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	<title>LIDI - Lega Italiana per la tutela dei Diritti degli Introversi &#187; Testimonianze</title>
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	<description>Conoscere, riconoscere, riabilitare l&#039;introversione e prevenire il disagio degli introversi</description>
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		<title>Il predatore di sogni. Riflessioni di un testimone</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 06:56:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Renzo Marinoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Testimonianze]]></category>
		<category><![CDATA[riflessioni autobiografiche]]></category>

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		<description><![CDATA[Introduzione L&#8217;obiettivo di queste brevi riflessioni autobiografiche è quello di condividere e testimoniare dei passaggi esistenziali che riflettono le esperienze e i contenuti salienti del nostro percorso di pratica e di ricerca. Lo spirito del mio scritto non è certamente istruttivo, né direttivo: si pone anzi come una testimonianza di umiltà e anche di gratitudine [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>Introduzione</h3>
<p>L&#8217;obiettivo di queste brevi riflessioni autobiografiche è quello di condividere e testimoniare dei passaggi esistenziali che riflettono le esperienze e i contenuti salienti del nostro percorso di pratica e di ricerca. Lo spirito del mio scritto non è certamente istruttivo, né direttivo: si pone anzi come una testimonianza di umiltà e anche di gratitudine verso tutte le persone che hanno contribuito al lavoro del gruppo con la loro passione, pazienza e coraggio. In particolare la mia gratitudine va alla dimensione di silenzio che siamo riusciti a generare, passeggiando nei boschi e trascendendo – senza giudicarlo &#8211;  il fitto caos di stimoli negativi, pregiudizi e paure che solitamente si addensano nella nostra mente. Esperienza di silenzio condiviso che costituisce un’isola di risveglio e di speranza e che reputo decisiva non solo per la salute emotiva di ciascuno di noi ma anche per contribuire, con un gesto di pace, allo scenario di emergenza comunitaria che affligge il mondo.</p>
<h3>1. Chi sta usando la tua mente?</h3>
<p class="alignr"><em>Una è la nostra vera mente,<br />
il prodotto delle nostre esperienze di vita,<br />
quella che parla di rado<br />
perchè è stata sconfitta e relegata nell&#8217;oscurità.<br />
L&#8217;altra, quella che usiamo ogni giorno<br />
per qualunque attività quotidiana,<br />
è una installazione estranea.</em><br />
John Michael Abelar</p>
<p>La storia del <em>predatore di sogni</em> inizia da molto lontano. Lontano nella mia nascita biologica e biografica ma lontano anche nella storia umana, nella sua dimensione transpersonale e transgenerazionale.<br />
<em>Unde malum</em>? si chiedevano gli antichi. Da dove viene il male? Il negativo? La distruttività umana? Di queste domande si sono occupate la filosofia e le religioni dalla notte dei tempi e non si è addivenuti, in nessun contesto disciplinare e geografico, ad una verità definitiva. E quando  si è preteso di fissare la propria prospettiva in un dogma inespugnabile si è scivolati esattamente nella violenza che si voleva dirimere, la violenza delle istituzioni arroganti e fondamentaliste. Non mi interessa approcciare il problema del male da queste prospettive. Mi interessa piuttosto la storia inedita e silenziosa delle persone che in ogni tempo hanno fatto esperienza umana di questa vertigine, che hanno rischiato di morirne e che hanno infine  smascherato e sovvertito alcuni meccanismi della distruttività. Rivendicando, nei loro gesti e nelle loro scelte personali, un diverso diritto alla vita, alla fiducia e all&#8217;amore. Ripercorro perciò, e condivido con voi, alcuni snodi della mia storia,  proprio per dare testimonianza di questo smascheramento e di questa trasformazione possibile e continuamente in divenire.</p>
<p>Per me l&#8217;espressione <em>il predatore di sogni</em> – che mutuo dal pensiero di Carlos Castaneda &#8211; rende con particolare efficacia il mio incontro originario con il male di vivere. Si, come accade a molti, i miei sogni sono stati predati da subito, da quando ero bambino.</p>
<p>Dopo l&#8217;immemore accoglienza nell&#8217;utero materno, che immagino protettiva e dolcemente ammortizzata, mi ritrovo &#8220;gettato&#8221; tra nove fratelli.  Per un insieme di fattori psicologici e congiunture ambientali occupo, nella famiglia, un posto scomodo, che non mi aiuta a crescere. Sono costantemente esposto al giudizio, alla disapprovazione, al discredito, alla solitudine, al tradimento. È un&#8217;atmosfera che pervade i giorni e che impedisce continuativamente la strutturazione di un senso di fiducia e di dignità personale. Piuttosto questo clima inospitale favorisce l&#8217;installazione, nella mia mente, di un programma inverso e perverso: il giudizio distratto, severo e implacabile che sperimento all&#8217;esterno, diventa una figura interiorizzata, il &#8220;predatore&#8221; interno dei miei sogni e della mia energia. Costui profetizza le mie sconfitte e viene puntualmente confermato attraverso i provvedimenti delle figure di autorità: in prima elementare siedo nella fila dei somari e vengo bocciato. Nessuna voce adulta si alza a proteggermi e a contrastare quella del predatore. Anzi, esse finiscono per coincidere. E il predatore, nutrendosi delle mie sconfitte, della mia disistima, della mia timidezza e dei miei terrori, diventa sempre più robusto, potente e perentorio.  </p>
<p>Tuttavia sono un bambino molto vitale. Per due ordini di ragioni.</p>
<p>La prima ragione è che mi rigenero nella natura. Cammino nei boschi e riesco a sentire la voce degli alberi, della quercia sulla quale mi arrampico e da cui osservo la valle, i contadini lontani, la terra appena arata, il fieno da raccogliere. Riconosco il canto degli uccelli e ne imito il verso. La mia anima vibra al fermento gentile della primavera e intirizzisce alla severità della neve. Assisto al miracolo dei frutti, quando si generano dal seme, secondo il loro misterioso processo.</p>
