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	<title>LIDI - Lega Italiana per la tutela dei Diritti degli Introversi &#187; disagio psichico</title>
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	<description>Conoscere, riconoscere, riabilitare l&#039;introversione e prevenire il disagio degli introversi</description>
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		<title>Cos&#8217;è l&#8217;Introversione. Dal pregiudizio alla conoscenza</title>
		<link>http://www.legaintroversi.it/2007/11/03/cose-lintroversione-dal-pregiudizio-alla-conoscenza/</link>
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		<pubDate>Sat, 03 Nov 2007 06:40:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Conferenze]]></category>
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		<category><![CDATA[disagio psichico]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;TIMIDO, DOCILE, ARDENTE&#8221; Essere introversi: un limite o un valore? FNISM &#8211; Federazione Nazionale Insegnanti 26 ottobre 2007 &#8211; Terni Premessa Coniati da C. G. Jung, in un libro che si può ritenere il suo capolavoro (Tipi psicologici, 1920), i termini estroversione e introversione hanno avuto uno straordinario successo, entrando a far parte del lessico [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="alignr"><strong>&#8220;TIMIDO, DOCILE, ARDENTE&#8221;<br />
<em>Essere introversi: un limite o un valore?</em></strong></p>
<p class="alignr">FNISM &#8211; Federazione Nazionale Insegnanti<br />
<strong>26 ottobre 2007 &#8211; Terni</strong></p>
<h3>Premessa</h3>
<p>Coniati da <span class="highlight-blue"><strong>C. G. Jung</strong></span>, in un libro che si può ritenere il suo capolavoro (<em><strong>Tipi psicologici</strong></em>, 1920), i termini estroversione e introversione hanno avuto uno straordinario successo, entrando a far parte del lessico e del linguaggio corrente. Appropriandosene, però, il senso comune ha dato ad essi un significato diverso da quello originario: li ha qualificati associando all&#8217;estroversione una valenza sostanzialmente positiva e all&#8217;introversione una negativa.<br />
Il pregiudizio incide sullo sviluppo della personalità e sulla vita dei soggetti introversi, avviando spesso la loro esperienza nel tunnel del malessere (soggettivo, socialmente percettibile o addirittura psichiatrico).<br />
L&#8217;amore della verità impone di sormontare tale pregiudizio in nome della conoscenza.</p>
<h3>1. Che cos&#8217;è l&#8217;Introversione?</h3>
<div style="width:425px;text-align:left" id="__ss_1830374" class="slideshare"><object style="margin:0px" width="425" height="355"><param name="movie" value="http://static.slidesharecdn.com/swf/ssplayer2.swf?doc=conferenzacosintroversione-090808054729-phpapp02&#038;rel=0&#038;stripped_title=cos-lintroversione-dal-pregiudizio-alla-conoscenza" /><param name="allowFullScreen" value="true"/><param name="allowScriptAccess" value="always"/><embed src="http://static.slidesharecdn.com/swf/ssplayer2.swf?doc=conferenzacosintroversione-090808054729-phpapp02&#038;rel=0&#038;stripped_title=cos-lintroversione-dal-pregiudizio-alla-conoscenza" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="355"></embed></object>
<div style="font-size:11px;font-family:tahoma,arial;height:26px;padding-top:2px;">Vedi altre presentazioni della <a style="text-decoration:underline;" href="http://www.slideshare.net/LIDI">LIDI</a>.</div>
</div>
<p>Per il senso comune l&#8217;introverso è tout-court un essere tendenzialmente solitario e asociale. Secondo i dizionari (Zingarelli, Garzanti, Gabrielli, Devoto Oli, De Mauro), l&#8217;introverso è chiuso, riservato, timido, impacciato, insicuro, vergognoso, scontroso, freddo, schivo, distaccato, a differenza dell&#8217;estroverso che è aperto, comunicativo, sicuro, cordiale, affettuoso, espansivo, esuberante.<br />
Che cosa c&#8217;è di vero in tali definizioni? Molto stando alle apparenze, poco per quanto concerne ciò che si dà dietro di esse: il mondo interiore dell&#8217;introverso. Le apparenze comportamentali permettono di comprendere il pregiudizio sociale che, nella nostra società, incombe sull&#8217;introversione. Per sormontarlo, occorre procedere per gradi, partendo da un presupposto che concerne tutti gli esseri umani.</p>
<p>Ogni individuo, nel modo di essere che lo caratterizza e ne definisce la personalità, è un prodotto della natura, delle opportunità di sviluppo offerte dall&#8217;ambiente socio-culturale e del modo in cui egli interagisce con esse e le usa.<br />
Il presupposto appare ovvio, dato che nessuno contesta che l&#8217;individuo è un ente biologico, psicologico e culturale. Lo diventa meno se il termine prodotto viene preso alla lettera. Esso implica, infatti, <strong>un processo di produzione</strong>, vale a dire la trasformazione di una materia prima in conseguenza di un lavoro.<br />
La &#8220;materia prima&#8221;, prodotta dal concepimento, è il <strong>corredo genetico individuale</strong>, unico e irripetibile, che è un insieme di istruzioni o di programmi inerenti lo sviluppo fisico e psichico (la &#8220;natura umana&#8221;).<br />
In ogni corredo genetico si danno potenzialità evolutive comuni a tutta la specie (per esempio la capacità di acquisire un linguaggio) e potenzialità o attitudini strettamente individuali (per esempio l&#8217;&#8221;orecchio musicale&#8221;, la destrezza manuale, la predisposizione alla matematica, ecc.).<br />
In quanto unico e irripetibile, ogni corredo genetico comporta quella che gli specialisti definiscono <em><strong>norma di reazione</strong></em>, vale a dire possibilità di sviluppo molteplici ma finite.<br />
Questo vale sia per le caratteristiche fisiche che per quelle psichiche. Un&#8217;alimentazione carenziale, per esempio, può determinare un&#8217;altezza minore di quella che l&#8217;individuo avrebbe raggiunto con una buona alimentazione. Un&#8217;alimentazione ricca, però, non può far crescere al di là di un limite contrassegnato dal corredo genetico. Un ambiente culturale povero può impedire ad un soggetto di scoprire di avere un&#8217;attitudine particolare per la poesia, la musica o la matematica. Un ambiente culturale ricco, però, non può far diventare musicista un soggetto senza &#8220;orecchio&#8221;.</p>
<p>Ogni corredo genetico, insomma, ha delle potenzialità di sviluppo e dei limiti. Nella misura in cui, nell&#8217;interazione con l&#8217;ambiente, le potenzialità si realizzano, esse si manifestano attraverso il comportamento. Questo processo si definisce <strong>fenotipizzazione</strong>.<br />
