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	<title>LIDI - Lega Italiana per la tutela dei Diritti degli Introversi &#187; introversione</title>
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	<description>Conoscere, riconoscere, riabilitare l&#039;introversione e prevenire il disagio degli introversi</description>
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		<title>Rossore addio, alla ricerca della fiducia in se stessi</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 11:41:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Rossore addio, alla ricerca della fiducia in se stessi la Repubblica &#8211; 10 gennaio 2012 di Valeria Pini L&#8217;articolo è disponibile sul sito de La Repubblica e sul nostro Scribd in formato .pdf: Rossore addio, alla ricerca della fiducia in se stessi. Mentre un film francese affronta il tema della timidezza e della fobia sociale, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>Rossore addio, alla ricerca della fiducia in se stessi</p>
<p><em>la Repubblica</em> &#8211; 10 gennaio 2012</h3>
<h4>di Valeria Pini</h4>
<p><span class="highlight-green">L&#8217;articolo è disponibile sul sito de <em><a href="http://www.repubblica.it/salute/ricerca/2012/01/10/news/rossore_addio_alla_ricerca_della_fiducia_in_se_stessi-27860140/">La Repubblica</a></em> e sul nostro <a href="http://www.scribd.com/LegaIntroversi">Scribd</a> in formato .pdf: <a href="http://www.scribd.com/doc/79097307/Rossore-addio-alla-ricerca-della-fiducia-in-se-stessi"><strong>Rossore addio, alla ricerca della fiducia in se stessi</strong></a>.</span> </p>
<p><em>Mentre un film francese affronta il tema della timidezza e della fobia sociale, anche in Italia crescono i gruppi di auto-aiuto. Paure e angosce possono spingere all&#8217;isolamento e trasformarsi in malattia. In rete nascono forum e social network per aiutare i pazienti.</em></p>
<p>Cyrano de Bergerac aveva così paura di non piacere alla sua bella da non riuscire a dichiararle il suo amore. Le emozioni possono bloccare, inibire ogni azione. Spingono all&#8217;isolamento, alla chiusura in un mondo fatto di solitudine. Paure e sensazioni che possono essere un problema e a volte trasformarsi in malattia. Delle angosce dei timidi parla anche <em>Emotivi anonimi</em>, la commedia francese in cui il proprietario di una fabbrica di cioccolato incontra una donna che, come lui, soffre di fobia sociale. «La timidezza non è una malattia, indica un comportamento che va ricondotto all&#8217;introversione che solo in alcuni casi estremi può portare al disagio psichico &#8211; dice Luigi Anepeta, psichiatra e autore del saggio <em>Le talpe riflessive. Il mondo sotterraneo dell&#8217;introversione</em> &#8211; A volte la difficoltà del rapporto con l&#8217;altro nasce dal fatto che le persone sono banali, poco interessanti». </p>
<p>Ma che cosa fare quando l&#8217;ansia cresce fino ad arrivare alla fobia sociale? «L&#8217;introverso deve riuscire a riconoscere i propri valori, ma anche accettare i propri limiti», spiega lo specialista. Secondo gli esperti è importante aiutare i pazienti a relativizzare il concetto di &#8220;normalità&#8221; e a sviluppare le proprie potenzialità. «Una mia paziente aveva una sensibilità che l&#8217;aveva fatta sentire &#8220;diversa&#8221; e aveva pressoché disimparato a parlare &#8211; dice Nicola Ghezzani, presidente dell&#8217;Asip, Associazione per lo studio delle iperdotazioni psichiche e autore di <em>A viso aperto</em> &#8211; viveva in una sorta di mutismo. Ha cominciato a guarire quando le ho consigliato di dare spazio alla sua vocazione poetica. Oggi scrive, frequenta altri poeti e ha ritrovato la sua socialità naturale». </p>
<p>Anche in Italia, proprio come in <em>Emotivi Anonimi</em>, esistono <a href="http://www.emotivianonimi.it">gruppi di auto-aiuto</a> che offrono un programma simile a quello per chi deve smettere di bere. Il primo passo per uscire dal proprio guscio è quello di «accettare di essere impotenti di fronte alle emozioni». La <a href="http://www.legaintroversi.it">Lega per la difesa dei diritti degli introversi</a> , presieduta da Anepeta, cerca di ricordare gli aspetti positivi del concetto di &#8220;pudore&#8221; e &#8220;riservatezza&#8221;. Questa rete ha dato vita a un forum e a un social network frequentato da centinaia di persone. Fra i vari quesiti che arrivano agli esperti ce ne sono molti che riguardano i bambini. «Si possono aiutare a esporre le proprie qualità e rinforzare così l´autostima. Forzarli a essere estroversi in senso generico comporta un grave danno perché li espone all&#8217;angoscia della performance», dice Ghezzani.</p>
<p>È la stessa ricetta che devono seguire i timidi in amore. Spesso sono proprio loro a trovare una forza improvvisa nei momenti importanti. Ancora Ghezzani: «A volte è necessario esporsi alle proprie paure, ma solo quando il desiderio raggiunge una soglia critica, quella della &#8220;necessità morale&#8221;: se amo davvero quella ragazza o devo chiarire la mia posizione etica con il capo allora posso attingere a una forza morale che travolge le limitazioni del mio io. Il timido cerca autenticità e deve muoversi in modo sincero prima di imparare a mentire come tutti gli altri». </p>
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		<title>Intervista del dottor Anepeta alla Radio Svizzera</title>
		<link>http://www.legaintroversi.it/2011/03/09/intervista-del-dottor-anepeta-alla-radio-svizzera/</link>
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		<pubDate>Wed, 09 Mar 2011 15:13:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Stampa e media]]></category>
		<category><![CDATA[interviste]]></category>
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		<description><![CDATA[Il mondo degli introversi con Luigi Anepeta (di Mariella Salati &#8211; Millevoci, mercoledì 9 marzo ore 11:05) Chi sono e come vivono gli introversi? È vero che le persone introverse sono timide e incapaci di relazionarsi agli altri? Quale spazio hanno in una società che è costruita solo per gli estroversi e tende a rifiutare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>Il mondo degli introversi</h3>
<p class="alignr"><strong>con Luigi Anepeta (di Mariella Salati &#8211; <em>Millevoci</em>, mercoledì 9 marzo ore 11:05)</strong></p>
<p>Chi sono e come vivono gli introversi? È vero che le persone introverse sono timide e incapaci di relazionarsi agli altri? Quale spazio hanno in una società che è costruita solo per gli estroversi e tende a rifiutare gli introversi non permettendo loro di essere come sono? Come si devono comportare i genitori dei bambini introversi? A questa e ad altre domande cercheremo di dare una risposta con l&#8217;ospite di Mariella Salati, il dottor Luigi Anepeta, che da molto tempo studia il mondo sotterraneo dell&#8217;introversione.</p>
<p><a href="http://reteuno.rsi.ch/home/networks/reteuno/millevoci/2011/03/09/mondo-introversi.html#Audio"><strong>ASCOLTA l&#8217;intervista</strong></a>.</p>
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		<title>Tre domande sull&#8217;introversione allo scrittore Erri De Luca</title>
		<link>http://www.legaintroversi.it/2011/01/18/tre-domande-sullintroversioneallo-scrittore-erri-de-luca/</link>
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		<pubDate>Tue, 18 Jan 2011 09:00:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Testimonianze]]></category>
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		<category><![CDATA[senso di giustizia]]></category>

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		<description><![CDATA[Tu scrivi, in &#8220;Non ora, non qui&#8221;, che sei stato &#8220;un bambino più assorto che quieto&#8221; e, parlando ancora di te stesso, ricordi che &#8220;una fioritura di reticenze&#8221; preparava la tua identità. Questi caratteri si ripetono nelle esperienze di molti introversi. Come hai vissuto l&#8217;indole che descrivi in modo così limpido nel tuo libro durante [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Tu scrivi, in &#8220;Non ora, non qui&#8221;, che sei stato &#8220;un bambino più assorto che quieto&#8221; e, parlando ancora di te stesso, ricordi che &#8220;una fioritura di reticenze&#8221; preparava la tua identità. Questi caratteri si ripetono nelle esperienze di molti introversi. Come hai vissuto l&#8217;indole che descrivi in modo così limpido nel tuo libro durante la tua infanzia e la tua adolescenza?</em></strong></p>
<p>Ringrazio per l&#8217;aggettivo limpido, che può essere riferito alla scrittura, che arriva a fare da sutura a un tempo suppurato. Nell&#8217;infanzia ero un cespuglio di spine rivolte all&#8217;interno.  L&#8217;adolescenza è stata impegnata dal tentativo di smussarle con lo strumento preferito dai muti, la lingua. Ho letto un castello di libri, ho scritto un deserto di pagine. Non è una terapia, è un modo per approfondire invece il proprio isolamento. </p>
<p><strong><em>Come spesso può registrarsi in molte esperienze di introversi, hai intrapreso la tua strada verso i quarant&#8217;anni anche se durante gli anni da operaio scrivevi nelle ore che ti rimanevano. Quali sono state le difficoltà che hai incontrato nel conciliare il lavoro con la scrittura e quali le motivazioni che ti spingevano a scrivere in quel periodo?</em></strong></p>
