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	<title>LIDI - Lega Italiana per la tutela dei Diritti degli Introversi &#187; Dostoevskij</title>
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	<description>Conoscere, riconoscere, riabilitare l&#039;introversione e prevenire il disagio degli introversi</description>
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		<title>Fëdor Dostoevskij – L&#8217;idiota</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Aug 2009 06:59:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Introversione e letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[appartenenza/integrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Dostoevskij]]></category>
		<category><![CDATA[introversione]]></category>
		<category><![CDATA[normalizzazione]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<h3>1.</h3>
<p>Con <a href="/2007/05/25/la-personalita-di-friedrich-nietzsche/">Nietzsche</a>, <span class="highlight-blue-b">Dostoevskij</span> si può ritenere colui che ha più approfondito il tema dell&#8217;introversione, da entrambi colta come diversità rispetto alla media (eccezionalità per l&#8217;uno, &#8220;morbosità&#8221; per l&#8217;altro). Il fascino esercitato da Dostoevskij su Nietzsche si può ricondurre al fatto che egli non arretra di fronte ad una verità sgradevole: quella per cui, se l&#8217;espressione comportamentale più propria e immediata dell&#8217;introversione è un modo di essere naturalmente vincolato al rispetto e alla comprensione dell&#8217;altro, che può giungere alla <em>pietas</em>, laddove le circostanze di vita, vissute come ingiuste, attivano una componente oppositiva, il comportamento può sormontare i vincoli naturali e attestarsi su di un registro di aggressività e &#8220;cattiveria&#8221; che, in sé e per sé, sembra incompatibile con la sensibilità sociale.</p>
<p>Sia ne <a href="/2006/12/06/fedor-dostoevskij-memorie-dal-sottosuolo/"><strong><em>Le memorie del sottosuolo</em></strong></a> che in <em>Delitto e castigo</em>, Dostoevskij descrive in maniera straordinariamente acuta questa temibile alienazione. In entrambi i casi, il cinismo dei protagonisti appare senza limite e la loro brutalità, nei confronti peraltro di esseri vulnerabili, ripugnante. &Egrave; vero che qua e là, come ho cercato di evidenziare nelle recensioni, la loro natura profonda viene in luce sotto forma di senso di colpa, e che questo vissuto, almeno in un caso – quello dello studente Raskolnikov – produce una riparazione. Ciò nulla toglie al fatto che i protagonisti, nonostante il senso di colpa, agiscono comportamenti oggettivamente ingiustificabili.</p>
<p>Nietzsche fa propria l&#8217;ideologia nichilistica espressa a chiare lettere da Raskolnikov, dando ad essa il carattere di una cattiveria necessaria al fine di affrancare l&#8217;umanità da un patetico umanitarismo e attestarla sul piano di una nobile e spietata lotta tra spiriti eletti per affermare il diritto del più forte. Nel ricavare da Dostoeskij l&#8217;ideologia nichilistica, Nietzsche esprime la sua fiera (e &#8220;patologica&#8221;) avversione nei confronti della <em>pietas</em>, sublime sentimento che egli squalifica come cedimento all&#8217;influenza del Cristianesimo, e che, paradossalmente, rappresenta l’unica possibilità per gli spiriti &#8220;eletti&#8221;, vale a dire dotati di una viva sensibilità, di andare al di là del bene e del male.</p>
<p>Rispetto a Nietzsche, Dostoevskij, con <strong><em>L&#8217;idiota</em></strong>, arriva più in profondità nello studio della natura umana e delle sue molteplici espressioni, dipendenti in parte dall&#8217;interazione con l&#8217;ambiente sociale e culturale. <strong>Gli estremi caratteriali della tipologia introversa, &#8211; l&#8217;una più espressiva della natura, l&#8217;altra della volontà di negarla e di affrancarsene &#8211; sono incarnate, infatti, dai due protagonisti &#8211; Lev Nikolaeviè Myškin e Nastas&#8217;ja Filippovna –</strong>, il cui tragico rapporto rappresenta la struttura del romanzo. Lo spettro introverso, nelle sue diverse combinazioni, è rappresentato anche da altri personaggi (Ganja e Aglaja per un verso, Rogozin e Ippolit per un altro).</p>