<em>Ogni individuo è un fenotipo.</em> Anche nelle fasi più precoci dello sviluppo, l&#8217;individuo non è, però, una tabula rasa né una creta o una cera che si può modellare a piacere. Il corredo genetico comporta programmi che guidano l&#8217;evoluzione della personalità e definiscono un certo grado di rigidità e di elasticità in rapporto all&#8217;ambiente.<br />
Per quanto l&#8217;influenzabilità del bambino si possa ritenere elevata, occorre ammettere un&#8217;interazione tra il corredo genetico e le influenze ambientali. Tale interazione è mediata dalla soggettività e si esprime sotto forma di una tendenza alla differenziazione la quale, anche precocemente, si esprime attraverso &#8220;scelte&#8221; individuali, per esempio la definizione di un gusto che seleziona i cibi in base a preferenze e avversioni.</p>
<p>Se la natura umana non è una tabula rasa, il ruolo delle influenze ambientali sullo sviluppo della personalità non può essere minimizzato.<br />
Per promuovere lo sviluppo dell&#8217;individuo, occorre da parte dell&#8217;ambiente un grande investimento di risorse – affettive, economiche, culturali -, che si traduce in un lavoro sociale: <strong>il processo educativo</strong>.<br />
Educare non significa insegnare le buone maniere, ma letteralmente (<em>ex-ducere</em>) far venire fuori qualcosa: l&#8217;uomo dall&#8217;homo, un fenotipo dal genotipo. Per quanto si possano e si debbano valorizzare i rapporti affettivi tra gli educatori e i bambini ad essi affidati, non c&#8217;è dubbio che il processo educativo richiede l&#8217;adozione, più o meno consapevole, di &#8220;tecniche&#8221; finalizzate a realizzare un progetto.<br />
I progetti possono essere vari, a seconda degli ambienti e degli educatori, ma hanno un obiettivo univoco: la <em>produzione</em> di un soggetto capace di inserirsi nel mondo e di integrarsi in esso, assumendo determinati ruoli e adempiendo i doveri che essi comportano; la produzione, dunque, di un soggetto &#8220;normale&#8221; in rapporto ad un determinato contesto.</p>
<p>Famiglie e Scuola sono, dunque, <em>agenzie sociali</em> cui è affidato, in ultima analisi, il compito di produrre <em>cittadini</em>. Rousseau ha scritto che il cittadino è una cosa, l&#8217;uomo un&#8217;altra. Per quanto rigida, la distinzione conserva un suo valore: cittadino è colui che assolve i diritti e i doveri propri dei ruoli  che viene a ricoprire nella società, uomo è il soggetto in carne ed ossa, la persona che ricopre quei ruoli, li interpreta e li modella in rapporto alla sua individualità.<br />
In passato, che i figli fossero destinati a diventare, anzitutto, cittadini, era considerato ovvio. Gli uomini venivano allevati sulla base di principi tradizionali, vissuti come un patrimonio di sapere ereditato dai padri e dagli avi e, da adulti, tendevano ad agire in maniera conforme a quei principi. Il conformismo, in pratica, era un valore primario che non azzerava le differenze individuali, ma le conteneva entro schemi comportamentali ritualizzati, scarsamente flessibili.<br />
Oggi, secondo alcuni, le cose sono radicalmente cambiate. Una nuova sensibilità educativa comporterebbe una particolare attenzione per lo sviluppo dell&#8217;individuo come unico e irripetibile. Nessun educatore ovviamente prescinde dall&#8217;insegnare le buone maniere, ma si dà per scontato che ciò avvenga rispettando la diversità e la particolarità dell&#8217;individuo.<br />
Si tratta di un <em>mito</em> piuttosto che di una realtà.  Anche se, infatti, in genere gli educatori tendono a riconoscere la diversità che si dà tra i figli e in una certa misura a rispettarla, essi non riescono a prescindere dal dovere che la società assegna loro: quella di costruire cittadini adattati a questa società, vale a dire ad una società dinamica e competitiva, che assume lo status sociale come indice del valore dell&#8217;individuo.</p>
<p>Il modello di riferimento al quale, lo voglia o no, ogni educatore si riconduce, è dunque piuttosto univoco. Esso <em>valorizza l&#8217;adesione e l&#8217;adattamento alla realtà, la capacità di comunicare e di stare con gli altri, un certo grado di competitività, lo spirito pratico necessario per conseguire risultati oggettivi, il non farsi troppi problemi, il prendere la vita come viene, ecc</em>.<br />
Si tratta di <strong>un modello marcatamente estroverso</strong>, il cui potere di omologazione è enorme perché punta sull&#8217;efficienza sociale, vale a dire privilegia in assoluto quello che l&#8217;individuo riesce a fare (e ad avere) rispetto a quello che riesce a diventare coltivando tutte le sue potenzialità (l&#8217;essere).<br />
<em>La triste conseguenza di tale modello è che, nel nostro mondo, si dà un numero indefinito ma rilevante di individui efficienti, normali sotto il profilo dell&#8217;adattamento sociale, ma la cui personalità si può ritenere poco sviluppata nel suo complesso</em>.<br />
Dirò tra poco perché il modello normativo dominante nella nostra società è un handicap per gli introversi.<br />
Immediatamente, è importante rilevare che esso non è vantaggioso per nessuno. Se ci affranca dallo stereotipo per cui l&#8217;introversione è il modo di essere dei soggetti introversi, occorre ammettere che si tratta di una polarità intrinseca ad ogni personalità, in difetto della quale nessun soggetto giungerebbe alla consapevolezza di sé, vale a dire di essere un soggetto, di avere un mondo interiore e un&#8217;esperienza mentale privata. In quanto polarità riflessiva, che pone l&#8217;uomo nel suo intimo a contatto con se stesso, l&#8217;introversione dovrebbe essere in qualche misura coltivata da tutti.<br />
Il modello normativo vigente nella nostra società non solo non favorisce tale coltivazione: esso promuove una tendenza quasi ossessiva a rimanere affacciati sulla realtà esterna e a rifuggire dallo stare da soli, vale a dire dallo stare con sé. Sarebbe facile comprovare quanto c&#8217;è di alienato in questa condizione ritenuta solitamente normale. Basterebbe proporre ad un campione scelto a caso della popolazione di trascorrere un&#8217;ora al giorno nel chiuso di una camera per dedicarsi alla riflessione. Alcuni, semplicemente, rifiuterebbero una proposta del genere, altri, tentando di realizzarla, sperimenterebbero un malessere più o meno profonda, altri, infine, realizzandola, la considererebbero insignificante e vuota di interesse.<br />
Se c&#8217;è un male che affligge il nostro mondo è l&#8217;<strong>autofobia</strong>, la paura di ritrovarsi faccia a faccia con se stessi. Agli introversi capita di solito il contrario: inclini al raccoglimento, il loro disagio maggiore sopravviene  nell&#8217;interazione con gli altri. Sono insomma tendenzialmente chiusi rispetto al mondo esterno in quanto aperti a quello interno.<br />
