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	<title>LIDI - Lega Italiana per la tutela dei Diritti degli Introversi &#187; Jung</title>
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	<description>Conoscere, riconoscere, riabilitare l&#039;introversione e prevenire il disagio degli introversi</description>
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		<title>Il dramma degli introversi nel nostro mondo</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Sep 2007 18:34:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'introversione]]></category>
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		<category><![CDATA[isolamento]]></category>
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		<description><![CDATA[Queste riflessioni danno per scontata la lettura dell&#8217;articolo precedente (Introversione e disagio psichico). Esse valgono ad aggiornare il discorso su di un problema che, un giorno o l&#8217;altro, dovrà essere riconosciuto e affrontato dalle famiglie, dalla scuola e dalla società. Nell&#8217;immediato, la cosa più importante è che sopravvenga una presa di coscienza da parte dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Queste riflessioni danno per scontata la lettura dell&#8217;articolo precedente (<strong><em><a href="/2007/07/24/introversione-e-disagio-psichico/">Introversione e disagio psichico</a></em></strong>). Esse valgono ad aggiornare il discorso su di un problema che, un giorno o l&#8217;altro, dovrà essere riconosciuto e affrontato dalle famiglie, dalla scuola e dalla società. Nell&#8217;immediato, la cosa più importante è che sopravvenga una presa di coscienza da parte dei diretti interessati. Tale presa di coscienza, finché rimarrà individuale, non inciderà in alcun modo nell&#8217;organizzazione pregiudiziale del mondo. Potrà però contribuire ad evitare che l&#8217;introverso inforchi egli stesso gli occhiali del pregiudizio nei propri confronti, sviluppi una rabbia infinità verso gli altri, la cui incomprensione e la cui insensibilità sono più spesso involontarie e imbocchi la via di una normalizzazione mimetica, che consegue di solito effetti mediocri, quando non addirittura patetici.</p>
<h3>1.</h3>
<p>Sostenere che nel nostro mondo gli introversi vivono peggio di quanto sia accaduto nel corso di tutta la storia dell&#8217;umanità è probabilmente eccessivo. Per convincersi di questo, basta pensare a quella che deve essere stata la loro sofferenza in tutte le società organizzate comunitaristicamente e fondate su di una perpetua interazione faccia a faccia, che non comportavano alcun riconoscimento della privacy né autorizzavano alcun raccoglimento privato. In situazioni del genere, presumibilmente, alcuni introversi riuscivano a mettere a frutto le loro qualità, spesso fuori dell&#8217;ordinario, assumendo il ruolo di stregoni, sciamani, oracoli, sacerdoti, poeti, artisti, filosofi. Alcuni, sprovvisti o inconsapevoli della loro creatività, si davano all&#8217;eremitaggio e al monachesimo. I più, quasi di sicuro, finivano però con l&#8217;essere ritenuti e con il sentirsi diversi, strani, bizzarri, e con il comportarsi di conseguenza fino al punto di essere etichettati come malati di mente.</p>
<p>Più volte ho considerato la possibilità d&#8217;interpretare in questi termini la misteriosa incidenza, costante nel tempo e nello spazio, della schizofrenia che, nelle sue espressioni più proprie, autistiche, non fa altro che accentuare alcuni tratti di carattere intrinseci all&#8217;introversione. Ancora oggi, del resto, gran parte dei soggetti diagnosticati schizofrenici appartengono di fatto allo spettro introverso. È difficile che questo sia un caso, anche se è pregiudiziale affermare che l&#8217;introversione rappresenta una predisposizione alla schizofrenia. Essa predispone ad un&#8217;interazione in qualche misura problematica con il mondo, i cui esiti dipendono però dal contesto ambientale e culturale.</p>
<p>Se non è lecito, dunque, sostenere che gli introversi non siano mai vissuti peggio di quanto vivono nel nostro mondo, non v&#8217;è alcun dubbio che essi, senza alcuna colpa, pagano, ancora oggi, prezzi psicologici rilevanti. <strong>Su dieci soggetti che, per i disturbi più diversi, entrano in terapia, i tratti dell&#8217;introversione e alcune tappe tipiche della carriera introversa sono ricostruibili in una percentuale estremamente significativa (6-7 su dieci).</strong> Perché ancora oggi accade questo è il problema che intendo affrontare. L&#8217;<a href="/2007/07/24/introversione-e-disagio-psichico">articolo sull&#8217;introversione</a> fornisce molteplici spunti di riflessione a riguardo, ma forse è opportuno estrapolare quelli più significativi.</p>
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		<title>Introversione e disagio psichico</title>
