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	<title>LIDI - Lega Italiana per la tutela dei Diritti degli Introversi &#187; Documenti</title>
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	<description>Conoscere, riconoscere, riabilitare l&#039;introversione e prevenire il disagio degli introversi</description>
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		<title>Incredibile, ma vero</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Jan 2011 23:04:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Documenti]]></category>
		<category><![CDATA[Emotivi Anonimi]]></category>
		<category><![CDATA[emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[timidi]]></category>

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		<description><![CDATA[Che la nostra società, autistica sotto il profilo affettivo, pulluli di gruppi di auto-aiuto, non è sorprendente. Non ho alcunché contro questa pratica, che ritengo significativa, per quanto il suo respiro, culturalmente asfittico, per quanto possa portare vantaggi, convince sempre più le persone che i problemi sono di ordine soggettivo e psicologico. Manca del tutto, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Che la nostra società, autistica sotto il profilo affettivo, pulluli di gruppi di auto-aiuto, non è sorprendente. Non ho alcunché contro questa pratica, che ritengo significativa, per quanto il suo respiro, culturalmente asfittico, per quanto possa portare vantaggi, convince sempre più le persone che i problemi sono di ordine soggettivo e psicologico. Manca del tutto, insomma, la capacità di considerare l&#8217;individuo immerso nel flusso di una storia che trascende quella strettamente personale. Forse, per arrivare ad allargare l&#8217;orizzonte, occorrerà aspettare che si realizzi la previsione basagliana della maggioranza deviante, disagiata. A occhio e croce, non manca molto.<br />
Ciò detto, l&#8217;esperienza degli EA è veramente inquietante. Il modello di riferimento a cui si ispira, quello degli AA, implica che le emozioni siano un male assoluto, un problema da cui disintossicarsi, una droga endogena che rovina la vita.<br />
Siamo arrivati, insomma, sulla scia di Goleman e dei golemaniani, all&#8217;ortopedia delle emozioni. L&#8217;ultimo passo, poi, ricorda tanto quello di chi, a forza di usare protesi, gessi e bendaggi, finisce col diventare storpio, e pensa di essere &#8220;guarito&#8221;.<br />
Ah, umanità! Direbbe il monotono Bartleby.</p>
<p class="alignr"><strong>Dal <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2010/dicembre/20/Emotivi_anonimi_cura_come_gli_co_8_101220031.shtml">&#8220;Corriere della Sera&#8221; del 20 dicembre</a> (segnalato da Pisana Collodi)<br />
di <span class="highlight-blue">Andrea Galli</span></strong></p>
<h3>Emotivi anonimi, in cura come gli alcolisti</h3>
<h4><em>Sedute di gruppo, inni e slogan: in dodici tappe riusciamo a superare ansie e timori</em></h4>
<p>MILANO &#8211; Emo che? Emotivo a chi? Piano, parliamone. Ce n&#8217;è il tempo (una riunione fissa alla settimana), modo (è gratis) e luogo (in 35 nazioni con tre sedi in Italia). Per di più all&#8217;ingresso non fanno selezione, anzi, sono di ampie e variegate vedute. Nel senso che sono benvenuti i portatori di ansia, invidia, gelosia, malinconia, scarsa fiducia in se stessi, tristezza, panico, incapacità di relazionarsi, tic, scatti d&#8217;ira, e soprattutto timidezza, maledetta timidezza. 0 almeno, questo fu il catalogo da censurare, la ferita da curare, il male da estirpare secondo i padri fondatori degli Ea.<br />