La categoria aperto/chiuso – come accennato – è il criterio in conseguenza del quale il senso comune qualifica positivamente l&#8217;estroversione e negativamente l&#8217;introversione. &Egrave; evidente che, assumendo come referente il mondo interno, il giudizio potrebbe essere semplicemente invertito di segno.</p>
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		<title>Il prezzo da pagare all&#8217;introversione</title>
		<link>http://www.legaintroversi.it/2007/10/30/il-prezzo-da-pagare-allintroversione/</link>
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		<pubDate>Tue, 30 Oct 2007 12:32:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Relazioni e interventi]]></category>
		<category><![CDATA[disagio psichico]]></category>
		<category><![CDATA[introversione]]></category>
		<category><![CDATA[Rousseau]]></category>

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		<description><![CDATA[Assemblea Ordinaria del 20.10.2007 Relazione del dott. Luigi Anepeta 1. Le carriere ricostruite nel saggio Timido, docile, ardente&#8230; sono riferite al nostro contesto sociale, e pongono in luce le carenze, le disfunzioni, le contraddizioni delle istituzioni e degli agenti educativi in rapporto ai bisogni propri dei bambini introversi. Impegnarsi perché questi esseri &#8211; delicati e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="alignr"><strong>Assemblea Ordinaria del 20.10.2007<br />
Relazione del <span class="highlight-blue">dott. Luigi Anepeta</span></strong></p>
<h3>1.</h3>
<p>Le carriere  ricostruite nel saggio <a href="/2007/06/30/il-saggio-sullintroversione-timido-docile-ardente/"><strong><em>Timido, docile, ardente&#8230;</em></strong></a> sono riferite al nostro contesto sociale, e pongono in luce le carenze, le disfunzioni, le contraddizioni delle istituzioni e degli agenti educativi in rapporto ai bisogni propri dei bambini introversi. Impegnarsi perché questi esseri &#8211; delicati e al tempo stesso preziosi &#8211; possano trovare un ambiente favorevole di sviluppo, rispettoso della loro diversità, è l&#8217;obiettivo primario della LIDI.<br />
Per non rimanere astratto, però, quest&#8217;obiettivo non può trascurare che il problema di opportunità di sviluppo inadeguate, se investe drammaticamente i soggetti introversi, si pone in una certa misura per tutti. Anche mettendo tra parentesi l&#8217;esistenza, nel nostro contesto sociale, di sacche ancora rilevanti (e purtroppo in crescita) di miseria economica, culturale e morale, che destinano spesso alla devianza o al sottosviluppo soggetti dotati dei più vari corredi genetici, si può affermare tranquillamente che la nostra società ha imboccato da tempo un vicolo cieco in conseguenza della nuclearizzazione della famiglia e dell&#8217;istituzionalizzazione della scuola.<br />
In pratica, si dà per scontato che i genitori, semplicemente perché capaci di mettere al mondo un figlio, siano dotati anche di competenze adeguate ad allevarlo nel modo migliore possibile, vale a dire di assolvere la funzione che in passato era delegata al gruppo allargato e alla comunità. Per quanto riguarda poi l’intervento dello Stato nell’educazione, si assume come un dato di fatto che la Scuola, in continuità con la sua istituzionalizzazione epocale, che ha esteso a tutta la popolazione l’obbligo di alfabetizzarsi, possa compensare le eventuali diversificazioni culturali tra le famiglie rendendosi garante della diffusione di un sistema di valori comune e tradizionale.</p>
<p>Data l&#8217;alleanza sulla carta tra famiglia e scuola, che convergono sull&#8217;obiettivo di dotare ogni soggetto della capacità di inserirsi nel mondo così com&#8217;è, si è di gran lunga allentata la tensione che, negli anni &#8217;70, verteva sul problema della produzione antropologica, al punto che questa terminologia non viene più adottata. Essa va restaurata e approfondita, se non altro perché consente di mettere tra parentesi l’imponente letteratura divulgativa psicologista e idealista che, ormai anche attraverso le edicole, mira ad insegnare agli educatori a far bene il loro mestiere.<br />
Per <strong>produzione antropologica</strong> si intende il processo in virtù del quale ogni società applica alla natura umana (rappresentata in ogni corredo genetico individuale) determinate &#8220;tecniche&#8221; educative il cui fine è la formazione di un cittadino adulto, capace di integrarsi in uno specifico contesto culturale, economico e sociale, e di svolgere in maniera adeguata i ruoli che gli vengono assegnati o che egli sceglie.<br />
La produzione antropologica rientra nel quadro più ampio della riproduzione sociale, che è il processo in virtù del quale ogni società tende, attraverso il succedersi delle generazioni, a mantenere una sua identità e un certo grado di coesione.</p>
<p>L&#8217;allentamento della riflessione critica sul problema della formazione dell&#8217;uomo (a partire dal quesito marxiano irrisolto su chi educa gli educatori) dipende in gran parte, come accennato, dalla convinzione che ormai il progresso culturale abbia fornito mediamente a tutti i genitori un patrimonio minimo di competenze adeguate a svolgere il loro ruolo, in associazione con la Scuola.<br />
In realtà, quello che sta accadendo è che <em>le istituzioni pedagogiche sono sempre più catturate da un modello antropologico che privilegia l’efficienza e la capacità di inserimento sociale &#8211; l&#8217;assunzione insomma del ruolo di citoyen &#8211; rispetto allo sviluppo delle potenzialità individuali depositate nel corredo genetico. La socializzazione, in breve, viene privilegiata in assoluto rispetto all’individuazione</em>.</p>
<p>Questo assunto può apparire sorprendente se si tiene conto dell&#8217;insistenza con cui la psicopedagogia (dalle sue sedi accademiche alla diffusione attraverso i mass-media), la Scuola e le famiglie sono alleate nel sostenere che lo sviluppo della personalità deve avvenire nel rispetto e nella valorizzazione delle singole individualità.<br />
L’assunto, però, fa capo ad una <strong>nefasta confusione tra individuo e individuazione</strong>. L&#8217;individuo, così come è concepito nel nostro mondo, vale a dire come un soggetto dotato di un sano egoismo e della capacità di darsi da fare in società per conseguire un riconoscimento di appartenenza, uno status, ruoli privati e pubblici, è un’invenzione culturale recente, intrinseca alla civiltà borghese. L&#8217;individuazione, viceversa, è un potenziale di sviluppo depositato nei geni che, acquisita un&#8217;identità culturale sulla base del processo di socializzazione, promuove una differenziazione che dà luogo a scelte e a pratiche di vita (inerenti il lavoro, gli affetti, gli interessi, ecc.) in conseguenza delle quali il soggetto giunge a sentire di avere realizzato la sua vocazione ad essere.<br />