<p>Mi sono tenuto compagnia con la scrittura fin da ragazzo. Durante gli anni operai era per me il tempo opposto a quello di lavoro. Aveva un puntiglio di resistenza all&#8217;usura della giornata venduta per salario. Non si conciliavano i due tempi, uno era immenso e schiacciante, l&#8217;altro era minuscolo e capace di non farsi annientare. Scrivevo allora come adesso per raccontarmi storie. Non ho niente dello scrittore professionista che si accomoda al suo scrittoio con l&#8217;intenzione di svolgere il suo lavoro. Scrivo  seduto in qualunque posto e sulle ginocchia. Nessun chiasso intorno, nessuna confusione mi può distrarre.</p>
<p><strong><em>È noto il tuo impegno politico negli anni giovanili e, più tardi, la tua esperienza di impegno civile, in Africa, in Bosnia. È riferibile, questa tua propensione, a quello spiccato senso di giustizia proprio di molti introversi che lo vivono spesso con una profonda sofferenza?</em></strong></p>
<p>La giustizia è il sentimento principale della persona umana, il suo nervo più scoperto. Credo che il periodo rivoluzionario appartenga al tentativo di rispondere a una lesione di quel sentimento. Il 1900 è stato il secolo delle rivoluzioni, ho fatto parte dell&#8217;ultima generazione rivoluzionaria del 1900. Appartenevo alla comunità mondiale che trasformava così i rapporti di forza tra oppressori e oppressi. Nell&#8217;impicciarmi invece di guerre altrui, come quella di Bosnia e quella seguente della Nato contro Belgrado, credo che sono stato mosso dal sentimento della fraternità.</p>
<p class="alignr"><strong>di <span class="highlight-blue">Lisa Cecchi</span> (socia LIDI)</strong></p>
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		<title>Genetica e introversione (3)</title>
		<link>http://www.legaintroversi.it/2011/01/10/genetica-e-introversione-3/</link>
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		<pubDate>Mon, 10 Jan 2011 15:24:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[1. Una prova indiretta del fatto che l&#8217;introversione in sé e per sé è di natura genetica è rappresentata, a mio avviso, dall&#8217;illuminazione che, in parecchi soggetti, sopravviene in seguito alla lettura del Saggio. Essi si riconoscono in gran parte dei vissuti che sono esposti e analizzati al punto che alcuni, con i quali ho [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1.</h3>
<p>Una prova indiretta del fatto che l&#8217;introversione in sé e per sé è di natura genetica è rappresentata, a mio avviso, dall&#8217;illuminazione che, in parecchi soggetti, sopravviene in seguito alla lettura del <a href="http://www.legaintroversi.it/2007/06/30/il-saggio-sullintroversione-timido-docile-ardente/">Saggio</a>. Essi si riconoscono in gran parte dei vissuti che sono esposti e analizzati al punto che alcuni, con i quali ho intrattenuto o intrattengo un rapporto terapeutico, sono giunti a pensare che il libro sia stato scritto sulla base della loro esperienza o addirittura per loro. Anche lettori a me del tutto ignoti mi hanno scritto affermando di essersi riconosciuti. L&#8217;illuminazione riguarda ovviamente sia le caratteristiche che ho definito genotipiche dell&#8217;introversione sia gli sviluppi, più o meno negativi, che intervengono in seguito all&#8217;interazione con l&#8217;ambiente. Le une dipendono dal corredo genetico, le altre dal fatto (essenziale nell&#8217;ottica della teoria psicopatologica struttural-dialettica) che i conflitti psicodinamici, i quali si definiscono sulla base dell&#8217;interazione con l&#8217;ambiente, si esprimono secondo modalità psicodinamiche invarianti.<br />
Anche quest&#8217;ultimo aspetto dipende dalla genetica dei bisogni intrinseci. Ma è il primo che qui interessa.<br />
Tra i vari vissuti che caratterizzano le carriere di vita degli introversi, il più universale in assoluto è quello legato alla presa di coscienza, che interviene a partire da cinque-sei anni, ma che, negli introversi, appare di solito ritardata, di come stanno le cose nel mondo. Tale presa di coscienza è univocamente dolorosa, perché la realtà è molto distante dal &#8220;sogno&#8221; intrinseco all&#8217;introversione. Si potrebbe ricondurla ad un persistente infantilismo, se non fosse che quel sogno, quando le cose vanno bene, di fatto si realizza nella forma di un modo di essere soggettivo e di una pratica sociale, affettiva e culturale che lo designano come non utopistico in rapporto alla natura umana.<br />
L&#8217;unica reazione all&#8217;ambiente che sembra estranea alla predisposizione è il desiderio di cambiare radicalmente pelle, che, in alcuni casi, dà luogo ad un&#8217;identificazione immaginaria con un modo di essere opposto, più o meno estrovertito. Non è un caso, però, che questo tentativo urta solitamente, a livello inconscio, contro un ostacolo che, se non lo frustra, lo rende disfunzionale e improduttivo.<br />
Tradire il proprio modo di essere non è consigliabile per gli introversi perché l&#8217;essere o meglio il diventare se stessi corrisponde ad una vocazione geneticamente determinata. Ma che cosa significa questo con precisione?<br />
Una risposta di ordine generale si può ricavare proprio dai tentativi di cambiare pelle che hanno esiti del tutto negativi. I sintomi che sopravvengono in conseguenza di tali tentativi &#8211; dal panico alla depressione e al delirio persecutorio &#8211; attestano che l&#8217;inconscio si ribella e protesta contro un maltrattamento, anche se il soggetto non ne è consapevole. Ma in nome di cosa l&#8217;inconscio protesta se non di vincoli naturali, per esempio di una sensibilità sociale che va coltivata piuttosto che anestetizzata?<br />
Questa strana circostanza per cui gli introversi giungono inesorabilmente a soffrire orientandosi in una direzione che, nelle loro intenzioni, dovrebbe esitare in un maggior benessere, è di fondamentale importanza per portare avanti la riflessione dell&#8217;incidenza dei fattori genetici sull&#8217;introversione.<br />
Ho parlato di vincoli: termine ambiguo che evoca una coercizione. Di fatto, i vincoli in questione non sono coercitivi se non nella misura in cui definiscono i limiti naturali all&#8217;interno dei quali il soggetto può svilupparsi rimanendo fedele alla sua vocazione ad essere.</p>
<p>Il concetto di limite dello sviluppo della personalità introversa può illustrato in maniera elementare. Dato l&#8217;insieme x dei possibili modi di essere intrinseci al genoma umano, che sono indefiniti per quanto non infiniti, l&#8217;introversione rappresenta un sottoinsieme che riconosce ampie potenzialità di sviluppo ma entro limiti contrassegnati dai vincoli genetici. Le potenzialità di sviluppo comportano che, al di là della fase evolutiva e fino alla fine della vita, gli introversi rimangono plastici per quanto concerne l’apprendimento: essi, in altri termini, maturano, migliorano, si arricchiscono, ecc.<br />
I vincoli genetici per eccellenza sono l&#8217;empatia, il senso di giustizia e l&#8217;apertura mentale. L&#8217;<strong>empatia</strong> promuove una tendenza spontanea ad identificarsi con chi soffre e limita la possibilità di danneggiare gli altri. Il <strong>senso di giustizia</strong> implica la difficoltà di accettare e di adattarsi a circostanze di vita che comportano la violazione della dignità dell&#8217;essere umano sia per quanto riguarda  sé che per gli altri. L&#8217;<strong>apertura mentale</strong> implica l&#8217;esigenza di capire in termini sempre più profondi la realtà umana e non umana.<br />
Sui primi due aspetti mi sono soffermato già molte volte. Essi sono intimamente, anche se non univocamente, correlati. L&#8217;empatia umanizza nella misura in cui comporta l&#8217;intuizione che ogni soggetto è dotato di un suo mondo interiore che può essere compreso come espressione dell&#8217;umano. Il senso di giustizia, viceversa, attiva reazioni emotive di indignazione e di rabbia quando l&#8217;introverso si confronta con comportamenti altrui lesivi della dignità propria o di altri esseri umani. Essa fa riferimento al principio per cui nessun essere umano dovrebbe far soffrire, maltrattare, opprimere o, al limite, sopprimere un simile.<br />
La dinamica di questi due aspetti è complessa. Nella misura in cui l&#8217;empatia si mantiene, il senso di giustizia scorre entro canali che associano alla indignazione la comprensione critica dei motivi per cui gli esseri umani possono comportarsi in maniera alienata o lesiva dei diritti altrui. Spesso però, paradossalmente, l&#8217;identificazione con coloro che subiscono questi comportamenti è tale che la rabbia anestetizza l&#8217;empatia, dando luogo alla demonizzazione dell&#8217;aggressore, del prepotente, del violento. Questa è la matrice della <a href="http://www.legaintroversi.it/2007/03/14/la-sindrome-di-robespierre/">sindrome di Robespierre</a> su cui mi sono già soffermato.<br />
Il terzo aspetto – l&#8217;apertura mentale – richiede qualche riflessione, perché può essere facilmente malintesa.<br />
L&#8217;apertura mentale (<em>openess</em>) è una delle cinque dimensioni o fattori che gli psicologi utilizzano per definire la personalità. Gli altri quattro sono: <em>conscentiousness</em>, <em>extroversion</em>, <em>agreeableness</em>e <em>neuroticism</em>. Si tratta di una teoria discutibile nella misura in cui assume come modello implicito di riferimento un soggetto aperto alle novità, coscienzioso, estroverso, affabile, socievole e tranquillo, vale a dire un soggetto normale nell&#8217;ottica dello stereotipo borghese. Nell&#8217;ottica di tale teoria, l&#8217;introversione non viene di solito considerata associata all&#8217;apertura mentale in questione, che fa riferimento alla flessibilità adattiva ai cambiamenti sociali.<br />
