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	<title>LIDI - Lega Italiana per la tutela dei Diritti degli Introversi &#187; adolescenza</title>
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	<description>Conoscere, riconoscere, riabilitare l&#039;introversione e prevenire il disagio degli introversi</description>
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		<title>I quattrocento colpi &#8211; François Truffaut</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Aug 2009 17:28:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Introversione e cinema]]></category>
		<category><![CDATA[adolescenza]]></category>
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		<description><![CDATA[1. Nel primo articolo sulla genetica dell&#8217;introversione ho riprodotto l&#8217;immagine di E.T. tratta dal film Incontri ravvicinati del terzo tipo per fare riferimento al tipo ideale verso il quale tende l’evoluzione umana e che è implicito nel potenziale di sviluppo degli introversi. È per puro caso che, nel film di Spielberg, lo scienziato deputato a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1.</h3>
<p>Nel primo <a href="/2007/01/28/genetica-e-introversione-1/">articolo sulla genetica dell&#8217;introversione</a> ho riprodotto l&#8217;immagine di E.T. tratta dal film <em>Incontri ravvicinati del terzo tipo</em> per fare riferimento al tipo ideale verso il quale tende l’evoluzione umana e che è implicito nel potenziale di sviluppo degli introversi. È per puro caso che, nel film di Spielberg, lo scienziato deputato a coordinare l&#8217;impresa di entrare in contatto con gli estraterrestri sia <span class="highlight-blue-b">François Truffaut</span>, <strong>un regista la cui vita è un documento esemplare dei pericoli e allo stesso tempo della ricchezza intrinseca alla norma di reazione introversa</strong>.</p>
<p>L&#8217;esperienza di Truffaut, di fatto, ha riconosciuto due fasi nettamente distinte: la prima, dall&#8217;infanzia sino alla tarda adolescenza, caratterizzata da una turbolenza pressoché continua che, oggi, sarebbe stata di sicuro diagnosticata come una sindrome borderline; la seconda, alimentata dalla passione per il cinema e per i libri, che ha portato non solo al successo il regista, ma ha trasformato l&#8217;uomo, a detta di tutti coloro che lo hanno conosciuto e frequentato, in un essere profondo, riflessivo, appassionato, riservato e estremamente gentile.<br />
La parabola di Truffaut è stata, insomma, quella tipica di un <strong>introverso oppositivo</strong>, che ha intrattenuto con il mondo un rapporto perennemente conflittuale finché non ha trovato, grazie anche all’incontro con un adulto che ha immediatamente intuito le sue doti creative, la sua strada artistica.</p>
<p>La prima fase della vita è stata ricostruita da Truffaut stesso nei seguenti termini:</p>
<blockquote><p>Sono nato a Parigi il 6 febbraio 1932. Ero un allievo terribile che costituiva la disperazione dei suoi genitori. Sono stato bocciato agli esami di quinta elementare e, nei corsi superiori, la mia occupazione preferita era quella di marinare la scuola (&#8230;) C&#8217;era la guerra, e noi barattavamo oggetti rubacchiati qua e là con litri di vino che poi vendevamo. Poco prima della Liberazione fui mandato in colonia ma dopo pochi giorni scappai. M&#8217;impiegai come magazziniere presso un commerciante di grano e dopo aver perduto l&#8217;impiego, quattro mesi dopo fondai un cine-club in concorrenza con quello di André Bazin. È in quella circostanza che l&#8217;ho conosciuto. Mio padre ritrovò le mie tracce e mi consegnò alla polizia. Sono stato ospite per molto tempo del riformatorio di Villejuif da cui mi fece uscire André Bazin. Sono stato manovale in un&#8217;officina, poi mi sono arruolato per la guerra d&#8217;Indocina. Ho approfittato di una licenza per disertare. Ma, dietro consiglio di Bazin, ho raggiunto il mio reparto. In seguito sono stato riformato per instabilità di carattere.</p></blockquote>
<p><span class="highlight-blue">André Bazin</span> è, dunque, la figura di riferimento che, entrando nella vita di Truffaut, lo ha aiutato a trovare la via della sua autorealizzazione.</p>
<p>In una scena di <em>Tìrez sur le pianiste</em> (poi soppressa al montaggio), il protagonista Charlie Kohler parla con deferenza e affetto del suo vecchio maestro di pianoforte, Zélény. Le parole sono quelle dell&#8217;omaggio di Truffaut a Bazin, scritto in occasione della sua morte (novembre &#8217;58) e pubblicato su <em>Aro</em>.<br />
«Tu capisci, se non avessi avuto Zélény, non sarei mai diventato pianista, è il solo che mi abbia aiutato; è stato un padre per me; non mi ha sola¬mente insegnato il piano, mi ha insegnato a diventare uomo. Era un tipo straordinario; gli devo tutto ciò che di felice mi è capitato nella mia vita; parlare con lui era come per un indù bagnarsi nel Gange. Era malato, ma la sua salute morale era formidabile. Chiedeva in prestito del denaro a voce alta e lo prestava discretamente. Con lui tutto diventava semplice, chiaro e sincero. Quando doveva assentarsi per più giorni, cercava sempre un amico al quale prestare la sua casa, un altro a cui prestare la sua auto&#8230; Amava tutti, senza eccezioni; ci si chiede sempre se il mondo è giusto o ingiusto, ma sono certo che esistono tipi come Zélény che lo rendono migliore perché a forza di credere che la vita è bella e agendo come se lo fosse, fanno del bene a tutti coloro che li avvicinano; si potrebbero contare sulla punta delle dita le persone che si sono comportate male nei suoi con¬fronti. In sua presenza, a contatto con lui, stupiti da tanta purezza, era impossibile non dare il meglio di se stessi. Il suo segreto era la bontà e la bontà è forse il segreto del genio».</p>
<p>Era quasi inevitabile che l&#8217;avvio della carriera cinematografica di Truffaut non potesse prescindere dall&#8217;autobiografia, dal tornare suoi suoi passi e ricostruire la sua carriera di bambino e adolescente difficile. Con <strong><em>Les quatre-cents coups</em></strong> (<em>I quattrocento colpi</em>, pessima traduzione per un titolo originario gergale che significa &#8220;il diavolo a quattro&#8221;) non raggiunge solo, nel 1959, il successo, che durerà sino alla fine prematura della sua vita, sopravvenuta nel 1984, ma consegna al cinema <strong>un capolavoro denso di verità sulla condizione di un adolescente oppositivo</strong>, la cui apparente freddezza,  il cui distacco e la cui ribellione nei confronti del mondo degli adulti celano un bisogno infinito di amore, di libertà e di grandezza.</p>
