là di essa.</p>
<p>La cultura organizza la società e dà ad essa un&#8217;identità riconoscibile in superficie sotto forma di senso comune, mentre la Cultura scava cunicoli che tendono a valorizzare ciò che il senso comune esclude, rimuove o squalifica.</p>
<p>La dialettica tra cultura come senso comune e Cultura come tentativo costante di andare al di là del senso comune è costitutiva di ogni società. Si può immaginare una società nella quale lo scarto che si dà tra esse si riduca al minimo. Non si può immaginare una società nella quale si azzeri del tutto.</p>
<p>Il senso comune è il tessuto connettivo della società, che consente agli individui che ad essa appartengono di vivere in superficie, godendo dei frutti del lavoro delle generazioni precedenti. Certo, il profittare di quel lavoro comporta qualche rischio. Il senso comune si organizza sempre sulla base dell&#8217;uso di non pochi diserbanti, che spesso scambiano per erbacce germogli preziosi. La cultura umana (con la c minuscola) non è e non sarà mai una cultura naturale, ma dare ad essa credito comporta i suoi vantaggi. Si può vivere sapendo come si deve vivere senza star lì a rompersi la testa. </p>
<p>Gli introversi partecipano per forza di cose, vivendo nel mondo, della cultura, ma la loro mente sembra organizzata per rompersi la testa nella ricerca del senso della vita, delle cose, del perché esse stanno così e non in un altro modo, ecc. Se questo assillo di ricerca, della quale parecchi di essi farebbero volentieri a meno, non porta che raramente a produrre Cultura, a creare cioè qualcosa di universalmente significativo, esso mantiene una tensione necessaria perché qualcuno giunga a produrla.</p>
<p>Come diceva Eraclito, molti cercano l&#8217;oro, pochi lo trovano. Perché qualcuno lo trovi, però, c&#8217;è bisogno che molti lo cerchino.<br />
L&#8217;assillo della mente introversa che cerca, si interroga e scava comporta però, tra l&#8217;altro, un inconveniente: l&#8217;allergia per tutto ciò che rientra nella categoria della superficialità. Gli introversi ono per natura &#8220;dietrologi&#8221;. Laddove si dà una superficie, essi danno per scontato che essa nasconde qualcosa. </p>
<p>Questa attitudine naturale per il senso nascosto dietro le apparenze comporta però un inconveniente: un&#8217;avversione più o meno profonda nei confronti degli esseri umani &#8211; gli estroversi &#8211; che tendono a vivere in superficie. L&#8217;accusa più frequente che gli introversi rivolgono agli estroversi è quella appunto di superficialità, ripagata da quella di essere &#8220;pesanti&#8221; e &#8220;rompiscatole&#8221; per via della pretesa di andare al fondo delle cose.</p>
<p>Ritengo che entrambe le accuse siano sbagliate perché oppongono due dimensioni &#8211; il superficiale e il profondo &#8211; che sono costitutive della realtà umana e di quella sociale.</p>
<p>Solo nel cielo astratto della matematica una superficie è una forma geometrica senza spessore, avente solo due dimensioni. A livello di cultura, la superficie è come la crosta terrestre: un mantello solidificato e compatto, in una certa misura, di tradizioni, pre-giudizi, modi di sentire, pensare ed agire che hanno una lunga storia, al di sotto del quale si dà un&#8217;incessante dinamica di assestamento che può da un momento all&#8217;altro dar luogo ad uno scossone rivoluzionario.</p>
<p>Sarebbe un bel guaio se tutti gli esseri umani vivessero in superficie, prendendo per buono un ordine socioculturale che è uno dei tanti possibili. Sarebbe un guaio di non minore portata se tutti scavassero sotto terra, mandando continuamente all&#8217;aria l&#8217;ordine della cultura.</p>
<p>Ogni società ha bisogno di un certo grado (solitamente elevato) di stabilità e di un certo grado di instabilità. L&#8217;uno assicura la sua identità e la persistenza delle tradizioni e delle istituzioni; l&#8217;altra promuove, con tempi inesorabilmente lenti, un cambiamento che può intervenire anche repentinamente.</p>
<p>Come afferma il <em>Candido</em> di Voltaire, che fa le bucce al suo stolto mentore &#8211; il dottor Pangloss -, &#8220;bisogna che lavoriamo il nostro orto&#8221;. Perché l&#8217;orto della cultura non si isterilisca, occorrono gli agricoltori, che mantengono l&#8217;ordine, e gli scavatori che dissodano la terra e, rivoltandola, la rendono feconda.</p>
<p>Nel mondo ci sarà sempre (almeno per un periodo sterminato di tempo) chi è attratto dalla superficie e chi ama ciò che c&#8217;è al di sotto di essa, chi fa corpo con l&#8217;ordine dato e chi è affascinato da un ordine possibile.  Occorre che gli introversi formulino una pace (ahimè unilaterale) con gli estroversi, riconoscendo che essi fanno il loro mestiere. Assolutizzano e reificano la Norma, rivelandone, proprio per ciò, le lacune e promuovendo inconsapevolmente il suo superamento.</p>