La distinzione è importante perché mentre la definizione dell&#8217;individualità corrisponde ad esigenze prevalentemente sociali, l&#8217;individuazione, viceversa, soddisfa esigenze prevalentemente soggettive. Ciò significa, né più né meno che un individuo può essere solo parzialmente individuato nel senso che egli sacrifica, anche senza accorgersene, i suoi potenziali di individuazione sull&#8217;altare del riconoscimento e dello status sociale.</p>
<p>Questa premessa è essenziale ai fini del discorso che intendo sviluppare, il cui nocciolo è che <strong>i soggetti normodotati possono con facilità conseguire uno statuto di individui, mentre gli introversi (e gli estroversi iperdotati) non possono rinunciare all&#8217;individuazione se non al prezzo di un disagio psicologico più o meno serio.</strong><br />
Naturalmente, c’è da chiedersi come la vocazione introversa all&#8217;individuazione possa mantenersi e realizzarsi nonostante le spinte verso la normalizzazione che caratterizzano la nostra società.<br />
Si tratta di un problema complesso, sul quale già ho detto qualcosa, ma che merita un approfondimento perché almeno un aspetto è rimasto finora in ombra: il prezzo che inesorabilmente gli introversi devono pagare nella fase evolutiva della personalità, che viene ampiamente compensato dall’appagamento cui essi pervengono in età adulta se il processo di individuazione si realizza.</p>
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		<title>La diversità negata</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Sep 2007 13:21:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'introversione]]></category>
		<category><![CDATA[appartenenza/integrazione]]></category>
		<category><![CDATA[bambini iperdotati]]></category>
		<category><![CDATA[disagio psichico]]></category>
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		<description><![CDATA[In virtù dell&#8217;ideologia new age, epifenomeno culturale della globalizzazione, sembra che il mondo stia marciando verso un cambiamento epocale, destinato ad approdare al riconoscimento e al rispetto della diversita a tutti i livelli: dalle culture ai singoli individui. Non c&#8217;è molto di rassicurante in questa nuova ideologia che maschera un processo in atto di omologazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In virtù dell&#8217;ideologia new age, epifenomeno culturale della globalizzazione, sembra che il mondo stia marciando verso un cambiamento epocale, destinato ad approdare al riconoscimento e al rispetto della diversita a tutti i livelli: dalle culture ai singoli individui. Non c&#8217;è molto di rassicurante in questa nuova ideologia che maschera un processo in atto di omologazione che tende ad estendere al pianeta intero il modello vincente della borghesia col suo stile di vita e le sue opzioni morali, politiche e culturali.</p>
<p>La necessità di abbattere tutte le barriere che hanno differenziato sinora i popoli e le civiltà tra di loro, estraniandoli e rendendo difficile il riconoscimento della reciproca dignità, sembra ispirata ad una sorta di ecumenismo messianico. In realtà non è che l&#8217;ultima tappa di un processo già lucidamente colto e stigmatizzato da Marx, reso necessario dalla constatazione dell&#8217;impermeabilità di alcune culture (in particolare quella islamica) al <em>way of live</em> occidentale, vale a dire al consumismo sfrenato su cui si fonda l&#8217;equilibrio del sistema capitalistico.</p>
<p>L&#8217;urgenza di un&#8217;integrazione tra culture e civiltà diverse, drammatizzata dai flussi migratori, viene avvalorata dai fautori del cosidetto &#8220;Nuovo Rinascimento&#8221; come un salto di qualità nella storia che dovrebbe consentire, attraverso il confronto, di operare una fusione destinata a depurare ciascuna di esse dal peso di atavici pregiudizi. Il &#8220;Nuovo Rinascimento&#8221; dovrebbe portare a termine il lavoro di superamento dell&#8217;etnocentrismo avviatosi con l&#8217;esplorazione del mondo cinquecentesca. Il riferimento storico è preoccupante perché già allora il salto di qualità dell&#8217;Occidente fu pagato, per esempio dagli Amerindi, al prezzo di una devastazione culturale e di un immane genocidio.</p>
<p>Se si prescinde infine da un intellettualismo di maniera, il problema urgente da affrontare, per quanto riguarda le culture e i sistemi sociali, non sembra tanto riconducibile all&#8217;apprezzamento reciproco della loro diversità quanto piuttosto al riconoscimento critico e definitivo di ciò che inesorabilmente le accomuna: l&#8217;essere tutte fondate sul dominio, religioso, economico, politico, ideologico dell&#8217;uomo sull&#8217;uomo. Sull&#8217;alienazione, insomma.</p>
<p>La civiltà occidentale, che ha promosso questo ecumenismo universale in nome della difesa e dell&#8217;affermazione dei diritti dell&#8217;uomo e del cittadino che, in essa, avrebbero trovato per la prima volta un riscontro giuridico e una pratica sociale, fondata sul liberalesimo democratico, presume perciò, senza alcun intento apparentemente egemonico, di potere svolgere un ruolo trainante verso la nuova frontiera della pacificazione e dell&#8217;integrazione mondiale. Il sospetto che questo ruolo tenda di fatto ad abbattere barriere culturali e sociali che impediscono al capitalismo, figlio spurio secondo alcuni, padre illegittimo secondo altri del liberalesimo democratico, di affermarsi su scala mondiale non è infondato. Ma si tratta indubbiamente di un sospetto ideologicamente connotato, che assume le ideologie come meri inganni che servono a coprire una realtà sociale determinata dalle dure (per alcuni) leggi dell&#8217;economia. Una più attenta riflessione sui rapporti tra infrastruttura e sovrastruttura non può, oggi, impedire di pensare che esse, pur correlate tra di loro, siano dotate di un qualche grado di autonomia, sicchè nulla vieterebbe di pensare che l&#8217;una potrebbe sopravvivere al venire meno dell&#8217;altra. Come è avvenuto per i regimi totalitari di destra del nostro secolo, che hanno sospeso i principi democratici ma praticato il capitalismo, così potrebbe sulla carta accadere, in prospettiva storica, che i diritti universali dell&#8217;uomo possano affermarsi anche indipendentemente dal capitalismo.</p>
<p>Tale possibilità è negata da coloro che, riconoscendo validi quei diritti solo per i singoli individui, la cui somma coinciderebbe con l&#8217;umanità, e comprendendo in essi la proprietà privata, e potenzialmente illimitata, ritengono impraticabile, essendo la proprietà privata espressione del libero mercato e il libero mercato espressione della democrazia, la loro realizzazione in difetto dell&#8217;uno e dell&#8217;altra.</p>