		<link>http://www.legaintroversi.it/2007/07/24/introversione-e-disagio-psichico/</link>
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		<pubDate>Tue, 24 Jul 2007 11:43:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'introversione]]></category>
		<category><![CDATA[appartenenza/integrazione]]></category>
		<category><![CDATA[disagio psichico]]></category>
		<category><![CDATA[introversione]]></category>
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		<description><![CDATA[1. Introduzione In un dizionario della lingua italiana del 1988 (DIR, G. D&#8217;Anna, Firenze), alla voce introversione si legge: tendenza, spiccata in alcuni individui, a ripiegarsi in se stessi, a interessarsi prevalentemente al proprio mondo interiore, con distacco e chiusura nei confronti del mondo esterno e dei contatti sociali. L&#8217;estroversione, viceversa, è definita come atteggiamento [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1. Introduzione</h3>
<p>In un dizionario della lingua italiana del 1988 (DIR, G. D&#8217;Anna, Firenze), alla voce <strong>introversione</strong> si legge:</p>
<blockquote>
<p>tendenza, spiccata in alcuni individui, a ripiegarsi in se stessi, a interessarsi prevalentemente al proprio mondo interiore, con distacco e chiusura nei confronti del mondo esterno e dei contatti sociali.</p>
</blockquote>
<p>L&#8217;<strong>estroversione</strong>, viceversa, è definita come</p>
<blockquote>
<p>atteggiamento di chi ha spiccati interessi verso l&#8217;ambiente esterno, tendenza a manifestarsi, e quindi facilità ad inserirsi nel contesto sociale.</p>
</blockquote>
<p>Si tratta, con evidenza, di giudizi di valore, piuttosto che lessicali, che riecheggiano l&#8217;accezione comune del termine. Nel linguaggio quotidiano, di fatto, introverso significa chiuso, taciturno, insicuro, poco socievole, passivo, estroverso viceversa aperto, comunicativo, spigliato, attivo, intraprendente. Per quanto si riconosca che parecchi introversi hanno una sensibilità e un&#8217;intelligenza fuori del comune, il loro modo di porsi, equivocato spesso come scostante e altezzoso, evoca naturalmente un moto di antipatia, mentre gli estroversi, eccezion fatta per quelli insopportabilmente narcisisti e invadenti, sono giudicati generalmente simpatici.</p>
<p><strong>Introversione ed estroversione sono termini coniati da <span class="highlight-blue">C. G. Jung</span> per definire una tipologia universale della personalità</strong>. Di natura costituzionale, genetica, essi fanno riferimento ai &#8220;tratti&#8221; di personalità più importanti che influenzano il modo di sentire, di pensare e di agire di un individuo e offrono di conseguenza una chiave immediata di comprensione del suo essere al mondo. Orientamenti entrambi significativi, essi attestano che ogni soggetto, vivendo nell&#8217;interfaccia tra il mondo esterno e quello interno, viene attratto, in nome della sua disposizione costituzionale, prevalentemente dall&#8217;uno o dall&#8217;altro. La tipologia di Jung non comporta dunque alcun giudizio di valore.</p>
<p>Adottati dall&#8217;opinione pubblica per la suggestiva corrispondenza che hanno con la pratica di vita quotidiana, che comporta un costante tentativo di &#8220;tipologizzare&#8221; il comportamento proprio e altrui, i termini junghiani hanno acquisito un significato improprio, pregiudiziale, che <strong>connota univocamente in termini negativi l&#8217;introversione e in termini positivi l&#8217;estroversione</strong>.</p>
<p>Le origini sociali del duplice pregiudizio non sono difficili da spiegare. Ogni società privilegia un modello normativo di personalità che corrisponde alla sua struttura e alle sue esigenze di conservazione e di riproduzione. La nostra società, capitalistica e mercantile, all&#8217;interno della quale lo scambio è il metro di misura del valore, privilegia, sotto il profilo psicologico, l&#8217;intraprendenza, la spigliatezza, la capacità di contatto comunicativa, il pragmatismo, il successo, il saper vendere bene se stessi. La capacità di comunicazione sociale, vale a dire la capacità di accattivarsi il consenso, di promuovere un giudizio positivo, di influenzare gli altri a proprio favore, è giunta di conseguenza a configurarsi come un tratto positivo di personalità. Che tale tratto si associ spesso ad un certo grado di narcisismo e ad una tendenza ad usare l&#8217;altro, è unanimemente riconosciuto, ma avallato in nome dell&#8217;imperativo supremo dell&#8217;affermazione della personalità. La conseguenza di quest&#8217;opzione ideologica è che, in quasi tutte le fasi dell&#8217;esistenza e gli ambiti d&#8217;interazione sociale, l&#8217;estroversione funziona come una carta di credito, l&#8217;introversione come un handicap.</p>