Dei tizi americani, nel 1971, in Minnesota, crearono i primi gruppi di Emotivi anonimi. Costola, seguaci e discepoli, questi, degli Alcolisti anonimi, per appunto copiati nello schema e nel metodo di lavoro. Servono una stanza, una quindicina di sedie e un moderatore, che più che altro deve frenare eventuali monologhi dei presenti. Ci si mette seduti, in cerchio. Se uno vuole parla e racconta quel che gli pare, a cominciare dai suoi problemi, omettendo nome, cognome, indirizzo, età, moglie, figli, lavoro. Ma può pure star zitto, alzarsi e andar via. Oppure può tornare il prossimo incontro e per l&#8217;infinito, farlo diventare un&#8217;abitudine. Dura un&#8217;ora e mezza. La terapia è questa, e dicono che funzioni: sfogarti con qualcuno e trovare qualcuno che abbia le tue stesse ansie. Ti senti meno solo, si smoscia l&#8217;ego, t&#8217;accorgi che c&#8217;è sempre chi sta peggio. Certo, verrà obiettato, per scoprirlo non bisogna per forza infilarsi in una riunione degli Ea; comunque, procediamo. Ognuno ha la sua strada. La nostra ci porta all’Isola.<br />
La sede milanese degli Emotivi, circa duecento persone in media in un anno, sta in via Borsieri, sotto l&#8217;ombra dei grattacieli in costruzione. Stanza piccola, semplice e spoglia, una lavagnetta appena. Sulla layagnetta, a rotazione ecco le frasi inno-molto-slogan e le parole chiave. Una è «Impotenti». E non saltate la riga, per scansare la questione: ci riguarda se non tutti, beh, tanti sì. Nessun riferimento sessuale. L&#8217;impotente, spiegano gli Emotivi anonimi nella brochure consegnata all&#8217;interno di una busta bianca nel primo incontro, è chi non governa le emozioni e i sentimenti, chi si domanda «perché capita tutto a me?», s&#8217;adira contro il prossimo, si sente colpevole per un fatto provocato da altri. Se ammettete la vostra impotenza, avete fatto il primo passo. Bene. Ne restano undici, e ci si possono impiegare anni. Ogni passo è una tappa, uno sforzo, la consapevolezza di un avvenuto cambiamento. Qualche esempio. Il settimo passo: «Abbiamo umilmente chiesto di porre rimedio alle nostre insufficienze». Il nono: «Abbiamo fatto ammenda verso tutte le persone cui abbiamo fatto del male». L&#8217;ultimo passo, infine: «Avendo ottenuto un risveglio spirituale, abbiamo cercato di trasmettere questo messaggio ad altri».<br />
Ea non è una setta. Non è un movimento religioso. Viene spesso affiancato ad altre terapie, come l&#8217;analisi, e consigliato dagli psichiatri. S&#8217;ispira, abbiamo detto, agli Alcolisti anonimi, che restano un percorso duro, faticoso, ma utile, se non altro contando il moltiplicarsi, anche da noi, di strutture e partecipanti. Gli Ea hanno delle regole, e ci tengono: «Il nostro mantenimento è autonomo»; «Dobbiamo conservare l&#8217;anonimato nei confronti di stampa, televisione e cinema»; «La politica delle nostre relazioni pubbliche è basata sull&#8217;attrazione più che sulla propaganda».<br />
Chi debutterà con gli Ea ricordi che nell&#8217;introduzione sentirà due frasi canoniche: a) «Qualunque problema abbiate vi sarà di conforto sapere che almeno uno di noi è passato attraverso le stesse difficoltà»; b) «Evitate i pettegolezzi». Ci perdonino un&#8217;eccezione: viene raccontato che di seduta in seduta possono nascere innamoramenti, passioni, amori. Ecco, gli Emotivi anonimi sono contrari, e di brutto. Ma scusate, mettiamo che capiti a due timidi: non è un traguardo raggiunto, la soluzione dei disagi? «No, no, no. Così il disagio anziché sconfitto viene raddoppiato. Meglio restare soli». Difatti, sarà un caso, fra i duecento dell’lsola ci sono un fracco di separati.</p>
<p class="alignr"><strong>Dal <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2010/dicembre/20/Francia_cresce_associazione_timidi_terapia_co_8_101220030.shtml">&#8220;Corriere della Sera&#8221; del 20 dicembre</a> (segnalato da Pisana Collodi)<br />
di <span class="highlight-blue">Stefano Montefiori</span></strong></p>
<h3>In Francia cresce l&#8217; associazione e i timidi in terapia arrivano al cinema</h3>
<p>PARIGI &#8211; «Non ho alcun problema con le donne&#8230; Solo che mi terrorizzano», dice Jean-René (Benoît Poelvoorde). Assieme a Angélique (Isabelle Carré), Jean-René è il personaggio principale di «Les Emotifs Anonymes», storia dell&#8217;incontro tra il titolare di una fabbrica di cioccolato e una sua nuova dipendente, entrambi straordinariamente timidi.<br />