Di fatto, l&#8217;apertura mentale degli introversi è di ordine particolare. Essa comporta un interesse vivo per l&#8217;umano in tutte le sue dimensioni, sotteso da una tendenza ad interrogarsi sulle contraddizioni che lo caratterizzano. Più che un intento di adattamento sociale, essa imlica una valutazione dello stato delle cose sulla base di un modello ideale, di come gli uomini dovrebbero essere. Questo orientamento spiega la suggestione che gli introversi hanno nei confronti della filosofia, della letteratura, dell&#8217;arte, vale a dire di tutte le discipline che sondano l&#8217;universo dei mondi e dei modi di essere possibili.</p>
<p>L&#8217;umano è una polarità che esercita sugli introversi una suggestione permanente, ma non è l&#8217;unica. Di fatto nello spettro introverso rientrano anche coloro che subiscono meno il fascino dell&#8217;umano che non quello, per esempio, della natura o degli animali. Al limite estremo, una quota di introversi sono attratti prevalentemente dagli universi simbolici in sé e per sé. Un certo numero di matematici e di fisici rientrano in questa categoria. Per quanto la rigorosa applicazione del metodo logico possa far pensare che essi rappresentano un&#8217;eccezione rispetto alla legge per cui l&#8217;introversione è caratterizzata da un corredo emozionale molto intenso, ciò non è vero. Quando si dedicano alla manipolazione dell&#8217;universo dei simboli, matematici e fisici sperimentano emozioni di particolare intensità.<br />
In breve, l&#8217;apertura mentale intrinseca al modo di essere introverso fa riferimento piuttosto che al mondo reale, sociale, all&#8217;universo dei mondi possibili. Tra questi mondi si dà anche quello fatto a misura d&#8217;uomo, che essi, se non sono gravati da troppi problemi, cercano di realizzare e di cui sono testimoni nel loro modo delicato ed empatico di entrare in relazione con gli altri, soprattutto con coloro che soffrono.<br />
Con queste considerazioni sembra che ci si sia allontanati dalla tematica del rapporto tra genetica e introversione. Esse invece ci portano in medias res.</p>
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		<title>La rivincita dei timidi nella società arrogante</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Jan 2011 11:16:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La rivincita dei timidi nella società arrogante la Repubblica &#8211; 6 gennaio 2011 di Vera Schiavazzi (con un&#8217;intervista al dott. Anepeta) L&#8217;articolo è disponibile sul nostro Scribd in formato .pdf: La rivincita dei timidi nella società arrogante. Oggi la timidezza è a un bivio: da un lato gli studiosi, e perfino le associazioni, come la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>La rivincita dei timidi nella società arrogante</p>
<p><em>la Repubblica</em> &#8211; 6 gennaio 2011</h3>
<h4>di Vera Schiavazzi (con un&#8217;intervista al dott. Anepeta)</h4>
<p><span class="highlight-green">L&#8217;articolo è disponibile sul nostro <a href="http://www.scribd.com/LegaIntroversi">Scribd</a> in formato .pdf: <a href="http://www.scribd.com/document_collections/2794896"><strong>La rivincita dei timidi nella società arrogante</strong></a>.</span></p>
<p>Oggi la timidezza è a un bivio: da un lato gli studiosi, e perfino le associazioni, come la LIDI che vorrebbero rivalutarla, rispolverando concetti solo apparentemente passati di modo come «pudore», «riservatezza», «temperamento riflessivo». Dall&#8217;altro i gruppi di aiuto che offrono ai troppo timidi un programma del tutto simile a quello di chi deve smettere di bere. E che hanno dato il titolo anche a una divertente commedia dove il proprietario di una fabbrica di cioccolato e un&#8217;sperta del settore sono entrambi iperemotivi e soffrono di fobia sociale, circostanza che porta con sé una serie di conseguenze grottesche e finisce col far ridere perfino i protagonisti. Dichiararsi timidi, del resto, è un&#8217;eccellente occasione anche per chi non ha alcuna intenzione di passare neppure una serata tra gli Emotivi anonimi: lo hanno fatto attori e personaggi dello spettacolo, da Margherita Buy a Vittoria Solarino, da Alessandro Gassman a Piero Chiambretti.</p>
<h4>Il talento dei timidi</h4>
<h5><em>Da Shakespeare fino a personaggi dello spettacolo di oggi: ecco la rivincita contro il mondo degli showmen</em></h5>
<p>Per Shakespeare, Rousseau e Proust è stata un&#8217;inesauribile fonte di ispirazione. Oggi però la timidezza è a un bivio: da un lato gli studiosi, e perfino le associazioni, come la LIDI che vorrebbero rivalutarla, rispolverando concetti solo apparentemente passati di modo come «pudore», «riservatezza», «temperamento riflessivo». Dall&#8217;ltro i gruppi di aiuto-aiuto che spuntano qui e là come funghi e offrono ai troppo timidi un programma in dieci, dodici tappe del tutto simile a quello di chi deve smettere di bere (<a href="http://www.emotivianonimi.freetools.it">www.emotivianonimi.freetools.it</a>).<br />
E che hanno dato il titolo anche a una divertente commedia da poco sugli schermi in Francia (il proprietario di una fabbrica di cioccolato e un&#8217;esperta del settore sono entrambi iperemotivi e soffrono di fobia sociale, circostanza che porta con sé una serie di conseguenze grottesche e finisce col far ridere perfino i protagonisti). Dichiararsi timidi, del resto, è un&#8217;eccellente occasione anche per chi non ha alcuna intenzione di passare neppure una serata tra gli Emotivi anonimi: lo hanno fatto attori e personaggi dello spettacolo, da Margherita Buy a Vittoria Solarino, da Alessandro Gassman a Piero Chiambretti, mentre un serissimo editore come Franco Angeli sta per mandare in libreria (a metà gennaio) quasi 300 pagine sull&#8217;argomento.</p>
<h4>Così i timidi si prendono la rivincita</h4>
<h5><em>Da Shakespeare fino ad attori di successo: ecco come il popolo degli introversi riesce ad affermarsi in un mondo che premia sempre di più gli showman. Gli psicologi: &#8220;Non provate a rieducare i bambini con la forza. Saranno infelici&#8221;</em></h5>
<p>ll titolo? «<a href="/2011/01/04/le-talpe-riflessive-il-mondo-sotterraneo-dell-introversione/">Le talpe riflessive. Il mondo sotterraneo dell&#8217;introversione</a>», curato dallo psicoanalista Luigi Anepeta in collaborazione con Lisa Cecchi, Marcello Di Fiore e Maria Rossi. «Abbiamo raccolto &#8211; spiega Anepeta, che della Lega pro-timidi è il presidente &#8211; le storie delle centinaia di persone che si rivolgono a noi perché con i loro occhi di introversi vedono il mondo che li circonda: rozzo, aggressivo e violento. Temo che abbiano ragione». E giù un impressionante elenco di esempi: «Prendiamo la politica. L&#8217;assemblea Costituente, ad esempio, era composta in gran parte di timidi, lo erano Togliatti, Nenni e De Gasperi, ma fece un ottimo lavoro. Non pare si possa dire la stessa cosa della politica attuale, dove essere uno showman facilita la carriera, mentre chi non lo è spesso si auto-emargina. Una perdita grave, perché gli introversi normalmente coltivano in sé valori che potrebbero essere di grande utilità alla vita pubblica». Ma, lontani dalla ribalta, molti di loro compongono sinfonie, dipingono quadri, fanno scoperte scientifiche e scrivono romanzi destinati a passare alla storia: è il caso di Einstein e di Freud. Di Tolstoi e di Kafka. Di Rousseau e Spinoza come di Ravel, Bartok, Schumann: «Il 7 per cento della popolazione ci ha dato il 60 per cento della cultura alla quale facciamo riferimento». In Occidente, s&#8217;intende, che in Oriente la timidezza non è (ancora) considerata una patologia sociale da curare aggressivamente, mentre in Italia c&#8217;è chi perde il lavoro a partire dal fatto che non riesce a evitare di arrossire alla minima emozione.<br />
Come racconta Giuseppe Rescaldina, terapeuta e sessuologo: «Ci viene insegnato a negare, a non mostrare emozioni, ma questo non è un pregio, semmai un difetto. Non solo nelle relazioni sociali, ma anche nel rapporto amoroso, dove la scoperta dell&#8217;altro &#8211; e dunque la sua ritrosia a farsi scoprire &#8211; è una parte fondamentale dell&#8217;investimento, come sapeva già Freud. Il timido invece è semplicemente qualcuno che accetta di non chiudere la sua &#8220;fabbrica&#8221; interiore, e che può, in molti casi, essere aiutato a superare i suoi limiti più gravi senza tuttavia mai pretendere di &#8220;rieducarlo&#8221; fino in fondo». Chi si innamora di un &#8220;ritroso&#8221;, insomma, è avvisato: «L&#8217;approccio deve essere cauto, come quello tra maestro e discepolo, senza mai forzare ma continuando invece ad alimentare la sottile eccitazione che deriva dal sapere che c&#8217;è ancora molto da scoprire». Attenzione però, perché dietro quei rossori e quella fragilità apparente può celarsi un&#8217;aggressività potenzialmente esplosiva: «Anche i più estroversi e solari sono stati timidi, almeno una volta, e naturalmente non c&#8217;è nulla di male &#8211; premette la psicoterapeuta Maria Rita Parsi &#8211; può trattarsi invece di una malattia vera e propria, e perfino di un tratto ereditario, ma anche di una forma di autodifesa verso sofferenze profonde, in famiglia e fuori. Chi subisce il peso delle umiliazioni, il timore del giudizio altrui, l&#8217;aggressione alla propria autostima (pensiamo al bullismo tra giovanissimi) li accumula come materiale esplosivo nella cavità di un vulcano e sviluppa un sentimento bifronte, che all&#8217;esterno si manifesta con balbuzie e rossori ma dentro può diventare un incendio pronto a esplodere».</p>