<p>Far la pace, e cioè farsi una ragione di come funzionano gli esseri umani, non è per nulla semplice. Secondo me, questo dipende dal fatto che gli introversi, per quanto profondi e impegnati a scavare, hanno difficoltà ad accettare il significato della loro diversità, In particolare, rifiutano di assumerla come un &#8220;destino&#8221; che, se preso per il verso giusto, può produrre qualcosa di buono.</p>
<p>Il termine destino è gravato di un sinistro significato. Qui non si fa ovviamente riferimento al fato o a qualcosa che è già scritto da qualche parte, ma più semplicemente a vincoli genetici che limitano l&#8217;adattabilità degli introversi al mondo così com&#8217;è.</p>
<p>Dato che questo continua ad essere un punto oscuro e, che io sappia, implicitamente contestato, dedico ad esso un po&#8217; di spazio.</p>
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		<title>Presentazione del libro &#8220;Le talpe riflessive. Il mondo sotterraneo dell&#8217;introversione&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Feb 2011 21:56:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sabato 26 febbraio alle ore 15.00 si terrà presso la Biblioteca Comunale &#8220;Casa del Parco-Casale del Giannotto&#8221; (via della Pineta Sacchetti, 78 &#8211; Roma) la presentazione del libro Le talpe riflessive. Il mondo sotterraneo dell&#8217;introversione di Luigi Anepeta.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sabato <strong>26 febbraio</strong> alle <strong>ore 15.00</strong> si terrà presso la Biblioteca Comunale &#8220;Casa del Parco-Casale del Giannotto&#8221; (via della Pineta Sacchetti, 78 &#8211; Roma) la <strong>presentazione del libro <em><a href="/2011/01/04/le-talpe-riflessive-il-mondo-sotterraneo-dell-introversione/">Le talpe riflessive. Il mondo sotterraneo dell&#8217;introversione</a></em></strong> di Luigi Anepeta.</p>
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		<title>Resoconto della presentazione del saggio &#8220;La normalità dell&#8217;handicap&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Mar 2009 09:30:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La presentazione &#232; avvenuta il 28.02.2009 alle ore 15.00 presso la sede della LIDI con una partecipazione che, ancora una volta, ha costretto alcuni Soci ad assistere stando in piedi. Il dottor Anepeta ha inaugurato l&#8217;incontro sottolineando la sua soddisfazione per il fatto che il secondo libro presentato &#232; stato scritto da una Socia &#8211; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La presentazione &egrave; avvenuta il 28.02.2009 alle ore 15.00 presso la sede della LIDI con una partecipazione che, ancora una volta, ha costretto alcuni Soci ad assistere stando in piedi.<br />
Il dottor Anepeta ha inaugurato l&#8217;incontro sottolineando la sua soddisfazione per il fatto che il secondo libro presentato &egrave; stato scritto da una Socia &#8211; Pisana Collodi, psicologa e psicoterapeuta -, a cui ha ceduto immediatamente la parola.<br />
L&#8217;intervento della dottoressa Collodi &egrave; il seguente.</p>
<h3>Intervento dell&#8217;autrice</h3>
<p>Ho scritto questo libro sull&#8217;onda di un malessere, accumulato in anni di lavoro nel campo dell&#8217;handicap, prima come assistente domiciliare, poi operatrice sociale, e infine  come consulente psicologa presso l&#8217;associazione paraplegici di Roma. Il malessere riguardava gli stili di cura e assistenza, che vedevo all&#8217;opera tutti i giorni, al centro di riabilitazione o in ospedale, a scuola o per la strada, impersonati, indifferentemente, dai medici, dagli psicologi, dagli infermieri o dagli assistenti.<br />
A parte piccole e rare differenze c&#8217;erano delle costanti inquietanti nell&#8217;approccio al paziente, il mio primo passo per arginare il disagio che provavo fu quello di tentare di mettere a fuoco tali costanti, le loro sovrapposizioni e stratificazioni, gli effetti che producevano.<br />
Mi fermo su questi elementi, li elenco brevemente, per cercare poi di rapportarli ad un&#8217;immagine della &#8220;normalit&#038;agrave&#8221;, che nel libro definisco la N. pericolosa, che sta diventando pervasiva e incombente in tutti i contesti,  permettetemi la vecchia espressione: dalla culla alla bara, ed &egrave; completamente disumana, poich&eacute; prescrive durezza, autosufficienza, distacco dalle proprie e altrui emozioni.<br />
C&#8217;&egrave; una corrispondenza puntuale tra gli stili di cura e presa in carico e i modelli di normalit&agrave;.</p>
<p><strong>Stili di cura</strong></p>
<p>A) La mancanza o l&#8217;incapacit&agrave; di identificazione con l&#8217;altro, le <strong>pratiche oggettivanti di cura</strong>: ricordo il primario del reparto mielolesi, avvicinarsi al letto della ragazza sedicenne immobilizzata, dopo un incidente, seguito dal codazzo di assistenti e specializzandi, senza salutarla n&eacute; guardarla negli occhi, sollevare la mano inerte della ragazzina, spiegando agli altri che era la classica mano da tetraplegica.</p>
