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	<title>LIDI - Lega Italiana per la tutela dei Diritti degli Introversi &#187; scuola</title>
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	<description>Conoscere, riconoscere, riabilitare l&#039;introversione e prevenire il disagio degli introversi</description>
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		<title>La LIDI nelle scuole: contro la cultura dell&#8217;impossibilità</title>
		<link>http://www.legaintroversi.it/2009/11/02/la-lidi-nelle-scuole-contro-la-cultura-dellimpossibilita/</link>
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		<pubDate>Mon, 02 Nov 2009 07:38:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandra Bonessi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Conferenze]]></category>
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		<description><![CDATA[Che cos&#8217;è l&#8217;introversione. Dal pregiudizio alla conoscenza Incontro di presentazione della LIDI del 21.10.2009 Roma, Biblioteca Comunale &#8220;Casa del Parco-Casale del Giannotto&#8221; Intervento della dott.ssa Alessandra Bonessi Il gruppo di monitoraggio per scuola della LIDI ha il compito di mantenere i contatti con le scuole e di avviare in esse, laddove possibile, progetti di intervento [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="alignr">
<em>Che cos&#8217;è l&#8217;introversione. Dal pregiudizio alla conoscenza</em><br />
<strong>Incontro di presentazione della LIDI del 21.10.2009</strong><br />
Roma, Biblioteca Comunale &#8220;Casa del Parco-Casale del Giannotto&#8221;<br />
Intervento della <span class="highlight-blue">dott.ssa Alessandra Bonessi</span></p>
<p>Il <a href="/progetti-e-attivita/gruppi-operativi/gruppo-di-monitoraggio-per-la-scuola/">gruppo di monitoraggio per scuola</a> della LIDI ha il compito di mantenere i contatti con le scuole e di avviare in esse, laddove possibile, progetti di intervento mirato per le scuole dell&#8217;infanzia e primarie, le scuole medie inferiori e superiori al fine di sensibilizzare alla tematica dell&#8217;introversione così come oggi è qui trattata e sormontare il pregiudizio che grava su di essa.</p>
<p>Mi riferisco a quello che ha appena condiviso il dott. Anépeta, sulla possibilità di realizzare, se pure in parte, il &#8220;sogno&#8221; di potere coinvolgere la collettività  nel tutelare se stessa dal rischio di smarrire quella parte di sé che è un patrimonio di potenzialità (quelle della parte introversa di ognuno di noi); potenzialità che se non espresse pienamente non potrebbero sostenere l&#8217;umanità ad uscire da quella &#8220;preistoria&#8221; caratterizzata dall&#8217;ignoranza, dall&#8217;irrazionale, a volte dal disumano.</p>
<p>In  riferimento al titolo dell&#8217;intervento, <strong><em>La LIDI nelle scuole: contro la cultura dell&#8217;impossibilità</em></strong>, mi riferisco ad un modello negativo piuttosto comune ai nostri giorni, che si può riassumere nel &#8220;così va il mondo&#8221; affermando quindi la <em>cultura dell&#8217;impossibilità</em>, rendendoci impotenti nel credere di potere fare qualcosa e quindi paralizzando sul nascere qualsiasi iniziativa personale. Se veniamo catturati da questo modello, anche la comprensione delle cause che hanno portato a determinati effetti nella nostra società viene meno, in quanto non ci sforzeremo più di comprenderla e ci accontenteremo di una lettura superficiale degli eventi, che potremo solo, passivamente, subire.</p>
<p>Per quanto riguarda i giovani, essi sono vittima di altri <strong>modelli dominanti</strong>, di stampo <em>adultomorfo</em>, come, ad esempio, l&#8217;efficientismo inteso come essere continuamente indaffarati senza però uno scopo chiaro e significativo che orienti il nostro fare quotidiano; la superiorità di una ragione fredda rispetto all&#8217;emozione che viene vissuta come un ostacolo da rimuovere anestetizzandosi; il sapere apparire che vale più dell&#8217;essere; l&#8217;intraprendenza ridotta al saper vendere o al sapersi vendere;  la realizzazione meramente individualistica di se stessi a volte tenendo poco conto dei bisogni e dei sentimenti degli altri; il tutto in una forma di comunicazione vuota in cui il numero di contatti che ho risulta più importante della qualità e dell&#8217;autenticità delle mie relazioni.</p>