<p>La trama del film è stata sintetizzata in questi termini da Alberto Barbera e Umberto Mosca nella loro eccellente monografia (<em>Francois Truffaut</em>, Editrice il Castoro, Milano 1995):</p>
<blockquote><p>Antoine Doinel vive con la madre e il padre adottivo in un piccolo e insufficiente appartamento di un quartiere popolare di Parigi. L&#8217;ostilità dell&#8217;ambiente e l&#8217;incomprensione delle persone con cui vive, determinano i gesti di rivolta di Antoine, che si difende come può: marinare la scuola, rubare i soldi della spesa, mentire a genitori ed insegnanti, divengono pratiche quotidiane che tradiscono il bisogno di evadere, di vivere la propria vita in maniera diversa. Ma per i professori, Antoine non è che un ragazzo particolarmente indisciplinato che va punito; per i genitori, troppo occupati dai rispettivi problemi (non vanno d&#8217;accordo neppure tra di loro: il padre non pensa che alle auto, la madre cerca scampo in una relazione con il capufficio), egli è piuttosto un ingombro, un peso dà tollerare finché è possibile. Un giorno, per giustificare un&#8217;assenza da scuola Antoine si inventa la morte della madre; scoperto, decide di non tornare a casa e passa la notte in una stamperia, dove lo ha condotto il suo unico amico e compagno di scuola René. Il giorno seguente, i genitori si prendono cura di lui, sono affettuosi e pieni di attenzioni. Antoine fa buoni propositi, promette di impegnarsi; ma a scuola, il professore lo accusa di aver copiato il tema da un brano di Balzac Cacciato dall&#8217;aula, si rifugia in casa di René. Con lui progetta il furto di una macchina da scrivere dall&#8217;ufficio di suo padre. Scoperto mentre la sta riportando (perché non riesce a venderla), è consegnato dagli stessi genitori alla polizia. Antoine passa la notte in guardina, in compagnia di prostitute e rapinatori: il giorno seguente, il giudice decide, con il consenso della madre, di assegnarlo ad un centro di osservazione per minori delinquenti. Durante una partita di pallone, Antoine evade e, attraverso la campagna, raggiunge il mare che non aveva mai visto.</p></blockquote>
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		<title>La lettera di Max Ramstein</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Jan 2008 07:15:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Testimonianze]]></category>
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		<description><![CDATA[Dopo aver letto l&#8217;articolo intitolato La rivincita dei timidi, pubblicato su Il Giornale del 30 dicembre 2007, con l&#8217;intervista al Dott. Luigi Anepeta, mi sono deciso, previo contatto telefonico con il vostro presidente, a portare anch&#8217;io la mia testimonianza personale. Non certo per mettermi in mostra ma per tentare di ragionare sul posizionamento, forse addirittura [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo aver letto l&#8217;articolo intitolato <a href="http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=230662"><em>La rivincita dei timidi</em></a>, pubblicato su <em>Il Giornale</em> del 30 dicembre 2007, con l&#8217;intervista al Dott. Luigi Anepeta, mi sono deciso, previo contatto telefonico con il vostro presidente, a portare anch&#8217;io la mia testimonianza personale.<br />
Non certo per mettermi in mostra ma per tentare di ragionare sul posizionamento, forse addirittura sul ruolo, dell&#8217;introverso nella (stranissima) società dei nostri tempi. Per &#8220;società&#8221; intendo prevalentemente quella italiana alla quale voglio bene e che, ne sono sicuro, ha in sé grossissime potenzialità, oltre ad un patrimonio culturale unico al mondo. Lo dico da straniero che però possiede anche la cittadinanza italiana.</p>
<p>Io sono nato nel lontanissimo 1936 nella serafica Svizzera, a Losanna, sul lago di Ginevra. I miei erano benestanti finché, nel 1948, mio padre, un estroverso un po&#8217; ozioso, perse tutto. La bellissima villa dove abitavamo fu venduta. C&#8217;era un grandissimo giardino nel quale amavo rifugiarmi per &#8220;raccontarmi storie&#8221;, in cerca di solitudine, da buon timido introverso&#8230; Per mia madre, per me, fu un grandissimo choc. Ma il peggio venne circa dieci anni dopo, quando seppi che la bellissima villa, benché di recente costruzione e in ottimo stato, era stata rasa al suolo per far spazio a palazzi con alloggi. Da allora io, pur non avendo mai provato odio per nessuno, covo nel mio intimo un rancore infinito contro ogni forma di spreco e di spirito speculativo: non accetto che il guadagno, anziché dall&#8217;operosità, derivi dal semplice possesso di beni (<em>capital gain</em>).</p>
<p>Ecco, in stile telegrafico, una breve elencazione di alcuni fatti e circostanze che hanno segnato la mia infanzia e adolescenza.</p>
<p><em>A due/tre anni di età</em>: Su richiesta di mia madre, un&#8217;anziana signora mi porta a fare una passeggiata. Ricordo ancora il luogo. Sul marciapiede di fronte passano alcuni ragazzini; &#8220;guarda, i bambini!&#8221;, dico io con gran voglia di avvicinarmi; &#8220;sono cattivi&#8221;, replica la donna. Che delusione! Però credo, senza ombra di dubbio, a quanto mi è stato detto.</p>
<p><em>Cinque anni e mezzo all&#8217;asilo</em>: Ogni mattina c&#8217;era un&#8217;ora buona di disegno su fogli distribuiti in precedenza; un bel giorno li perdo tutti (non ricordo perché né come) ma non oso chiederne altri! Per giorni e giorni fingevo di disegnare, usando la scatola delle matite, con immenso senso di disagio. Fra i compagni di classe c&#8217;erano due gemellini, maschio e femmina, più piccoli di me, all&#8217;uscita mi rincorrevano urlando &#8220;adesso ti prendiamo e ti uccidiamo&#8230;&#8221; e io ci credevo. Poiché non parlavo mai con nessuno, la maestra d&#8217;asilo finì con il convocare mia madre e le disse &#8220;secondo me, suo figlio è ritardato&#8230;&#8221;. &#8220;Macché&#8221;, fu la risposta, &#8220;basta che lei gl&#8217;insegni qualche cosa di utile, i primi elementi di lettura ad esempio, vedrà che riuscirà a seguire&#8230;&#8221;. Così fu&#8230;</p>