<p>Anche se Dostoevskij non accenna mai esplicitamente all&#8217;introversione, che egli abbia intuito l&#8217;esistenza di una tipologia caratteriale diversa rispetto alla media, atta a funzionare come una sorta di prisma delle ambivalenze intrinseche alla natura umana, è attestato dal fatto che, ne <em>L&#8217;idiota</em>, più ancora che in altre opere, i protagonisti e coloro che appartengono a tale tipologia risaltano sullo sfondo di un mondo la cui normalità, peraltro apparente, fa sì che quell&#8217;ambivalenza si esprime sul registro della mediocrità.</p>
<p>Ciò concerne l&#8217;uomo comune:</p>
<blockquote>
<p>Ci sono delle persone difficili da caratterizzare una volta per tutte nei loro tratti più tipici. Esse vengono di solito definite &#8220;comuni&#8221;, &#8220;la maggioranza&#8221;, e di fatto costituiscono la grande maggioranza di ogni società…<br />
<br />
Ciò nonostante rimane dinanzi a noi un quesito: come si deve comportare il romanziere con le persone ordinarie, completamente &#8220;comuni&#8221;, come deve porle dinanzi al lettore per renderle in qualche modo interessanti? Escluderli del tutto dal racconto non si può dal momento che le persone ordinarie costituiscono continuamente e nella maggioranza dei casi l&#8217;elemento indispensabile nel concatenarsi degli eventi della vita, escluderli dunque significherebbe trasgredire alla regola della verosimiglianza. Riempire i romanzi unicamente di tipi o, semplicemente per suscitare interesse, di esseri strani e inesistenti sarebbe inverosimile e, certo, anche poco interessante. Secondo noi, lo scrittore deve cimentarsi nello scoprire sfumature interessanti e istruttive anche nell&#8217;ordinarietà. Proprio quando, per esempio, l&#8217;essenza stessa di alcune persone ordinarie si racchiude nella loro ordinarietà quotidiana e immutabile oppure, ancora meglio, quando, nonostante tutti i loro sforzi straordinari per sfuggire in qualche modo dalla sfera della routine e della banalità, finiscono tuttavia per rimanervi immutabilmente ed eternamente invischiati, allora anche tali persone acquisiscono a modo loro una caratteristica tipica: la loro ordinarietà, che non vuole in alcun modo rimanere ciò che è, ma vuole diventare a qualunque costo originale e indipendente senza essere dotata di alcun mezzo per esserlo…</p>
<p>
In realtà non c&#8217;è niente di più triste che, per esempio, essere ricchi, di buona famiglia, di bell&#8217;aspetto, abbastanza istruiti e intelligenti, persino buoni, e al tempo stesso non avere nessun talento, nessuna peculiarità, neanche una stranezza, né un&#8217;idea originale, insomma essere proprio &#8220;come tutti&#8221;. La ricchezza c&#8217;è, sì, ma non come quella dei Rothschild; la famiglia onorata, anche, ma non si è mai distinta in nulla; l&#8217;apparenza è piacevole, ma poco espressiva; l&#8217;educazione passabile, ma non si sa come metterla a frutto; l&#8217;intelligenza c&#8217;è, ma senza <em>idee proprie</em>; il cuore c&#8217;è, ma senza magnanimità e così via per tutti gli altri aspetti. Di persone come queste al mondo ce ne sono moltissime e anche più di quante sembrerebbe. Si dividono come il resto delle persone in due ordini principali: gli uni limitati, gli altri &#8220;assai più intelligenti&#8221;. I primi sono più felici. Per l&#8217;uomo &#8220;comune&#8221; limitato, per esempio, non c&#8217;è niente di più facile che immaginare se stesso come una persona poco comune e originale, compiacendosene senza alcun tentennamento…<br />
<br />
La sfrontataggine dell&#8217;ingenuità, in alcuni casi, arriva a livelli stupefacenti. Tutto questo sembra impossibile, ma lo si riscontra di continuo… l&#8217;incrollabile fiducia dell&#8217;uomo stupido in se stesso e nel proprio talento&#8230;<br />
</p>