<p>Questi tipi di modelli, che non vanno bene neanche per gli estroversi perché li disumanizzano e li allontanano sempre più da un contatto con il loro mondo interno estrovertendoli sempre di più, per gli introversi diventano addirittura patogeni, non riuscendo essi ad adattarsi se non pagando prezzi elevatissimi in termini di disagio  esistenziale se non psicologico. Infatti molti introversi si chiudono rispetto al mondo esterno più del necessario per salvaguardare la propria identità, introvertendosi, e covando verso i cosiddetti &#8220;normali&#8221; rabbie di ogni genere, rabbie che derivano anche dal senso di giustizia sempre fortemente, a volte drammaticamente, rappresentato nel corredo emozionale introverso.</p>
<p>Secondo la visione da noi adottata, alla base dello sviluppo dell&#8217;essere umano si colloca la dialettica tra due bisogni fondamentali che sono organizzatori dell&#8217;identità: il bisogno di appartenenza/integrazione sociale e il bisogno di individuazione personale. </p>
<p>Il primo, il <strong>bisogno di appartenenza-integrazione sociale</strong>, è  la necessità che abbiamo di sentirci parte di quella che si può definire la &#8220;tribù di appartenenza&#8221;: famiglia, contesto, società, della quale, poiché voglio sentirmene parte, condivido regole, idee, mentalità, valori, codici culturali e comportamentali.<br />
Questo bisogno ci rende influenzabili all&#8217;ambiente, e ci porta ad acquisire, come abbiamo detto, i moduli comportamentali del gruppo di cui si è membri  privilegiando la volontà altrui, la forza dell&#8217;insieme piuttosto che quella del singolo e quindi la coesione sociale; sentendoci spinti a compiere quello che riteniamo sia il nostro dovere, in particolare i doveri sociali, di ruolo: diventare una buona madre, un buon padre, figlio, lavoratore, cittadino, studente eccetera&#8230;</p>
<p>Il <strong>bisogno di individuazione personale</strong> invece promuove la differenziazione individuale, la vocazione ad essere personale, la coscienza critica, la volontà propria, i diritti individuali, la rivendicazione di libertà ribellandomi ai doveri sociali e di ruolo. Per individuarmi, infatti, devo in qualche misura oppormi entrando in conflitto con l&#8217;ambiente in cui vivo, mettendone in discussione, in maniera critica, mentalità, valori, codici culturali. La fase adolescenziale, come ben sappiamo, rappresenta la grande crisi oppositiva della vita, indispensabile tuttavia per lo sviluppo dell’adulto ben individuato che dovremmo diventare. Tali bisogni antitetici, perché l&#8217;individuo non sviluppi un malessere, dovrebbero coesistere in una relazione dinamica, che non ne annulli uno in favore di un altro: nessuno di noi è felice se deve fare solo quello che vogliono gli altri, né se per essere libero deve contrapporsi continuamente, in perenne conflitto con l&#8217;ambiente recidendo i propri legami. Sentirsi obbligati a dire sempre di sì o a dire sempre no è in fondo la stessa prigione.</p>
<p>Indispensabile è quindi una consapevolezza di come questi due bisogni siano diversamente connotati in ognuno di noi (per alcuni, ad esempio, il bisogno di opposizione-individuazione è connotato più fortemente che in altri o viceversa) e di come influenzino enormemente il nostro mondo emozionale e conseguentemente le decisioni e le azioni della nostra vita. Se l&#8217;individuo non riesce a costruirsi un <strong>Io consapevole</strong> capace di mediare tra queste due organizzatori dell&#8217;identità, si corre il rischio di alienarne uno dei due, diventando per chi aliena il bisogno di individuazione personale quello che definiamo un &#8220;bambino d&#8217;oro&#8221;, per chi aliena il bisogno di appartenenza sociale il bambino cosiddetto &#8220;oppositivo&#8221;.</p>
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		<title>Perché la LIDI? Riflessioni sulla funzione culturale dell&#8217;introversione</title>
		<link>http://www.legaintroversi.it/2009/10/22/perche-la-lidi-riflessioni-sulla-funzione-culturale-dellintroversione/</link>
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		<pubDate>Thu, 22 Oct 2009 07:24:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Conferenze]]></category>
		<category><![CDATA[disadattamento]]></category>
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		<description><![CDATA[Che cos&#8217;è l&#8217;introversione. Dal pregiudizio alla conoscenza Incontro di presentazione della LIDI del 21.10.2009 Roma, Biblioteca Comunale &#8220;Casa del Parco-Casale del Giannotto&#8221; Intervento del dott. Luigi Anepeta 1. Nella selva delle sigle che caratterizza il nostro mondo, quella della LIDI, quando viene esplicitata, evoca di solito qualche perplessità. L&#8217;esistenza di una Lega che si prefigge [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="alignr">
<em>Che cos&#8217;è l&#8217;introversione. Dal pregiudizio alla conoscenza</em><br />