<p><em>Alle elementari</em> andavo benissimo, a 10 anni superai l&#8217;esame di ammissione al &#8220;collège&#8221; (inizio del ciclo secondario) ma poi le cose cambiarono; contrariamente ai miei compagni, quasi tutti figli di professionisti o comunque di gente che &#8220;aveva studiato&#8221; (mentre mio padre era privo di qualsiasi titolo), non riuscivo a capire il perché di un certo tipo d&#8217;insegnamento (latino, mitologia&#8230;); mi turbavano le storie degli dei che interferivano nella vita dei mortali; mi sembrava assurdo dover imparare parole non più attinenti alla nostra epoca (scutum, auriga&#8230;); ricordo un colloquio con un mio compagno, figlio di commercianti, che la pensava come me: &#8220;perché non c&#8217;insegnano parole pratiche, tipo panino&#8221;, si chiedeva (ne era un divoratore!). Nei primi tempi del collège, assolutamente non riuscivo a concentrarmi; risultato: per compiere i primi due anni, impiegai il doppio del tempo, 4 anni! due volte ripetente; provavo vergogna, mi sentivo in colpa. E ancora oggi, a distanza di quasi 60 anni, non riesco a ribaltare la responsabilità sugli insegnanti perché ricordo bene come ero: svogliato ma pienamente consapevole della mia pigrizia.</p>
<p>Il momento di peggior imbarazzo lo provai a scuola nel 1947, all&#8217;età di soli 10 anni, quando il professore decise che ogni allievo avrebbe dovuto parlare in classe, di fronte a tutti, di un argomento di suo interesse. &#8220;Come faccio&#8221;, pensai, &#8220;non ho proprio niente da dire&#8230; gli altri parleranno dei loro giochi, del trenino elettrico&#8230;&#8221; (non ce l&#8217;avevo, sono sempre stato estraneo al culto dell&#8217;oggetto). Mia madre, donna di spiccato buon senso, mi suggerì di parlare dell&#8217;acqua. L&#8217;acqua!? &#8220;Sì, tu spieghi a cosa serve, per i campi, per l&#8217;igiene, parla del vicino lago dove ti piace fare il bagno, ecc&#8230;&#8221; Evidentemente lei precedeva i tempi, allora non si parlava ancora di &#8220;oro blu&#8221;. Feci come mi diceva, alternative non ne avevo; i miei compagni mi ascoltarono un po&#8217; sbalorditi dal tipo di scelta, ma non mi presero in giro.</p>
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		<title>Tormentato a scuola</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Apr 2007 12:59:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Introversione e disagio psichico]]></category>
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		<description><![CDATA[1. Dovremo arrenderci, finché le cose non cambieranno, a tenere sul sito un necrologio degli introversi che non ce la fanno a sopportare la persecuzione sociale. Negli ultimi tempi, la lista sta crescendo in maniera preoccupante. Quasimodo di Ragusa ha un record singolare. Nel 1997, un ragazzino di dodici anni si toglie la vita: lo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1.</h3>
<p>Dovremo arrenderci, finché le cose non cambieranno, a tenere sul sito un necrologio degli introversi che non ce la fanno a sopportare la persecuzione sociale. Negli ultimi tempi, la lista sta crescendo in maniera preoccupante.<br />
Quasimodo di Ragusa ha un record singolare. Nel 1997, un ragazzino di dodici anni si toglie la vita: lo prendono in giro perché figlio di contadini (ha &#8220;odore di campagna&#8221;, dicono). L&#8217;8 febbraio 2005 si uccide Marco &#8211; figlio di un italiano e di una donna orientale &#8211; che non sopporta più di essere chiamato &#8220;il cinese&#8221;. Il 15 aprile dello stesso anno si sopprime Damiano, che a 13 anni è oggetto di nomignoli e parole sconvenienti per via della sua altezza.<br />
Casi del genere si registrano, però, anche altrove. Nell&#8217;agosto 2006 un giovane ventenne, che risiede vicino Reggio Emilia, si getta da un dirupo, dopo aver mandato un sms alla madre. Un gruppo di coetanei è stato iscritto nel registro degli indagati per episodi di &#8220;nonnismo&#8221;. L&#8217;anno scorso, il 30 settembre, Isabella, diciassettenne, a San Vito di Cadore, non reggendo più gli apprezzamenti pesanti dei suoi coetanei, si butta da un ponte dopo una cena in pizzeria. I quattro amici con cui è uscita sono indagati per istigazione al suicidio.</p>
<p>C&#8217;è un dato in comune tra queste vicende. In tutti i casi, infatti, si tratta di giovani molto bravi a scuola, presi di mira per una qualche diversità, insultati, emarginati e umiliati, vittime di una vera e propria persecuzione, costretti a vivere una quotidianità di vessazioni e umiliazioni che sopportano fino alla tragica conclusione.</p>
<p>L&#8217;ultima vittima è un ragazzo di sedici anni, M., che frequentava con eccellenti risultati un grande istituto tecnico torinese. Silenzioso e introverso, M. è stato perseguitato dai compagni di classe fino al punto di decidere, il 4 marzo di quest&#8217;anno, di farla finita lanciandosi dal quarto piano del palazzo ove abitava. Prima di suicidarsi, ha scritto una lettera nella quale ha esposto i motivi della sua decisione, chiedendo perdono ai suoi e concludendo: &#8220;Non ce la faccio più&#8221;.</p>
<p>M. era il secondo di tre figli di una coppia formata da un agricoltore italiano e da una donna filippina, venuta in Italia venti anni fa. La madre dichiara: «Perché me lo hanno trattato così? Lui era un essere umano, una persona normale, come tutte le altre. Era buono e gentile. Perché prenderlo in giro con le parolacce, perché dargli del gay quando era chiaro che soffriva e piangeva?». «I problemi sono cominciati più di un anno fa, in prima superiore. Mio figlio era dolce, sensibile, non alzava mai la voce, non partecipava a certi giochi e non litigava con nessuno. I compagni l&#8217;hanno preso di mira, ce l&#8217;avevano con Jonathan, quello del Grande Fratello. Era un modo per dirgli che era gay, poi aggiungevano altre cose&#8230; ».</p>
<p>La donna ha tentato di tutelare il figlio e di aiutarlo. Un anno fa aveva fatto presente la situazione alla vicepreside dell&#8217;istituto, che era anche insegnante di M. Quest&#8217;ultima conferma: «La signora ci ha parlato di questi problemi già nell&#8217;inverno dell&#8217;anno scolastico 2005-2006. Ha avuto un lungo colloquio con noi, al quale sono seguiti rimproveri da parte nostra ai compagni che avevano schernito M.». In seguito all&#8217;intervento, la persecuzione si era allentata: «Da quel momento &#8211; sostiene la vicepreside -, per noi non c&#8217;è stato più alcun segnale di disagio né da parte del ragazzo né della famiglia». In realtà, con l&#8217;inizio dell&#8217;anno la persecuzione era ripresa. M. ne parlava con la madre che gli dava buoni consigli: &#8220;M., stai tranquillo, non hai nessun problema, fai amicizia con i compagni, esci&#8230;&#8221;. M., invece, dopo la scuola tornava subito a casa, giocava al computer o ascoltava i suoi cd.</p>