<p>&#8230; questa categoria, come abbiamo già detto, è molto più infelice della prima. Il fatto è che l&#8217;uomo comune <em>intelligente</em>, anche se qualche volta di sfuggita ha immaginato di essere uomo geniale e originalissimo (anche per tutta la sua vita), ciò nonostante conserva nel suo cuore il tarlo del dubbio che lo conduce alla più totale disperazione. Anche se si rassegna, è completamente avvelenato interiormente dalla vanità frustrata. D&#8217;altronde abbiamo preso in considerazione un caso limite, mentre nella stragrande maggioranza di questa <em>intelligente</em> categoria di persone il fenomeno ha luogo non in maniera così tragica: ci si rovina un po&#8217; il fegato, ecco tutto. Tuttavia prima di arrendersi e rassegnarsi, queste persone a volte ne combinano delle belle per moltissimo tempo, dalla giovinezza all&#8217;età della rassegnazione, e tutto a causa del desiderio di originalità.</p>
</blockquote>
<p>Se <strong>la mediocrità è il tratto distintivo dell&#8217;uomo comune</strong>, essa investe, mutatis mutandis, anhe l&#8217;élite sociale, la classe nobiliare. Il principe Myskin tenta di illudersi a riguardo:</p>
<blockquote>
<p>Per la prima volta nella vita vedeva un angoletto di quello che si definiva col terribile nome di &#8220;gran mondo Da molto tempo, in seguito ad alcuni speciali propositi, congetture e inclinazioni, desiderava ardentemente penetrare in quella cerchia incantata di persone, proprio per questo la prima impressione lo coinvolgeva tanto. La prima impressione fu persino fantastica. Ebbe la subitanea sensazione che tutte quelle persone fossero nate proprio per stare insieme, che non fosse in corso nessuna &#8220;serata&#8221; con invitati, ma che quelli fossero intimi amici ai quali egli era legato da lunga e devota frequentazione e affinità di pensiero e dai quali era tornato dopo una breve separazione.</p>
<p>
Il fascino delle belle maniere, della sobrietà e della apparente sincerità era quasi magico. Non gli venne neanche in mente che tutta quella spontaneità, quella nobiltà, l&#8217;arguzia, il contegno dignitoso, potessero far parte di un&#8217;eccellente e artistica messinscena. La maggioranza di quelle persone, nonostante l&#8217;imponente esteriorità, era composta da persone abbastanza insulse che, tra l&#8217;altro, ignoravano, nel loro autocompiacimento, che quello che di buono c&#8217;era in loro era solo messinscena. Delle loro qualità essi non avevano merito dal momento che l&#8217;acquisivano inconsciamente, ereditariamente. Il principe non voleva neanche sospettare una cosa simile incantato dalla delizia della prima impressione.</p>
</blockquote>
<p>Ma la &#8220;verità&#8221; sfugge, infine, dalle sue labbra:</p>
<blockquote>
<p>Perché è proprio così, siamo ridicoli, superficiali, con cattive abitudini, ci annoiamo, non sappiamo osservare, non sappiamo comprendere, siamo tutti della stessa pasta, tutti, sia voi sia io, sia loro! Ecco non vi offendete se vi dico in faccia che siete ridicoli? E se è così, non è vero che siete materia viva? Sapete, secondo me, essere ridicoli a volte è bene, persino meglio: è più facile perdonarsi l&#8217;un l&#8217;altro, è più facile riconciliarsi. Non si può capire tutto subito, non si può cominciare dalla perfezione! Ci sono tante cose da non capire prima di raggiungere la perfezione! Quando si capisce troppo in fretta, non si capisce bene. Lo dico a voi, a voi che siete già in grado di capire molto e&#8230; di non capire.</p>
</blockquote>
<p>&Egrave; sullo sfondo di questa universale mediocrità che vanno analizzate le tipologie dei protagonisti del romanzo &#8211; Lev Nikolaeviè Myškin e Nastas&#8217;ja Filippovna -, che sono le due facce estremizzate della stessa medaglia, il cui conio è <strong>una sensibilità del tutto fuori dell&#8217;ordinario</strong>.</p>
<p>La trama del romanzo è esposta in questi termini nel Dizionario Bompiani delle Opere e dei Personaggi:</p>
<p><em>