<p>C&#8217;è il timido che si finge spavaldo e giunge ai limiti dell&#8217;aggressività, e c&#8217;è il cripto timido, ma entrambi, assicura Parsi, hanno molto bisogno d&#8217;aiuto. «Per prima cosa bisogna scoprire le cause di tanto timore. Poi, la timidezza può anche essere rivalutata se significa discrezione, sobrietà, rispetto per la privacy personale e altrui. Non se rappresenta una fuga da qualsiasi relazione umana». Guai a chi viene rieducato con la forza fin da piccolo: «Molti bambini sono naturalmente introversi e soffrono moltissimo quando vengono gettati all&#8217;improvviso in contesti ricchi di frastuono &#8211; sostiene Anepeta &#8211; occorre lasciare loro la possibilità di ascoltare il proprio mondo interiore, di non omologarsi a forza. Le testimonianze che arrivano sul nostro forum (<a href="http://www.legaintroversi.it">www.legaintroversi.it</a>) dimostrano quanto già avevamo raccontato in un precedente studio, &#8220;Timido, docile, ardente&#8221;, e mostrano la fortuna di chi è stato accettato fin dall&#8217;infanzia e in seguito, magari grazie a un percorso analitico, ha potuto lasciare libere le proprie inclinazioni». Il luogo in cui si vive influenza la possibilità di essere e dichiararsi timidi: perfettamente accettata in Thailandia, la timidezza sembra calare in Israele e negli Stati Uniti, e in generale in tutti quei paesi dove al &#8220;successo&#8221; sociale sembra corrispondere una forte capacità di dichiarare tutto di sé. Anche la filosofia ha la sua parte nel dibattito. «Esistono almeno tre stadi della timidezza, che già Aristotele aveva provato a classificare &#8211; ipotizza Franca D&#8217;Agostini, autrice per Bollati Boringhieri di Verità avvelenata, un&#8217;analisi della menzogna nel discorso pubblico &#8211; Tutto si basa sui confini che poniamo tra noi e gli altri. E nel momento in cui riconosciamo che la nostra paura di essere invasi è la stessa del nostro vicino esprimiamo un &#8220;narcisismo timido&#8221; che è tipicamente alla base della democrazia». E che non è uguale per gli uomini e per le donne, in particolare per quelle che (quando la scelta è volontaria) si difendono col velo più o meno integrale: «Il pudore è stato ed è ancora una categoria spesso usata al femminile &#8211; osserva D&#8217;Agostini &#8211; ma è anche un&#8217;importante forma di protezione da una visibilità che può essere espropriante». Duccio Demetrio, docente di filosofia dell&#8217;educazione e autore di «La vita schiva», da tempo si dedica a insegnare a scrivere la propria autobiografia. E annota: «I timidi sembrano avere più memoria, perché fin dalla primissima infanzia sono stati più attenti, più capaci di ascoltare. All&#8217;atteggiamento riservato viene spesso contrapposta in modo ossessivo la «socializzazione»: peccato che questa parola, ripetuta all&#8217;infinito con pretese educative o peggio rieducative non faccia che deprimere chi vive la timidezza come un segno di inferiorità o di colpa. Invece, è un talento che andrebbe coltivato come tale». Vittorio Lingiardi, psichiatra, psicoanalista e docente, aggiunge: «Se la timidezza patologica, quella che produce una continua frustrazione del desiderio di stare in relazione con gli altri, ed è spesso inevitabilmente legata alla paura di non essere apprezzati e di non valere, è una condizione di effettivo disagio, che una buona psicoterapia può aiutare ad affrontare, credo invece che la timidezza come atteggiamento non-invasivo e non-autocelebrativo, diciamo pure come ingrediente di sobrietà nella vita sociale, possa invece favorire conoscenze più profonde, autentiche e meno esibizionistiche». Chi non è (o non è ancora) un &#8220;emotivo anonimo&#8221;, chi non ha trovato il terapeuta in grado di aiutarlo, può sempre cercare compagni di viaggio disponibili a rivendicare con orgoglio rossori e ritrosie: lo &#8220;shy pride&#8221; è alle porte, e chissà che possa trasformarsi in un nuovo stile sociale. Con qualche prudenza, perché, come dice Alan Bennett nel nuovo Una vita come le altre (Adelphi) «Timido è uno spettro che si allarga da chi fa da tappezzeria alle feste fino allo psicopatico».</p>
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		<title>Le talpe riflessive. Il mondo sotterraneo dell&#8217;introversione</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Jan 2011 13:10:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Saggi del dott. Anepeta]]></category>
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		<description><![CDATA[Le talpe riflessive. Il mondo sotterraneo dell&#8217;introversione Luigi Anepeta (con la collaborazione di Lisa Cecchi, Marcello Di Fiore, Maria Rossi) &#8211; Franco Angeli 2011 Presentazione del libro Talpe riflessive &#8211; gli introversi &#8211; perché vivono nell&#8217;ombra cui li destina il pregiudizio sociale e ciò nonostante, nel chiuso del loro mondo interiore, assolvono il dovere di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><em>Le talpe riflessive. Il mondo sotterraneo dell&#8217;introversione</em><br />
Luigi Anepeta (con la collaborazione di Lisa Cecchi, Marcello Di Fiore, Maria Rossi) &#8211; Franco Angeli 2011</h3>
<h4>Presentazione del libro</h4>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-1443" title="Le talpe riflessive" src="/wp-content/uploads/2011/01/c_talperiflessive.jpg" alt="Le talpe riflessive" width="211" height="310" /> Talpe riflessive &#8211; gli introversi &#8211; perché vivono nell&#8217;ombra cui li destina il pregiudizio sociale e ciò nonostante, nel chiuso del loro mondo interiore, assolvono il dovere di interrogarsi sulla condizione umana, ponendosi problemi e cercando risposte.</p>
<p>In <em><a href="/2007/06/30/il-saggio-sullintroversione-timido-docile-ardente/">Timido, docile, ardente…</a></em> (Franco Angeli, Milano 2007) l&#8217;autore ha tentato di illustrare i valori e i limiti del modo di essere introverso in termini teorici, senza alcun accenno a esperienze individuali.<br />
Questo libro di testimonianze, tratte dal <a href="http://lidi.forumfree.it">Forum della Lega Italiana per la tutela dei Diritti degli Introversi</a>, fornisce le prove che la teoria non è campata in aria (come spesso accade). In esso gli introversi stessi raccontano la loro vicenda umana, spesso duramente segnata dall&#8217;incontro con il pregiudizio sociale che grava sul loro modo di essere, facilmente identificabile fin dall&#8217;infanzia.</p>
<p>Ne viene fuori un quadro con luci ed ombre: l&#8217;empatia, la sofferenza, il rapporto critico con la normalità dominante, la presa di posizione nei confronti dell&#8217;esistente, l&#8217;utopia di un mondo fatto a misura d&#8217;uomo, la passione per la cultura e la ricerca intellettuale.<br />
I commenti mirano a dare un senso a queste vicissitudini socialmente invisibili, nell&#8217;attesa che il mondo prenda coscienza di una diversità preziosa.</p>
<h4>L&#8217;autore</h4>
<p><span class="highlight-green-b">Luigi Anepeta</span>, psichiatra critico, impegnato da molti anni a costruire un modello psicopatologico interdisciplinare che comprenda e spieghi i nessi reciproci tra soggettività e storia sociale, dopo aver partecipato alla stagione antistituzionale si è dedicato alla psicoterapia, alla formazione di operatori e alla ricerca. Ha pubblicato <em>La politica del Super-io</em> (Armando, 1992), <em>Il mondo stregato</em> (Armando 1995), <em>Abracadabra</em> (Edizioni Libreria Croce, 2000), <em>Miseria della neopsichiatria. Sul delirio e sulla predisposizione schizofrenica</em> (Franco Angeli, 2001), <em>Star male di testa</em> (Edizioni Libreria Croce, 2002), <em>Abbecedario di scienze umane e sociali. (Parte di) quello che sarebbe bene conoscere per non vivere (troppo) tranquilli</em> (Franco Angeli, 2007), <em>Timido, docile, ardente. Manuale per capire ed accettare valori e limiti dell&#8217;introversione (propria o altrui)</em> (Franco Angeli, 2005 &#8211; 2007).</p>
<p>Nel 2006 ha fondato la LIDI &#8211; Lega Italiana per i Diritti degli Introversi (<a href="http://www.legaintroversi.it">legaintroversi.it</a>), di cui è Presidente, il cui intento è di intervenire nelle fasi evolutive dello sviluppo al fine di scongiurare il pericolo di un disagio psichico.<br />
Attraverso un sito web (<a href="http://www.nilalienum.it">nilalienum.it</a>) persegue l&#8217;obiettivo di delineare i fondamenti di un sapere panantropologico.</p>
<h4>Collaboratori</h4>
<p>Lisa Cecchi, Marcello Di Fiore e Maria Rossi sono soci LIDI.</p>
<div class="page_box"><span class="highlight-blue">Il libro può essere acquistato in qualunque libreria oppure online (in <strong>edizione a stampa</strong> o <strong>e-book</strong>) sul</span> <a href="http://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_Libro.asp?ID=18910&#038;Tipo=Libro&#038;strRicercaTesto=&#038;titolo=le+talpe+riflessive.+il+mondo+sotterraneo+dell++introversione">sito della casa editrice</a>.</div>