<p>Afferma la vicepreside: «Purtroppo a questa età, succede spesso che la sensibilità di un ragazzo non sia compresa dagli altri, ma non c&#8217;era alcun bullismo né l&#8217;intenzione di far male, solo degli sciocchi scherzi involontariamente crudeli.» E aggiunge: «M. andava bene a scuola, aveva 7 e 8 in tutte le materie e 10 in condotta. Pensandoci oggi, la sua sensibilità poteva anche nascondere una grande fragilità, ma qui a scuola si traduceva soprattutto in studio e rispetto delle regole.»</p>
<p>Al funerale i compagni di M. hanno esposto un cartellone sul quale si leggeva: «Forse adesso raggiungerai quel mondo diverso che non trovavi mai. Solo che non doveva andare così&#8230; »</p>
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		<title>Una storia non facile</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Oct 2006 10:16:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cristiano Nocente</dc:creator>
				<category><![CDATA[Introversione e disagio psichico]]></category>
		<category><![CDATA[adolescenza]]></category>
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		<description><![CDATA[La vergogna nelle scarpe Quella di Daniele è la storia di un disadattamento tristemente preannunciato. La risposta al dramma soggettivo strenua quanto eroica. La sua anima è un campo devastato da eventi ridicoli (primo iato: quali eventi si possono considerare tali di fronte alla soggettività?) eppure destrutturanti tanto da riuscire a farmi provare l&#8217;orrore della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>La vergogna nelle scarpe</h3>
<p>Quella di Daniele è la storia di un disadattamento tristemente preannunciato. La risposta al dramma soggettivo strenua quanto eroica. La sua anima è un campo devastato da eventi ridicoli (primo iato: quali eventi si possono considerare tali di fronte alla soggettività?) eppure destrutturanti tanto da riuscire a farmi provare l&#8217;orrore della sua mutilazione.</p>
<p>Sedici anni appena, come una foglia accartocciata arsa da un dolore primitivo, vive in un tempo sospeso, in una attesa senza tempo una dissoluzione gloriosa, un &#8220;incontro di spade e di giudizio&#8221; e &#8220;una fine di fuoco&#8221;.<br />
Da quegli occhi fossili balugina un coacervo di rabbie e colpe che si rincorrono imprigionate nel cristallo della sua esperienza (secondo iato: tutte le esperienze vivono e soffrono perchè vogliono essere almeno libere di sperare in un ordine superiore di intelligibilità che le ospiti nell&#8217;alvo dell&#8217;umano).<br />
Una luce legge il cuore di questo cristallo e lo racconta spigolo per spigolo.</p>
<p>Daniele è a scuola, frastornato dal vocìo dei compagni ingrembiulati e arruolati, ma veracemente disordinati. Questa volta il disordine precedente all&#8217;arrivo della suora non lo disagia, ma lo accudisce, quasi lo alleggerisce anzichè preoccuparlo della rappresaglia che sa che spetta ad un tale moscaio. Il suo silenzio rispetta le consegne, ma tradisce la natura dell&#8217; orda. (terzo iato: Daniele è intimorito da quel genere di iniziative terroristiche che mirano a punire indiscriminatamente. È tenuto a sentirsi responsabile delle azioni altrui, quali che siano. Deve quindi agire sia su di sé che sugli altri).<br />
Catapultato da una sequenza ad un&#8217;altra, quasi viaggiassero parallelamente Daniele si ritrova con i suoi compagni davanti al sussidiario, ognuno il proprio, guai a dimenticarlo: dapprima si passa in rassegna poi si fa la conta di chi rimane seduto e di chi subisce l&#8217;onta della derisione, relegato al muro in piedi: una fucilazione morale, ma anche una sorta di acquisita immortalità vista la quotidiana reiterazione dei caduti, gli stessi che non impareranno mai a leggere.<br />
Si inaugura l&#8217;agone della lettura a salti, una staffetta che non ammette ritardi, pena la retrocessione di giornata nel purgatorio delle classi inferiori fin giù all&#8217;inferno asilare.<br />
Uno strano torpore rischia comunque di distoglierlo dalla batteria di &#8220;squalificazione&#8221;, ma è abituato ad esercitare su se stesso raffinate e ostinate forme di controllo. Nonostante ciò lo sguardo non può fare a meno di svelare una atroce manchevolezza: Daniele si scopre senza scarpe. La vergogna lo espone alla &#8221; vertigine del vuoto&#8221;.</p>
<p>Il senso del sogno angoscioso di Daniele è nella tirannide delle sue notti che si avvicinano come ombre minacciose ogni volta all&#8217;imbrunire. D&#8217;estate il sollievo è dato dal loro rarefarsi, allontanate dalle giornate di luce più viva e di più lunga vita.</p>
<p>Daniele è stato fin dall&#8217;avvio dell&#8217;esperienza scolare un bambino perfetto, ma raramente si è sentito esemplare. Tutto teso a conquistare l&#8217;oggetto d&#8217;amore, l&#8217;affetto e la stima della suora, Daniele è pronto a tradire se stesso per un Bene Supremo che dopo averlo forgiato al sacro fuoco del dovere per il dovere, in cambio della promessa di una vita di luce riflessa, getta l&#8217;ombra del rifiuto per l&#8217;assenza di autenticità del suo sforzo. Il Bene Supremo, come gli amori isterici, lo seduce e lo cattura e poi, non lo getta via, ma lo tiene in stallo per misurarne la capacità di resistenza, e, solo dopo le dolorose abluzioni, decide di allontanarlo perché l&#8217;ha troppo domato.</p>
<p>(Quarto iato: Daniele con il petto gonfio di rabbia ha ancora il capo cosparso di cenere).</p>
<p>&#8220;Perché mi offri questi pasticcini?&#8221;<br />
Preso dal panico della risposta che tutti s&#8217;attendono, inciampa in quella ingenuità costituzionale.</p>
<p>&#8220;&#8230; perché tu possa volermi più bene&#8221;</p>
<p>&#8220;Te lo hanno suggerito i tuoi genitori?&#8221;</p>
<p>Per non raccogliere che i cocci tra vasi di ferro Daniele è costretto a vivere nella sua gabbia d&#8217;acciaio faticosamente costruita inaccessibile e trasparente.<br />
La sua vita diventa un rituale antico, troppo antico per capirne donde viene. Nulla deve concedersi al di fuori di esso, nulla può concedere.<br />
Solo continuare a scagionarsi.</p>
<p>Finito il tempo della Madre Matrigna inizierà quello del Padre Egoista. Sono tempi metaforici.<br />
Daniele questo ancora non lo sa perchè Daniele segretamente coltiva il sogno del proprio ammutinamento.</p>
<p>Il motore non perde un colpo, sale più velocemente che in discesa, è quasi spietato. Un ritmo trascendente lo incalza. E lo soffoca.<br />