<p>B) L&#8217;<strong>autoritarismo</strong> e l&#8217;<strong>infantilizzazione dei pazienti o degli utenti</strong>, spesso unita ad una vaga colpevolizzazione (se stai cos&igrave;, in qualche modo te la sei voluta) o ad un atteggiamento &#8220;pedagogico&#8221; micidiale, di correzione continua: la coordinatrice della cooperativa di assistenza, che per &#8220;principio&#8221; rifiuta qualunque richiesta di cambiamento degli utenti, sottolineando, beffarda, che comunque &#8220;loro&#8221; non decidono; l&#8217;insegnante di sostegno, che di fronte al bambino con i tic, afferma decisa che gli toglier&agrave; lei quel vizietto; il medico che rimprovera la signora ricoverata, rea di avere chiesto spiegazioni sulla terapia farmacologica, minacciandola: &#8220;se non si fida, pu&ograve; andare via&#8221;.</p>
<p>C) Al terzo posto (ma tra i primi, in realt&agrave;)  metterei quello che ho chiamato lo &#8220;<strong>stile neutro</strong>&#8221; nei lavori di cura e assistenza: la pretesa del distacco e l&#8217;anaffettivit&agrave; della relazione, come obiettivo di &#8220;maturit&agrave;&#8221; lavorativa, il termine &#8220;professionale&#8221; usato sempre in antitesi al termine &#8220;personale&#8221;, le prescrizioni di ruolo per i vari operatori che inducono  sempre a mettere da parte l&#8217;emotivit&agrave;, come se fosse un elemento solo disturbante, senza garantire, in nessun lavoro di cura, un minimo spazio per l&#8217;elaborazione delle emozioni.<br />
Assolutamente vietato, alle riunioni di equipe, fare accenno ai sentimenti provati nel lavoro, verso gli utenti, pena l&#8217;accusa per l&#8217;operatore di essere immaturo, poco professionale, o nevrotico. Ricordo che quando ero assistente domiciliare, un ragazzo che seguivo fu trasferito in casa famiglia; smettendo quindi di essere nostro utente, lo andai a trovare comunque e subii un processo dalla cooperativa. &Egrave; ovvio che pi&ugrave; le emozioni sono negate negli operatori, pi&ugrave; questi diventano inclini verso un modello di normalit&agrave; totalmente asettico e anaffettivo.</p>
<p>D) Infine il martellamento costante, soprattutto nella riabilitazione, nell&#8217;assistenza sociale, nella consulenza psicologica, sull&#8217;<strong>autonomia</strong>, parola ormai dominante da anni  (c&#8217;entrer&agrave; lo smantellamento del Welfare?), in qualunque contesto sociosanitario  o educativo: dalla scuola materna al Centro Anziani.  Autonomia intesa come un vero delirio di autosufficienza: non dovere mai avere bisogno dell&#8217;aiuto di un altro, neanche psicologicamente, quindi essere anche totalmente anaffettivi.</p>
<p>A tali modalit&agrave; di cura e presa in carico, corrisponde un&#8217;immagine particolare della Normalit&agrave;, che pu&ograve; funzionare, per chi la subisce, come una lepre meccanica che non si riesce mai a raggiungere, o come una costante fonte di rabbia e di opposizione: destinata  a rimanere sterile, se non viene chiarita la componente di rifiuto soggettiva che incarna.<br />
La radice di questa normalit&agrave; &egrave;, ovviamente, l&#8217;adultomorfismo, come lo ha descritto Luigi Anepeta; da tale concezione deriva l&#8217;idea dell&#8217;infanzia come una condizione da correggere, come da correggere sono tutte le caratteristiche che, in questa visione, sono appannaggio esclusivo del bambino: la debolezza, la dipendenza, l&#8217;emotivit&agrave;. All&#8217;autoritarismo e all&#8217;infantilizzazione corrisponde un ideale di normalit&agrave; totalmente scevro da debolezze, mancanze, handicap tale da giustificare il martellamento riabilitativo o l&#8217;accanimento terapeutico: se l&#8217;obiettivo, irraggiungibile, &egrave; quello della &#8220;guarigione&#8221; completa, ci sar&agrave; sempre un ciclo di terapia da aggiungere, un miglioramento possibile da perseguire, un&#8217;imperfezione da correggere, sacrificando a tale obiettivo la libert&agrave; e l&#8217;individuazione del paziente, stroncando se serve la sua volont&agrave; divergente.<br />
Ricordo bambini, gi&agrave; bombardati da ore di fisioterapia, inviati dalla logopedista, per piccoli difetti di pronuncia, accusati benevolmente, se si opponevano, di essere pigri e ancora pi&ugrave; stimolati.</p>
<p>Ci sono dei temi che il libro ha lasciato in sospeso, accennandoli appena, collegati a questo argomento: quali aspetti, nella relazione terapeutica, nella presa in carico, nel sostegno sociale  (quindi &#8220;trasversali&#8221; alla specificit&agrave; del ruolo professionale) appaiono capaci di toccare i bisogni di una persona &#8211; disabile, malata o in crisi &#8211; posta violentemente ai margini da quello che le &egrave; capitato, rivelandosi risolutivi nel curare il trauma e permettere di riallacciare legami, di aiutare la ricerca di senso ed il recupero della libert&agrave; perduta e a ricucire un&#8217;individuazione devastata o interrotta.<br />
Io ne ho trovati 3 che mi sembrano basilari e sono collegati: <strong>riconoscere la storia, rifiutare il Modello Unico di Normalit&agrave;, favorire l&#8217;identificazione e il legame</strong>.</p>