La commedia romantica che uscirà mercoledì è uno dei film più attesi in Francia: per la bravura dei protagonisti e per il tema che riguarda molti, a partire dal regista Jean-Pierre Améris. «Ho detto a Isabelle Carré che accettavo subito dopo avere letto la sceneggiatura, e in questi casi di solito il regista chiama entro mezz&#8217;ora&#8230; Invece nulla &#8211; racconta Poelvoorde -. Dopo tre settimane di attesa il mio agente mi ha spiegato: &#8220;Sai, Améris è un tipo cosi, non riesce a telefonare alle persone&#8230;&#8221;. Ho saputo poi che il regista, oltre a non chiamarmi, aveva fatto per un&#8217;ora il giro del palazzo prima di trovare il coraggio di suonare a Isabelle». Il titolo del film è ispirato all&#8217;associazione con lo stesso nome fondata a Parigi, in rue Saint-Roch, nel 1992, sul modello degli alcolisti anonimi. Può partecipare alle riunioni chi ha l&#8217;impressione di avere la vita quotidiana rovinata dall&#8217;eccesso di emotività: oltre ai timidi chiedono aiuto angosciati, depressi, collerici&#8230; Una specie di alternativa di gruppo alla terapia psicologica individuale, fondata sull&#8217;ascolto di sé e degli altri seguendo lo schema delle «12 tappe» inaugurato negli Stati Uniti, per gli alcolisti, nel 1935.<br />
Per capire come funzionano le sedute, Isabelle Carré ha partecipato in incognito a cinque incontri, osservando il consueto rituale di presentazione: «Sono Isabelle, emotiva». Nel film, spossata dalla breve frase, Angélique crolla dalla sedia. Che rappresentino una meritoria forma di aiuto, o piuttosto la moderna tendenza a trattare come patologica la normalità, gli «Emotivi anonimi» &#8211; al cinema e nella realtà &#8211; si rivolgono a un pubblico pressoché illimitato.</p>
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		<title>La &#8220;timidezza&#8221; sul Web</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Apr 2006 07:40:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Documenti]]></category>
		<category><![CDATA[introversione]]></category>
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		<description><![CDATA[Su La Repubblica del 9 aprile è stato pubblicato, a cura di Stefania Di Lellis, un articolo dal titolo altisonante: Arrossire adesso è bello: dal web la riscossa dei timidi. In esso si fa riferimento alla comparsa in Rete di siti che tentano di opporsi allo stereotipo normativo dominante qualificando la timidezza come indizio di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Su <em>La Repubblica</em> del 9 aprile è stato pubblicato, a cura di Stefania Di Lellis, un articolo dal titolo altisonante: <strong><em>Arrossire adesso è bello: dal web la riscossa dei timidi</em></strong>. In esso si fa riferimento alla comparsa in Rete di siti che tentano di opporsi allo stereotipo normativo dominante qualificando la timidezza come indizio di una grande sensibilità e di doti fuori dell&#8217;ordinario che, ben coltivate, possono portare ad organizzare una vita ricca di soddisfazioni. Tra i siti in questione viene citato il più famoso, <a href="http://www.shyandfree.com">Shy and Free</a>, attivo già da qualche anno, che, tra l&#8217;altro, sta organizzando una <a href="http://www.shyandfree.com/html/community.html">comunità online</a>. Utilizzando i link presenti in questo sito, se ne possono visitare parecchi altri (<a href="http://www.sensitiveperson.com">Highly Sensitive People</a>, <a href="http://www.shyunited.com">SHY United</a>, <a href="http://shakeyourshyness.com">Shake Your Shyness</a>).</p>
<p>Nell&#8217;articolo in questione viene fornita anche un&#8217;informazione di notevole interesse. La prossima settimana a Newcastle accademici e medici si incontrano per dibattere sul tema del &#8220;mercato delle malattie&#8221;, un business che prospera sulla trasformazione di condizioni naturali in patologie da trattare. Tra queste &#8220;patologie&#8221;, indubbiamente la timidezza (metonimia che, malauguratamente, sta per introversione) occupa uno dei primi posti.<br />
Il convegno si propone di denunciare la crescente medicalizzazione della vita, che induce numerosi soggetti, tra cui non pochi introversi, a sottoporsi ad una &#8220;cosmesi psico-farmacologica&#8221; e a svariati trattamenti psicologici.<br />