<p>La seconda ragione per cui sono, di fatto, un bambino sano e vitale è che non riesco a sviluppare delle difese adattive tali da narcotizzarmi. Le cose non mi scivolano addosso, come mi pare avvenga ai miei fratelli, agli adulti e ad alcuni compagni. Per molto tempo penserò che loro sono più forti, più equipaggiati, più idonei a vivere. Loro alla fine se ne fregano, se la cavano, si induriscono, si difendono. In un certo senso si alleano con il persecutore, ne fanno propria la logica. Mentre io sono inciso, tagliato e devastato anche solo dallo sguardo impietoso che posa su di me la mia maestra di matematica. Sento la pressione paralizzante dei suoi occhi spietati, anche se non la guardo. Sono un bambino che continua a sentire tutto. Tutto il male di vivere. E proprio attraverso questa incandescente sensibilità, paradossalmente, resterò vivo. Ma questo, a quell&#8217;epoca, non lo sapevo ancora. E molto dolore dovevo attraversare prima di poter riconoscere, nominare e smascherare il predatore dei sogni. Era lui che, approfittando della mia solitudine e fragilità, mi faceva sentire terribilmente in colpa per la mia inadeguatezza, insufficienza, impotenza. Era lui che stava usando la mia mente. Così come aveva usato – e infine assoggettato &#8211; la mente dei miei insegnanti, dell&#8217;adulto che mi abusò, dei miei genitori e dei miei antenati. </p>
<h3>2. Nel deserto senza stelle</h3>
<p class="alignr"><em>ll predatore ha preso il sopravvento su di noi perché siamo il suo cibo, la sua fonte di sostentamento.<br />
È stato il predatore a instillarci i sistemi di credenze, il concetto di bene e male, le consuetudini sociali.<br />
È stato lui a definire le nostre speranze e aspettative, nonché i sogni di successo e i parametri del fallimento.<br />
Ci ha dato avidità, desiderio smodato e codardia.<br />
Ci ha resi abitudinari, centrati nell&#8217;ego e inclini all&#8217;autocompiacimento.</em></p>
<p class="alignr"><em>Facendo leva sul nostro egocentrismo, l&#8217;unico aspetto consapevole rimastoci, il predatore crea fiammate di consapevolezza che poi procede spietatamente a consumare.<br />
Il predatore ci dà problemi futili per forzare tali fiammate ad emergere, e in questo modo ci fa sopravvivere per continuare a nutrirsi della fiammeggiante energia delle nostre pseudo-preoccupazioni.<br />
Gli antichi sciamani vedevano il predatore. Lo chiamavano Il Volador, quello che vola, perché si muove a balzi nell&#8217;aria. Non è un bello spettacolo.<br />
È un&#8217;ombra nera di un&#8217;oscurità impenetrabile, che salta nell&#8217;aria.</em></p>
<p class="alignr"><em>E poi atterra.</em><br />
Carlos Castaneda (<em>Il lato attivo dell&#8217;Infinito</em>)</p>
<p>Se l&#8217;infanzia è stata un innocente, traumatico ed esterrefatto subire i giudizi e i capi d&#8217;accusa del predatore, nell&#8217;adolescenza e nella giovinezza costui ha versato in abbondanza, nel mio disagio, due ingredienti micidiali: il senso di colpa e la rabbia. Il senso di colpa per ritenermi responsabile della mia inettitudine e inadeguatezza. E la rabbia per la scoperta dell&#8217;ipocrisia degli adulti e per il senso di incolmabile e intollerabile solitudine.<br />
Un cocktail interiore devastante, proprio nell&#8217;età in cui si avrebbe bisogno di fiducia, incoraggiamento, riconoscimento. Dunque perché meravigliarsi se questa tossicità interna ha cercato delle sostanze esterne per implodere in una sorta di oblio? Una sostanza esterna con cui intrattenere l&#8217;unico legame possibile? </p>
<p>Inizia così l&#8217;attraversamento di un deserto senza stelle. La mia giovinezza scorre tra il tentativo estremo di esonerarmi dalla vita e il corpo che rivendica, attraverso la sua sintomatica intolleranza, un diritto alla vita. Anni e anni di oscillazioni tra rabbia, disperazione, paura, isolamento, dolore fisico, perdizione, deluse speranze e tentativi falliti. &#8220;Marinoni tu sarai un assassino!&#8221; mi aveva detto a scuola un professore. Alle elementari! Io persino ignoravo il significato di quella frase, tuttavia la parola dell&#8217;adulto per me era legge, insindacabile! E ora, nella giovinezza, sono tentato di confermarlo, di cedere alla profezia del predatore, di incarnarla: non sono forse un assassino della mia stessa vita? E non sto propagando gli effetti della mia colpa agli altri, privando la mia prima moglie di un compagno efficace e i miei primi figli di un padre efficiente? Nessuno posa uno sguardo compassionevole sulla mia disperazione. Sono soltanto un errore, un avanzo, uno scarto. Il predatore sguazza nella mia sindrome di dipendenza, approfitta della mia scarsa lucidità per consolidare il suo potere. Le mie lacrime si mescolano alla paura, alla rabbia, al cedimento e ad una sintomatologia di intolleranza fisiologica che ogni volta sabota, miracolosamente, la mia carriera suicidaria. Finché, dopo quindici anni di prove generali per morire, 18 ricoveri e innumerevoli verdetti di condanna dalle persone che a diverso titolo mi circondano, faccio il mio primo incontro umano. Il primo incontro umano, ripeto. La mia prima prova generale per la vita: un medico che mi ascolta, mi accoglie, mi comprende e mi dà fiducia. Ed è così, a partire da questo incontro, che inizia a vacillare la dittatura del predatore di sogni.  </p>
<h3>3. La guerra di successione</h3>
<p class="alignr"><em>Nell&#8217;oceano della Vita,<br />
le isole della Benedizione sono la terra serena e soleggiata<br />
dei tuoi ideali che attende il tuo arrivo.<br />
Mantieni saldamente la tua mano<br />
sul timone del pensiero.<br />
Nella nave della tua anima giace disteso il Capitano comandante.<br />
Sta dormendo; svegliaLo.<br />
L&#8217;Autocontrollo è la forza.<br />
Il Retto Pensiero è la padronanza.<br />
La Quiete è il potere.<br />
Pronuncia nel profondo del tuo cuore, Pace, sii quieto.</em><br />
James Allen (in <em>Lo sfidante</em>)</p>
<p>Il passaggio dalla schiavitù alla libertà è delicatissimo, doloroso e mai dato una volta per tutte. Implica all&#8217;inizio una straordinaria mobilitazione di forze e una manovra di puntellamenti a diversi ancoraggi e gradi della vita quotidiana e di quella spirituale.<br />
L&#8217;incontro con la comunità fornisce una cornice umana e metodologica fondamentale. Sono necessari altresì dei passaggi di consapevolezza e presenza che necessitano tempo, affinamento, consolidamento e condivisione. Tutto ciò è reso possibile, in primo luogo, dalla rivoluzione di posizioni che vengo ad occupare nei legami con gli altri: divento poco a poco qualcuno che – avendolo ricevuto &#8211; è ora in grado di fornire sostegno, ascolto, tenerezza, competenza gentile, pazienza, fiducia. Non sono diventato un assassino, come aveva predetto il mio professore delle elementari. Sono diventato l&#8217;uomo sensibile che la mia infanzia annunciava e che la natura aveva segretamente protetto, custodito, coltivato.  </p>
<p>E il predatore finalmente agonizza. Ma mi attende ancora un appuntamento difficile: la ricognizione delle mie figure genitoriali, una revisione delle circostanze biografiche attraverso le quali si era installato, nella mia mente, il dominio del predatore parassita. Che farne, nel mio cuore, della mia infanzia trafitta? Che farne di mio padre e mia madre? Condannarli per sempre? Scrollarmeli di dosso e dimenticarli? Perdonarli? E come?<br />