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		<title>Introversione e disagio psichico</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jul 2007 11:43:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'introversione]]></category>
		<category><![CDATA[appartenenza/integrazione]]></category>
		<category><![CDATA[disagio psichico]]></category>
		<category><![CDATA[introversione]]></category>
		<category><![CDATA[Jung]]></category>
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		<description><![CDATA[1. Introduzione In un dizionario della lingua italiana del 1988 (DIR, G. D&#8217;Anna, Firenze), alla voce introversione si legge: tendenza, spiccata in alcuni individui, a ripiegarsi in se stessi, a interessarsi prevalentemente al proprio mondo interiore, con distacco e chiusura nei confronti del mondo esterno e dei contatti sociali. L&#8217;estroversione, viceversa, è definita come atteggiamento [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1. Introduzione</h3>
<p>In un dizionario della lingua italiana del 1988 (DIR, G. D&#8217;Anna, Firenze), alla voce <strong>introversione</strong> si legge:</p>
<blockquote>
<p>tendenza, spiccata in alcuni individui, a ripiegarsi in se stessi, a interessarsi prevalentemente al proprio mondo interiore, con distacco e chiusura nei confronti del mondo esterno e dei contatti sociali.</p>
</blockquote>
<p>L&#8217;<strong>estroversione</strong>, viceversa, è definita come</p>
<blockquote>
<p>atteggiamento di chi ha spiccati interessi verso l&#8217;ambiente esterno, tendenza a manifestarsi, e quindi facilità ad inserirsi nel contesto sociale.</p>
</blockquote>
<p>Si tratta, con evidenza, di giudizi di valore, piuttosto che lessicali, che riecheggiano l&#8217;accezione comune del termine. Nel linguaggio quotidiano, di fatto, introverso significa chiuso, taciturno, insicuro, poco socievole, passivo, estroverso viceversa aperto, comunicativo, spigliato, attivo, intraprendente. Per quanto si riconosca che parecchi introversi hanno una sensibilità e un&#8217;intelligenza fuori del comune, il loro modo di porsi, equivocato spesso come scostante e altezzoso, evoca naturalmente un moto di antipatia, mentre gli estroversi, eccezion fatta per quelli insopportabilmente narcisisti e invadenti, sono giudicati generalmente simpatici.</p>
<p><strong>Introversione ed estroversione sono termini coniati da <span class="highlight-blue">C. G. Jung</span> per definire una tipologia universale della personalità</strong>. Di natura costituzionale, genetica, essi fanno riferimento ai &#8220;tratti&#8221; di personalità più importanti che influenzano il modo di sentire, di pensare e di agire di un individuo e offrono di conseguenza una chiave immediata di comprensione del suo essere al mondo. Orientamenti entrambi significativi, essi attestano che ogni soggetto, vivendo nell&#8217;interfaccia tra il mondo esterno e quello interno, viene attratto, in nome della sua disposizione costituzionale, prevalentemente dall&#8217;uno o dall&#8217;altro. La tipologia di Jung non comporta dunque alcun giudizio di valore.</p>
<p>Adottati dall&#8217;opinione pubblica per la suggestiva corrispondenza che hanno con la pratica di vita quotidiana, che comporta un costante tentativo di &#8220;tipologizzare&#8221; il comportamento proprio e altrui, i termini junghiani hanno acquisito un significato improprio, pregiudiziale, che <strong>connota univocamente in termini negativi l&#8217;introversione e in termini positivi l&#8217;estroversione</strong>.</p>
<p>Le origini sociali del duplice pregiudizio non sono difficili da spiegare. Ogni società privilegia un modello normativo di personalità che corrisponde alla sua struttura e alle sue esigenze di conservazione e di riproduzione. La nostra società, capitalistica e mercantile, all&#8217;interno della quale lo scambio è il metro di misura del valore, privilegia, sotto il profilo psicologico, l&#8217;intraprendenza, la spigliatezza, la capacità di contatto comunicativa, il pragmatismo, il successo, il saper vendere bene se stessi. La capacità di comunicazione sociale, vale a dire la capacità di accattivarsi il consenso, di promuovere un giudizio positivo, di influenzare gli altri a proprio favore, è giunta di conseguenza a configurarsi come un tratto positivo di personalità. Che tale tratto si associ spesso ad un certo grado di narcisismo e ad una tendenza ad usare l&#8217;altro, è unanimemente riconosciuto, ma avallato in nome dell&#8217;imperativo supremo dell&#8217;affermazione della personalità. La conseguenza di quest&#8217;opzione ideologica è che, in quasi tutte le fasi dell&#8217;esistenza e gli ambiti d&#8217;interazione sociale, l&#8217;estroversione funziona come una carta di credito, l&#8217;introversione come un handicap.</p>
<p>Anni fa, un genetista statunitense (<span class="highlight-blue">Th. Dobzhansky</span>, <em>Diversità genetica e uguaglianza umana</em>, Einaudi, Torino, 1981), pose in dubbio il mito meritocratico rilevando che, nelle società occidentali, il successo si fonda spesso su di una capacità competitiva &#8220;selvaggia&#8221;. Ciò comporta che i vincitori, sicuramente dotati di aggressività, positiva o negativa che sia, non sono necessariamente i migliori per qualità umane e competenze culturali. L&#8217;accelerazione della dinamica competitiva, intervenuta negli ultimi anni per effetto del trionfo del capitalismo e del suo proporsi, col modello antropologico suo proprio, come stadio ultimo e definitivo dell&#8217;evoluzione sociale, induce a pensare che il dubbio di Dobzhansky corrisponda ormai ad uno stato di fatto.</p>
<p>Il mondo è dunque degli estroversi, che fanno il buono e cattivo tempo e impongono, tra l&#8217;altro, il loro modo di essere come metro di misura della normalità. <strong>Gli introversi, che quasi sempre hanno delle ricche potenzialità emozionali e intellettive, vivono in un cono d&#8217;ombra, defilati, frustrati. Inesorabilmente contaminati dal codice culturale prevalente, essi stessi si ritengono spesso inadeguati, meno capaci degli altri, gravati da tratti di carattere che, se non morbosi, ritengono disfunzionali. Ciò li induce a nutrire un sordo risentimento nei confronti della natura, responsabile di un carattere che crea solo problemi, associato spesso ad una rabbia più o meno consapevole nei confronti della società che li disconferma e, talora, li emargina.</strong> Alcuni, come non bastassero le sollecitazioni esterne ad essere &#8220;normali&#8221;, tendono ad adottare, per mimetizzarsi, dei moduli comportamentali estroversi. Nella misura in cui ci riescono, realizzano tutt&#8217;al più un falso sé, una caricatura del loro vero essere.</p>