<p>Anni fa, un genetista statunitense (<span class="highlight-blue">Th. Dobzhansky</span>, <em>Diversità genetica e uguaglianza umana</em>, Einaudi, Torino, 1981), pose in dubbio il mito meritocratico rilevando che, nelle società occidentali, il successo si fonda spesso su di una capacità competitiva &#8220;selvaggia&#8221;. Ciò comporta che i vincitori, sicuramente dotati di aggressività, positiva o negativa che sia, non sono necessariamente i migliori per qualità umane e competenze culturali. L&#8217;accelerazione della dinamica competitiva, intervenuta negli ultimi anni per effetto del trionfo del capitalismo e del suo proporsi, col modello antropologico suo proprio, come stadio ultimo e definitivo dell&#8217;evoluzione sociale, induce a pensare che il dubbio di Dobzhansky corrisponda ormai ad uno stato di fatto.</p>
<p>Il mondo è dunque degli estroversi, che fanno il buono e cattivo tempo e impongono, tra l&#8217;altro, il loro modo di essere come metro di misura della normalità. <strong>Gli introversi, che quasi sempre hanno delle ricche potenzialità emozionali e intellettive, vivono in un cono d&#8217;ombra, defilati, frustrati. Inesorabilmente contaminati dal codice culturale prevalente, essi stessi si ritengono spesso inadeguati, meno capaci degli altri, gravati da tratti di carattere che, se non morbosi, ritengono disfunzionali. Ciò li induce a nutrire un sordo risentimento nei confronti della natura, responsabile di un carattere che crea solo problemi, associato spesso ad una rabbia più o meno consapevole nei confronti della società che li disconferma e, talora, li emargina.</strong> Alcuni, come non bastassero le sollecitazioni esterne ad essere &#8220;normali&#8221;, tendono ad adottare, per mimetizzarsi, dei moduli comportamentali estroversi. Nella misura in cui ci riescono, realizzano tutt&#8217;al più un falso sé, una caricatura del loro vero essere.</p>
<p>Penso che sia arrivato il momento di riflettere su questa situazione in un&#8217;ottica preventiva del disagio psichico poiché, come si vedrà, essa ha una pesante incidenza psicopatologica. Il presunto carattere disadattivo, sostanzialmente difettoso e disfunzionale, dell&#8217;introversione è, infatti, quotidianamente confermato dalla circostanza per cui, tra coloro che manifestano, soprattutto a livello giovanile, una qualche forma di disagio psichico, una quota rilevante ha alle spalle una carriera evolutiva che attesta inequivocabilmente un orientamento costituzionale introverso.</p>
<p>Intendo dimostrare che questa circostanza non è legata all&#8217;introversione in sé e per sé, bensì allo stato di cose esistente nel mondo, che espone quasi inesorabilmente coloro che vengono al mondo con un determinato corredo genetico al rischio di sviluppare un disagio psichico. Se l&#8217;intento sarà raggiunto, mi auguro che esso possa contribuire al riconoscimento sociale del problema e al riscatto di una minoranza genetica il cui significato, nell&#8217;ottica evolutiva, è estremamente importante se la natura continua a produrla.</p>
<p>Tale riscatto postula, anzitutto, la consapevolezza della propria condizione e, in conseguenza di ciò, una rivendicazione orgogliosa di una diversità che va coltivata e vissuta come irrinunciabile. Per motivi che riusciranno chiari ulteriormente, la consapevolezza soggettiva non basta. È assolutamente necessaria una presa di coscienza sociale del problema. <strong>Il mondo, a partire dalle istituzioni pedagogiche, è organizzato in maniera tale da squalificare pregiudizialmente gli introversi, ponendo ostacoli di vario genere allo sviluppo della loro personalità.</strong> È assurdo e inutile pensare ad un mondo fatto su misura per loro. Non è però utopistico pensare che essi non siano più costretti a pagare, in nome della congiuntura tra il caso genetico e la normalità dominante, i prezzi che attualmente pagano e che coincidono spesso con una qualche forma di disagio psichico.</p>
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		<title>Sviluppi della riflessione su introversione ed estroversione</title>
		<link>http://www.legaintroversi.it/2007/03/30/sviluppi-della-riflessione-su-introversione-ed-estroversione/</link>
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		<pubDate>Fri, 30 Mar 2007 13:27:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Relazioni e interventi]]></category>
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		<description><![CDATA[Assemblea Ordinaria del 24.03.2007 Relazione del dott. Luigi Anepeta 1. Nel corso di questi mesi, molte riflessioni si sono addensate sul tema dell&#8217;introversione e sul rapporto tra introversione e estroversione. Le riflessioni sono state alimentate in parte dai commenti di coloro che hanno letto il saggio, in parte dall&#8217;aver colto io stesso nel testo alcune [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="alignr"><strong>Assemblea Ordinaria del 24.03.2007<br />