Posto che questa denuncia e il tam-tam del Web conseguano qualche effetto nel sensibilizzare l&#8217;opinione pubblica sulla condizione di diversità degli introversi, c&#8217;è da chiedersi quali conseguenze possano derivarne. Se si consultano i siti citati, non ci sono motivi per essere ottimisti.<br />
Certo, il riferimento all&#8217;introversione come modo di essere diverso, ma non patologico, ricco di qualità emozionali e creative, è pressoché costante. In sé e per sé questo è un fatto positivo, se non altro perché argina la possibilità che gli introversi giungano essi stessi ad autodiagnosticare la loro condizione come una &#8220;malattia&#8221;.</p>
<p>Al di là delle proposte commerciali (acquisto di libri, possibilità di accedere ad una terapia online o di persona) presenti sui siti in questione, il problema è che: primo, <strong>non si dà un&#8217;adeguata definizione della personalità introversa</strong>; secondo, <strong>non c&#8217;è quasi alcun riferimento alla carriera sociale degli introversi</strong>; terzo,  <strong>non si sottolinea la frequenza con cui gli introversi sviluppano un disagio psicopatologico franco</strong>; quarto, si dà per scontato che il problema possa essere affrontato &#8211; direi anche con una certa facilità &#8211; sul piano della ricostruzione dell&#8217;autostima, della valorizzazione sociale di sé, della spiritualità, ecc.</p>
<p>Il messaggio, in altri termini, è rivolto agli introversi come individui che possono raggiungere una grande indipendenza di giudizio rispetto al contesto socio-culturale e fare un salto di qualità nella percezione di sé senza che si realizzino cambiamenti oggettivi nell&#8217;organizzazione complessiva della società. Non escludo che una possibilità del genere si possa realizzare in un certo numero di introversi, ma essa riguarda solo gli adulti e per giunta non gravati da un disagio psichico franco.</p>
<p>Il problema vero, a mio avviso, è incidere sulla carriera evolutiva degli introversi, e questo, se anche comporta l&#8217;acquisizione graduale da parte loro di un bagaglio di consapevolezze inerenti la loro condizione, <strong>non può prescindere dal fatto che la loro diversità sia riconosciuta come tale dalla società e rispettata</strong>.<br />
Nonostante questo, ritengo che  anche la sola presenza di questi siti sul Web sia un segno dei tempi o, comunque, un indizio che<strong> il modello normativo dominante estroverso, intraprendente, aggressivo e scarsamente sensibile sotto il profilo sociale comincia ad attivare una reazione di rigetto</strong>.</p>
<p>È inutile dire che la LIDI ha un impianto teorico diverso e finalità ben più ambiziose dell&#8217;aggregare i &#8220;timidi&#8221;, fornendo loro strumenti di maggiore consapevolezza della loro singolare condizione. Essa ambisce anzitutto a <strong>prevenire lo sviluppo di un disagio psichico a livello infantile e adolescenziale</strong>. In secondo luogo, si prefigge di <strong>rilanciare a tutto campo il discorso sulla normalità/anormalità e sulla produzione sociale degli uomini</strong>.<br />
Si può pensare che, in rapporto alle forze di cui si dispone, gli obiettivi siano troppo elevati. Volendo, però, restaurare il significato storico e non metastorico della progettualità utopistica, la LIDI (o almeno per ora il suo fondatore) preferisce mirare in alto piuttosto che farsi carico di un intento adattivo.</p>
<p>Per facilitare il lettore, <span class="highlight-green">riporto di seguito parte della <a href="http://www.shyandfree.com/html/books.html">bibliografia consigliata</a> dal sito <a href="http://www.shyandfree.com">Shy and Free</a>, la presentazione dello stesso e un &#8220;brogliaccio di consigli&#8221;</span>. Da questo materiale dovrebbe risultare chiaro che la LIDI è o pretende di essere altra cosa&#8230;</p>
<p><strong>I testi riportati di seguito sono copyright © di <a href="http://www.shyandfree.com">Shy and Free</a></strong></p>
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