Non ho nessuna voglia, inizialmente, di esaminare questa faccenda dei genitori. Il solo pensarci mi procura dolore, estraniamento, paura. Tuttavia inizio un percorso in questa direzione, perché intuisco che è un passaggio obbligato: se non bonifico quest&#8217;area sarò abitato da queste istanze negative e terrificanti a livello organico, cellulare. Comprendo anche che il perdono non può essere un&#8217;operazione cerebrale, retorica, superficiale. Così ripercorro la storia dei miei genitori, visito la loro infanzia con immedesimazione, commozione ed empatia, prendo contatto con il bambino e la bambina che essi sono stati. Vedo mia madre piccola e disperata fuggire dalla sua casa di origine, data alle fiamme dal mio nonno alcolizzato. Vedo mio padre giovane, in prigionia e in guerra, derubato della giovinezza e invaso dalla paura. Incontro l&#8217;impotenza e la fragilità struggente dei miei genitori, intercetto la trappola che li ha catturati da piccoli e che ha impedito loro di divenire figure adulte capaci di stimolare crescita, amore, fiducia.</p>
<p>Due esiti di questo lavoro di ricognizione mi segnalano che il processo del perdono sta avvenendo ad un livello profondo: la prima è che mi accorgo di avere un&#8217;energia vitale e spirituale differente, più fluida e potente, svincolata da ostruzioni e opacità. E capace di orientarsi e aprirsi alla costruzione di nuove, stabili e diverse forme di legame affettivo. La seconda è che quando penso a mio padre e a mia madre, ora, li sento vicini metafisicamente, benedicenti, pacificati, alleati. </p>
<p>E sperimento sulla mia pelle che la libertà passa da qui, da questo snodo di fiducia e perdono che è personale e impersonale al tempo stesso. Da un lato, infatti, mi sono dovuto calare nella ferita specifica delle mie origini: la mia famiglia, il nostro cognome e indirizzo, i miei genitori, le nostre tragiche traversie. Dall&#8217;altro lato il lavoro di revisione su questo destino biografico riesce a trascendere il melodramma privato e mi spalanca la dimensione della sofferenza umana di tutti e di tutti i tempi. Il respiro si approfondisce, la mente si ossigena e i pregiudizi si allentano. Smetto di attribuire colpe e responsabilità all&#8217;esterno, di pensare che gli altri – famiglia, comunità, politici, insegnanti, partner, situazioni &#8211; sono la fonte maligna dei miei fallimenti e della mia impotenza. E smetto anche, piano piano, di dipendere smodatamente dalla approvazione e dal consenso del mondo esterno. Certamente ho bisogno dell&#8217;amore e della fiducia degli altri – non sono il superuomo – ma in una modalità feconda, reciproca, rispettosa e liberante per tutti. </p>
<h3>4. Consapevolezza, azione e disciplina</h3>
<p class="alignr"><em>La padronanza della propria mente,<br />
ribelle, capricciosa, vagabonda,<br />
è la Via verso la Felicità.<br />
Il Saggio osserva continuamente i propri pensieri<br />
che sono sottili, elusivi ed erranti.<br />
Occorrono Consapevolezza, Chiarezza ed Inflessibile Intento<br />
per affrontare questa sfida.</em><br />
Don Miguel Ruitz (in <em>Lo sfidante</em>)</p>
<p>Mano a mano che l&#8217;azione parassitaria del predatore si affievolisce e lascia spazio a quella generosa e fondante della mia consapevolezza umana, mi accorgo che la battaglia non si vince una volta per tutte. Ho bisogno ogni giorno di rilanciare la sfida, ogni ora, ogni istante. Ho bisogno di coltivare una disposizione d&#8217;animo vigile e gentile, implacabilmente tenera e presente verso me stesso e verso gli altri, verso le opportunità e verso i pericoli, interni ed esterni.  Come un &#8220;monaco metropolitano&#8221; devo inventare e istituire dei rituali di sacralità nella mia vita quotidiana, collaudarli, adattarli alle esigenze mie e di chi mi circonda, difenderli, se necessario trasformarli. Mi accorgo che la consapevolezza, se profonda e coltivata, non è un lusso per filosofi ma una dimensione estremamente concreta, fatta di gesti e di scelte pratiche, di sacrifici e di sorprese. In un certo senso la consapevolezza e la presenza mentale – se trasferite dai monasteri alle città e alla propria vita domestica– rappresentano un dispositivo politico, un contributo etico comunitario: la consapevolezza è azione. </p>
<p>Per mantenere questa temperatura ideale di presenza, fermezza e tenerezza è necessaria una disciplina. Naturalmente non mi riferisco alla disciplina coercitiva che ci portiamo dietro come retaggio culturale. Mi riferisco piuttosto ad un funzionamento inedito della volontà, un funzionamento fluido, non moralistico, pacificante. Mi riferisco alla volontà come &#8220;intento&#8221;. L&#8217;intento non poggia – come la cosiddetta buona volontà &#8211; sulla divisione tra ciò che sento di essere e l&#8217;immagine ideale di come &#8220;dovrei&#8221; essere. L&#8217;intento consiste in un&#8217;arte della disciplina fondata sul riconoscimento della propria bellezza e vulnerabilità. E per mettere in circolo questa volontà alternativa è necessario adottare delle pratiche quotidiane che sospendano il corso nevrotico – e dispotico &#8211; dei pensieri e che ci rammentino l&#8217;atmosfera di accettazione e di amore che sola può permetterci di progredire. Nel <a href="/2011/01/23/nuovo-gruppo-di-auto-aiuto-della-lid/">gruppo</a> abbiamo sperimentato alcune di queste pratiche, come la meditazione, l&#8217;incontro con il Bambino interno, lo scambio dell&#8217;ascolto profondo, il gesto della carezza, la scrittura della lettera. Si è trattato di proposte e di esempi, non della prescrizione dogmatica di vie esclusive. Ognuno può sviluppare la propria disciplina personale attraverso le pratiche che scopre, che inventa, che creativamente adatta al suo stile interiore e anche alla sua &#8220;giornata tipo&#8221;. Il tempo che personalmente dedico alla pratica, per esempio, è il momento silenzioso e solitario dell&#8217;alba e quello che precede immediatamente il sonno. </p>
<p>Le mie pratiche di presenza si sono modificate negli anni e credo che questa flessibilità abbia a che fare con l&#8217;ascolto interno e con il rispetto delle esigenze e dei bisogni che mano a mano si presentano, sia a livello interiore che esterno, quotidiano e interpersonale. &#8220;Voglio misericordia e non sacrifici&#8221; diceva qualcuno. Ecco, credo che  l&#8217;essenza della disciplina consista proprio in questo: mantenere con se stessi un dialogo paritario e di gratuità, senza salire in cattedra e senza vincolare l&#8217;approvazione di noi stessi a chissà quali performance. La meditazione, la preghiera creativa, la visualizzazione, una passeggiata consapevole e qualsiasi altro gesto di presenza sono atti con cui testimoniare – in presa diretta e senza clamori – che &#8220;un altro mondo è possibile&#8221;.</p>