Relazione del <span class="highlight-blue">dott. Luigi Anepeta</span></strong></p>
<h3>1.</h3>
<p>Nel corso di questi mesi, molte riflessioni si sono addensate sul tema dell&#8217;introversione e sul rapporto tra introversione e estroversione. Le riflessioni sono state alimentate in parte dai commenti di coloro che hanno letto <a href="/2007/06/30/il-saggio-sullintroversione-timido-docile-ardente/">il saggio</a>, in parte dall&#8217;aver colto io stesso nel testo alcune lacune che andavano colmate. Se dovessi dar conto di tutti gli sviluppi teorici che hanno prodotto tali riflessioni, l&#8217;incontro assembleare si trasformerebbe in una conferenza. Preferisco focalizzare il discorso su un solo nucleo, peraltro essenziale, più volte rilevato dai lettori. Mentre parecchi introversi, riconoscendosi nei contenuti del libro, hanno in genere un&#8217;illuminazione (che non modifica immediatamente il loro malessere, ma dà ad esso un nuovo significato), gli estroversi reagiscono con una certa noncuranza (dato che la questione non li riguarda) e al limite con una qualche irritazione. Secondo taluni, infatti, <strong>il saggio, nell&#8217;intento di sormontare il pregiudizio nei confronti dell&#8217;introversione, comporterebbe il rischio di rovesciare tale pregiudizio a carico dell&#8217;estroversione</strong>.</p>
<p>Per quanto poco fondata, in quanto non avrebbe senso appellarsi alla tolleranza e al rispetto della diversità tra gli esseri umani sulla base dell&#8217;intolleranza, questa critica significa che il testo presenta qualche ambiguità. Preparando la seconda edizione, penso di averla identificata e di avervi posto rimedio sia sotto il profilo concettuale che terminologico.</p>
<p>Sottopongo all&#8217;Assemblea le mie riflessioni per verificare se esse raccolgono il consenso dei più.</p>
<p>Anzitutto occorre rilevare che il senso comune ostacola non poco i nuovi significati che la LIDI attribuisce ai termini introversione ed estroversione. Nell&#8217;originaria accezione junghiana essi definiscono i due orientamenti caratteriali tipologici più rappresentati e in qualche misura immediatamente evidenti negli esseri umani. Jung ha sufficientemente chiarito che tali orientamenti sono entrambi presenti in ogni essere umano. Parlare di soggetto introverso o estroverso significa, dunque, definire la prevalenza nella sua personalità di un orientamento sull&#8217;altro.</p>
<p>Il senso comune ha semplificato le cose sulla base delle apparenze, ignorando la compresenza dei due orientamenti in ogni personalità. In conseguenza di questo <strong>introversione e estroversione sono divenuti termini che fanno riferimento a orientamenti caratteriali nettamente distinti</strong>: si è pertanto introversi o estroversi tout-court.</p>
<p>Non avrei scritto un saggio e tanto meno fondato una Lega se non avessi intuito che la teoria junghiana difettava in alcuni punti. Pongo tra parentesi il fatto &#8211; importante per la storia del pensiero psicoanalitico &#8211; che <span class="highlight-blue">Jung</span> ha scritto <em>Tipi psicologici</em> dopo avere attraversato una profonda crisi &#8220;introversa&#8221; ed esserne venuto fuori in virtù di quella che egli ha definito una salutare apertura al mondo. Nonostante l&#8217;equilibrio neutrale che cerca di mantenere nel valutare i due orientamenti caratteriali, tra le righe del saggio s&#8217;intuisce che, se è critico nei confronti dell&#8217;estroversione iperadattata al mondo, nutre non poche riserve nei confronti dell&#8217;introversione.</p>
<p>Il punto è un altro. Descrivendo le due tipologie, <strong>Jung dà per scontato che l&#8217;introverso reprime la componente estroversa e che l&#8217;estroverso reprime quella introversa. Da ciò discende che entrambe le tipologie riconoscono in profondità un compenso &#8220;nevrotico&#8221; direttamente proporzionale alla repressione</strong>. Egli non si è mai chiesto se il &#8220;nevroticismo&#8221; introverso e quello estroverso dipendano da influenze ambientali piuttosto che da orientamenti costituzionali, vale a dire se non si dia un modello culturale di riferimento che costringe gli introversi a reprimere la componente estroversa del loro carattere e gli estroversi a reprimere quella introversa.</p>
<p>Apro una parentesi per specificare che il termine <em>nevroticismo</em> va inteso in senso lato e non psichiatrico. Esso prescinde dal fatto che si diano, a livello soggettivo, dinamiche conflittuali potenzialmente capaci di dare luogo a dei sintomi. Fa riferimento ad <strong>un blocco dello sviluppo della personalità </strong>secondo le sue linee di tendenza costituzionali e dunque ad un&#8217;inibizione di potenzialità presenti nel corredo genetico individuale che non trovano la via per dispiegarsi o oggettivarsi. La conseguenza di tale blocco è una struttura di personalità impoverita, unilaterale e, in qualche misura, disfunzionale, che, solo in alcuni casi, si manifesta sotto forma di un disagio psichico conclamato.</p>