<p>Al primo posto metterei <strong>la storia</strong>, cio&egrave; la capacit&agrave;, in chiunque approcci la persona ferita, di ricostruirne i percorsi e le vicende, di sapere chi era &#8220;prima&#8221; e a che punto della sua esistenza &egrave; capitato il trauma, dove stava andando quando la sua vita ha  virato cos&igrave; bruscamente.<br />
Storia che &egrave; sparita, inutile sottolinearlo, dalle procedure dei medici, che molto raramente ormai fanno l&#8217;anamnesi, dai mandati per tecnici della riabilitazione, o gli assistenti e anche, grazie al DSM, dal ruolo degli psicologi. Storia  (microstoria,  secondo la formulazione di Luigi Anepeta) che ci permette di capire il presente della persona, le sue reazioni e le sue difese, anche paradossali, i suoi valori, ideali e bisogni, messi in crisi dall&#8217;evento. Un po&#8217; come se fossimo davanti a un paese vittima del terremoto: per  aiutare a ricostruire dobbiamo sapere cosa c&#8217;era l&igrave;, prima.</p>
<p>Conoscere la storia di qualcuno pu&ograve; favorire la nostra <strong>identificazione</strong> con lui, molto pi&ugrave; dell&#8217;uso di una griglia o di un sistema classificatorio, pu&ograve; abbattere le barriere, i pregiudizi; pensiamo alle volte che, sapendo la storia di una persona, abbiamo cambiato il nostro giudizio. Darsi il tempo di raccontare e ascoltare serve a stabilire un contatto, a relativizzare i modelli di normalit&agrave;: se so quello che ti &egrave; successo smetto di chiederti di essere normale in modo standard, ti lascio essere normale a modo tuo.<br />
Capire le ragioni di un altro lascia lo spazio per l&#8217;identificazione, per il mettersi nei suoi panni e anche questa operazione, tanto scoraggiata dai sistemi di cura descritti, si rivela decisiva nella <strong>demolizione del modello unico di normalit&agrave;</strong>: se ho stabilito un legame con te, le etichette pi&ugrave; di tanto non servono.</p>
<p>Espinas, pubblicista spagnolo, padre  di una ragazza disabile, aveva coniato questo slogan, come didascalia ad una foto di un bambino down, sorridente: &#8220;Alcuni ti chiamano mongoloide, altri Down, i tuoi amici ti chiamano Paolo&#8221;.<br />
Ora, secondo la mia esperienza, l&#8217;identificazione e la solidariet&agrave;, come la capacit&agrave; di allacciare legami, si rivelano elementi fondamentali per la ripresa dopo un trauma (con tempi diversi da persona a persona), aspetti decisivi che se lasciati scorrere, sostenuti e valorizzati come avviene nei gruppi di auto aiuto, consentono alla persona ferita di riconnettersi con il mondo, arginando il rischio di rimanere piegati su di s&eacute;, sentendosi malati eterni, o di sfidarsi all&#8217;infinito con la performance dell&#8217;autonomia.</p>
<p>Un rapporto di cura (di presa in carico, riabilitazione o assistenza, o educazione) che tenga conto di questi aspetti (critica verso i modelli di normalit&agrave;, uso dell&#8217;affettivit&agrave;, riconoscimento della storia) credo che non possa mai diventare abusante o violento: entrare nella dimensione dell&#8217;altro ci permette di non vederlo pi&ugrave; come un alieno.</p>
<p>Concludo con due storie, una vissuta, l&#8217;altra letta, che per me furono veri e propri insight, nella strada della consapevolezza rispetto al mio lavoro.</p>
<p>Lavoravo al Don Orione e nei momenti di pausa stavo spesso in un certo cortiletto interno, circondato dalle mura, che prendeva aria e luce da un&#8217;apertura sul soffitto. Incontravo sempre un vecchio prete, gentile e cerimonioso, che aveva una forma particolare di delirio: aveva infilato una piuma di pavone in un buco nel pavimento e passava le giornate a rieducare la piuma: muoveva un fazzoletto a destra e a sinistra e interpretava l&#8217;ondeggiare all&#8217;aria della piuma come risposta ai suoi ordini. A volte la rimproverava, a volte la lodava, ogni tanto la blandiva: &#8220;Oh! Lo so che vorresti andartene in giro! Ma dobbiamo fare gli esercizi!&#8221;<br />
Per me quell&#8217;incontro fu determinante per capire il <em>burn out</em>; il prete faceva quello che probabilmente aveva fatto tutta la vita: rieducare, riabilitare, correggere. Dovevo stare attenta a non prendere come oro colato il mandato interventista dell&#8217;assistenza; il rischio era quello di vedere la realt&agrave; a senso unico.</p>
<p>La seconda storia l&#8217;ho letta in un libro, purtroppo non ricordo pi&ugrave; il titolo.<br />
Mi ricordo che tanti anni fa lessi un racconto di fantascienza, mi pare di Bradbury, che mi aiut&ograve; tantissimo e fu risolutivo rispetto al mio atteggiamento verso l&#8217;handicap e la diversit&agrave; in generale. Parlava di questa giovane coppia americana del futuro, entrambi belli e biondi, dediti al lavoro e allo sport. Lei &egrave; incinta, aspettano il bambino felici, ma invece del bambino nasce una piramide gelatinosa, azzurrina, fluorescente. I medici non sanno spiegarlo, deve essere accaduto qualche pasticcio strano con i mondi di altre dimensioni.<br />