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		<title>Tre domande sull&#8217;introversione allo scrittore Erri De Luca</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Jan 2011 09:00:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Testimonianze]]></category>
		<category><![CDATA[De Luca]]></category>
		<category><![CDATA[introversione]]></category>
		<category><![CDATA[senso di giustizia]]></category>

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		<description><![CDATA[Tu scrivi, in &#8220;Non ora, non qui&#8221;, che sei stato &#8220;un bambino più assorto che quieto&#8221; e, parlando ancora di te stesso, ricordi che &#8220;una fioritura di reticenze&#8221; preparava la tua identità. Questi caratteri si ripetono nelle esperienze di molti introversi. Come hai vissuto l&#8217;indole che descrivi in modo così limpido nel tuo libro durante [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Tu scrivi, in &#8220;Non ora, non qui&#8221;, che sei stato &#8220;un bambino più assorto che quieto&#8221; e, parlando ancora di te stesso, ricordi che &#8220;una fioritura di reticenze&#8221; preparava la tua identità. Questi caratteri si ripetono nelle esperienze di molti introversi. Come hai vissuto l&#8217;indole che descrivi in modo così limpido nel tuo libro durante la tua infanzia e la tua adolescenza?</em></strong></p>
<p>Ringrazio per l&#8217;aggettivo limpido, che può essere riferito alla scrittura, che arriva a fare da sutura a un tempo suppurato. Nell&#8217;infanzia ero un cespuglio di spine rivolte all&#8217;interno.  L&#8217;adolescenza è stata impegnata dal tentativo di smussarle con lo strumento preferito dai muti, la lingua. Ho letto un castello di libri, ho scritto un deserto di pagine. Non è una terapia, è un modo per approfondire invece il proprio isolamento. </p>
<p><strong><em>Come spesso può registrarsi in molte esperienze di introversi, hai intrapreso la tua strada verso i quarant&#8217;anni anche se durante gli anni da operaio scrivevi nelle ore che ti rimanevano. Quali sono state le difficoltà che hai incontrato nel conciliare il lavoro con la scrittura e quali le motivazioni che ti spingevano a scrivere in quel periodo?</em></strong></p>
<p>Mi sono tenuto compagnia con la scrittura fin da ragazzo. Durante gli anni operai era per me il tempo opposto a quello di lavoro. Aveva un puntiglio di resistenza all&#8217;usura della giornata venduta per salario. Non si conciliavano i due tempi, uno era immenso e schiacciante, l&#8217;altro era minuscolo e capace di non farsi annientare. Scrivevo allora come adesso per raccontarmi storie. Non ho niente dello scrittore professionista che si accomoda al suo scrittoio con l&#8217;intenzione di svolgere il suo lavoro. Scrivo  seduto in qualunque posto e sulle ginocchia. Nessun chiasso intorno, nessuna confusione mi può distrarre.</p>
<p><strong><em>È noto il tuo impegno politico negli anni giovanili e, più tardi, la tua esperienza di impegno civile, in Africa, in Bosnia. È riferibile, questa tua propensione, a quello spiccato senso di giustizia proprio di molti introversi che lo vivono spesso con una profonda sofferenza?</em></strong></p>
<p>La giustizia è il sentimento principale della persona umana, il suo nervo più scoperto. Credo che il periodo rivoluzionario appartenga al tentativo di rispondere a una lesione di quel sentimento. Il 1900 è stato il secolo delle rivoluzioni, ho fatto parte dell&#8217;ultima generazione rivoluzionaria del 1900. Appartenevo alla comunità mondiale che trasformava così i rapporti di forza tra oppressori e oppressi. Nell&#8217;impicciarmi invece di guerre altrui, come quella di Bosnia e quella seguente della Nato contro Belgrado, credo che sono stato mosso dal sentimento della fraternità.</p>
<p class="alignr"><strong>di <span class="highlight-blue">Lisa Cecchi</span> (socia LIDI)</strong></p>
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		<title>In arrivo &#8220;Le talpe riflessive. Il mondo sotterraneo dell&#8217;introversione&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Nov 2010 11:33:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[È in corso di stampa Le talpe riflessive. Il mondo sotterraneo dell&#8217;introversione, un libro basato sulle testimonianze tratte dal forum della LIDI e raccolte da Lisa Cecchi, Marcello Di Fiore e Maria Rossi, con alcune note di commento del dott. Anepeta. Oltre all&#8217;edizione a stampa, è prevista anche un&#8217;edizione e-book. Per le copie a stampa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È in corso di stampa <strong><em>Le talpe riflessive. Il mondo sotterraneo dell&#8217;introversione</em></strong>, un libro basato sulle testimonianze tratte dal <a href="http://lidi.forumfree.it">forum della LIDI</a> e raccolte da Lisa Cecchi, Marcello Di Fiore e Maria Rossi, con alcune note di commento del dott. Anepeta. </p>
<p><strong>Oltre all&#8217;edizione a stampa, è prevista anche un&#8217;edizione e-book.</strong></p>
<p>Per le copie a stampa occorrerà prenotarsi inviando una mail a <strong><script type="text/javascript">DisplayMail('legaintroversi.it', 'info', 'contatta');></script><a href="mailto:info@legaintroversi.it">info@legaintroversi.it</a></strong>, perché la distribuzione avverrà prevalentemente attraverso la LIDI.</p>
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		<title>Riflessioni di un insegnante sulla scuola</title>
		<link>http://www.legaintroversi.it/2008/01/13/riflessioni-di-un-insegnante-sulla-scuola/</link>
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		<pubDate>Sun, 13 Jan 2008 15:47:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Testimonianza di Federico D&#8217;Alessio Pensavo da tempo di inviare alla redazione del sito un articolo. L&#8217;occasione mi è stata fornita dal bollettino di guerra della scorsa notte di San Silvestro: ci mancavano veramente i botti finali, con altri morti e altri feriti. Non bastavano i già inauditi episodi di violenza fuori e dentro gli stadi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>Testimonianza di Federico D&#8217;Alessio</h3>
<p>Pensavo da tempo di inviare alla redazione del sito un articolo. L&#8217;occasione mi è stata fornita dal bollettino di guerra della scorsa notte di San Silvestro: ci mancavano veramente i botti finali, con altri morti e altri feriti. Non bastavano i già inauditi episodi di violenza fuori e dentro gli stadi di calcio occorsi durante il 2007.<br />