<p>Penso che sia arrivato il momento di riflettere su questa situazione in un&#8217;ottica preventiva del disagio psichico poiché, come si vedrà, essa ha una pesante incidenza psicopatologica. Il presunto carattere disadattivo, sostanzialmente difettoso e disfunzionale, dell&#8217;introversione è, infatti, quotidianamente confermato dalla circostanza per cui, tra coloro che manifestano, soprattutto a livello giovanile, una qualche forma di disagio psichico, una quota rilevante ha alle spalle una carriera evolutiva che attesta inequivocabilmente un orientamento costituzionale introverso.</p>
<p>Intendo dimostrare che questa circostanza non è legata all&#8217;introversione in sé e per sé, bensì allo stato di cose esistente nel mondo, che espone quasi inesorabilmente coloro che vengono al mondo con un determinato corredo genetico al rischio di sviluppare un disagio psichico. Se l&#8217;intento sarà raggiunto, mi auguro che esso possa contribuire al riconoscimento sociale del problema e al riscatto di una minoranza genetica il cui significato, nell&#8217;ottica evolutiva, è estremamente importante se la natura continua a produrla.</p>
<p>Tale riscatto postula, anzitutto, la consapevolezza della propria condizione e, in conseguenza di ciò, una rivendicazione orgogliosa di una diversità che va coltivata e vissuta come irrinunciabile. Per motivi che riusciranno chiari ulteriormente, la consapevolezza soggettiva non basta. È assolutamente necessaria una presa di coscienza sociale del problema. <strong>Il mondo, a partire dalle istituzioni pedagogiche, è organizzato in maniera tale da squalificare pregiudizialmente gli introversi, ponendo ostacoli di vario genere allo sviluppo della loro personalità.</strong> È assurdo e inutile pensare ad un mondo fatto su misura per loro. Non è però utopistico pensare che essi non siano più costretti a pagare, in nome della congiuntura tra il caso genetico e la normalità dominante, i prezzi che attualmente pagano e che coincidono spesso con una qualche forma di disagio psichico.</p>
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		<title>Sviluppi della riflessione su introversione ed estroversione</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Mar 2007 13:27:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Relazioni e interventi]]></category>
		<category><![CDATA[disagio psichico]]></category>
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		<category><![CDATA[introvertimento]]></category>
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		<description><![CDATA[Assemblea Ordinaria del 24.03.2007 Relazione del dott. Luigi Anepeta 1. Nel corso di questi mesi, molte riflessioni si sono addensate sul tema dell&#8217;introversione e sul rapporto tra introversione e estroversione. Le riflessioni sono state alimentate in parte dai commenti di coloro che hanno letto il saggio, in parte dall&#8217;aver colto io stesso nel testo alcune [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="alignr"><strong>Assemblea Ordinaria del 24.03.2007<br />
Relazione del <span class="highlight-blue">dott. Luigi Anepeta</span></strong></p>
<h3>1.</h3>
<p>Nel corso di questi mesi, molte riflessioni si sono addensate sul tema dell&#8217;introversione e sul rapporto tra introversione e estroversione. Le riflessioni sono state alimentate in parte dai commenti di coloro che hanno letto <a href="/2007/06/30/il-saggio-sullintroversione-timido-docile-ardente/">il saggio</a>, in parte dall&#8217;aver colto io stesso nel testo alcune lacune che andavano colmate. Se dovessi dar conto di tutti gli sviluppi teorici che hanno prodotto tali riflessioni, l&#8217;incontro assembleare si trasformerebbe in una conferenza. Preferisco focalizzare il discorso su un solo nucleo, peraltro essenziale, più volte rilevato dai lettori. Mentre parecchi introversi, riconoscendosi nei contenuti del libro, hanno in genere un&#8217;illuminazione (che non modifica immediatamente il loro malessere, ma dà ad esso un nuovo significato), gli estroversi reagiscono con una certa noncuranza (dato che la questione non li riguarda) e al limite con una qualche irritazione. Secondo taluni, infatti, <strong>il saggio, nell&#8217;intento di sormontare il pregiudizio nei confronti dell&#8217;introversione, comporterebbe il rischio di rovesciare tale pregiudizio a carico dell&#8217;estroversione</strong>.</p>
<p>Per quanto poco fondata, in quanto non avrebbe senso appellarsi alla tolleranza e al rispetto della diversità tra gli esseri umani sulla base dell&#8217;intolleranza, questa critica significa che il testo presenta qualche ambiguità. Preparando la seconda edizione, penso di averla identificata e di avervi posto rimedio sia sotto il profilo concettuale che terminologico.</p>
<p>Sottopongo all&#8217;Assemblea le mie riflessioni per verificare se esse raccolgono il consenso dei più.</p>
<p>Anzitutto occorre rilevare che il senso comune ostacola non poco i nuovi significati che la LIDI attribuisce ai termini introversione ed estroversione. Nell&#8217;originaria accezione junghiana essi definiscono i due orientamenti caratteriali tipologici più rappresentati e in qualche misura immediatamente evidenti negli esseri umani. Jung ha sufficientemente chiarito che tali orientamenti sono entrambi presenti in ogni essere umano. Parlare di soggetto introverso o estroverso significa, dunque, definire la prevalenza nella sua personalità di un orientamento sull&#8217;altro.</p>
<p>Il senso comune ha semplificato le cose sulla base delle apparenze, ignorando la compresenza dei due orientamenti in ogni personalità. In conseguenza di questo <strong>introversione e estroversione sono divenuti termini che fanno riferimento a orientamenti caratteriali nettamente distinti</strong>: si è pertanto introversi o estroversi tout-court.</p>
<p>Non avrei scritto un saggio e tanto meno fondato una Lega se non avessi intuito che la teoria junghiana difettava in alcuni punti. Pongo tra parentesi il fatto &#8211; importante per la storia del pensiero psicoanalitico &#8211; che <span class="highlight-blue">Jung</span> ha scritto <em>Tipi psicologici</em> dopo avere attraversato una profonda crisi &#8220;introversa&#8221; ed esserne venuto fuori in virtù di quella che egli ha definito una salutare apertura al mondo. Nonostante l&#8217;equilibrio neutrale che cerca di mantenere nel valutare i due orientamenti caratteriali, tra le righe del saggio s&#8217;intuisce che, se è critico nei confronti dell&#8217;estroversione iperadattata al mondo, nutre non poche riserve nei confronti dell&#8217;introversione.</p>