La coppia torna a casa muta, costernata, depone la piramide nella cameretta preparata; si chiudono in casa, evitano la cameretta e il mondo di fuori. Sono disperati: non riusciranno mai ad accettare di avere come figlio la piramide&#8230; ammenoch&eacute;&#8230; si guardano e capiscono, devono fare un salto, entrare in un&#8217;altra dimensione, diventare anche loro  piramidi. Si tengono per mano, chiudono gli occhi e fanno questo salto, quando li riaprono, c&#8217;&egrave; un bambino biondo che gli sorride.<br />
Questo racconto, ci tengo a sottolinearlo, ha rappresentato per me uno spunto di riflessione sul rapporto non solo con la disabilit&agrave;, ma con l&#8217;altro, in generale ( il figlio che si aspetta, l&#8217;uomo o la donna che incontreremo, l&#8217;amico o il paziente, o lo studente). L&#8217;altro che, in qualche modo, non &egrave; quasi mai come ce lo aspettavamo, ma &egrave; molto pi&ugrave; vicino a noi, di quello che di solito crediamo.<br />
 Da questo punto di vista vorrei concludere sottolineando quanto siano utili, in ogni campo del lavoro sociale, le caratteristiche introverse: per quanto non riconosciute dalla cultura dei servizi, sensibilit&agrave;, empatia, immaginazione e fantasia si rivelano fondamentali nel costruire una relazione significativa, se le sappiamo difendere e valorizzare, diventano doti rilevanti in ogni momento del lavoro quotidiano.</p>
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		<title>Presentazione del saggio &#8220;La normalità dell&#8217;handicap&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Feb 2009 10:06:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sabato 28 febbraio alle ore 15.00 si terr&#224; presso la sede della LIDI la presentazione del saggio La normalit&#224; dell&#8217;handicap di Pisana Collodi. La normalità dell&#8217;handicap Pisana Collodi &#8211; Ed. CISU 2008 Presentazione del saggio Ogni persona con disabilit&#224; &#232;, anche, una persona &#8220;normale&#8221; cio&#232; un essere socializzato, che condivide, in tutto o in parte, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sabato <strong>28 febbraio</strong> alle <strong>ore 15.00</strong> si terr&agrave; presso la sede della LIDI la <strong>presentazione del saggio <em>La normalit&agrave; dell&#8217;handicap</em></strong> di Pisana Collodi.</p>
<h3><em>La normalità dell&#8217;handicap</em><br />
Pisana Collodi &#8211; Ed. CISU 2008</h3>
<h4>Presentazione del saggio</h4>
<p><img src="/wp-content/uploads/2009/02/c_normalita.jpg" alt="La normalità dell'handicap" title="La normalità dell'handicap" width="211" height="310" class="alignleft size-full wp-image-1152" />Ogni persona con disabilit&agrave; &egrave;, anche, una persona &#8220;normale&#8221; cio&egrave; un essere socializzato, che condivide, in tutto o in parte, regole, modelli e valori vigenti nel contesto di riferimento. D&#8217;altro canto ogni persona (disabile e non) deve nel corso dell&#8217;esistenza individuarsi, cioè liberarsi da una normalit&agrave; standard, basata sulle norme e aspettative altrui, per cercare una normalit&agrave; propria, un modo di essere che risponda anche al sentire personale.<br />
Per chiunque abbia sofferto o si sia sentito emarginato, la normalizzazione esercita il fascino dell&#8217;integrazione sociale, ma pu&ograve; diventare anche un impedimento a seguire la propria strada.</p>
<p>C&#8217;&egrave; una normalit&agrave; dell&#8217;handicap, dunque, ma anche l&#8217;handicap della normalit&agrave;.</p>
<p>Questo libro affronta il tema dei diritti dei disabili  nonch&eacute; il modo in cui possono ritrovare libert&agrave; e autodeterminazione oltre i limiti correnti delle situazioni di cura e riabilitazione.</p>
<h4>L&#8217;autrice</h4>
<p><span class="highlight-green-b">Pisana Collodi</span>, psicologa, psicoterapeuta, professoressa a contratto presso l&#8217;Università degli Studi del Molise, è stata consulente per il Centro per l&#8217;Autonomia presso l&#8217;Associazione Paraplegici di Roma e Lazio dal 1997 al 2007.</p>
<p>ll libro può essere acquistato in qualunque libreria oppure <a href="http://www.ibs.it/code/9788879754231/collodi-pisana/normalita-dell-handicap.html" onclick='window.open(this.href); return false;'>online</a>.</p>
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		<title>Resoconto della presentazione del libro &#8220;Il Buio Esclusivo&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Feb 2009 07:38:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Anepeta]]></category>