Prima di esprimere le mie considerazioni non proprio allegre, devo obbligatoriamente scrivere che non voglio credere al funerale definitivo della nazione Italia. Mi sforzo d&#8217;esser d&#8217;accordo con chi pensa che l&#8217;Italia non può dimenticare la cultura che è alle sue spalle, la cultura che da sempre  scorre nelle vene del Paese. Può darsi che sia un luogo comune. Credo però sia difficile smentirlo, molto difficile. In ogni italiano scorre sangue intriso anche di civiltà secolari, che non posso pensare possano essere cancellate da venti, trenta, cinquanta o sessant&#8217;anni di anni di grigiore politico e culturale. Speriamo dunque in un avvenire migliore, per quanto lontano esso si prospetti.</p>
<p>Mi sforzo di convincermi che, quanto ho appena detto, valga più di tutte le righe che seguono, che sono di tutt&#8217;altro tono. Tanto che scelgo una scorciatoia per farmi capire e riporto il testo di una canzone del 1991 di Franco Battiato. La canzone s&#8217;intitola &#8220;Povera Patria&#8221;. La musica, bella e inevitabilmente piena di tristezza, è pure, a mio avviso, in discreta sintonia col testo:</p>
<p><em>Povera patria! Schiacciata dagli abusi del potere<br />
di gente infame, che non sa cos&#8217;è il pudore,<br />
si credono potenti e gli va bene quello che fanno;<br />
e tutto gli appartiene.<br />
Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni!<br />
Questo paese è devastato dal dolore&#8230;<br />
ma non vi danno un po&#8217; di dispiacere<br />
quei corpi in terra senza più calore?<br />
Non cambierà, non cambierà<br />
no cambierà, forse cambierà.<br />
Ma come scusare le iene negli stadi e quelle dei giornali?<br />
Nel fango affonda lo stivale dei maiali.<br />
Me ne vergogno un poco, e mi fa male<br />
vedere un uomo come un animale.<br />
Non cambierà, non cambierà<br />
sì che cambierà, vedrai che cambierà.<br />
Voglio sperare che il mondo torni a quote più normali<br />
che possa contemplare il cielo e i fiori,<br />
che non si parli più di dittature<br />
se avremo ancora un po&#8217; da vivere&#8230;<br />
La primavera intanto tarda ad arrivare.</em></p>
<p>È una canzone amarissima. È la canzone che esprime i sentimenti di rabbia, di disapprovazione, di sconforto nei confronti di ciò che non solo è evitabile, ma evitabilissimo e non viene evitato. Mi riferisco alle prevedibili morti fuori e dentro gli stadi e alle ultime, anche queste prevedibili, legate agli scoppi di petardi durante la guerra dei fuochi d&#8217;artificio di fine anno. Morti che, secondo me, insegnante di Matematica e Fisica delle medie superiori, sono la conseguenza più eclatante della totale mancanza di una politica della Scuola pubblica in Italia. E per questa mancanza che, all&#8217;atto pratico, in Italia, manca proprio la Scuola, sia pubblica che privata.</p>
<p>Chi scrive, come detto, è un insegnante di quarantatre anni, non ancora di ruolo, che non riesce a uscire dalla <em>mediocritas aurea</em> che caratterizza il corpo insegnanti della scuola italiana di oggi. Più funzionario statale che operatore della formazione, il sottoscritto si sente impotente davanti allo spettacolo tragico e crudele che la vita gli propone quotidianamente. Se chi sta leggendo queste righe sta pensando che il sottoscritto, proprio perché cosciente della propria inerzia, dovrebbe tirare fuori il meglio di sé, probabilmente ha ragione. L&#8217;alibi che fornisco a me stesso e che non riesco a superare, per cui ha ragione probabilmente chi critica il corpo insegnanti che si nasconde le proprie responsabilità e le proprie connivenze &#8211; è il seguente. In questo momento un insegnante che venisse allo scoperto e radunasse intorno a sé un drappello di colleghi che si impegnino veramente nel cambiamento prima di se stessi e di conseguenza di quella parte di scuola che dorme o addirittura non c&#8217;è, come si diceva, ebbene un insegnante che abbia questo coraggio, mi fa pensare a una sorte di eroe, che sacrifica la propria vita in nome della causa. Penso a quei giudici solitari che sono stati addirittura assassinati per quanto si sono impegnati nel tentativo di eliminare la piaga della mafia.<br />
Nessun insegnante sarà mai assassinato, però viene ucciso in tanti altri modi. Non esiste in Italia né un insegnante, né un drappello di insegnanti che vogliano cambiare se stessi e quindi cambiare la scuola. Credo che ciò sia legato a una dinamica di gruppo, per cui chi pure vorrebbe, desiste. Credo che se un insegnante cambiasse se stesso al suo interno, prendesse coscienza davvero delle proprie responsabilità e dei danni che fa, anche o soprattutto  involontariamente, operando male nel proprio lavoro, troverebbe grandi difficoltà a trascinare dietro di sé altri colleghi convinti di poter offrire un contributo al cambiamento dello <em>status quo</em>. Prescindendo dal fatto di essere pagato quattro lire (anzi, quattro euro), in effetti oggi non mi risulta che ci sia c&#8217;è un drappello di insegnanti talmente motivati da far da traino a tutti gli altri.</p>
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		<title>La lettera di Max Ramstein</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Jan 2008 07:15:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo aver letto l&#8217;articolo intitolato La rivincita dei timidi, pubblicato su Il Giornale del 30 dicembre 2007, con l&#8217;intervista al Dott. Luigi Anepeta, mi sono deciso, previo contatto telefonico con il vostro presidente, a portare anch&#8217;io la mia testimonianza personale. Non certo per mettermi in mostra ma per tentare di ragionare sul posizionamento, forse addirittura [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo aver letto l&#8217;articolo intitolato <a href="http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=230662"><em>La rivincita dei timidi</em></a>, pubblicato su <em>Il Giornale</em> del 30 dicembre 2007, con l&#8217;intervista al Dott. Luigi Anepeta, mi sono deciso, previo contatto telefonico con il vostro presidente, a portare anch&#8217;io la mia testimonianza personale.<br />
Non certo per mettermi in mostra ma per tentare di ragionare sul posizionamento, forse addirittura sul ruolo, dell&#8217;introverso nella (stranissima) società dei nostri tempi. Per &#8220;società&#8221; intendo prevalentemente quella italiana alla quale voglio bene e che, ne sono sicuro, ha in sé grossissime potenzialità, oltre ad un patrimonio culturale unico al mondo. Lo dico da straniero che però possiede anche la cittadinanza italiana.</p>