<p><strong>Oggi, in misura maggiore rispetto all&#8217;epoca in cui Jung ha scritto il suo saggio, introversione e estroversione sono dimensioni caratteriali i cui sviluppi sono generalmente &#8220;nevrotici&#8221;. Il problema è che il &#8220;nevroticismo&#8221; introverso è socialmente identificato, mentre quello estroverso non viene in genere rilevato ed è giudicato &#8220;normale&#8221;.</strong></p>
<p>Sulle apparenze del comportamento si è costruito il pregiudizio nei confronti dell&#8217;introversione, che dipende dal giudizio positivo con cui si definisce l&#8217;estroversione.</p>
<p>Per convincersi del fatto che quel pregiudizio ha fatto breccia non solo nel senso comune ma anche sulla cultura, basta consultare i dizionari che, a riguardo, diventano indiziari di come le parole possono essere usate per ideologizzare la realtà, vale a dire per qualificarla in un modo piuttosto che in un altro.</p>
<p>Consultandoli, comparando le definizioni e condensandole viene fuori che <strong>l&#8217;estroverso è aperto, comunicativo, cordiale, affettuoso, espansivo, esuberante; l&#8217;introverso, viceversa, chiuso, timido, schivo, freddo, riservato, distaccato</strong>.</p>
<p>Sarebbe interessante fare una ricerca semantica sui campi di significati impliciti in queste qualificazioni. Proporrei questa ricerca ai numerosi insegnanti che sono soci o simpatizzanti della LIDI.</p>
<p>Mi limito per ora solo a rilevare che <strong>un asse fondamentale di significati fa capo all&#8217;antitesi tra apertura e chiusura</strong>, che con un&#8217;evidenza immediata fa riferimento al comportamento del soggetto nei confronti del mondo esterno in termini di attenzione, partecipazione, interazione, comunicazione, ecc. Essa identifica nell&#8217;apertura un valore positivo e nella chiusura un valore negativo.</p>
<p>L&#8217;ideologia che sottende tali giudizi si può tranquillamente definire adattiva. Posto che si considera come segno di normalità, nonché di raggiunta maturità, una buona relazione con il mondo esterno, la chiusura ricade nell&#8217;ambito del difetto, del disadattamento.</p>
<p>È facile cogliere il significato ideologico di tale criterio normativo.</p>
<p>In quanto autoconsapevole, ogni soggetto umano sa di avere un&#8217;esperienza mentale, un mondo interno distinto da quello esterno. Sa, dunque, che la sua coscienza vive nell&#8217;interfaccia tra due mondi, ciascuno dei quali esercita su di lui un&#8217;attrazione.</p>
<p>Ogni coscienza fluttua tra l&#8217;apertura al mondo esterno e l&#8217;apertura al mondo interno: tangibile il primo, in quanto apparentemente costituito da oggetti che si possono toccare, manipolare,ecc; intangibile il secondo, in quanto costituito da contenuti psichici (pensieri, emozioni, memorie, fantasie, ecc.).</p>
<p>L&#8217;equilibrio di una personalità sta nel trovare il giusto grado di apertura al mondo esterno e al mondo interno, secondo una formula che non può essere la stessa per tutti.</p>
<p>Oggi una situazione di equilibrio è quasi puramente teorica. Molti introversi si chiudono rispetto al mondo esterno più di quanto sia necessario per salvaguardare la loro identità, si difendono dalla paura perpetua di essere giudicati inadeguati, difettosi, disadattati, e, sentendosi sollecitati a normalizzarsi secondo un modello estraneo alla loro vocazione ad essere, spesso covano una sorda ostilità nei confronti del mondo sociale. Molti estroversi, però, si chiudono al mondo interno più di quanto sia ragionevole per assicurare alla personalità un minimo di sviluppo evolutivo. Essi rimangono cristallizzati in un modo di essere efficiente in rapporto alle richieste dell&#8217;ambiente sociale, ma sostanzialmente ripetitivo e monotono.</p>
<p><strong>È evidente che questi orientamenti &#8220;nevrotici&#8221;, che Jung assume come naturali, sono il prodotto di un modello normativo che mortifica, in diversa misura, le potenzialità evolutive intrinseche al modo di essere introverso e a quello estroverso.</strong></p>
<p>Nel <a href="/2007/06/30/il-saggio-sullintroversione-timido-docile-ardente/">saggio</a> ho definito tale modello tout-court estroverso, commettendo un errore che ha fuorviato alcuni lettori e va rimediato.</p>
<p>Il modello in questione è sufficientemente noto:<strong> esso privilegia l&#8217;adesione e l&#8217;adattamento alla realtà così com&#8217;è, la capacità di comunicare e di stare con gli altri, un certo grado di competitività, lo spirito pratico necessario per conseguire risultati tangibili (in termini di conferme sociali, status. prestigio, ecc.), il non farsi troppi problemi, il prendere la vita come viene, ecc.</strong></p>