È una scoperta che lo imbarazza, che rinnega rimaneggiando l&#8217;armatura. Avrebbe bisogno di un traghettatore.</p>
<p>Il narcisismo dei padri vili che tengono per sé i segreti della vita sprofonda Daniele in una palude grigia. Senza maestri di coraggio non si può saltare il fosso.</p>
<p>In una mattina di cose inutili ha un leggero capogiro. Quel liceo non ha mantenuto la promessa. Quanta fatica da troppo, troppo tempo e ora la stagione delle farfalle la deve vedere dal letto.Quella mattina il motore non ha retto. Il padre se lo è andato a prendere allo sfasciacarrozze.</p>
<p>&#8220;Pochi giorni di riposo basteranno&#8221;. Con in cuore un triste presagio.</p>
<p>&#8220;&#8230; non so, arrivederci&#8221; con il ghigno del tradimento del suo latino, del suo greco, stupidi vangeli che non hanno mai resuscitato nessuno.</p>
<p>Daniele è caduto sotto il colpo più pesante: qualcuno gli ha strappato di dosso l&#8217;armatura lasciandolo nudo come un verme.</p>
<p>Quella mattina di cose inutili Daniele scopre che quella testa che aveva con fatica tentato di riempire il più possibile ora lascia spazio al vuoto temuto. Credo anche cercato.<br />
Un vuoto che invade mano a mano quella memoria ricca di strumenti di perfezione e di tortura.<br />
Fatica con il suo linguaggio disarticolato, con la sua attenzione labile catturata da uno stato catatonico, il suo guscio di salvataggio che lo difende da quella corsa pazza.</p>
<p>Daniele era fuggito da quella antica paura rincorrendo un mito di onnipotenza. Sempre primo per non scivolare giù.</p>
<p>Fino a quando ascolterà chi cerca i nodi di un fallimento personale, una ossessione malsana coltivata con il piacere della supremazia, Daniele non potrà capire perché la sua intima natura lo tradisca ancora, refrattaria e ribelle. Ma quando un apostata gli spiegherà che è vittima inconsapevole di un complotto, un Ordito che fabbrica replicatori, Daniele comprenderà l&#8217;insipienza della Cultura alla quale hanno obbedito la Madre Matrigna, i Padri Egoisti e, non ultimo, meschino, Lui stesso.</p>
<h3>Post criptum</h3>
<p>Questo &#8220;racconto clinico&#8221; (perché anche la sociologia comincia ad avere titolo per applicazioni cliniche, dal verbo greco <em>clino</em>, piegarsi per risollevare) è stato scritto per una cornice particolare che è quella di un volume collettaneo, appena pubblicato, che raccoglie emozioni intorno alla scuola.<br />
Una prima stesura accompagnava la storia con considerazioni di natura teorica, ma evidentemente il rispetto del topos letterario imposto dalla casa editrice lo escludeva.</p>
<p>Mi sono dovuto rendere conto che se il binomio introversione-disagio psicosociale alla fine degli anni ottanta &#8211; inizio anni novanta faceva la stessa impressione, destava la stessa incomprensione e il doloroso scetticismo di un incesto nel torbido del quale si pensa alla vittima come ad una connivente, oggi la sola introversione fa gridare allo scandalo.<br />
È la tacita eresia dei nostri tempi per la quale non esiste neanche una inquisizione. È più vicina all&#8217;oblio.<br />
Ancora di più, in un colloquio privato con una titolata accademica che si occupa di sociopatogenesi del disagio giovanile, mi sono arreso alla constatazione che si è persa una grammatica che declini l&#8217;introversione.</p>
<p>&#8220;Gli introversi, ai miei tempi, erano strani, ma suscitavano un certo fascino, li avvertivamo come presenze imperiture&#8230; Ora proprio a pensarci a quegli anni, a quelle amicizie, a quel fragore come in una lunga strada di campagna tra le cicale quegli ombrosi cipressi&#8230; Ecco li sentivamo presenti, discreti, importanti come i cipressi che ti danno la sensazione di chiudere il cerchio della vita, vivere sapendo che passeggi allegramente assieme alla morte quieta, al suo significato trascendente. Oggi ci siamo dimenticati di quel silenzio così pieno&#8230; è uno strappo&#8230;&#8221;</p>
<p>E poi ancora: &#8220;noi ragazze ne eravamo affascinate se poi incontravamo un giovane introverso belloccio, con quel mistero tutto addosso: un sacramento. Comunque prima finivano quasi tutti a fare o gli artisti o i matti. Non mi ricordo, come mi dice lei, di ribelli nei confronti del sistema&#8230; ma sa, in Sicilia quando eravamo adolescenti noi, non c&#8217;era motivo di ribellarsi. Le famiglie ci accudivano seriamente: noi figli eravamo oggetti sacri. Oggi che fanno gli introversi&#8230; ?</p>
<p>Mi lascio trascinare da quella inerzia, con lo sguardo perso in una emozione di solitudine che mi accompagna all&#8217;esilio: non serve dichiararsi introverso visto che oggi ci si può celare facilmente presi dalla cecità dell&#8217;unica morsa &#8211; esisti non esisti: &#8221; non lo so, mi dica lei&#8230;&#8221;</p>
<p>&#8220;Vede il punto è ma esistono ancora?&#8221;</p>
<p>Credo che ogni buon pensiero sia per ognuno di noi criptico nella misura in cui si presta ad una semiosi illimitata, cioè ad una generazione di più piani di significato che vanno scoperti. Anche la fatica di accettare ciò è un segno dei tempi.<br />
Partendo dal mio racconto di vita (quella di Daniele nella sua vergogna nelle scarpe) mi rendo conto di alludere spesso, di omettere per lasciare spazio al simbolico (intendendo come qualcosa che sta per il tutto con l&#8217;ineffabilità che lo contraddistingue), per tentare una &#8221; presa diretta&#8221;.<br />
La scelta di questo stile è più un&#8217;imposizione di natura: bisogna sforzarsi di capire quanto ha da dire un introverso accettando la superficiale inaccessibilità. Il mio messaggio è volutamente in-trasparente, il suo linguaggio è inoppugnabilmente scostante come tutte le verità in minuscolo che scivolano di mano.</p>
<p>Una mia amica mi rinnova le &#8220;critiche di sempre&#8221;: &#8220;il tuo stile e di pensiero e di scrittura seppure rappresenta bene la complessità delle tue idee &#8211; se posso permettermi una interpretazione &#8211; sembra una fuga dal timore di esporti al pubblico, l&#8217;esigenza tutta solipsistica di avvolgerti in spire e di scrivere per te stesso, la delusione per la distanza degli altri, la loro incapacità di comprendere-comprenderti.&#8221;<br />
Riferendosi poi ad alcune mie disavventure di salute e al mio confino ospedalizzato che oggettivamente mi hanno creato una sorta di involucro di asetticità dal mondo: &#8220;goditi, se possibile, questo tuo ritiro e la sua magia del negativo che tanto ti affascina e che è parte di te.&#8221;</p>