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		<title>In arrivo &#8220;Le talpe riflessive. Il mondo sotterraneo dell&#8217;introversione&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Nov 2010 11:33:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Testimonianze]]></category>
		<category><![CDATA[Anepeta]]></category>
		<category><![CDATA[introversione]]></category>
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		<description><![CDATA[È in corso di stampa Le talpe riflessive. Il mondo sotterraneo dell&#8217;introversione, un libro basato sulle testimonianze tratte dal forum della LIDI e raccolte da Lisa Cecchi, Marcello Di Fiore e Maria Rossi, con alcune note di commento del dott. Anepeta. Oltre all&#8217;edizione a stampa, è prevista anche un&#8217;edizione e-book. Per le copie a stampa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È in corso di stampa <strong><em>Le talpe riflessive. Il mondo sotterraneo dell&#8217;introversione</em></strong>, un libro basato sulle testimonianze tratte dal <a href="http://lidi.forumfree.it">forum della LIDI</a> e raccolte da Lisa Cecchi, Marcello Di Fiore e Maria Rossi, con alcune note di commento del dott. Anepeta. </p>
<p><strong>Oltre all&#8217;edizione a stampa, è prevista anche un&#8217;edizione e-book.</strong></p>
<p>Per le copie a stampa occorrerà prenotarsi inviando una mail a <strong><script type="text/javascript">DisplayMail('legaintroversi.it', 'info', 'contatta');></script><a href="mailto:info@legaintroversi.it">info@legaintroversi.it</a></strong>, perché la distribuzione avverrà prevalentemente attraverso la LIDI.</p>
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		<title>Introversione e Individuazione</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Apr 2010 07:57:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Relazioni e interventi]]></category>
		<category><![CDATA[appartenenza/integrazione]]></category>
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		<description><![CDATA[1. È il momento di porsi un quesito fondamentale per il futuro della LIDI: perché i contenuti culturali che essa cerca di diffondere colpiscono gli introversi che ne vengono a conoscenza, ma non fa presa su di essi, vale a dire non induce un&#8217;adesione all&#8217;Associazione e una partecipazione attiva? Cercherò di rispondere a questo quesito [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1.</h3>
<p>È il momento di porsi un quesito fondamentale per il futuro della LIDI: perché i contenuti culturali che essa cerca di diffondere colpiscono gli introversi che ne vengono a conoscenza, ma non fa presa su di essi, vale a dire non induce un&#8217;adesione all&#8217;Associazione e una partecipazione attiva? </p>
<p>Cercherò di rispondere a questo quesito senza adornare il discorso di formule banali che si adottano comunemente per analizzare un &#8220;insuccesso”. Per un&#8217;Associazione fondata da quasi quattro anni, la cui sigla implica la pretesa di operare a livello nazionale, un numero di iscritti di poche decine  è, di fatto, tale, anche se appare piuttosto in contrasto sia con la vitalità del sito e del forum sia con il numero di copie di <a href="/2007/06/30/il-saggio-sullintroversione-timido-docile-ardente/"><em>Timido, docile, ardente&#8230;</em></a> sinora vendute (circa 2000).</p>
<p>L&#8217;analisi critica deve partire proprio dal saggio e dalla sua struttura che, eccezion fatta per qualche vago consiglio rivolto ai genitori e agli insegnanti, non concede nulla alla moda, dilagante nei libri di psicologia e di varia umanità, di far seguire all&#8217;illustrazione di un problema le ricette per risolverlo. Questa &#8220;insufficienza&#8221;, che, peraltro, si riscontra in tutti i miei libri, e avrebbe bisogno di una lunga giustificazione che non è il caso di fornire qui, si ricava facilmente dalla reazione ambivalente che la sua lettura suscita nei più.</p>
<p>La presa di coscienza di essere introversi e la comprensione di ciò che significa questo particolare modo di essere, è di solito illuminante.</p>
<p>Dopo un entusiasmo iniziale per una scoperta che è un po&#8217; come un uovo di Colombo, gli introversi capiscono, in genere, di non essere &#8220;difettosi&#8221;, &#8220;anormali&#8221;, &#8220;malati&#8221;, ma questa consapevolezza, se migliora in qualche misura la percezione che hanno di sé, non incide sulla vita di relazione sociale, che rimane sottesa da un nodo di vissuti negativi e contraddittori (autosvalutazione, isolamento, invidia  e disprezzo nei confronti dei &#8220;normali&#8221;, rabbia per lo stato di cose esistente nel mondo, ecc.)</p>
<p>L&#8217;iniziale entusiasmo, insomma, dà luogo ad una delusione: di fatto, poco o nulla cambia dentro di sé e, a maggior ragione, nell&#8217;interazione quotidiana con il mondo.</p>
<p>Occorre, a questo riguardo, essere realisti. La nostra cultura è impregnata di pragmatismo. Non uso questo termine in senso negativo. Ritengo che gli esseri umani, sia a livello individuale che collettivo, non possano prescindere dal cercare soluzioni ai problemi in cui si imbattono, di qualunque ordine essi siano.</p>
<p>Non è sorprendente, dunque, che gli introversi, al di là del prendere coscienza di essere tali e di capire cosa questo di fatto significhi sul piano teorico &#8211; in breve, uno stato di disadattamento evolutivo funzionale a promuovere uno sviluppo differenziato e in qualche misura originale della personalità -, nutrano l’aspirazione a vivere meglio. Tale aspirazione, coincida essa con uno stato di malessere sommerso o di malessere franco (psicopatologico), si traduce comunemente in una richiesta univoca &#8211; come si fa a risolvere i problemi? &#8211; con la quale occorre fare i conti.</p>
<p>La mente umana non è un computer: la complessità straordinaria e la sua natura di sistema dinamico, sotteso da un mare di emozioni, di memorie e di contenuti di pensiero, rappresentano la sua grandezza e il suo limite per chi la amministra. Se fosse un computer, sarebbe possibile metterci dentro le mani, montare, smontare i pezzi, sostituirli, ecc. Al limite, un computer non riparabile si rottama e se ne compra un altro. Non essendolo, tutto ciò non è possibile: non lo è per i tecnici, ma neppure per gli amministratori della &#8220;macchina&#8221;. I malfunzionamenti vanno rimediati in mare aperto, mentre la barca continua ad andare.</p>
<p>Parecchi sanno il fascino che esercita su di me la navigazione a vela come metafora della vita. Andare su di una barca a vela, di quelle piccole, che sono più simbolicamente vicine all&#8217;esperienza individuale, significa accettare di avere un controllo minimale sui fattori che consentono ad essa di rimanere in rotta: significa, in breve, raccogliere una sfida con il caso, vale a dire con variabili (il vento, la corrente) del tutto indipendenti dalla volontà del timoniere. Non c&#8217;è nulla di più arduo, quando si naviga a vela, di dovere rimediare ad un guasto. Le manovre che a terra risulterebbero semplici diventano indefinitamente complicate, perché, se è possibile allentare le vele, essa non rimane mai del tutto ferma.</p>
<p>Fuori di metafora, il mare aperto nel quale navighiamo (mettendo da parte il porto familiare che, talora, non è affatto sicuro) è il mondo così com&#8217;è, dominato da un modello &#8211; quello estrovertito &#8211; che non facilita di certo la rotta degli introversi. Non la facilita, ma non la rende neppure impossibile. Perché allora, per molti di noi, è così difficile mantenere l&#8217;equilibrio e la rotta?</p>
<p>Penso che le difficoltà siano due: la prima è la non accettazione del proprio modo di essere in ciò che esso ha di inesorabilmente vincolante sotto il profilo genetico; la seconda è l&#8217;aspirazione latente, talora inconfessata, a raggiungere lo stato di apparente &#8220;benessere&#8221; di cui godono i &#8220;normali&#8221;.</p>
<p>Solo raramente, queste difficoltà sono esplicitate. Sono soprattutto gli adolescenti introversi che rifiutano di accettare la scelta operata dalla natura e di pagare ad essa un prezzo in termini di più o meno dolorosa consapevolezza della diversità.</p>
<p>Tra i giovani e gli adulti, e particolarmente tra quelli che accolgono il messaggio della LIDI, sembra prevalere l&#8217;accettazione della propria condizione, e talora addirittura una sorta di orgoglio che accentua il rifiuto nei confronti dei normali.</p>
<p>Temo, però, che la scarsa adesione alla LIDI &#8211; tenuto conto del numero di lettori del saggio e  di utenti che accedono al forum e affermano di avere scoperto il valore del proprio modo di essere &#8211; attesta che quell&#8217;accettazione è più formale che sostanziale.</p>
<p>Ciò significa, né più né meno, che la domanda cui ho fatto cenno &#8211; come si fa a risolvere i problemi? &#8211; ha delle implicazioni più complesse di quanto si possa pensare. C&#8217;è in particolare da chiedersi se i problemi vissuti sulla pelle &#8211; l&#8217;inadeguatezza, il disagio legato all&#8217;esposizione sociale, l&#8217;autosvalutazione, l&#8217;isolamento, ecc. &#8211; siano veramente quelli da risolvere. Penso di no. Il vero problema, a mio avviso, è la non accettazione dei vincoli inerenti l&#8217;introversione e del &#8220;destino&#8221; che essi comportano.</p>