<p>Il principe Myskin, ultimo germoglio d&#8217;una grande famiglia decaduta, ritorna in patria dopo aver soggiornato in Svizzera per ragioni di salute, essendo malato di nervi. In realtà in questo uomo apparentemente &#8220;idiota&#8221;, la cui idiozia consiste nell&#8217;assoluta impotenza della volontà e in una fede assoluta negli altri, fondata sopra una ancora più assoluta inesperienza di vita, Dostoevskij voleva dare un simbolo della saggezza cristiana nella sua essenza più pura.</p>
<p>Compagno di viaggio di Myskin in Russia è Rogozin, colui che gli offrirà l&#8217;occasione di dimostrare quel che può capitare a un uomo &#8220;positivamente buono&#8221; a contatto con la realtà. Spinto da una segreta simpatia e dal bisogno di confidarsi, Rogozin, giovane esuberante e volitivo, confida durante il viaggio a Myskin, che è spiritualmente il suo opposto, la passione violenta suscitata in lui da Nastasja Filippovna , una bellezza di fama equivoca la quale, orfana fin dall&#8217;infanzia, educata per carità, e divenuta amante dell&#8217;uomo che si era preso cura di lei, quasi con il senso di una doverosa ma disgustosa restituzione del beneficio ricevuto, nasconde nell&#8217;animo, naturalmente generoso, una avversione per il mondo maschile e, in genere, per tutti coloro che sembrano valersi, per umiliarla, di una sorte più fortunata.<br />
Giunti a Pietroburgo, i due si separano, e il principe si reca dal generale Epancin, suo parente, dal quale spera essere aiutato nella vita di lavoro che intende cominciare.</p>
<p>&#8220;Il romanzo, intricatissimo di avvenimenti, che si svolgono in breve periodo di tempo, muove di qui in un&#8217;atmosfera di nervosa inquietudine. Presso il generale, Myskin sente ancora parlare di Nastasja: il segretario del generale, infatti, Ganja, si prepara a sposarla in vista della dote che le darà il suo protettore di un tempo. E un legame sotterraneo attira il giovane principe verso questa ignota in cui intuisce un carattere nobile, vittima delle circostanze.<br />
Andato in casa di Ganja, che si offre di ospitarlo, egli incontra la donna e confusamente intuisce la situazione: Ganja non è un disonesto ma un ambizioso che vorrebbe quel matrimonio per i vantaggi che ne deriverebbero alla sua carriera; Nastasja, d&#8217;altra parte, sarebbe forse disposta ad accettarlo se appena vedesse predominare in lui un sentimento più umano, ma è disgustata dal suo piccolo arrivismo che sferza con violenta ironia quasi per costringerlo a superarlo. Così Myskin, uscito appena da una malattia che gli aveva oscurato la mente, intimamente convinto che ogni gesto umano debba essere volto al bene dei suoi simili e che ogni uomo sia in ansiosa ricerca della propria bontà, si getta indifeso nella pericolosa avventura. La sera egli si presenta non invitato in casa di Nastasja, circondata da una compagnia di gente che aspetta la sua decisione se sposare o no il pretendente Ganja, e quando arriva Rogozin, ubriaco e in compagnia di ubriachi, che getta sul tavolo una forte somma con la quale vorrebbe compensare la donna della dote promessa dal suo protettore e portarla poi con sé come amante, egli si fa decisamente difensore di Nastasja e si dichiara pronto a sposarla per salvarla dalla rovina.<br />
Nastasja vede in lui l&#8217;uomo che potrebbe veramente salvarla, ma non accetta questa soluzione dettata dalla pietà e troppo pericolosa per il giovane; e fugge con Rogozin.<br />
La posizione di Myskin diviene ancor più complessa con il delinearsi dell&#8217;amore di Aglaja, la figlia minore del generale Epancin, per lui: amore dissimulato per orgoglio ma alimentato da un&#8217;affezionata ammirazione. Il principe sembra corrispondere, ma, in lui, il richiamo del sesso non riesce ad affiorare dal senso di universale affetto che lo lega agli uomini tutti; e questo, se da un lato fa aumentare l&#8217;ammirazione di Aglaja per lui, dall&#8217;altro esaspera la sua femminilità e la porta talora a disprezzare l&#8217;uomo nella creatura superiore che essa venera. Infine tra Myskin e Rogozin si viene lentamente formando un rapporto di simpatia quasi fraterna, per quel che di superiore hanno in comune nei loro atteggiamenti verso Nastasja, e, insieme, da parte di Rogozin, di furiosa rivalità, che spinge il giovane fin quasi a tentar di uccidere l&#8217;amico.</p>