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		<description><![CDATA[La presentazione è avvenuta il 17.01.2009 alle ore 15.00 presso la sede della LIDI, con una partecipazione tale che alcuni Soci sono rimasti in piedi. L&#8217;incontro è stato inaugurato dalla lettura di alcune poesie da parte dell&#8217;autrice, che ha scelto le seguenti: 10. Sole appuntito implacabile su occhi impreparati a tanta impudenza. Nessuna scusa nessuna [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La presentazione è avvenuta il 17.01.2009 alle ore 15.00 presso la sede della LIDI, con una partecipazione tale che alcuni Soci sono rimasti in piedi. L&#8217;incontro è stato inaugurato dalla lettura di alcune poesie da parte dell&#8217;autrice, che ha scelto le seguenti:</p>
<h3>10.</h3>
<p>Sole appuntito<br />
implacabile su occhi<br />
impreparati<br />
a tanta impudenza.</p>
<p>Nessuna scusa<br />
nessuna piet<br />
luce colore voluttà.</p>
<p>Domenica.</p>
<h3>20.</h3>
<p>Stendo foglie d&#8217;alloro<br />
dell&#8217;eterno patto<br />
ad accogliere<br />
nuova linfa<br />
sul sentiero<br />
che di me dimentica<br />
rovine e miserie.</p>
<p>E nell&#8217;attimo perfetto<br />
dell&#8217;oblio<br />
mi lascio illuminare<br />
da un bagliore<br />
che trafigge<br />
iridi e vene<br />
a nuova luce<br />
consegnare<br />
in mani ferite e tremanti.</p>
<p>Fulmineo accolgo<br />
il risuonare<br />
di tanto brusio<br />
che nei<br />
vicoli di me<br />
alla luce<br />
mi scorta.</p>
<p>Ed io<br />
a tanto fulgido<br />
inceder di grazia<br />
mi abbandono<br />
e mi lascio<br />
a soavi mete<br />
sospingere.</p>
<h3>26.</h3>
<p>Respiro<br />
ne sento il suono.</p>
<p>Respiro<br />
assaporo gli odori<br />
di un mattino<br />
pigro<br />
scosto le labbra<br />
a far posto<br />
all&#8217;aria<br />
che entra gira e rigira.</p>
<p>Respiro<br />
fiato su fiato<br />
a rompere i polmoni<br />
ad allargar le mani<br />
a sentire<br />
quel filo<br />
di vita<br />
aggrapparsi<br />
a tutta me&#8230;</p>
<p>Respiro.</p>
<h3>21.</h3>
<p>Ferma<br />
rimarrei<br />
immobile nel sole<br />
inerme al suono<br />
intorno<br />
che tintinna e scuote.</p>
<p>Lascerei<br />
scorrere<br />
senza toccare<br />
guarderei<br />
correre<br />
senza sudare.</p>
<p>Ma nel mio respiro<br />
che fatico&#8230;<br />
è qui al centro<br />
che mi rompo<br />
e mi perdo.</p>
<p>Nel mio petto<br />
sento<br />
colpirmi blocchi<br />
di dolore<br />
mai sciolto<br />
e<br />
anche nel deserto<br />
non sono sicura.</p>
<p>Afferro<br />
il Niente<br />
quasi a salvarmi<br />
qui<br />
pronto e manifesto.</p>
<p>Niente che<br />
non si ferma<br />
che ferisce<br />
e sanguina&#8230;<br />
nelle mie mani aperte<br />
che niente sanno<br />
difendere.</p>
<h3>30.</h3>
<p>Ho lavato<br />
il dolore<br />
nel solco di lacrime<br />
non mie<br />
ho sospirato<br />
all&#8217;ombra<br />
di un albero fiero<br />
che i miei occhi<br />
non avevano<br />
visto prima<br />
e<br />
finalmente<br />
ho sostato<br />
lontano<br />
dal fragore del mondo.</p>
<p>Che il Sole d&#8217;Oriente<br />
esploda<br />
ad incorniciare<br />
occhi di verità<br />
nude<br />
a colpire<br />
pietre conficcate<br />
di mala-amore<br />
a stracciare<br />
vesti dorate<br />
di colpe<br />
mai scontate<br />
nel fango intrise.</p>
<p>Qui.<br />
Dritta.<br />
sono ad accoglierti<br />
nella<br />
tua sosta<br />
nel palmo aperto<br />
di chi sa slegare.</p>
<p>Ed<br />
il mio anelito<br />
di vita<br />
scorra<br />
e soffi lieve<br />
su mani<br />
che incontrano destini<br />
non miei<br />
e che<br />
nell&#8217;abbraccio<br />
unisono<br />
diventano<br />
perché</p>
<p>unisono<br />
sono.</p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Presentazione del libro &#8220;Il Buio Esclusivo&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Jan 2009 07:46:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Presentazioni libri]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[Silvestri]]></category>

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		<description><![CDATA[Sabato 17 gennaio alle ore 15.00 si terr&#224; presso la sede della LIDI la presentazione del libro di poesie Il Buio Esclusivo di Tiziana Silvestri. Il Buio Esclusivo Tiziana Silvestri &#8211; Ed. Il Filo 2008 Presentazione del libro Il buio che avvolge, protegge, esclude: il Buio Esclusivo. &#8220;Esclusivo&#8221; vuol dire: &#8220;tendente a escludere&#8221;, ma anche: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sabato <strong>17 gennaio</strong> alle <strong>ore 15.00</strong> si terr&agrave; presso la sede della LIDI la <strong>presentazione del libro di poesie <em>Il Buio Esclusivo</em></strong> di Tiziana Silvestri.</p>
<h3><em>Il Buio Esclusivo</em><br />
Tiziana Silvestri &#8211; Ed. Il Filo 2008</h3>
<h4>Presentazione del libro</h4>
<p><img src="/wp-content/uploads/2009/09/c_buio.jpg" alt="Il Buio Esclusivo" title="Il Buio Esclusivo" width="211" height="310" class="alignleft size-full wp-image-1157" /> Il buio che avvolge, protegge, esclude: il <em>Buio Esclusivo</em>.<br />
&#8220;Esclusivo&#8221; vuol dire: &#8220;tendente a escludere&#8221;, ma anche: &#8220;appartenente a una sola persona&#8221;, infine: &#8220;unico&#8221;. Dunque &#8211; in questo caso &#8211; gelosamente proprio, privilegio, ma anche stigma.<br />