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		<title>La LIDI nelle scuole: contro la cultura dell&#8217;impossibilità</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Nov 2009 07:38:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandra Bonessi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Conferenze]]></category>
		<category><![CDATA[appartenenza/integrazione]]></category>
		<category><![CDATA[bambini]]></category>
		<category><![CDATA[bullismo]]></category>
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		<description><![CDATA[Che cos&#8217;è l&#8217;introversione. Dal pregiudizio alla conoscenza Incontro di presentazione della LIDI del 21.10.2009 Roma, Biblioteca Comunale &#8220;Casa del Parco-Casale del Giannotto&#8221; Intervento della dott.ssa Alessandra Bonessi Il gruppo di monitoraggio per scuola della LIDI ha il compito di mantenere i contatti con le scuole e di avviare in esse, laddove possibile, progetti di intervento [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="alignr">
<em>Che cos&#8217;è l&#8217;introversione. Dal pregiudizio alla conoscenza</em><br />
<strong>Incontro di presentazione della LIDI del 21.10.2009</strong><br />
Roma, Biblioteca Comunale &#8220;Casa del Parco-Casale del Giannotto&#8221;<br />
Intervento della <span class="highlight-blue">dott.ssa Alessandra Bonessi</span></p>
<p>Il <a href="/progetti-e-attivita/gruppi-operativi/gruppo-di-monitoraggio-per-la-scuola/">gruppo di monitoraggio per scuola</a> della LIDI ha il compito di mantenere i contatti con le scuole e di avviare in esse, laddove possibile, progetti di intervento mirato per le scuole dell&#8217;infanzia e primarie, le scuole medie inferiori e superiori al fine di sensibilizzare alla tematica dell&#8217;introversione così come oggi è qui trattata e sormontare il pregiudizio che grava su di essa.</p>
<p>Mi riferisco a quello che ha appena condiviso il dott. Anépeta, sulla possibilità di realizzare, se pure in parte, il &#8220;sogno&#8221; di potere coinvolgere la collettività  nel tutelare se stessa dal rischio di smarrire quella parte di sé che è un patrimonio di potenzialità (quelle della parte introversa di ognuno di noi); potenzialità che se non espresse pienamente non potrebbero sostenere l&#8217;umanità ad uscire da quella &#8220;preistoria&#8221; caratterizzata dall&#8217;ignoranza, dall&#8217;irrazionale, a volte dal disumano.</p>
<p>In  riferimento al titolo dell&#8217;intervento, <strong><em>La LIDI nelle scuole: contro la cultura dell&#8217;impossibilità</em></strong>, mi riferisco ad un modello negativo piuttosto comune ai nostri giorni, che si può riassumere nel &#8220;così va il mondo&#8221; affermando quindi la <em>cultura dell&#8217;impossibilità</em>, rendendoci impotenti nel credere di potere fare qualcosa e quindi paralizzando sul nascere qualsiasi iniziativa personale. Se veniamo catturati da questo modello, anche la comprensione delle cause che hanno portato a determinati effetti nella nostra società viene meno, in quanto non ci sforzeremo più di comprenderla e ci accontenteremo di una lettura superficiale degli eventi, che potremo solo, passivamente, subire.</p>
<p>Per quanto riguarda i giovani, essi sono vittima di altri <strong>modelli dominanti</strong>, di stampo <em>adultomorfo</em>, come, ad esempio, l&#8217;efficientismo inteso come essere continuamente indaffarati senza però uno scopo chiaro e significativo che orienti il nostro fare quotidiano; la superiorità di una ragione fredda rispetto all&#8217;emozione che viene vissuta come un ostacolo da rimuovere anestetizzandosi; il sapere apparire che vale più dell&#8217;essere; l&#8217;intraprendenza ridotta al saper vendere o al sapersi vendere;  la realizzazione meramente individualistica di se stessi a volte tenendo poco conto dei bisogni e dei sentimenti degli altri; il tutto in una forma di comunicazione vuota in cui il numero di contatti che ho risulta più importante della qualità e dell&#8217;autenticità delle mie relazioni.</p>
<p>Questi tipi di modelli, che non vanno bene neanche per gli estroversi perché li disumanizzano e li allontanano sempre più da un contatto con il loro mondo interno estrovertendoli sempre di più, per gli introversi diventano addirittura patogeni, non riuscendo essi ad adattarsi se non pagando prezzi elevatissimi in termini di disagio  esistenziale se non psicologico. Infatti molti introversi si chiudono rispetto al mondo esterno più del necessario per salvaguardare la propria identità, introvertendosi, e covando verso i cosiddetti &#8220;normali&#8221; rabbie di ogni genere, rabbie che derivano anche dal senso di giustizia sempre fortemente, a volte drammaticamente, rappresentato nel corredo emozionale introverso.</p>
<p>Secondo la visione da noi adottata, alla base dello sviluppo dell&#8217;essere umano si colloca la dialettica tra due bisogni fondamentali che sono organizzatori dell&#8217;identità: il bisogno di appartenenza/integrazione sociale e il bisogno di individuazione personale. </p>
<p>Il primo, il <strong>bisogno di appartenenza-integrazione sociale</strong>, è  la necessità che abbiamo di sentirci parte di quella che si può definire la &#8220;tribù di appartenenza&#8221;: famiglia, contesto, società, della quale, poiché voglio sentirmene parte, condivido regole, idee, mentalità, valori, codici culturali e comportamentali.<br />
Questo bisogno ci rende influenzabili all&#8217;ambiente, e ci porta ad acquisire, come abbiamo detto, i moduli comportamentali del gruppo di cui si è membri  privilegiando la volontà altrui, la forza dell&#8217;insieme piuttosto che quella del singolo e quindi la coesione sociale; sentendoci spinti a compiere quello che riteniamo sia il nostro dovere, in particolare i doveri sociali, di ruolo: diventare una buona madre, un buon padre, figlio, lavoratore, cittadino, studente eccetera&#8230;</p>
<p>Il <strong>bisogno di individuazione personale</strong> invece promuove la differenziazione individuale, la vocazione ad essere personale, la coscienza critica, la volontà propria, i diritti individuali, la rivendicazione di libertà ribellandomi ai doveri sociali e di ruolo. Per individuarmi, infatti, devo in qualche misura oppormi entrando in conflitto con l&#8217;ambiente in cui vivo, mettendone in discussione, in maniera critica, mentalità, valori, codici culturali. La fase adolescenziale, come ben sappiamo, rappresenta la grande crisi oppositiva della vita, indispensabile tuttavia per lo sviluppo dell’adulto ben individuato che dovremmo diventare. Tali bisogni antitetici, perché l&#8217;individuo non sviluppi un malessere, dovrebbero coesistere in una relazione dinamica, che non ne annulli uno in favore di un altro: nessuno di noi è felice se deve fare solo quello che vogliono gli altri, né se per essere libero deve contrapporsi continuamente, in perenne conflitto con l&#8217;ambiente recidendo i propri legami. Sentirsi obbligati a dire sempre di sì o a dire sempre no è in fondo la stessa prigione.</p>
<p>Indispensabile è quindi una consapevolezza di come questi due bisogni siano diversamente connotati in ognuno di noi (per alcuni, ad esempio, il bisogno di opposizione-individuazione è connotato più fortemente che in altri o viceversa) e di come influenzino enormemente il nostro mondo emozionale e conseguentemente le decisioni e le azioni della nostra vita. Se l&#8217;individuo non riesce a costruirsi un <strong>Io consapevole</strong> capace di mediare tra queste due organizzatori dell&#8217;identità, si corre il rischio di alienarne uno dei due, diventando per chi aliena il bisogno di individuazione personale quello che definiamo un &#8220;bambino d&#8217;oro&#8221;, per chi aliena il bisogno di appartenenza sociale il bambino cosiddetto &#8220;oppositivo&#8221;.</p>
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		<title>Perché la LIDI? Riflessioni sulla funzione culturale dell&#8217;introversione</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Oct 2009 07:24:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Conferenze]]></category>
		<category><![CDATA[disadattamento]]></category>
		<category><![CDATA[disagio giovanile]]></category>
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		<description><![CDATA[Che cos&#8217;è l&#8217;introversione. Dal pregiudizio alla conoscenza Incontro di presentazione della LIDI del 21.10.2009 Roma, Biblioteca Comunale &#8220;Casa del Parco-Casale del Giannotto&#8221; Intervento del dott. Luigi Anepeta 1. Nella selva delle sigle che caratterizza il nostro mondo, quella della LIDI, quando viene esplicitata, evoca di solito qualche perplessità. L&#8217;esistenza di una Lega che si prefigge [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="alignr">
<em>Che cos&#8217;è l&#8217;introversione. Dal pregiudizio alla conoscenza</em><br />
<strong>Incontro di presentazione della LIDI del 21.10.2009</strong><br />
Roma, Biblioteca Comunale &#8220;Casa del Parco-Casale del Giannotto&#8221;<br />
Intervento del <span class="highlight-blue">dott. Luigi Anepeta</span></p>
<h3>1.</h3>
<p>Nella selva delle sigle che caratterizza il nostro mondo, quella della LIDI, quando viene esplicitata, evoca di solito qualche perplessità.<br />