<p>Dietro queste vicende principali passano poi figure minori, amici di Rogozin e di Myskin, studenti senza avvenire, uomini mancati di ogni sorta, in cui imperversa egualmente la triste lotta tra segrete tendenze verso il bene e una effettiva malvagità. Quasi commento dell&#8217;insieme, figura di adolescenza sana e in buona fede fra tanti ondeggianti motivi, è Kolja, il fratello minore di Ganja, a cui è affidato lo stesso compito che avrà Alësa nei Fratelli Karamazov. Il romanzo finisce tragicamente con l&#8217;uccisione di Nastasja per mano di Rogozin e con la definitiva follìa del principe.&#8221;</p>
<p></em></p>
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		<title>Fëdor Dostoevskij &#8211; Memorie dal sottosuolo</title>
		<link>http://www.legaintroversi.it/2006/12/06/fedor-dostoevskij-memorie-dal-sottosuolo/</link>
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		<pubDate>Wed, 06 Dec 2006 08:54:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Introversione e letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[disprezzo]]></category>
		<category><![CDATA[Dostoevskij]]></category>
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		<description><![CDATA[1. Sono un uomo cattivo. Un uomo sgradevole. Non ho mai potuto diventare cattivo. In ogni momento riconoscevo in me molti, moltissimi elementi quanto mai in contrasto con ciò. Sapevo che fermentavano in me, questi elementi contrastanti. Sapevo che per tutta la vita avevano fermentato in me e che cercavano di uscire all&#8217;esterno, ma io [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1.</h3>
<blockquote>
<p>Sono un uomo cattivo. Un uomo sgradevole.</p>
</blockquote>
<blockquote>
<p>Non ho mai potuto diventare cattivo. In ogni momento riconoscevo in me molti, moltissimi elementi quanto mai in contrasto con ciò. Sapevo che fermentavano in me, questi elementi contrastanti. Sapevo che per tutta la vita avevano fermentato in me e che cercavano di uscire all&#8217;esterno, ma io non lasciavo, non lasciavo, apposta non lasciavo che si sprigionassero. Mi torturavano fino a farmi vergognare; mi conducevano fino alle convulsioni e alla fine mi sono venuti in odio, come mi sono venuti in odio!</p>
</blockquote>
<blockquote>
<p>Io non posso essere&#8230; buono!</p>
</blockquote>
<p>Queste tre citazioni esprimono il singolare e drammatico modo di essere del personaggio delle <strong><em>Memorie</em></strong>, che, ricostruendo le vicissitudini della sua esperienza, scava dentro di sé nella vana ricerca di dare un senso alle contraddizioni che la sottendono e la caratterizzano. Le conclusioni filosofiche cui egli giunge, esposte nella prima parte del racconto, sono di un amaro pessimismo. Nel mondo si danno solo due categorie: <strong>uomini d&#8217;azione, normali in quanto si adattano alle circostanze dell&#8217;esistenza, senza la pretesa di abbattere i muri di pietra delle leggi di natura e del senso comune, stupidi, dunque, ma socialmente integrati, e uomini di pensiero, la cui coscienza ipertrofica lavora di continuo per negare e trascendere quelle circostanze con l&#8217;effetto di destinarli a dare pateticamente a testa contro quei muri</strong>.</p>
<p>Il narratore appartiene a quest&#8217;ultima categoria: tanto egli disprezza, invidiandoli, gli esseri normali, quanto disprezza se stesso. L&#8217;ininterrotto lavorio della coscienza, infatti, non ha prodotto che una totale sterilità:</p>
<blockquote>
<p>Non solo cattivo, ma proprio nulla sono riuscito a diventare: né cattivo, né buono, né furfante, né onesto, né eroe, né insetto.</p>
</blockquote>