<p>Il punto è un altro. Descrivendo le due tipologie, <strong>Jung dà per scontato che l&#8217;introverso reprime la componente estroversa e che l&#8217;estroverso reprime quella introversa. Da ciò discende che entrambe le tipologie riconoscono in profondità un compenso &#8220;nevrotico&#8221; direttamente proporzionale alla repressione</strong>. Egli non si è mai chiesto se il &#8220;nevroticismo&#8221; introverso e quello estroverso dipendano da influenze ambientali piuttosto che da orientamenti costituzionali, vale a dire se non si dia un modello culturale di riferimento che costringe gli introversi a reprimere la componente estroversa del loro carattere e gli estroversi a reprimere quella introversa.</p>
<p>Apro una parentesi per specificare che il termine <em>nevroticismo</em> va inteso in senso lato e non psichiatrico. Esso prescinde dal fatto che si diano, a livello soggettivo, dinamiche conflittuali potenzialmente capaci di dare luogo a dei sintomi. Fa riferimento ad <strong>un blocco dello sviluppo della personalità </strong>secondo le sue linee di tendenza costituzionali e dunque ad un&#8217;inibizione di potenzialità presenti nel corredo genetico individuale che non trovano la via per dispiegarsi o oggettivarsi. La conseguenza di tale blocco è una struttura di personalità impoverita, unilaterale e, in qualche misura, disfunzionale, che, solo in alcuni casi, si manifesta sotto forma di un disagio psichico conclamato.</p>
<p><strong>Oggi, in misura maggiore rispetto all&#8217;epoca in cui Jung ha scritto il suo saggio, introversione e estroversione sono dimensioni caratteriali i cui sviluppi sono generalmente &#8220;nevrotici&#8221;. Il problema è che il &#8220;nevroticismo&#8221; introverso è socialmente identificato, mentre quello estroverso non viene in genere rilevato ed è giudicato &#8220;normale&#8221;.</strong></p>
<p>Sulle apparenze del comportamento si è costruito il pregiudizio nei confronti dell&#8217;introversione, che dipende dal giudizio positivo con cui si definisce l&#8217;estroversione.</p>
<p>Per convincersi del fatto che quel pregiudizio ha fatto breccia non solo nel senso comune ma anche sulla cultura, basta consultare i dizionari che, a riguardo, diventano indiziari di come le parole possono essere usate per ideologizzare la realtà, vale a dire per qualificarla in un modo piuttosto che in un altro.</p>
<p>Consultandoli, comparando le definizioni e condensandole viene fuori che <strong>l&#8217;estroverso è aperto, comunicativo, cordiale, affettuoso, espansivo, esuberante; l&#8217;introverso, viceversa, chiuso, timido, schivo, freddo, riservato, distaccato</strong>.</p>
<p>Sarebbe interessante fare una ricerca semantica sui campi di significati impliciti in queste qualificazioni. Proporrei questa ricerca ai numerosi insegnanti che sono soci o simpatizzanti della LIDI.</p>
<p>Mi limito per ora solo a rilevare che <strong>un asse fondamentale di significati fa capo all&#8217;antitesi tra apertura e chiusura</strong>, che con un&#8217;evidenza immediata fa riferimento al comportamento del soggetto nei confronti del mondo esterno in termini di attenzione, partecipazione, interazione, comunicazione, ecc. Essa identifica nell&#8217;apertura un valore positivo e nella chiusura un valore negativo.</p>
<p>L&#8217;ideologia che sottende tali giudizi si può tranquillamente definire adattiva. Posto che si considera come segno di normalità, nonché di raggiunta maturità, una buona relazione con il mondo esterno, la chiusura ricade nell&#8217;ambito del difetto, del disadattamento.</p>
<p>È facile cogliere il significato ideologico di tale criterio normativo.</p>
<p>In quanto autoconsapevole, ogni soggetto umano sa di avere un&#8217;esperienza mentale, un mondo interno distinto da quello esterno. Sa, dunque, che la sua coscienza vive nell&#8217;interfaccia tra due mondi, ciascuno dei quali esercita su di lui un&#8217;attrazione.</p>
<p>Ogni coscienza fluttua tra l&#8217;apertura al mondo esterno e l&#8217;apertura al mondo interno: tangibile il primo, in quanto apparentemente costituito da oggetti che si possono toccare, manipolare,ecc; intangibile il secondo, in quanto costituito da contenuti psichici (pensieri, emozioni, memorie, fantasie, ecc.).</p>
<p>L&#8217;equilibrio di una personalità sta nel trovare il giusto grado di apertura al mondo esterno e al mondo interno, secondo una formula che non può essere la stessa per tutti.</p>
<p>Oggi una situazione di equilibrio è quasi puramente teorica. Molti introversi si chiudono rispetto al mondo esterno più di quanto sia necessario per salvaguardare la loro identità, si difendono dalla paura perpetua di essere giudicati inadeguati, difettosi, disadattati, e, sentendosi sollecitati a normalizzarsi secondo un modello estraneo alla loro vocazione ad essere, spesso covano una sorda ostilità nei confronti del mondo sociale. Molti estroversi, però, si chiudono al mondo interno più di quanto sia ragionevole per assicurare alla personalità un minimo di sviluppo evolutivo. Essi rimangono cristallizzati in un modo di essere efficiente in rapporto alle richieste dell&#8217;ambiente sociale, ma sostanzialmente ripetitivo e monotono.</p>
<p><strong>È evidente che questi orientamenti &#8220;nevrotici&#8221;, che Jung assume come naturali, sono il prodotto di un modello normativo che mortifica, in diversa misura, le potenzialità evolutive intrinseche al modo di essere introverso e a quello estroverso.</strong></p>
<p>Nel <a href="/2007/06/30/il-saggio-sullintroversione-timido-docile-ardente/">saggio</a> ho definito tale modello tout-court estroverso, commettendo un errore che ha fuorviato alcuni lettori e va rimediato.</p>
<p>Il modello in questione è sufficientemente noto:<strong> esso privilegia l&#8217;adesione e l&#8217;adattamento alla realtà così com&#8217;è, la capacità di comunicare e di stare con gli altri, un certo grado di competitività, lo spirito pratico necessario per conseguire risultati tangibili (in termini di conferme sociali, status. prestigio, ecc.), il non farsi troppi problemi, il prendere la vita come viene, ecc.</strong></p>
<p>In che senso si può ritenere disfunzionale tale modello in rapporto alle potenzialità genetiche umane?</p>
<p>Sottolineerei due aspetti essenziali.</p>
<p><strong>Il primo è la sollecitazione rivolta all&#8217;uomo ad agire, ad essere intraprendente, a sfruttare le occasioni che gli vengono offerte, ma senza avere un atteggiamento critico nei confronti della realtà</strong>. Egli dunque deve essere, al tempo stesso, attivo sul piano del darsi da fare e passivo nell&#8217;accettare le regole del gioco, come se fossero leggi di natura. Certo, quest&#8217;orientamento favorisce l&#8217;integrazione sociale, ma al prezzo di una burocratizzazione dell&#8217;esperienza per cui il soggetto può ritrovarsi ad essere efficiente, inserito e allo stesso tempo insoddisfatto e infelice.</p>