<p>Io sono nato nel lontanissimo 1936 nella serafica Svizzera, a Losanna, sul lago di Ginevra. I miei erano benestanti finché, nel 1948, mio padre, un estroverso un po&#8217; ozioso, perse tutto. La bellissima villa dove abitavamo fu venduta. C&#8217;era un grandissimo giardino nel quale amavo rifugiarmi per &#8220;raccontarmi storie&#8221;, in cerca di solitudine, da buon timido introverso&#8230; Per mia madre, per me, fu un grandissimo choc. Ma il peggio venne circa dieci anni dopo, quando seppi che la bellissima villa, benché di recente costruzione e in ottimo stato, era stata rasa al suolo per far spazio a palazzi con alloggi. Da allora io, pur non avendo mai provato odio per nessuno, covo nel mio intimo un rancore infinito contro ogni forma di spreco e di spirito speculativo: non accetto che il guadagno, anziché dall&#8217;operosità, derivi dal semplice possesso di beni (<em>capital gain</em>).</p>
<p>Ecco, in stile telegrafico, una breve elencazione di alcuni fatti e circostanze che hanno segnato la mia infanzia e adolescenza.</p>
<p><em>A due/tre anni di età</em>: Su richiesta di mia madre, un&#8217;anziana signora mi porta a fare una passeggiata. Ricordo ancora il luogo. Sul marciapiede di fronte passano alcuni ragazzini; &#8220;guarda, i bambini!&#8221;, dico io con gran voglia di avvicinarmi; &#8220;sono cattivi&#8221;, replica la donna. Che delusione! Però credo, senza ombra di dubbio, a quanto mi è stato detto.</p>
<p><em>Cinque anni e mezzo all&#8217;asilo</em>: Ogni mattina c&#8217;era un&#8217;ora buona di disegno su fogli distribuiti in precedenza; un bel giorno li perdo tutti (non ricordo perché né come) ma non oso chiederne altri! Per giorni e giorni fingevo di disegnare, usando la scatola delle matite, con immenso senso di disagio. Fra i compagni di classe c&#8217;erano due gemellini, maschio e femmina, più piccoli di me, all&#8217;uscita mi rincorrevano urlando &#8220;adesso ti prendiamo e ti uccidiamo&#8230;&#8221; e io ci credevo. Poiché non parlavo mai con nessuno, la maestra d&#8217;asilo finì con il convocare mia madre e le disse &#8220;secondo me, suo figlio è ritardato&#8230;&#8221;. &#8220;Macché&#8221;, fu la risposta, &#8220;basta che lei gl&#8217;insegni qualche cosa di utile, i primi elementi di lettura ad esempio, vedrà che riuscirà a seguire&#8230;&#8221;. Così fu&#8230;</p>
<p><em>Alle elementari</em> andavo benissimo, a 10 anni superai l&#8217;esame di ammissione al &#8220;collège&#8221; (inizio del ciclo secondario) ma poi le cose cambiarono; contrariamente ai miei compagni, quasi tutti figli di professionisti o comunque di gente che &#8220;aveva studiato&#8221; (mentre mio padre era privo di qualsiasi titolo), non riuscivo a capire il perché di un certo tipo d&#8217;insegnamento (latino, mitologia&#8230;); mi turbavano le storie degli dei che interferivano nella vita dei mortali; mi sembrava assurdo dover imparare parole non più attinenti alla nostra epoca (scutum, auriga&#8230;); ricordo un colloquio con un mio compagno, figlio di commercianti, che la pensava come me: &#8220;perché non c&#8217;insegnano parole pratiche, tipo panino&#8221;, si chiedeva (ne era un divoratore!). Nei primi tempi del collège, assolutamente non riuscivo a concentrarmi; risultato: per compiere i primi due anni, impiegai il doppio del tempo, 4 anni! due volte ripetente; provavo vergogna, mi sentivo in colpa. E ancora oggi, a distanza di quasi 60 anni, non riesco a ribaltare la responsabilità sugli insegnanti perché ricordo bene come ero: svogliato ma pienamente consapevole della mia pigrizia.</p>
<p>Il momento di peggior imbarazzo lo provai a scuola nel 1947, all&#8217;età di soli 10 anni, quando il professore decise che ogni allievo avrebbe dovuto parlare in classe, di fronte a tutti, di un argomento di suo interesse. &#8220;Come faccio&#8221;, pensai, &#8220;non ho proprio niente da dire&#8230; gli altri parleranno dei loro giochi, del trenino elettrico&#8230;&#8221; (non ce l&#8217;avevo, sono sempre stato estraneo al culto dell&#8217;oggetto). Mia madre, donna di spiccato buon senso, mi suggerì di parlare dell&#8217;acqua. L&#8217;acqua!? &#8220;Sì, tu spieghi a cosa serve, per i campi, per l&#8217;igiene, parla del vicino lago dove ti piace fare il bagno, ecc&#8230;&#8221; Evidentemente lei precedeva i tempi, allora non si parlava ancora di &#8220;oro blu&#8221;. Feci come mi diceva, alternative non ne avevo; i miei compagni mi ascoltarono un po&#8217; sbalorditi dal tipo di scelta, ma non mi presero in giro.</p>
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		<title>La lettera di Moreno</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Jun 2007 16:05:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
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		<category><![CDATA[diritti]]></category>
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		<category><![CDATA[saggio sull'introversione]]></category>

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		<description><![CDATA[Spett.le dott. Luigi Anepeta, volevo ringraziarla e lodarla per il suo libro Timido, docile, ardente&#8230; che per me è diventato il mio Vangelo, che mi ha ridato dignità di essere, che ha dato un senso alla mia vita, che mi ha fatto piangere a seguito delle mie sofferenze patite nei miei 44 anni. Le chiedo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Spett.le dott. Luigi Anepeta,</p>
<p>volevo ringraziarla e lodarla per il suo libro <a href="/2007/06/30/il-saggio-sullintroversione-timido-docile-ardente/"><strong><em>Timido, docile, ardente&#8230;</em></strong></a> che per me è diventato il mio Vangelo, che mi ha ridato dignità di essere, che ha dato un senso alla mia vita, che mi ha fatto piangere a seguito delle mie sofferenze patite nei miei 44 anni.<br />
Le chiedo scusa se la disturbo, sono un umile muratore, una persona semplice convinto di non essere normale, di essere in qualche modo un &#8220;ritardato&#8221;. Mi chiamo Moreno Bison, abito in un piccolo paese della provincia padovana, sono sposato e ho 3 figlie,le mie origini sono umili, ho avviato una piccola attività artigianale, impresa edile.</p>
<p>Se dovessi raccontarle tutto non basterebbe un libro, evitato dagli altri fin da infante, che venivo considerato non normale per via della mia non reattività verso il mondo esterno, del tentativo di annegamento sul fiume da parte dei miei coetanei dell&#8217;asilo d&#8217;infanzia, delle persecuzioni anche fisiche di mio padre, chiudeva porte e finestre della casa e mi picchiava per ore con la cinghia dei pantaloni gridandomi &#8220;svegliati addormentato!&#8221;. Del disastro della mia vita sessuale, sono di gradevole aspetto con occhi azzurri per gli altri, io mi vedo e continuo a vedere un &#8220;mostro&#8221;, fin da giovane ho subito &#8220;violenza  sessuale&#8221; per accondiscendere ad un modello &#8220;come gli altri&#8221; che mi ha dato più sofferenze che piaceri.</p>