Un guscio? Un bozzolo? Impenetrabile? No. Anzitutto, dentro si generano i sogni, gli incubi, o i ricordi che ci riportano fuori. Inoltre, questo buio (queste tenebre, questa notte, questa quiete, questo oblio) agli attacchi e alle intrusioni brusche e repentine della luce, dei colori e dei rumori.</p>
<h4>L&#8217;autrice</h4>
<p><span class="highlight-blue-b">Tiziana Silvestri</span> &egrave; nata a Roma il 28 maggio del 1972. Dopo aver conseguito la maturit&agrave; classica presso  il liceo &#8220;L. Manara&#8221;, si &egrave; laureta in Giurisprudenza presso l&#8217;Universit&agrave; &#8220;La Sapienza&#8221;. Dopo esperienze lavorative in diverse citt&agrave; d&#8217;Italia, oggi vive e lavora a Roma. <em>Il Buio Esclusivo</em> &egrave; la sua prima silloge edita.</p>
<p>Il libro può essere acquistato in qualunque libreria oppure <a href="http://www.ibs.it/code/9788856707519/silvestri-tiziana/buio-esclusivo.html" onclick='window.open(this.href); return false;'>online</a>.</p>
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		<title>Presentazione ufficiale a Roma del saggio sull&#8217;introversione</title>
		<link>http://www.legaintroversi.it/2006/03/15/presentazione-ufficiale-a-roma-del-saggio-sullintroversione/</link>
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		<pubDate>Wed, 15 Mar 2006 08:37:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Presentazioni libri]]></category>
		<category><![CDATA[Anepeta]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[Roma]]></category>
		<category><![CDATA[saggio sull'introversione]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;11 marzo il saggio Timido, docile, ardente. Manuale per capire ed accettare valori e limiti dell&#8217;introversione (propria o altrui) è stato presentato ufficialmente a Roma presso la libreria Bibli. La sala era piena per via dell&#8217;affluenza di molti amici, pazienti, ex-pazienti, persone che avevano già letto il libro, ecc. Ho introdotto io stesso l&#8217;incontro sulla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;<strong>11 marzo</strong> il saggio <a href="#"><strong><em>Timido, docile, ardente. Manuale per capire ed accettare valori e limiti dell&#8217;introversione (propria o altrui)</em></strong></a> <span class="highlight-blue">è stato presentato  ufficialmente a Roma presso la libreria Bibli</span>. La sala era piena per via dell&#8217;affluenza di molti amici, pazienti, ex-pazienti, persone che avevano già letto il libro, ecc.</p>
<p>Ho introdotto io stesso l&#8217;incontro sulla base di una relazione.</p>
<p>Ho dato poi la parola alla dott.ssa Elvira Rossi, al signor Renzo Marinoni e alla Dott.ssa Bonessi.</p>
<p>La <span class="highlight-green-b">dott.ssa Rossi</span>, che lavora in una struttura pubblica alla quale affluiscono giovani disagiati, ha confermato l&#8217;appartenenza di gran parte di essi allo spettro introverso, e, riferendo due esperienze cliniche, ha illuminato il rapporto tra introversione e disagio psichico.</p>
<p>La <span class="highlight-green-b">dott.ssa Bonessi</span> ha letto una relazione sulle prime esperienze di sensibilizzazione che essa ha avviato autonomamente nelle scuole e che è già <a href="#">disponibile in forma digitalizzata per i lettori</a>.</p>
<p>L&#8217;intervento del <span class="highlight-green-b">Signor Marinoni</span>, un non-tecnico ricco di una straordinaria esperienza umana e sociale, è stato indubbiamente il più avvincente e toccante: non per caso, è stato sottolineato da un applauso finale assolutamente spontaneo. Oltre a riferire il suo tragitto di introverso convissuto con un senso penoso di inferioriorità e di inadeguatezza (che ha definito efficacemente &#8220;vergogna tossica&#8221;), che si è dissolto in virtù della scoperta della sua diversità, egli ha fatto cenno anche al progetto di avviare un gruppo di auto-aiuto e di riflessione di introversi adulti. Questo progetto ha raccolto l&#8217;approvazione (entusiastica, direi) di numerosi partecipanti. Essendo stato fatto a braccio, il discorso di Renzo non potrà essere pubblicato perché non è stato registrato. Cercherò, se possibile, di ricostruirlo confidando nella memoria.</p>
<p>Il dibattito è stato ricco e articolato al punto che richiederebbe un lungo verbale. Dato che i temi affrontati saranno al centro di ulteriori incontri, capiterà di tornare spesso su di essi. Il progetto di fondare una Lega ha riscosso, comunque, un&#8217;adesione unanime, anche se qualcuno ha suggerito giustamente di permettere a chiunque di patecipare ad essa: dunque di non trasformarla in una setta.</p>
<p>Numerosi partecipanti hanno riempito la scheda di adesione formale alla LIDI. I dati saranno inseriti nell&#8217;elenco online degli iscritti solo dopo la prossima Assemblea Costituente, previo il loro esplicito consenso. Per ora, dunque, nell&#8217;elenco risultano solo i dati di coloro che hanno aderito utilizzando il modulo d&#8217;iscrizione online.</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Presentazione del saggio sull&#8217;introversione presso l&#8217;Università Cattolica del Sacro Cuore</title>