L&#8217;esistenza di una Lega che si prefigge di tutelare i Diritti degli Introversi sembra un&#8217;iniziativa a dir poco singolare. Perché &#8220;etichettare&#8221;- ci viene chiesto &#8211; una categoria di soggetti in riferimento ad un orientamento caratteriale ritenuto negativo? Quali sono i diritti violati degli introversi che andrebbero tutelati? L&#8217;esigenza di una tutela non conferma paradossalmente la difficoltà di farli valere in prima persona, cioè un disadattamento?<br />
Avanzate nel corso dei tre anni di vita dell&#8217;Associazione da varie persone sicuramente in buona fede, queste perplessità attestano un fenomeno ben noto ai sociologi: quello per cui la persistenza di un pregiudizio è in gran parte dovuta alla sua incorporazione nel senso comune, vale a dire in quell&#8217;insieme di convinzioni collettive vissute a tal punto come ovvie da non richiedere più riflessione.</p>
<p>Coniati da C. G. Jung nel 1920, i termini estroversione e introversione hanno avuto uno straordinario successo, diventando di uso corrente. Il senso comune, appropriandosene, ha dato ad essi una connotazione cognitivo-emozionale del tutto estranea al pensiero dell&#8217;autore, molto attento nel sottolineare i valori e i limiti delle due tipologie caratteriali.<br />
Tale connotazione si ricava anche dai dizionari nei quali l&#8217;introverso è definito chiuso, timido, silenzioso, freddo, schivo, distaccato, mentre l&#8217;estroverso aperto, comunicativo, sicuro, cordiale, espansivo, esuberante.<br />
Sia pure meramente descrittive, le definizioni lessicali vertono sul comportamento apparente, ma implicano una valutazione rispettivamente negativa e positiva.<br />
Il senso comune, purtroppo, ha contagiato anche la psicologia. Se si va su Internet e si digitano termini come timidezza, insicurezza, vergogna, fobia sociale, ecc. vengono fuori una pletora di centri professionali che offrono i loro servizi per risolvere questi &#8220;disturbi&#8221;.<br />
Se poi si circola nei forum giovanili dedicati a problemi psicologici, si scopre che la maggioranza degli utenti considerano l&#8217;essere introverso una condizione che ostacola l&#8217;adattamento sociale: in gergo giovanile, una &#8220;sfiga&#8221;.<br />
All&#8217;epoca in cui Jung scrisse il suo capolavoro (<em>Tipi psicologici</em>), il pregiudizio non esisteva; oggi esiste ed è tangibile. Per sormontarlo non basta tentare di restaurare il significato originario e scientifico dei termini, approfondendolo alla luce degli sviluppi più recenti delle scienze umane e sociali. Occorre capire come esso si è prodotto e perché si è diffuso.</p>
<p>Che io sappia, non è stata fatta alcuna ricerca sociologica sul pregiudizio in questione. Forse non ce n&#8217;è neppure bisogno. Si può fare un test estremamente semplice a riguardo. Basta pronunciare dentro di sé i due termini e valutare la connotazione emozionale che ad essi si associa. Nella stragrande maggioranza delle persone la connotazione coincide con quella del senso comune e dei vocabolari.<br />
C&#8217;è, peraltro, una prova ancora meno confutabile. Quasi tutti gli introversi interiorizzano il pregiudizio. In conseguenza di questo, alcuni negano addirittura di essere introversi, altri convivono con la dolorosa consapevolezza di essere inferiori agli altri.<br />
<strong>Il malessere degli introversi nel nostro mondo, che va da un senso interiore di disadattamento ad un disagio psichico conclamato, è un dato di fatto poco confutabile. Nell&#8217;ottica della LIDI, esso, però, non è costitutivo del modo di essere introverso, non dipende, cioè, dal venire al mondo con determinate caratteristiche psichiche, bensì dal fatto che la nostra cultura, in conseguenza di cambiamenti socio-storici, ha operato una &#8220;scelta&#8221; che privilegia in assoluto un modello normativo estroverso, e, di conseguenza, squalifica e disconferma il comportamento introverso che non si adegua ad esso.</strong><br />
&Egrave; questa scelta che la LIDI intende mettere in discussione perché, anche se essa non è riconducibile ad una volontà deliberata di danneggiare gli introversi, di fatto li danneggia, attivando in essi il vissuto di essere inadeguati, difettosi, &#8220;sbagliati&#8221; e spingendoli spesso nel vicolo cieco dell&#8217;isolamento e del disagio psicologico.<br />
<strong>Nell&#8217;ottica della LIDI, l&#8217;esperienza degli introversi nel nostro mondo, problematica per molti aspetti, è in gran parte la conseguenza del pregiudizio sociale che li investe e che essi, purtroppo, interiorizzano, sviluppando precocemente un vissuto di più o meno grave inadeguatezza.</strong><br />
Che tale pregiudizio sia inconsapevole è provato dal fatto che esso è adottato largamente dagli educatori (familiari, insegnanti) e si traduce, di solito, in una pressione pressoché continua operata sugli introversi a fin di bene perché imparino a stare con gli altri, a comunicare, a fare amicizie, ecc.</p>
<p>Il <a href="http://lidi.forumfree.net">Forum della LIDI</a> è ricco di testimonianze a riguardo. Ne riporto alcune, esemplari:</p>
<blockquote>
<p>È una verità che ogni bambino introverso impara ben presto: la società non vuole persone introverse, non sa cosa farsene e così le incita a rinnegare il proprio carattere, i propri bisogni per altri che reputa migliori e più desiderabili. È questo il messaggio che mi è stato trasmesso sia a scuola che nella vita di tutti i giorni: devi parlare, interagire, essere al centro dell&#8217;attenzione anche solo per pochi secondi. Non rimanere in silenzio, non parlare di cose interessanti, non li fare sentire in imbarazzo con la tua incapacità di rincorrere gli argomenti. Il mondo è nelle mani degli estroversi, è palese, sono loro ad avere successo, a far carriera, a cogliere le opportunità migliori&#8230; o perlomeno questo è quello che vogliono farci credere. Il peggior difetto di un introverso? Essere quello che &#8220;non è di moda&#8221;. Il peggior difetto di un estroverso? Il non riflettere veramente su quello che dice o fa.</p>
</blockquote>
<blockquote>
<p>Per i miei genitori la mia timidezza introversione andava bene finché ero bambina, sai com&#8217;è ai &#8220;miei tempi&#8221; (negli anni 90!) c&#8217;era il mito del bambino silenzioso, giudizioso, bravo a scuola. Ed io ero proprio così. Quando sono cresciuta e dovevo allora abbracciare lo stereotipo prima dell&#8217;adolescente e poi dell&#8217;adulta aperta, simpatica, estroversa &#8220;sveglia&#8221; se vogliamo dire, le cose sono andate sempre più peggiorando. È una vita che mi dicono che devo cambiare, che se non cerco di cambiare non mi troverò mai bene nella vita, che siamo fatti per essere esseri sociali e non è possibile che io preferisca stare da sola che uscire con gli amici; che la vita è anche doversi confrontare con il giudizio degli altri e anche soffrirci&#8230; Mi dicono che alla mia età, 24 anni, bisogna essere pieni di vita e di brio, aver voglia di fare. Invece io sono sempre amante dei passatempi solitari: mi piace guardare film su internet, leggere notizie interessanti, leggere un bel libro da sola e fare escursioni da sola a contatto con la natura. Anche avere un&#8217;amica o due con cui confidarmi ma nel gruppo non mi ci trovo.<br />
Mia sorella è molto estroversa, ha avuto tantissimi amici e a me, che ero riservatissima, l&#8217;hanno sempre proposta come modello, a volte credendo di spronarmi dicendo che &#8220;ero una fallita in confronto a lei&#8221; e che &#8220;non ce l&#8217;avrei mai fatta ad essere come lei&#8221; credendo di stimolarmi in quel modo. Ancora oggi non mi lasciano in pace.</p>
</blockquote>
<blockquote>
<p>Purtroppo le difficoltà stanno nel liberarsi dall&#8217;interiorizzazione di certi modelli e nel trovare interlocutori altrettanto liberi e autentici. La cosa è difficile e molto rara. Tutti noi, consapevoli o meno, usiamo delle maschere nell&#8217;affrontare gli altri. Questo è un metodo affinato dall&#8217;uomo che vive in società per riuscire a salvaguardare delle parti di sé intime e profonde (non sempre ha senso dire tutto,far sapere tutto di se, mettersi in gioco completamente e incondizionatamente, usare la massima fiducia e spontaneità nell&#8217;approcciare l&#8217;altro) e allo stesso tempo, però, a entrare in relazione con gli altri. Come tentativo di trovare un compromesso tra le due cose non sarebbe neanche troppo tremenda. Il guaio è che le persone &#8211; senza neanche rendersene conto &#8211; interpretano solo il ruolo assegnato e sono disturbate ossessivamente dall&#8217;avere anche un mondo interiore che vivono come fonte di problemi e di rovinosa compromissione delle prestazioni che devono dare all&#8217;esterno, quindi tentano di annullarlo, di non ascoltarlo, di eliminarlo il più possibile. Il fine è quello di aderire perfettamente ad un modello, essere artificiali, inautentici come segno di controllo di sé, di superiorità, efficienza, maturità e di bellezza. Tutti quelli che non riescono a recitare in maniera inappuntabile e che usano segni di genuinità, spontaneità e differenziazione, di scostamento dal &#8220;come si deve fare&#8221; sono vissuti come persone matte, strane, pericolose o che poverine, non ce la fanno, tradiscono incapacità a controllarsi, a sapersi muovere, parlare relazionarsi, debolezza, pochezza di mezzi, di forze e di risorse. Sono ben poche le persone che non si spaventano e che apprezzano chi si discosta dagli stereotipi, chi li interpreta a maniera sua o se ne inventa di altri.</p>