<p>In che senso si può ritenere disfunzionale tale modello in rapporto alle potenzialità genetiche umane?</p>
<p>Sottolineerei due aspetti essenziali.</p>
<p><strong>Il primo è la sollecitazione rivolta all&#8217;uomo ad agire, ad essere intraprendente, a sfruttare le occasioni che gli vengono offerte, ma senza avere un atteggiamento critico nei confronti della realtà</strong>. Egli dunque deve essere, al tempo stesso, attivo sul piano del darsi da fare e passivo nell&#8217;accettare le regole del gioco, come se fossero leggi di natura. Certo, quest&#8217;orientamento favorisce l&#8217;integrazione sociale, ma al prezzo di una burocratizzazione dell&#8217;esperienza per cui il soggetto può ritrovarsi ad essere efficiente, inserito e allo stesso tempo insoddisfatto e infelice.</p>
<p><strong>Il secondo aspetto riguarda il perpetuo confronto con gli altri indotto dall&#8217;ideologia della competitività, il misurare di continuo il proprio essere nell&#8217;interazione sociale in termini di adeguatezza/inadeguatezza</strong>. L&#8217;ossessione del confronto naturalmente non può riguardare che le apparenze, vale a dire il modo in cui gli altri si comportano e il loro status (quello che hanno): insomma, l&#8217;immagine sociale. La conseguenza di tale ossessione, che allontana le persone dal valutare e dal coltivare le loro qualità umane e le loro potenzialità indipendentemente dal vantaggio che se ne può ricavare in termini di immagine sociale, è una perpetua intossicazione invidiosa e una tendenza universale all&#8217;omologazione. In virtù di questo, si realizza nel nostro mondo lo strano fenomeno della miseria psicologica nell&#8217;abbondanza secondo l&#8217;assioma di Seneca per il quale non è povero chi ha poco, ma chi desidera di più.</p>
<p>I danni che gli introversi ricavano dal confronto con questo modello normativo, che viene loro proposto come assoluto e al quale non riescono ad adattarsi (anche quando, a rischio di alienarsi, s&#8217;impegnano con tutte le loto forze), sono noti e giustificano la fondazione e l&#8217;attività della LIDI.</p>
<p>Non dobbiamo ignorare però i danni che subiscono gli estroversi.</p>
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		<title>L&#8217;introversione dopo Jung</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Jun 2006 14:10:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo Jung, il concetto d&#8217;introversione è stato universalmente accettato come un orientamento di base della personalità, ma non ha avuto sviluppi significativi. L&#8217;esistenza di un orientamento di base introverso è stato acquisito come un dato di fatto, intuitivamente fondato e empiricamente verificabile, sia dall&#8217;opinione pubblica sia dalla psicologia, ma l&#8217;acquisizione è avvenuta più sulla base [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo Jung, il concetto d&#8217;introversione è stato universalmente accettato come un orientamento di base della personalità, ma non ha avuto sviluppi significativi. L&#8217;esistenza di un orientamento di base introverso è stato acquisito come un dato di fatto, intuitivamente fondato e empiricamente verificabile, sia dall&#8217;opinione pubblica sia dalla psicologia, ma l&#8217;acquisizione è avvenuta più sulla base del pregiudizio, riferito ai limiti, che non di una comprensione autentica del modo d&#8217;essere introverso e dei valori che esso implica.</p>
<p>La psicologia, in particolare, lo ha assorbito nel contesto della teoria dei &#8220;tratti&#8221;, che adotta come schema di riferimento l&#8217;analisi della risposta comportamentale e utilizza l&#8217;analisi fattoriale con lo scopo di categorizzare le persone sulla base dei loro attributi distintivi. È agevole dimostrare che questo approccio inesorabilmente sottolinea i limiti e misconosce i valori del modo d&#8217;essere introverso.</p>
<p><span class="highlight-blue">G. Allport</span>, fondatore della teoria dei tratti (cfr. <em>Psicologia della personalità</em>, LAS, Roma 1977), ricava l&#8217;introversione da una forza interna all&#8217;individuo che si manifesta in un atteggiamento soggettivo orientato su se stesso, esitante e riflessivo. Dato il modello normativo cui Allport fa riferimento, per cui la personalità matura è flessibile, adattiva, aperta al mondo, capace di divertirsi e di mantenere rapporti significativi con gli altri, l&#8217;introversione risulta implicitamente un tratto disfunzionale, che solo eccezionalmente consente di raggiungere la maturità.</p>