<p>Egli è solo un topo, trincerato nel suo fetido sottosuolo, che nutre vanamente invidia, rancore e disprezzo per tutto il mondo, ma è lucidamente consapevole del fatto che il suo contrapporsi ad esso in nome di principi sublimi ed elevati è semplicemente presunzione. Egli non è migliore degli altri, se non per il fatto di rendersi conto della sua contraddittorietà e della sua miseria, che è sotto i suoi occhi e si esprime nell&#8217;agire comportamenti degradanti e incivili, del tutto incompatibili con quei principi.</p>
<p>Cionondimeno, egli non può desistere dall&#8217;interrogarsi sulla propria condizione e sulla condizione umana in generale, per quanto la pretesa di giungere ad afferrarne il senso sia vana. Egli rivendica dunque il primato del pensiero sull&#8217;azione, per quanto sterile esso sia:</p>
<blockquote>
<p>Molto meglio capire tutto, esser coscienti di tutto, di tutte le impossibilità e i muri di pietra, ma non rassegnarsi a nessuna di queste impossibilità e muri di pietra, se vi ripugna rassegnarvi.</p>
</blockquote>
<p>Esser coscienti di tutto, secondo l&#8217;uomo del sottosuolo, significa prescindere dall&#8217;idea che l&#8217;uomo sia un essere razionale che si muove solo sulla base di un calcolo utilitaristo dei suoi interessi. Quest&#8217;idea, infatti, porta facilmente alla conclusione che, se egli veramente sapesse quali sono i suoi reali interessi, agirebbe secondo natura e diventerebbe addirittura virtuoso. Ora,</p>
<blockquote>
<p>tutti questi bellissimi sistemi, tutte queste teorie che spiegano all&#8217;umanità i suoi veri, normali interessi affinché essa, tendendo necessariamente a raggiungerli, diventi subito buona e nobile, per il momento, secondo la mia opinione, sono semplici sofismi!</p>
</blockquote>
<p>La realtà è che</p>
<blockquote>
<p>l&#8217;uomo è ancor lungi dall&#8217;essersi <em>abituato</em> ad agire così come gli suggeriscono la ragione e le scienze.</p>
</blockquote>
<p>Né c&#8217;è da prevedere che questa abitudine potrà mai esse conseguita, perché</p>
<blockquote>
<p>l&#8217;uomo, sempre e ovunque, chiunque fosse, ha amato agire così come voleva, e non come gli ordinavano la ragione e il tornaconto; infatti si può volere anche contro il proprio tornaconto, anzi talvolta <em>decisamente si deve</em> (questa è già una mia idea). La propria voglia, arbitraria e libera, il proprio capriccio, anche il più selvaggio, la propria fantasia, eccitata a volte fino alla follia: tutto ciò è proprio quel vantaggio supremo e tralasciato, che sfugge a qualsiasi classificazione e per colpa del quale tutti i sistemi e le teorie vanno costantemente a farsi benedire. E chi l&#8217;ha detto a tutti quei saggi che l&#8217;uomo ha bisogno di una volontà normale, virtuosa? Come hanno immaginato con tanta sicurezza che l&#8217;uomo abbia bisogno per forza di una volontà razionalmente vantaggiosa? L&#8217;uomo ha bisogno soltanto di una volontà <em>autonoma</em> per quanto possa costare questa autonomia e a qualsiasi conseguenza porti.</p>
</blockquote>
<p>Il nodo filosofico dell&#8217;esistenza è, infatti, nella <strong>contrapposizione irriducibile tra ragione e volontà</strong>:</p>
<blockquote><p>La ragione è una buona cosa, questo è indubbio, ma la ragione è solo ragione e soddisfa soltanto la facoltà raziocinante dell&#8217;uomo, mentre la volontà è manifestazione di tutta la vita, cioè di tutta la vita umana, sia con la ragione che con tutti i pruriti. E benché in questa manifestazione la nostra vita si riduca spesso a una porcheriola, tuttavia è vita, e non soltanto l&#8217;estrazione di una radice quadrata&#8230; Che cosa sa la ragione? La ragione sa solo quel che ha fatto in tempo a conoscere (altro, forse, non saprà mai; anche se non è consolante, perché nasconderlo?), mentre la natura umana agisce tutta intera, con tutto ciò che vi è in essa, in modo cosciente e inconscio, e magari mente, ma vive.<br />
<br />