</blockquote>
<p>L&#8217;amarezza critica esplicita in queste testimonianze non deve indurre a pensare che la LIDI si propone di processare le famiglie, gli insegnanti o la società. Essa intende piuttosto <strong>promuovere una riflessione sul modo di produzione antropologico proprio della nostra società</strong>. Se si sgombra il campo dall&#8217;astrazione psicologista per cui l&#8217;allevamento e l&#8217;educazione sono processi &#8220;naturali&#8221;, si capisce immediatamente che essi tendono a modellare una &#8220;materia prima&#8221; fornita dalla natura, che è il corredo genetico unico e irripetibile con cui ogni soggetto viene al mondo.<br />
Per quanto si possano e si debbano valorizzare i rapporti affettivi tra gli educatori e i bambini ad essi affidati, non c&#8217;è dubbio che il processo educativo richiede l&#8217;adozione, più o meno consapevole, di &#8220;tecniche&#8221; finalizzate a realizzare un progetto.<br />
I progetti possono essere vari, a seconda degli ambienti e degli educatori, ma hanno un obiettivo univoco: la <em>produzione</em> di un soggetto capace di inserirsi nel mondo e di integrarsi in esso, assumendo determinati ruoli e adempiendo i doveri che essi comportano; la produzione, dunque, di un soggetto &#8220;normale&#8221; in rapporto ad un determinato contesto.<br />
Famiglie e Scuola sono, dunque, <em>agenzie sociali</em> cui è affidato, in ultima analisi, il compito di produrre cittadini. </p>
<p>In passato, che i figli fossero destinati a diventare, anzitutto, cittadini, era considerato ovvio. Gli uomini venivano allevati sulla base di principi tradizionali, vissuti come un patrimonio di sapere ereditato dai padri e dagli avi e, da adulti, tendevano ad agire in maniera conforme a quei principi. Il conformismo, in pratica, era un valore primario che non azzerava le differenze individuali, ma le conteneva entro schemi comportamentali ritualizzati, scarsamente flessibili.<br />
Oggi, secondo alcuni, le cose sono radicalmente cambiate. Una nuova sensibilità educativa comporterebbe una particolare attenzione per lo sviluppo dell&#8217;individuo come essere unico e irripetibile. Nessun educatore ovviamente prescinde dall&#8217;insegnare le buone maniere, ma si dà per scontato che ciò avvenga rispettando la diversità e la particolarità dell&#8217;individuo.<br />
Si tratta di un <em>mito</em> piuttosto che di una realtà. Anche se, infatti, in genere gli educatori tendono a riconoscere la diversità che si dà tra i figli e in una certa misura a rispettarla, essi non riescono a prescindere dal dovere che la società assegna loro: quella di <strong>costruire cittadini adattati a questa società</strong>, vale a dire ad una società dinamica e competitiva, che postula anzitutto di essere efficienti.<br />
Il <em>modello</em> di riferimento al quale, lo voglia o no, ogni educatore si riconduce, è dunque piuttosto univoco. Esso <em>valorizza l&#8217;adesione e l&#8217;adattamento alla realtà, la capacità di comunicare e di stare con gli altri, un certo grado di competitività, lo spirito pratico necessario per conseguire risultati oggettivi, il non farsi troppi problemi, il prendere la vita come viene, ecc</em>.<br />
Si tratta di un <strong>modello manifestamente estroverso</strong>, il cui potere di omologazione è enorme perché esso assicura l&#8217;inserimento nel gruppo e la conferma di essere normali.<br />
Applicato inconsapevolmente agli introversi, tale modello ha effetti deleteri.</p>
<p>Se mi si consente un paragone, direi che oggi gli introversi si trovano a vivere, in termini più drammatici, la stessa situazione sperimentata sino a qualche decennio fa dai mancini, che erano assoggettati ad una rieducazione finalizzata a farli diventare destrimani.<br />
Il pregiudizio nei confronti del mancinismo è stato sormontato in nome della consapevolezza promossa dallo sviluppo scientifico che si tratta di una condizione naturale, di origine genetica, rimasta costante nel corso del tempo (dalla preistoria ad oggi), la cui correzione, portata avanti in buona fede ma con una oggettiva crudeltà, ha prodotto un&#8217;inutile sofferenza per i soggetti e, non di rado, danni piuttosto seri a carico della personalità.<br />
La LIDI intende promuovere un processo analogo di consapevolezza in rapporto all&#8217;introversione, e quindi un approccio pedagogico e culturale ad essa che, sormontando il pregiudizio, ne riconosca il valore e ne rispetti le modalità e i tempi di sviluppo.<br />
Sarebbe poco onesto, peraltro, omettere che la LIDI ha un obiettivo più ambizioso di quello che si può ricavare dalla sua sigla. I modelli normativi sui quali ogni cultura fonda la propria identità e che presiedono alla riproduzione sociale, nonostante una tendenziale inerzia, sono dinamici, vale a dire cambiano nel corso del tempo in rapporto allo sviluppo della società.<br />
Pochi dubbi si danno riguardo al fatto che, negli ultimi venti anni, il modello estroverso è andato incontro ad una radicalizzazione per cui, oggi, non sembra azzardato definirlo <strong>estrovertito</strong> nella misura in cui esso promuove una tendenza crescente ad affermare narcisisticamente il proprio valore, esibendo una grande capacità comunicativa, un&#8217;estrema sicurezza e la tendenza ad accettare senza paura qualunque confronto competitivo.<br />
Tale modello normativo, se incide in maniera negativa sull&#8217;evoluzione della personalità e sull&#8217;esperienza di vita degli introversi, in realtà è nocivo per tutti i soggetti, soprattutto per i più giovani.</p>
<p>L&#8217;osservatorio delle scuole fornisce una prova clamorosa di quest&#8217;assunto. La fascia della popolazione scolastica delle medie inferiori pone sempre più spesso di fronte ad un fenomeno inquietante. I ragazzi che accedono ad esse hanno ancora qualche tratto visibilmente infantile. Nel corso dei tre anni, però, essi vanno incontro, in una percentuale elevatissima, ad una &#8220;muta&#8221; sorprendente innescata dallo sviluppo puberale: si trasformano quasi repentinamente in ragazzi e ragazze che, sia pure in misura diversa, tendono ad ostentare un <strong>atteggiamento adultomorfo</strong>, vale a dire a comportarsi come esseri &#8220;vissuti&#8221;, disincantati, disinibiti, cinici e talora aggressivi verbalmente e fisicamente.<br />
Un mio giovanissimo paziente introverso è rimasto sconvolto di recente dal fatto che, nel corso della proiezione a scuola di un filmato su Auschwitz, le cui immagini lo turbavano profondamente, alcuni compagni ridevano sguaiatamente, facendo battute di pessimo gusto. &#8220;Ragazzate&#8221;, indubbiamente, ma terribilmente indiziarie di un crescente processo di anestetizzazione empatica.<br />
Qualche studioso <em>à la page</em> coglie stoltamente in questa &#8220;muta&#8221; i segni positivi di un progresso culturale, che rende gli adolescenti di oggi più &#8220;svegli&#8221; rispetto a quelli del passato. In realtà, essa corrisponde all&#8217;adozione di una &#8220;maschera&#8221; che blocca la maturazione della personalità e obbliga gli adolescenti a dare la prova di <strong>essere adeguati ad un mondo che penalizza ogni forma di debolezza</strong>, e quindi anche l&#8217;umana debolezza intrinseca alle vicissitudini dell&#8217;adolescenza, programmata dalla natura per realizzare gradualmente un passaggio dall&#8217;orizzonte ristretto dell&#8217;infanzia ad un&#8217;apertura al mondo che postula il dubbio, l&#8217;insicurezza, la problematicità.<br />
Altri studiosi hanno identificato in questa muta la &#8220;morte dell&#8217;adolescenza&#8221;, riconducendola al fatto che i ragazzi si trovano di fronte ad un <em>aut aut</em> terribile, tale per cui o ci si maschera da soggetti estrovertiti, realizzando una condizione di pseudo-adultità, o ci si arrende ad essere identificati dal gruppo come deboli, inadeguati, &#8220;sfigati&#8221;, con la conseguenza di finire emarginati se non addirittura ridicolizzati e maltrattati.<br />
<strong>La LIDI intende porre in discussione, criticamente e operativamente, il modello normativo che sottende questa &#8220;muta&#8221;, sulla base degli effetti alienanti che produce. Essa lo fa identificando negli introversi coloro che ne subiscono i danni maggiori.</strong><br />
Posti di fronte all&#8217;aut aut cui si è fatto cenno, alcuni di essi tentano di &#8220;mascherarsi&#8221;, ma raramente ci riescono. I più non ci provano neppure e rimangono confinati, almeno nel rapporto con i coetanei, nel ruolo di esseri inferiori, disadattati, privi di valore. Tale ruolo non è riscattato neppure dal rendimento scolastico talvolta eccellente: nell&#8217;ottica del modello normativo dominante, infatti, andare bene a scuola, se gratifica gli adulti è spesso, agli occhi dei coetanei, un ulteriore motivo di discredito.</p>
<p>Occorre, dunque, partire dal significato negativo, pregiudiziale che il modo di essere introverso ha assunto nel nostro mondo e riabilitare la verità su questo orientamento caratteriale. L&#8217;impresa non è affatto semplice perché, come vedremo, essa impone di trascendere il piano della psicologia e di affrontare complessi problemi inerenti la condizione umana.</p>
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