<p><span class="highlight-blue">W. H. Sheldon</span>, la cui teoria definisce una correlazione tra l&#8217;aspetto somatico e il temperamento (cfr. <em>The Varieties of Temperament: a Psychology of Constitutional Differences</em>, Harper, New York 1942), fa rientrare il tratto introverso nella cerebrotonia, la quale comporta: forte controllo emotivo e pudore dei sentimenti, ansia e apprensione, amore per l&#8217;intimità e tendenza ad appartarsi, timore della gente e disagio legato all&#8217;esposizione sociale. Secondo Sheldon, l&#8217;introversione è ampiamente rappresentata nei soggetti che sviluppano disturbi ossessivi e schizofrenici.</p>
<p><span class="highlight-blue">R. Cattell</span>, che propone un approccio statistico e matematico allo studio dei tratti (cfr. <em>Analisi scientifica della personalità</em>, Bollati Boringhieri, Milano 1965), è il maggior teorico dell&#8217;analisi fattoriale nello studio della personalità. Avendo definito un tratto come una &#8220;struttura mentale&#8221;, un&#8217;inferenza che si fa sulla base dell&#8217;osservazione del comportamento per spiegarne la regolarità e la coerenza, Cattell introduce la distinzione tra tratti superficiali, che rappresentano gruppi di variabili manifeste o visibili apparentemente in rapporto tra loro, e tratti originali, ossia variabili di base che entrano nella determinazione di molteplici manifestazioni superficiali. Secondo Cattel, l&#8217;introversione apparterrebbe a questi ultimi e sarebbe riconducibile ad una serie di fattori: la riservatezza, l&#8217;iperemotività, la coscienziosità, la delicatezza, l&#8217;apprensione e la propensione alla colpa, la tendenza al raccoglimento fino al limite dell&#8217;autismo, ecc.</p>
<p>Sempre nel campo della ricerca sperimentale e dell&#8217;analisi fattoriale rientrano gli studi di un altro psicologo, <span class="highlight-blue-b">Eysenck</span> che, intendendo i tratti come abitudini costanti del comportamento di facile identificazione, identifica tre tipologie, tra cui quella dell&#8217;introversione-estroversione (cfr. <em>La spiegazione e il concetto di personalità</em>, Franco Angeli, Milano 1970).</p>
<p>In quest&#8217;ottica, l&#8217;introversione si colloca all&#8217;estremo opposto dell&#8217;estroversione, e raggruppa tutti gli individui che evidenziano le medesime caratteristiche: carattere schivo, tranquillo riservato e solitario. Il tipo puro introverso è naturalmente teorico. Nella realtà ciò che conta sono le dimensioni che ammettono un&#8217;infinita graduazione tra un estremo e un altro. Ogni tratto di personalità può collocarsi in un particolare punto dello spazio delimitato dai due poli rappresentando così una particolare combinazione di valori nei due poli.</p>
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		<title>Estroversione e introversione secondo Jung</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Jun 2006 16:40:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Introversione è un neologismo coniato da Jung, in opposizione ad estroversione. L&#8217;analisi di questi due orientamenti è esposta nel saggio Tipi psicologici (trad. it. Newton Compton, Roma 1973), pubblicato nel 1920 e annoverato tra i capolavori junghiani. Il saggio trae spunto da circostanze cui il testo non fa riferimento, ma che sono d&#8217;una qualche importanza. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Introversione è un neologismo coniato da <span class="highlight-blue-b">Jung</span>, in opposizione ad estroversione. L&#8217;analisi di questi due orientamenti è esposta nel saggio <strong><em>Tipi psicologici</em></strong> (trad. it. Newton Compton, Roma 1973), pubblicato nel 1920 e annoverato tra i capolavori junghiani. Il saggio trae spunto da circostanze cui il testo non fa riferimento, ma che sono d&#8217;una qualche importanza.</p>
<p>All&#8217;epoca, la separazione di Jung da Freud si è consumata già da sette anni. Essa è intervenuta per motivi teorici. Diversamente però da quanto accade in altri ambiti scientifici, laddove (spesso, se non sempre) i punti di vista divergenti non alterano il rapporto interpersonale tra gli studiosi, il conflitto tra Freud e Jung ha assunto rapidamente un carattere aspro, polemico, astioso. Fermo al suo diritto di primogenitura sulla psicoanalisi, Freud interpreta, un po&#8217; banalmente, il deterioramento del rapporto con colui che aveva designato come suo erede come espressione di un&#8217;invidia inconscia nei suoi confronti. Jung, invece, che, pure non si è astenuto dal definire più volte Freud un &#8220;nevrotico&#8221;, ricerca una spiegazione più sottile, anche se analitica, del conflitto con l&#8217;antico maestro, l&#8217;incontro con il quale ha cambiato la sua vita. Poco alla volta, giunge alla conclusione che &#8220;è il tipo psicologico che determina e limita il giudizio dell&#8217;uomo&#8221;, tal che &#8220;ogni modo di considerare le cose è necessariamente relativo&#8221;, vale dire influenzato &#8220;dal modo con cui l&#8217;individuo si rivolge al mondo, il suo rapporto con gli uomini e le cose&#8221;.</p>