L&#8217;uomo può augurarsi di proposito, consapevolmente, anche qualcosa di dannoso, di stupido, perfino stupidissimo, e cioè per avere il <em>diritto</em> di augurarsi anche ciò che è stupidissimo e non essere vincolato all&#8217;obbligo di desiderare soltanto ciò che è intelligente. Infatti questa cosa stupidissima, questo capriccio, signori, in realtà può essere quel che di più vantaggioso c&#8217;è per noialtri sulla terra, soprattutto in certi casi. E in particolare può essere più vantaggioso di tutti i vantaggi perfino nel caso in cui vi porti un danno evidente e contraddica alle più sensate deduzioni della nostra ragione in materia di tornaconto, perché in ogni caso ci salvaguarda la cosa più importante e preziosa, cioè la nostra personalità e la nostra individualità.</p>
</blockquote>
<p>Molto spesso dunque e, anzi, il più delle volte</p>
<blockquote>
<p>la volontà è assolutamente e caparbiamente in disaccordo con la ragione.</p>
</blockquote>
<p>La ragione, che è propria degli uomini d&#8217;azione, privilegia infatti</p>
<blockquote>
<p>il benessere, la ricchezza, la libertà, la tranquillità, eccetera, eccetera.</p>
</blockquote>
<p>Essa però deve fare i conti con una volontà che si sottrae sistematicamente al suo controllo e, come un doppio che alberga nell&#8217;uomo, scombina il calcolo razionale dei vantaggi, aggiungendone un altro che</p>
<blockquote>
<p>non entra in nessuna classificazione, non trova posto in nessuna lista. Io, per esempio, ho un amico&#8230; Eh, signori! Ma lui è amico anche vostro; e del resto di chi, di chi mai non è amico! Preparandosi all&#8217;azione, questo signore vi esporrà subito, ampollosamente e chiaramente, come appunto deve agire secondo le leggi della ragione e della verità. Non basta: con emozione e trasporto vi parlerà dei veri, normali interessi umani; con sarcasmo rimprovererà i miopi sciocchi che non comprendono né il proprio tornaconto, né il vero significato della virtù; ed esattamente un quarto d&#8217;ora dopo, senza alcun pretesto improvviso, estraneo, ma proprio per qualcosa di interno, che è più forte di tutti i suoi interessi, suonerà tutt&#8217;altra musica, cioè andrà chiaramente contro ciò di cui ha parlato lui stesso: sia contro le leggi della ragione, sia contro il proprio tornaconto, bè, in una parola, contro tutto.</p>
</blockquote>
<p>C&#8217;è dunque nell&#8217;uomo <strong>un&#8217;irrazionalità di fondo irrimediabile</strong>, significativa solo perché essa appare animata da <strong>un&#8217;incoercibile desiderio di libertà e d&#8217;individuazione</strong>, ma, proprio per ciò, destinata ad esprimersi secondo modalità che lo rendono imprevedibile e, al limite, cattivo. Tale irrazionalità è più spiccata negli uomini di pensiero, che sono più facilmente preda di quel desiderio.</p>
<p>La filosofia espressa da <span class="highlight-blue-b">Dostoevskij</span> per bocca dell&#8217;uomo del sottosuolo è una filosofia romantica, avversa al razionalismo e al positivismo, che sottolinea quanto c&#8217;è nella natura umana di contraddittorio, caotico e irriducibile a qualunque formula esplicativa, e privilegia gli aspetti emozionali e inconsci rispetto a quelli coscienti, assumendo come motivazione ultima dell&#8217;agire umano la volontà desiderante di essere a qualunque costo un individuo piuttosto che la pedina di un ingranaggio.</p>
<p>Non v&#8217;è da sorprendersi pertanto che Dostoevskij sia stato profondamente apprezzato dall&#8217;uomo del sottosuolo per eccellenza &#8211; <a href="/2007/05/25/la-personalita-di-friedrich-nietzsche/">Nietzsche</a> &#8211; che egli ha quasi anticipato scrivendo:</p>
<blockquote>
<p>Io, per esempio, non mi stupirò affatto, se a un tratto, di punto in bianco, in mezzo alla futura razionalità universale salterà fuori un qualche gentleman dalla fisionomia poco nobile o, per meglio dire, retrograda e beffarda, punterà le mani sui fianchi e dirà a tutti noi: «Ebbene, signori, che ne direste di dare un calcio e buttare all&#8217;aria tutta questa razionalità in un colpo solo, con l&#8217;unico scopo di mandare al diavolo tutti questi logaritmi e poter di nuovo vivere secondo la nostra stupida volontà?»</p>
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