<p>Sebbene, non ingiustificatamente, le attribuisca una capacità di analisi intellettuale così sottile e originale da considerarla una &#8220;rabdomante&#8221;, trovo una contaminazione pregiudiziale in quello che dice.</p>
<p>L&#8217;aspetto del ritiro degli introversi che pure va contemplato, non può giustificare la loro parabola. Essi parlano all&#8217;invisibile.</p>
<p>Da <span class="highlight-blue-b"><strong>C. G. Jung</strong></span> in <em><strong>Tipi Psicologici</strong></em>, ed. Netwon Compton:</p>
<blockquote>
<p>Il giudizio dell&#8217;estroverso non può credere a forze invisibili.<br />
<cite>p. 306</cite></p>
</blockquote>
<p>Credo che quello che in sociologia viene considerata la società del rischio sia strutturata in modo tale da rimuovere le forme invisibili come relazioni logico affettive, pure esistenti all&#8217;interno dei processi sociali.</p>
<p>Dal punto di vista logico questo è abbozzato ancora in Jung:</p>
<blockquote>
<p>L&#8217;intuito introverso coglie le immagini che provengono dalla base dell&#8217;inconscio, presenti in essi a priori, ereditarie. Questi archetipi, la cui essenza più intima è inaccessibile all&#8217;esperienza, rappresentano il precipitato dei processi psichici di coloro che ci hanno preceduto, la ripetizione di milioni di volte di esperienze dell&#8217;esistenza organica accumulatesi e condensatesi in tipi. Perciò in questi archetipi sono rappresentate tutte le esperienze che sono state vissute su questo pianeta. [...]<br />
<br />
[...] l&#8217;intuito introverso percependo i processi interni fornisce certi dati (informazioni) che possono essere importantissimi per la concezione dell&#8217;evento generale, anzi può addirittura prevedere, più o meno chiaramente, sia le nuove possibilità sia ciò che avverrà successivamente. Tale capacità profetica si spiega col suo rapporto, con gli archetipi, che rappresentano il punto di partenza di tutte le cose sperimentabili.<br />
<cite>p. 314</cite></p>
</blockquote>
<p>Dal punto di vista dell&#8217;affettività, del sentire l&#8217;altro, sappiamo che il ritiro introversivo non può prescindere dal portarsi in valigia, interiorizzate e talvolta ugualmente incombenti il gran fracasso di voci nella testa che impartiscono imperativi nel cuore che correggono l&#8217;egoismo.</p>
<blockquote>
<p>Dato il suo sentire primitivo aspira a una intensità interiore&#8230; che è possibile solo immaginare, non certo capirne la profondità, che rende le persone taciturne e poco accessibili.<br />
<cite>p. 304</cite></p>
</blockquote>
<p>Perché mi sono &#8220;permesso&#8221; di invocare un Ordito ai danni di Daniele ?<br />
E perché c&#8217;è bisogno di un manuale per solo pensare, rendere &#8220;tracciabile&#8221; nella nebulosa sociale, l&#8217;introversione? Lo dice l&#8217;accademica con parole ingenue, ma franche: perché non ne avvertiamo più la presenza possiamo ritenere che non esista più.</p>
<p>Come sociologo so bene che non fu Freud a scoprire l&#8217;inconscio, ma a dar conto della sua giustificazione. Il contesto della scoperta è una impresa, sebbene maturata per lo più inconsciamente, collettiva per richiamare l&#8217;insegnamento di Kuhn. La mente è un paradigma sociale che ogni tanto ricorda le proprie colonne d&#8217;Ercole a qualche avventuriero che osa varcarle. Ma non dipende da lui che ciò che trova diventi scienza riconosciuta.<br />
Se di fronte alla meraviglia per il movimento di un meccanismo di orologio, lo volessimo smontare per analizzarlo ne capiremmo le parti, il funzionamento di queste, ma ci accorgeremmo fin tanto che è sotto esame di non &#8220;sentirlo&#8221; più.<br />
Ne perderemmo, in altre parole, l&#8217;ineffabile esperienza della sua presenza.</p>
<p>Credo dunque che i manuali per montare e smontare le esperienze non possano restituire &#8220;al paradigma&#8221; l&#8217;introversione. E questo il mio caro amico Luigi Anepeta lo sa e lo denuncia pure.</p>
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		<title>La catastrofe sfiorata</title>
		<link>http://www.legaintroversi.it/2006/09/05/la-catastrofe-sfiorata/</link>
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		<pubDate>Tue, 05 Sep 2006 16:43:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Introversione e disagio psichico]]></category>
		<category><![CDATA[adolescenza]]></category>
		<category><![CDATA[disagio giovanile]]></category>
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		<category><![CDATA[scuola]]></category>
		<category><![CDATA[solitudine]]></category>
		<category><![CDATA[suicidio]]></category>

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		<description><![CDATA[1. A metà febbraio ricevo un&#8217;e-mail il cui titolo è: &#8220;Disperato bisogno di aiuto&#8221;. Il testo (modificato solo nei dati che potrebbero permettere l&#8217;identificazione) è il seguente: Egregio Dottor ANEPETA, sono il padre di Cristiano, un ragazzo che il 20 marzo compirà 18 anni e che frequenta il 4.o Liceo scientifico. Mio figlio il 21 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1.</h3>
<p>A metà febbraio ricevo un&#8217;e-mail il cui titolo è: &#8220;Disperato bisogno di aiuto&#8221;. Il testo (modificato solo nei dati che potrebbero permettere l&#8217;identificazione) è il seguente:</p>
<blockquote>
<p>Egregio Dottor ANEPETA,<br />
sono il padre di Cristiano, un ragazzo che il 20 marzo compirà 18 anni e che frequenta il 4.o Liceo scientifico. Mio figlio il 21 gennaio scorso ha tentato il suicidio, si è salvato non so se per caso, per fortuna o per miracolo.<br />
<br />
La motivazione scatenante è stata il fatto che un compagno di scuola, figlio di un pregiudicato, lo minacciava e lo impauriva; per questo motivo aveva avuto anche un improvviso calo di rendimento scolastico, lui che era il primo della classe.<br />
Cristiano è stato ricoverato subito dopo il tentativo di suicidio per 15 giorni nell&#8217;ospedale generale di Viterbo, poi per tre settimane nella Clinica Universitaria Infantile di Roma in Via dei Sabelli, 108.<br />
<br />
Adesso è tornato a casa e ha ripreso a frequentare la scuola.<br />
<br />
Leggendo alcuni libri scritti da Lei, io e mia moglie ci siamo resi conto che nostro figlio è un introverso e ha tutte le caratteristiche da Lei descritte, e d&#8217;altra parte anche io sono così.<br />
<br />
Vogliamo evitare che nostro figlio entri nel vortice della farmacologia, che sarebbe la fine, e chiediamo disperatamente a Lei un aiuto perché invece Cristiano venga recuperato facendogli capire il suo modo di essere e di relazionarsi.<br />