<p>Al di là delle vicende personali, esisterebbe dunque un orientamento psicologico di base, di ordine costituzionale, che orienterebbe gli uomini a significare e a vivere il mondo in termini talora radicalmente diversi.</p>
<p>In riferimento al conflitto con Freud, la conclusione cui perviene Jung sembra poco pertinente. Entrambi sono introversi, e in grado piuttosto elevato, anche se quest&#8217;aspetto si stempererà nel corso degli anni. Entrambi, affetti da disturbi nevrotici, sono stati costretti, ciascuno per proprio conto, a percorrere la via di una dolorosa autoanalisi. Entrambi, infine, hanno l&#8217;incoercibile tendenza a trasformare la psicoanalisi in un sistema ideologico totalizzante, capace d&#8217;interpretare gran parte dei fatti umani. L&#8217;unica differenza assolutamente reale è di ordine ideologico: Freud è un materialista il quale abbraccia il metodo positivista e enfatizza gli aspetti pulsionali della natura umana, mentre Jung uno spiritualista convinto che l&#8217;inconscio sia depositario anche di un orientamento trascendente. È difficile attribuire tale differenza ad un orientamento psicologico di base.</p>
<p>È quell&#8217;intuizione, comunque, a promuovere in Jung l&#8217;idea di costruire una <strong>tipologia universale della personalità</strong>.</p>
<p>Preceduto da un&#8217;introduzione, il saggio consta di undici capitoli e di una conclusione. I primi nove capitoli, espressivi di un&#8217;erudizione fuori del comune, sono dedicati ad un&#8217;accuratissima rassegna della letteratura precedente, che occupa ben due terzi del libro; il decimo illustra i tipi psicologici identificati da Jung; l&#8217;undicesimo è un ampio e utilissimo glossario nel quale vengono definiti e illustrati i termini e i concetti fondamentali della psicologia analitica.</p>
<p>La conclusione ha un particolare interesse perché in essa c&#8217;è un&#8217;eco delle circostanze cui si è fatto cenno. In opposizione al &#8220;dogmatismo&#8221; freudiano, Jung sostiene che i fenomeni psicologici possono essere affrontati da due diversi punti di vista. Il primo è rivolto a scoprire ciò che vi è di uguale o di analogo nelle diverse esperienze soggettive:</p>
<blockquote>
<p>Per scoprire l&#8217;uniformità della psiche umana bisogna discendere fino alle fondamenta della coscienza, poiché è lì che si trova tutto ciò che è uguale. Se fondo una teoria su ciò che ci rende uguali, spiego la psiche partendo da ciò che vi è in essa di fondamentale e di originale. Facendo ciò, però, non ho ancora spiegato ciò che in essa è differenziazione storica e universale, poiché con tale teoria io prescindo dalla psicologia della vita cosciente.<br />
<cite>p. 447</cite></p>
</blockquote>
<p>Il secondo punto di vista deve rivolgersi allo studio delle differenze tra gli individui. Ciò comporta che:</p>
<blockquote>
<p>le mie conclusioni saranno diametralmente opposte a quelle precedenti, giacché tutto ciò che prima era stato scartato come variante individuale assume, in questo caso, un&#8217;importanza notevole&#8230; In questo secondo atteggiamento bisogna tener conto dello scopo finale e non del punto di partenza.<br />
<cite>pp. 447-448</cite></p>
</blockquote>
<p>In breve</p>
<blockquote>
<p>chiunque creda che per ogni processo psichico debba esserci una sola spiegazione resterà stupito della vitalità del contenuto psichico, che costringe ad enunciare due teorie opposte, specialmente se egli ama le verità semplici e chiare e se è incapace di pensarle contemporaneamente.<br />
<cite>p. 448</cite></p>
</blockquote>
<p>La diversa metodologia nello studio dei fenomeni psichici riflette, secondo Jung, il tipo psicologico dello studioso. In conseguenza di questo</p>
<blockquote>
<p>si potrà giungere ad una vera comprensione solo se si accetta la diversità delle premesse psicologiche.<br />
<cite>p. 444</cite></p>
</blockquote>
<p>Più precisamente:</p>
<blockquote>
<p>Per comporre il conflitto tra le diverse concezioni, mi sembra che si potrebbe prendere come base il riconoscimento dei tipi di atteggiamento e, particolarmente, il fatto che ogni uomo è prigioniero del proprio tipo a tal punto da essere incapace di comprendere perfettamente un punto di vista diverso. Senza il riconoscimento di quest&#8217;importante esigenza, è quasi inevitabile che si faccia violenza all&#8217;altro punto di vista. Allo stesso modo in cui due avversari s&#8217;incontrano in tribunale e, rinunciando reciprocamente a farsi giustizia da soli, si rimettono all&#8217;equità della legge e del magistrato, così il tipo deve astenersi dalle ingiurie, dalle calunnie e dalle denigrazioni contro il suo avversario e prendere coscienza del fatto che anche l&#8217;altro è una parte dell&#8217;umanità.<br />
<cite>pp. 344-345</cite></p>
</blockquote>
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