		<link>http://www.legaintroversi.it/2006/03/05/presentazione-del-saggio-sullintroversione-presso-luniversita-cattolica-del-sacro-cuore/</link>
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		<pubDate>Sun, 05 Mar 2006 06:45:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Presentazioni libri]]></category>
		<category><![CDATA[Anepeta]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[saggio sull'introversione]]></category>
		<category><![CDATA[università]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 3 marzo alle ore 11.30 il saggio Timido, docile, ardente. Manuale per capire ed accettare valori e limiti dell&#8217;introversione (propria o altrui) è stato presentato presso la Scuola di Specializzazione in Psichiatria dell&#8217;Università Cattolica del Sacro Cuore, diretta dal Prof. Carlo Saraceni, in un&#8217;aula aperta al pubblico. L&#8217;organizzazione della presentazione è stata dovuta al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><div id="attachment_189" class="wp-caption alignleft" style="width: 240px"><img src="http://lnx.legaintroversi.it/wp-content/uploads/2006/03/p-saggio-universita.jpg" alt="Presentazione del saggio" title="p-saggio-universita" width="230" height="216" class="size-full wp-image-189" /><p class="wp-caption-text">Presentazione del saggio</p></div> Il <strong>3 marzo</strong> alle ore 11.30 il saggio <a href="#"><strong><em>Timido, docile, ardente. Manuale per capire ed accettare valori e limiti dell&#8217;introversione (propria o altrui)</em></strong></a> <span class="highlight-blue">è stato presentato presso la Scuola di Specializzazione in Psichiatria dell&#8217;Università Cattolica del Sacro Cuore</span>, diretta dal Prof. Carlo Saraceni, in un&#8217;aula aperta al pubblico. L&#8217;organizzazione della presentazione è stata dovuta al <span class="highlight-green-b">Prof. Pietro Bria</span>, amico carissimo di lunga data, che ha introdotto il volume con profonda competenza, riconducendone opportunamente la tessitura alla griglia teorica della teoria struttural-dialettica. Riconoscendo in esso un&#8217;attenzione inconsueta per il rapporto tra soggettività e storia sociale, il Prof. Bria ha rievocato con toni commoventi la esaltante stagione culturale degli anni &#8217;70 vissuta in comune.</p>
<p>Le relazioni sono state svolte dal <span class="highlight-green-b">Prof. Carlo Caltagirone</span>, Ordinario di neurologia presso l&#8217;Università di Roma Tor Vergata &#8211; IRCCS S. Lucia, e dal <span class="highlight-green-b">Dott. Giorgio Sassanelli</span>, Psichiatra e Psicoanalista della SPI. Il primo ha sostanzialmente elogiato il libro, rilevando con acume che la sua scrittura apparentemente piana implica una densa trama di riferimenti bibliografici e concettuali, che ha cercato di decrittare particolarmente in riferimento ad A. Miller e a Kohut. Il secondo ha riferito con grande finezza il caso di un giovane paziente il cui tragitto di esperienza rientra a pieno titolo in una delle carriere descritte nel libro.</p>
<p>Dopo aver ringraziato Pietro Bria e i relatori, ho sottolineato che il libro, nonostante la sua tessitura concettuale, ambisce a porsi come il manifesto di un movimento (la Lega per la tutela dei Diritti degli Introversi) destinato, nei miei propositi, ad incidere a livello di prevenzione del disagio psichico, soprattutto nelle scuole. Ho fatto riferimento in particolare al drammatico fenomeno della morte dell&#8217;adolescenza che, in conseguenza della crescente pressione esercitata dal codice culturale estroverso e adultomorfo, costringe i ragazzi ad operare prematuramente una &#8220;scelta&#8221; comunque alienante, sia che essi, come gli introversi, non essendo in grado di farsi carico di quel codice, tendano a ripiegarsi su se stessi, sia che essi lo assumano come una maschera che li porta a &#8220;normalizzarsi&#8221; soffocando lo sviluppo autentico della personalità.</p>
<p>Tra i numerosi interventi del pubblico, particolarmente significativo è stato quello di una madre che ha narrato la storia di un figlio introverso il cui sviluppo è avvenuto armoniosamente finché ha frequentato ambienti pedagogici ispirati al rispetto del libero sviluppo individuale, e che poi, inserito in una scuola statale, ha risentito traumaticamente dell&#8217;impatto sviluppando una forma di disagio psichico piuttosto seria. Questa esperienza esemplare mi ha portato a riflettere sul pericolo di creare ambienti pedagogici protetti, che rinviano l&#8217;incontro con il mondo così com&#8217;è, e sulla necessità di agire nella direzione di una diversa programmazione sociale della produzioe antropologica.</p>
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