<br />
Chiediamo, quindi, se Lei si può occupare del nostro caso o se ci può indicare qualche suo collaboratore o qualche centro che segue i suoi metodi e le sue teorie.<br />
<br />
Confidando disperatamente nel suo aiuto, invio distinti saluti.</p>
</blockquote>
<p>Rimango ovviamente sorpreso, non per il fatto in sé e per sé, ma per l&#8217;atteggiamento esplicitamente antipsichiatrico del genitore e della sua capacità di ricondurre il dramma del figlio al suo essere introverso. &#8220;Anch&#8217;io sono così&#8221; significa che, in questo caso, l&#8217;identificazione e l&#8217;empatia funzionano.</p>
<p>Il vortice della farmacologia, di fatto, è già avviato. A Cristiano sono stati prescritti un neurolettico (Risperdal), uno stabilizzatore dell&#8217;umore (Depakin) e un antidepressivo (Entact). È stata formulata la diagnosi di depressione atipica, la quale implica che, al di sotto della depressione, grave per via del comportamento suicidiario che essa ha indotto, potrebbe celarsi un processo morboso più serio: una schizofrenia, insomma. E d&#8217;altro canto, se un ragazzo di 18 anni, in seguito ad un contrasto con un coetaneo, giunge a tentare di togliersi la vita, come pensare che nel suo cervello non ci sia qualcosa che non va?</p>
<p>A vederlo, in effetti, Cristiano inquieta. Ha un&#8217;espressione cupa, quasi tragica, uno sguardo limpido e freddo. Dice poche parole, che suonano come un epitaffio: &#8220;La vita è troppo pesante, troppo dura, per me. Troppi sono i problemi da affrontare. Io non ce la faccio.&#8221;<br />
È tornato a scuola, ma il rendimento è scarso, anche perché i farmaci lo intontiscono. È l&#8217;unico effetto che hanno &#8211; specifica. Era il primo della classe, ma adesso sicuramente perderà quota. Era già isolato e considerato strano dagli altri per via della riservatezza e della tendenza a stare chiuso in casa a studiare e a leggere, senza frequentare comitive. Adesso, ha sulle spalle il peso di un tentato suicidio, di un ricovero in clinica psichiatrica e del marchio di &#8220;malato di mente&#8221;.</p>
<p>I genitori, che assistono al colloquio, sembrano meno spaventati e terrorizzati di quanto mi aspettassi. Sono persone semplici nei modi e nell&#8217;abbigliamento, ma dotate di un notevole acume, oltre che di una grande empatia.<br />
Non credono che il figlio sia un malato di mente. Riconoscono che è un introverso, ma gli attribuiscono qualità rare e speciali. Cristiano, ai loro occhi, è intelligentissimo, buono, sensibile, generoso, ama la giustizia, odia la violenza e la sopraffazione, si interessa di filosofia e di religione.</p>
<p>Tutto vero, ma il problema è che Cristiano non è in grado di apprezzare queste qualità. Egli è ossessionato solo da un difetto, che lo fa vergognare di essere al mondo. Ha scoperto, infatti, sul campo, di essere un vigliacco, un codardo e un inetto. Affrontato provocatoriamente e in maniera arrogante dal compagno di classe, che, essendo tra i peggiori nel rendimento e di carattere piuttosto turbolento, lo vede come il fumo negli occhi in quanto primo della classe e &#8220;lecchino&#8221; (vale a dire corretto e rispettoso nei confronti dei docenti), egli, pur avvertendo una rabbia esplosiva in petto, è rimasto letteralmente bloccato, incapace persino di proferire una parola. È addirittura sbiancato in volto, e ha avuto per qualche istante il timore di collassare.<br />
Lo scontro è avvenuto in classe, nell&#8217;intervallo tra le lezioni. Tutti i compagni sono stati testimoni del fatto. Una vergogna infinita.</p>
<p>L&#8217;episodio è stato peraltro solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Dalle scuole medie in poi Cristiano è convissuto con <strong>un senso di diversità, di stranezza e di estraneità rispetto ai coetanei</strong>. Proprio allora, quando gli altri, abbandonando l&#8217;<em>habitus</em> infantile, hanno cominciato ad essere turbolenti, &#8220;caciaroni&#8221;, intraprendenti con l&#8217;altro sesso, intruppati di pomeriggio nelle comitive, Cristiano è stato letteralmente <strong>risucchiato dall&#8217;introversione</strong>. Ha sviluppato una passione per la cultura, molto al di là degli impegni scolastici, si è messo a studiare le religioni e a percorrere un suo tragitto filosofico, interrogandosi sulla condizione umana, sul mondo così com&#8217;è, su come dovrebbe essere, ecc.</p>
<p>Ha preso dolorosamente atto della violenza esistente nel mondo, interessandosi di politica, seguendo le vicissitudini delle guerre, dei conflitti internazionali. Si è chiesto a lungo perché gli uomini, anziché solidarizzare e vivere in pace, si scannano, ovviamente senza trovare risposta.</p>
<p>Ha sviluppato lentamente dentro di sé <strong>un senso di infinita solitudine</strong>, appena alleviato dal rapporto con i genitori con cui ha sempre potuto parlare di tutto. I suoi hanno sempre riconosciuto la sua superiore intelligenza, ma sono persone semplici e sagge, aperte al dialogo e niente affatto superficiali. Entrambi di sinistra, e di quella sinistra tradizionale e popolare che, anziché immergersi nelle sofisticazioni intellettuali dei progressisti radical-chic, testimonia i valori della sinistra attraverso una pratica di vita coerente e aliena al consumismo, all&#8217;egoismo, al culto dell&#8217;immmagine, ecc., essi hanno sempre capito i problemi del figlio, confortandolo però sul fatto che, nonostante il mondo sia quello che è, le persone oneste e di valore alla fine, come è accaduto a loro, possono trovare il modo di vivere significativamente e di rimanere fedeli a se stessi.</p>
<p>Certo, non sono riusciti a valutare il dramma di Cristiano, che vive interagendo con un contesto giovanile profondamente diverso da quello che loro hanno sperimentato all&#8217;epoca dell&#8217;adolescenza.</p>
<p>Cristiano odia la superficialità dei coetanei, non riesce a stare con loro più di un quarto d&#8217;ora perché parlano solo di donne, di calcio, di moto e di macchine, e intrattengono tra loro rapporti fondati sul prendersi in giro e sul tentativo di mettere l&#8217;altro in mutande.</p>
<p>Nonostante il conforto dei suoi, Cristiano, nel corso degli anni, ha cominciato a vivere la sua diversità come inesorabilmente aggettata su un orizzonte di solitudine radicale. Avrebbe accettato dignitosamente questo &#8220;destino&#8221;, se non fosse intervenuta la circostanza che ha fatto traboccare il vaso.</p>