<p><strong>Il secondo aspetto riguarda il perpetuo confronto con gli altri indotto dall&#8217;ideologia della competitività, il misurare di continuo il proprio essere nell&#8217;interazione sociale in termini di adeguatezza/inadeguatezza</strong>. L&#8217;ossessione del confronto naturalmente non può riguardare che le apparenze, vale a dire il modo in cui gli altri si comportano e il loro status (quello che hanno): insomma, l&#8217;immagine sociale. La conseguenza di tale ossessione, che allontana le persone dal valutare e dal coltivare le loro qualità umane e le loro potenzialità indipendentemente dal vantaggio che se ne può ricavare in termini di immagine sociale, è una perpetua intossicazione invidiosa e una tendenza universale all&#8217;omologazione. In virtù di questo, si realizza nel nostro mondo lo strano fenomeno della miseria psicologica nell&#8217;abbondanza secondo l&#8217;assioma di Seneca per il quale non è povero chi ha poco, ma chi desidera di più.</p>
<p>I danni che gli introversi ricavano dal confronto con questo modello normativo, che viene loro proposto come assoluto e al quale non riescono ad adattarsi (anche quando, a rischio di alienarsi, s&#8217;impegnano con tutte le loto forze), sono noti e giustificano la fondazione e l&#8217;attività della LIDI.</p>
<p>Non dobbiamo ignorare però i danni che subiscono gli estroversi.</p>
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		<title>Introduzione alla sezione &#8220;L&#8217;introversione&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Jun 2006 14:45:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'introversione]]></category>
		<category><![CDATA[disagio psichico]]></category>
		<category><![CDATA[introversione]]></category>
		<category><![CDATA[saggio sull'introversione]]></category>
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		<description><![CDATA[In questa sezione sono riportati i testi che ho scritto sull&#8217;introversione dal 2000 ad oggi. È superfluo dire che l&#8217;attenzione a questo problema precede di gran lunga il primo articolo ad esso dedicato, pubblicato sotto forma di nota in Star Male di Testa. In realtà i primi accenni all&#8217;associazione tra introversione e disagio psichico risalgono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In questa sezione sono riportati i <span class="highlight-green-b">testi che ho scritto sull&#8217;introversione dal 2000 ad oggi</span>.</p>
<p>È superfluo dire che l&#8217;attenzione a questo problema precede di gran lunga il primo articolo ad esso dedicato, pubblicato sotto forma di nota in <strong><em><a href="http://www.nilalienum.it/Sezioni/Opere/StarMaleTesta.html">Star Male di Testa</a></em></strong>. In realtà i primi accenni all&#8217;associazione tra introversione e disagio psichico risalgono alla prima edizione de <strong><em><a href="http://www.nilalienum.it/Sezioni/Opere/PoliticaSuperIo.html">La politica del super-io. Fondamenti di psicopatologia strutturale e dialettica</a></em></strong>, che peraltro riassume una serie di osservazioni già reperibili nei Seminari (consultabili nella sezione <a href="http://www.nilalienum.it/Sezioni/Archivio/Archivio.html">Archivio</a> del sito <a href="http://www.nilalienum.it/">Nil Alienum</a>).</p>
<p>Quando avrò tempo, e augurandomi naturalmente che qualche lettore attento mi preceda, cercherò di documentare le varie tappe della riflessione esitata infine nella stesura del saggio <strong><em><a href="/2007/06/30/il-saggio-sullintroversione-timido-docile-ardente/">Timido, docile, ardente&#8230;</a></em></strong> Quest&#8217;ultimo, ovviamente, essendo sotto copyright, non può essere pubblicato integralmente.</p>
<p>È prevedibile che questa sezione si arricchirà di continuo in conseguenza della necessità di approfondire una serie di complesse tematiche che, nel saggio in questione, sono state esposte sinteticamente o appena sfiorate.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Introduzione alla sezione &#8220;Introversione e disagio psichico&#8221;</title>
		<link>http://www.legaintroversi.it/2006/06/04/introduzione-alla-sezione-introversione-e-disagio-psichico/</link>
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		<pubDate>Sun, 04 Jun 2006 13:40:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Introversione e disagio psichico]]></category>
		<category><![CDATA[disagio psichico]]></category>
		<category><![CDATA[introversione]]></category>
		<category><![CDATA[pratica psichiatrica]]></category>

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		<description><![CDATA[Al rapporto tra introversione e disagio psichico ho dedicato già grande attenzione nei miei saggi e nei miei articoli. Si tratta di un tema che, per la sua complessità, richiederà ulteriori approfondimenti. Al di là di ciò che ho già scritto, una delle aree di ricerca sarà deputata a tali approfondimenti. Questa sezione non si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Al <strong>rapporto tra introversione e disagio psichico</strong> ho dedicato già grande attenzione nei miei saggi e nei miei articoli. Si tratta di un tema che, per la sua complessità, richiederà ulteriori approfondimenti. Al di là di ciò che ho già scritto, una delle aree di ricerca sarà deputata a tali approfondimenti.</p>
<p>Questa sezione non si farà carico, dunque, degli aspetti teorici del problema. Essa, nei miei intenti, si configura come <span class="highlight-green-b">un diario nel quale cercherò di registrare le nuove esperienze che occorreranno nell&#8217;ambito della pratica professionale e nelle quali l&#8217;incidenza della componente introversa risulti immediatamente (o quasi) chiara</span>.</p>
<p>Dato che il rapporto tra introversione e disagio psichico riguarda una percentuale maggioritaria dei soggetti che ho o che prendo in cura, questa sezione potrebbe facilmente trasformarsi in una sorta di diario di uno psicoterapeuta (critico).<br />
Cercherò di evitarlo sia attraverso una selezione attenta delle esperienze, in maniera tale di dar conto solo delle più probanti, sia ospitando eventuali contributi di collaboratori che lavorano con la stessa ottica e utilizzano lo stesso codice interpretativo al quale mi riconduco (<em>teoria struttural-dialettica</em>).</p>
<p>È inutile anticipare che gli articoli denunceranno anche in quale misura il misconoscimento del rapporto tra introversione e disagio psichico dia luogo troppo spesso, a livello di pratica psichiatrica, soprattutto in rapporto ad esperienze adolescenziali e giovanili, a <strong>diagnosi premature</strong> e a <strong>trattamenti psicofarmacologici del tutto ingiustificati</strong>; ad inaugurare insomma carriere psichiatriche che, talora, sono devastanti.</p>
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