<p>Insomma ho vissuto in un &#8220;LAGER&#8221; per anni, che ha causato in me il rifiuto di ogni socializzazione, porto una maschera gradevole umile e seria per poter lavorare, per il resto vivo da eremita evitando ogni contatto con il mondo, sono fermamente convinto che questa vita sia il proseguo di un&#8217;altra vita e che io sono stato condannato nell&#8217;altra vita in questa vita d&#8217;inferno, a volte sento di essere come Hitler &#8220;vorrei poter uccidere tutti&#8221;.<br />
Quand&#8217;ero al servizio militare ho pensato anche di farlo sa? Ho preso 12 caricatori di M16, 2 bombe a mano e mi sono avviato a fare una strage, non l&#8217;ho fatto e sa perché? solamente perché un mio commilitone mi ha invitato a star con lui quella sera, a bere con lui.</p>
<p>Sono un &#8220;sopravvissuto&#8221; in quanto ho tentato più volte di &#8220;farla finita&#8221; poiché non mi riconoscevo nel mondo e mi sentivo come un estraneo nella vita. Ho sempre sentito in me una grande intelligenza che mi portava ad intuire ogni cosa e stato d&#8217;animo delle persone con cui sono venuto a contatto, sono veloce ad apprendere, ciò che io riesco a fare con le mie mani è bellissimo, ma per fare ogni cosa devo essere solo, non riesco a lavorare con qualcuno accanto, non riesco ad esprimermi, solo scrivendo riesco. Vivo per stare solo.</p>
<p>Odio mio padre e mia madre, le mie 2 sorelle e mio fratello, ho rotto con loro ogni legame. Non mi importa di nulla poiché io sono il male.<br />
La esorto a continuare per i diritti degli introversi in questo mondo, non per me, ormai per me non c&#8217;è più nulla da fare anche se vivo solo per la mia famiglia per mia moglie e le mie bambine, ma per le vittime che questa società ha fatto e che farà, parlo a nome di Olivetto Ariano morto suicida, un mio coetaneo, parlo a nome di Massimo Drago suicidatosi nel fiume Bacchiglione, e altri che a causa di droghe sono morti, Roberto Rettore&#8230; ragazzi che con tutta la mia volontà all&#8217;epoca non ho potuto comprendere preso com&#8217;ero a cercare di comprendermi.<br />
Vorrei provare a divulgare il suo libro nelle scuole ma il solo pensiero di parlare con qualcuno di questo mi paralizza.</p>
<p>Mi scuso ancora se la disturbo, solo scrivendo riesco ad esprimermi.</p>
<p class="alignr">Per sempre le sarò riconoscente dottore.<br />
Moreno.</p>
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		<title>La mia introversione</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Oct 2006 08:39:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Testimonianza di Renzo Marinoni Non sono uno scrittore, anche se scrivere mi ha sempre attirato, è come se mi incamminassi su un sentiero ignoto e, mano a mano che mi addentro, scoprissi ciò che nemmeno conosco coscientemente. A volte, scrivere quello che ho nel cuore, mi fa l&#8217;effetto di un dialogo con me stesso, se [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>Testimonianza di Renzo Marinoni</h3>
<p>Non sono uno scrittore, anche se scrivere mi ha sempre attirato, è come se mi incamminassi su un sentiero ignoto e, mano a mano che mi addentro, scoprissi ciò che nemmeno conosco coscientemente. A volte, scrivere quello che ho nel cuore, mi fa l&#8217;effetto di un dialogo con me stesso, se poi quello che scrivo, può essere utile, non lo so; non nego che mi piacerebbe saper trasferire sulla carta certe mie fluttuazioni interiori. Sono un introverso e, come tutti gli introversi, buona parte della mia vita è stata trascorsa in silenzio o, almeno, non ho mai raccontato quella parte di me che viene dal cuore, perché, secondo me, una cosa è il contenuto della mente, che è fatto di ragionamenti e di condizionamenti, e tutt&#8217;altra cosa è pescare in fondo al cuore, raccontandosi al solo scopo di parlare a se stessi.<br />
La cosa che mi spinge in questo dialogo con me stesso è la consapevolezza di quanto poco io sappia di me e di quanto senta il bisogno di cominciare questo dialogo, che può prendere avvio solo dalla mia storia.</p>
<p><strong>Per tutta la mia giovinezza mi sono chiesto il motivo di questa mia diversità, mai ho avuto una risposta al perché provavo vergogna, per la mia inadeguatezza, per la mia incapacità ad esternare ciò che sentivo.</strong><br />
Sicuramente la paura di essere deriso per questi miei sentimenti, così profondi, già l&#8217;avevo sperimentata, fin dalla prima elementare: arrivai a scuola candido ed innocente, ma l&#8217;ambiente si rivelò da subito disastroso, la maestra dopo tre settimane aveva già capito che ero un asino e non trovò di meglio che relegarmi nell&#8217;allora molto in voga &#8220;bancata degli asini&#8221;. Ritenendo che ciò che dice un adulto fosse molto più della verità, ci ho creduto. È stata un&#8217;esperienza veramente penosa, l&#8217;unico in tutta la classe ad essere bocciato in prima elementare, con un giudizio finale che non lasciava scampo. I commenti, anche a casa, erano gli stessi: ero già un delinquente scavezzacollo che preferiva girovagare per i campi, piuttosto che andare a scuola. Se dovessi descrivere in poche parole quell&#8217;ambiente, direi un posto dove il massimo divertimento è deridere per qualsiasi anomalia del fisico, dell&#8217;abbigliamento o del comportamento, e se non c&#8217;era, si inventava. Un regime autoritario, dove contavi solo se eri figlio di&#8230;, diversamente ti facevano pesare la tua condizione di povero e appartenente al gradino più basso della società. Ero il sesto di nove figli in una famiglia al limite della sopravvivenza, dalla quale non ho memoria sia arrivata una sola parola di incoraggiamento, i miei ricordi si limitano ad affermazioni come &#8220;non vai bene&#8221;, &#8220;sbagli tutto&#8221;, &#8220;sei un delinquente&#8221;, &#8220;farai una brutta fine&#8221;, &#8220;sei la pecora nera&#8221;, &#8220;è meglio che ti mettiamo in collegio&#8221;. E poi le percosse, che erano quasi preferibili, si fa per dire, agli insulti.<br />
I compagni di scuola, poi, erano dei veri mostri, se non spargevi benzina sui gatti, almeno una volta alla settimana, e guardavi il gatto morire tra atroci sofferenze, eri un codardo. Poveri animali, ancora me li sogno la notte, dopo quarant&#8217;anni, e poi sempre &#8220;prove di forza&#8221;: dovevi picchiare qualcuno una volta alla settimana, sennò non potevi far parte del branco, eri una femminuccia. Per il mio grado di introversione la solitudine era assicurata. Se penso di averli anche invidiati questi &#8220;fenomeni&#8221;, mi sento male, oggi sono proprio felice di non aver bruciato nessun gatto e di non aver mai picchiato nessuno, almeno mi sono risparmiato questo tipo di sensi.</p>