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		<title>La scuola come incubo</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Jul 2006 09:14:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Introversione e disagio psichico]]></category>
		<category><![CDATA[adolescenza]]></category>
		<category><![CDATA[disagio giovanile]]></category>
		<category><![CDATA[perfezionismo]]></category>
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		<category><![CDATA[scuola]]></category>

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		<description><![CDATA[1. Su consiglio di una mia amica, una madre mi chiede aiuto con un&#8217;e-mail: Vorrei far seguire mia figlia di circa 10 anni perché da diversi anni soffre di sintomi nervosi quali tic ossessivi e ripetitivi, sbalzi d&#8217;umore, rabbia ingiustificata, isolamento saltuario. È già stata in passato seguita per qualche mese, ma dopo i primi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1.</h3>
<p>Su consiglio di una mia amica, una madre mi chiede aiuto con un&#8217;e-mail:</p>
<blockquote>
<p>Vorrei far seguire mia figlia di circa 10 anni perché da diversi anni soffre di sintomi nervosi quali tic ossessivi e ripetitivi, sbalzi d&#8217;umore, rabbia ingiustificata, isolamento saltuario. È già stata in passato seguita per qualche mese, ma dopo i primi miglioramenti è tornata al punto di partenza.</p>
</blockquote>
<p>Per quanto solitamente non mi faccia carico di situazioni infantili, non mi sento di respingere la richiesta. Primo, perché anche per indirizzare ad altri terapeuti persone che si rivolgono a me preferisco prendere visione delle problematiche da affrontare. Secondo, perché intuisco che la situazione in questione dovrebbe presentare degli aspetti interessanti. Lo intuisco tenendo conto dell&#8217;amica che ha consigliato di consultarmi, la quale mi conosce abbastanza bene per non considerarmi un counselor. Lo intuisco anche perché, nell&#8217;e-mail, la madre mi lascia il cellulare perché la contatti presso il suo studio professionale dalle 8 alle 17. Madre, dunque, professionista a tempo pieno, con un orario che implica che anche la figlia è una studentessa a tempo pieno. Labili indizi, che però rievocano in me una sorta di dejà-vu.</p>
<p>Cristina è uno scricciolo che dimostra meno degli anni che ha, ma si presenta con la disinvoltura un po&#8217; manierata delle bambine cresciute troppo in fretta. Ha uno sguardo vivacissimo, attraverso il quale traspare un&#8217;intelligenza superiore alla media, e un eloquio straordinariamente preciso.<br />
Non ha alcuna difficoltà a ragguagliarmi sulla sua sintomatologia. Da alcuni anni, sono comparsi dei tics al volto abbastanza disturbanti, peraltro del tutto evidenti. Mentre mi parla, il suo volto è percorso da fremiti che riguardano gli occhi, le palpebre, la fronte, il naso, la bocca. Oggettivamente, sembrano smorfie che la imbruttiscono, ma, ai miei occhi, ogni tanto l&#8217;insieme dei tics assume una configurazione significativa.<br />
Il volto di Cristina mi richiama repentinamente quello di chi assiste a un film dell&#8217;orrore o a qualche scena raccapricciante.<br />
I tics si associano frequentemente a mal di testa, dolori addominali e a stati d&#8217;animo che Cristina ha difficoltà a descrivere. Si tratta, però, inconfutabilmente, di picchi di ansia che raggiungono talora l&#8217;acme del panico (cuore in gola, senso di soffocamento, vertigini, ecc.).<br />
La sintomatologia è insorta da alcuni anni, vale a dire dall&#8217;inizio della scolarizzazione, e si va progressivamente incrementando. Cristina mi mette al corrente che essa è del tutto regredita nel corso di un recente viaggio fatto con la scuola, e che di solito si attenua con l&#8217;avvio delle vacanze estive o natalizie.</p>
<p>Elementare, direbbe Watson. Si tratta, per adottare un linguaggio convenzionale, di una sindrome da stress legata alla scuola. Per sormontare il linguaggio convenzionale, occorre capire meglio di che tipo di stress si tratta.</p>
<p>È superfluo dire che Cristina ha un rendimento scolastico buono: un po&#8217; al di sotto del suo impegno, che è totalizzante, e da qualche tempo in calo. La maestra ha detto alla madre che Cristina rende, ma potrebbe fare molto di più&#8230;<br />
Le chiedo esplicitamente come vive il rapporto con lo studio e con la scuola. La risposta è precisa e inequivocabile: studiare, in genere, le piace, ma la scuola è un &#8220;incubo&#8221;. L&#8217;incubo di fatto traspare sul suo volto attraverso i tics e nelle sue viscere, spesso sconvolte dal dolore.<br />
Perché un incubo? Cristina a riguardo è lucidissima. Si lavora troppo, i compiti a casa non danno un attimo di respiro, anche il week-end e le vacanze sono gravate da impegni estremamente onerosi. Studiare è insomma una corsa ad ostacoli, con ostacoli sempre più alti e ravvicinati. È ingiusto &#8211; dice &#8211; vivere così, come se la vita fosse una montagna da scalare.</p>
<p>La madre interviene a questo punto con grande onestà. Riconosce che la maestra di Cristina è una perfezionista, un&#8217;insegnante che si impegna all&#8217;estremo, ma richiede dai suoi alunni il massimo. La scelta della scuola e dell&#8217;insegnante non è avvenuta per caso. Essa ha preso informazioni, dalle quali è risultato che l&#8217;insegnante godeva di un grande credito presso le madri che avevano affidato ad essa i figli. Certo, è una maestra che pretende molto, ma dà ai suoi alunni le &#8220;basi&#8221; per poter poi conseguire, a livello di studi superiori, eccellenti risultati.<br />
Riconosce anche, la madre, di essere pienamente connivente con l&#8217;impostazione della maestra: di essere insomma lei stessa una perfezionista piuttosto severa e di avere esercitato nel corso degli anni una costante pressione su Cristina perché rispondesse alle richieste dell&#8217;insegnante. Pensa che la vita sia di fatto una corsa ad ostacoli, la quale richiede un grande impegno per non rimanere nella fascia dei mediocri.</p>
<p><strong>La rabbia ingiustificata di cui mi ha fatto cenno nella lettera è riconducibile alle proteste periodiche di Cristina contro un&#8217;organizzazione della vita da &#8220;incubo&#8221;</strong>. Neppure i mal di testa e i dolori addominali giustificano, secondo la maestra, le assenze. Occorre proprio star male, avere la febbre, per rimanere a casa. È il gran circo della vita.</p>
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