<p>Ho scoperto, grazie al dottor Luigi Anepeta e al suo manuale (<a href="/2007/06/30/il-saggio-sullintroversione-timido-docile-ardente/"><strong><em>Timido, docile, ardente&#8230;</em></strong></a>), che io non sono nato per essere violento, ma che il mio patrimonio è proprio questa incapacità di far male e la gioia che deriva dal condurre una vita semplice. Condivido insieme a chi mi ama uno stile di vita fatto di rispetto e di passione per la famiglia umana e per la natura, che pone attenzione ai piccoli dettagli del quotidiano. Provo una gioia infinita, nel sapere che non sono l&#8217;unico ad avere il desiderio di essere felice, ed accetto la mia introversione, non come un disagio, ma come un patrimonio da conoscere e far conoscere, senza più vergogna tossica.</p>
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		<title>La mia carriera lavorativa</title>
		<link>http://www.legaintroversi.it/2006/09/12/la-mia-carriera-lavorativa/</link>
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		<pubDate>Tue, 12 Sep 2006 10:37:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Testimonianze]]></category>
		<category><![CDATA[inadeguatezza]]></category>
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		<description><![CDATA[Testimonianza di Maria Concetta Cirrincione Dopo 36 anni di lavoro finalmente arriva la liberazione: la pensione. Non che non amassi il mio lavoro, anzi&#8230; mi manca&#8230; se potessi lo svolgerei a casa. Non mi manca l&#8217;ambiente e nemmeno le persone (eccetto alcune). Se avete la pazienza di leggere e di scusarmi per gli eventuali errori [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>Testimonianza di Maria Concetta Cirrincione</h3>
<p>Dopo 36 anni di lavoro finalmente arriva la liberazione: la pensione. Non che non amassi il mio lavoro, anzi&#8230; mi manca&#8230; se potessi lo svolgerei a casa. Non mi manca l&#8217;ambiente e nemmeno le persone (eccetto alcune).</p>
<p>Se avete la pazienza di leggere e di scusarmi per gli eventuali errori e la mia forma espressiva un po&#8217; contorta, vi racconterò <strong>la mia vita lavorativa da introversa</strong> in un ambiente in cui predomina l&#8217;ipocrisia, la prevaricazione, lo sfruttamento e in alcuni casi anche il mobbing e il dispregio dei più elementari diritti del lavoratore.</p>
<p><strong>Nel 1970 mi sono trasferita a Roma dalla Sicilia</strong> lasciando un ambiente e una famiglia di cui non accettavo i valori e ho iniziato a lavorare come <strong>Infermiera Professionale</strong> in un Ospedale. L&#8217;impatto è stato durissimo, mi sentivo un numero non una persona; i medici con cui sono venuta a contatto si sentivano dei padreterni e ti trattavano come una pezza da piedi, come una deficiente. L&#8217;unica gratificazione era qualche scambio di parole con i pazienti. Avevo la tentazione di andar via, ma l&#8217;idea di tornare a casa sconfitta ed andare di nuovo a lottare contro i mulini a vento non mi garbava affatto. Premetto che sia durante l&#8217;infanzia che nell&#8217;adolescenza ho sfoderato un <strong>io oppositivo</strong> molto agguerrito con le relative conseguenze che vi lascio immaginare, data la mia identità di genere e il contesto culturale meridionale.</p>
<p>Ero molto ligia al dovere, anche nelle minime cose, parlavo poco, comunicavo poco e lavoravo come una schiava saltellando da un reparto all&#8217;altro. Non sapevo mai né i turni né i riposi. Finché non mi sono ribellata e, dopo avere avuto in mano la lettera di assunzione dell&#8217;Ospedale Maggiore di Milano, ho presentato le dimissioni che non sono state accettate perché ero una delle poche persone di cui non si lamentava nessuno e quindi non potevano privarsi di un elemento così prezioso. Vinta la battaglia, finalmente ho avuto un reparto tutto mio.</p>
<p>La decisione di restare è stata comunque molto condizionata dall&#8217;odio verso i meridionali che sentivo nelle parole e nei comportamenti dei milanesi con cui sono venuta a contatto nei pochi giorni di permanenza in quella città. Infatti, prendendo alloggio in un albergo, dopo aver guardato il mio documento mi hanno rifiutato la camera che qualche ora prima era disponibile. Finale della favola, ho dormito in una camera ricavata da un sottoscala, dopo l&#8217;intervento di un poliziotto che, presa da una rabbia cieca per l&#8217;ingiustizia subita, avevo chiamato.</p>
<p>Riguardo la mia introversione (a quei tempi la definivo carattere chiuso e a detta degli altri asociale) ricordo un episodio: un giorno un ginecologo con cui lavoravo mi disse che ero una brava ragazza, preparata, discreta, affidabile, ma spinosa come la pianta SPINA DI GESÙ CRISTO.</p>
<p>Nel frattempo <strong>mi ero sposata e avevo avuto una bambina</strong> che purtroppo era affetta da una sindrome celiaca e necessitava di cure materne. Ho chiesto in Direzione un cambio turno presentandomi con un&#8217;altra ragazza che sempre per motivi familiari desiderava lavorare di pomeriggio e quindi avremmo garantito sempre un turno giornaliero. Risultato, a me chiedevano il pomeriggio all&#8217;altra la mattina. Questo è sadismo o cosa?</p>
<p>Mi sono rimboccata le maniche e ho cominciato a fare concorsi per evitare i turni. Stendo un altro velo pietoso su questo argomento: basti dire che mi sono trovata davanti al clientelismo ed alle raccomandazioni più sfacciate inconcepibili per il mio modo di vedere. Evidentemente vigeva e ancora vige la raccomandocrazia e non la meritocrazia.</p>
<p>Dopo 2 anni circa sono riuscita a ottenere il cambio di qualifica e <strong>ho iniziato a lavorare come tecnico di laboratorio</strong>, ma, ancora una volta per la mia incapacità a stare zitta dopo aver subito delle ingiustizie, ho detto al Direttore che ero a conoscenza del perché per due volte ero risultata idonea e non vincitrice: a parità di titoli e di meriti non avevo il &#8220;bonus&#8221; di una raccomandazione. Risultato: l&#8217;ho pagata cara, non mi ha mai dato un momento di tregua, qualsiasi cosa chiedessi (quando la chiedevo!) era subito no. Me lo trovavo all&#8217;improvviso dietro le spalle e non gli andava mai bene quello che facevo, eppure non avevo niente da rimproverarmi perché ho sempre dato il meglio di me stessa, anche se devo dire che il senso di inadeguatezza mi ha sempre rosicchiata e quindi, come il cane che si morde la coda, davo sempre di più. A distanza di tanti anni penso che in fondo con il potere che aveva, poteva benissimo farmi del male e non l&#8217;ha fatto. Un giorno addirittura presa da una rabbia furibonda perché voleva che adoperassi un apparecchio per le semine su piastra di cui non mi fidavo perché non sterilizzava bene l&#8217;ansa, gli ho detto che aveva i paraocchi come il cavallo e tutto davanti a un codazzo di altri medici. In seguito ho chiesto scusa, non perché mi rifiutavo di lavorare con quell&#8217;accrocco, ma perché lo avevo messo in difficoltà davanti agli altri. A distanza di tanti anni penso che in fondo mi stimava.</p>
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