<strong>Incontro di presentazione della LIDI del 21.10.2009</strong><br />
Roma, Biblioteca Comunale &#8220;Casa del Parco-Casale del Giannotto&#8221;<br />
Intervento del <span class="highlight-blue">dott. Luigi Anepeta</span></p>
<h3>1.</h3>
<p>Nella selva delle sigle che caratterizza il nostro mondo, quella della LIDI, quando viene esplicitata, evoca di solito qualche perplessità.<br />
L&#8217;esistenza di una Lega che si prefigge di tutelare i Diritti degli Introversi sembra un&#8217;iniziativa a dir poco singolare. Perché &#8220;etichettare&#8221;- ci viene chiesto &#8211; una categoria di soggetti in riferimento ad un orientamento caratteriale ritenuto negativo? Quali sono i diritti violati degli introversi che andrebbero tutelati? L&#8217;esigenza di una tutela non conferma paradossalmente la difficoltà di farli valere in prima persona, cioè un disadattamento?<br />
Avanzate nel corso dei tre anni di vita dell&#8217;Associazione da varie persone sicuramente in buona fede, queste perplessità attestano un fenomeno ben noto ai sociologi: quello per cui la persistenza di un pregiudizio è in gran parte dovuta alla sua incorporazione nel senso comune, vale a dire in quell&#8217;insieme di convinzioni collettive vissute a tal punto come ovvie da non richiedere più riflessione.</p>
<p>Coniati da C. G. Jung nel 1920, i termini estroversione e introversione hanno avuto uno straordinario successo, diventando di uso corrente. Il senso comune, appropriandosene, ha dato ad essi una connotazione cognitivo-emozionale del tutto estranea al pensiero dell&#8217;autore, molto attento nel sottolineare i valori e i limiti delle due tipologie caratteriali.<br />
Tale connotazione si ricava anche dai dizionari nei quali l&#8217;introverso è definito chiuso, timido, silenzioso, freddo, schivo, distaccato, mentre l&#8217;estroverso aperto, comunicativo, sicuro, cordiale, espansivo, esuberante.<br />
Sia pure meramente descrittive, le definizioni lessicali vertono sul comportamento apparente, ma implicano una valutazione rispettivamente negativa e positiva.<br />
Il senso comune, purtroppo, ha contagiato anche la psicologia. Se si va su Internet e si digitano termini come timidezza, insicurezza, vergogna, fobia sociale, ecc. vengono fuori una pletora di centri professionali che offrono i loro servizi per risolvere questi &#8220;disturbi&#8221;.<br />
Se poi si circola nei forum giovanili dedicati a problemi psicologici, si scopre che la maggioranza degli utenti considerano l&#8217;essere introverso una condizione che ostacola l&#8217;adattamento sociale: in gergo giovanile, una &#8220;sfiga&#8221;.<br />
All&#8217;epoca in cui Jung scrisse il suo capolavoro (<em>Tipi psicologici</em>), il pregiudizio non esisteva; oggi esiste ed è tangibile. Per sormontarlo non basta tentare di restaurare il significato originario e scientifico dei termini, approfondendolo alla luce degli sviluppi più recenti delle scienze umane e sociali. Occorre capire come esso si è prodotto e perché si è diffuso.</p>
<p>Che io sappia, non è stata fatta alcuna ricerca sociologica sul pregiudizio in questione. Forse non ce n&#8217;è neppure bisogno. Si può fare un test estremamente semplice a riguardo. Basta pronunciare dentro di sé i due termini e valutare la connotazione emozionale che ad essi si associa. Nella stragrande maggioranza delle persone la connotazione coincide con quella del senso comune e dei vocabolari.<br />
C&#8217;è, peraltro, una prova ancora meno confutabile. Quasi tutti gli introversi interiorizzano il pregiudizio. In conseguenza di questo, alcuni negano addirittura di essere introversi, altri convivono con la dolorosa consapevolezza di essere inferiori agli altri.<br />
<strong>Il malessere degli introversi nel nostro mondo, che va da un senso interiore di disadattamento ad un disagio psichico conclamato, è un dato di fatto poco confutabile. Nell&#8217;ottica della LIDI, esso, però, non è costitutivo del modo di essere introverso, non dipende, cioè, dal venire al mondo con determinate caratteristiche psichiche, bensì dal fatto che la nostra cultura, in conseguenza di cambiamenti socio-storici, ha operato una &#8220;scelta&#8221; che privilegia in assoluto un modello normativo estroverso, e, di conseguenza, squalifica e disconferma il comportamento introverso che non si adegua ad esso.</strong><br />
&Egrave; questa scelta che la LIDI intende mettere in discussione perché, anche se essa non è riconducibile ad una volontà deliberata di danneggiare gli introversi, di fatto li danneggia, attivando in essi il vissuto di essere inadeguati, difettosi, &#8220;sbagliati&#8221; e spingendoli spesso nel vicolo cieco dell&#8217;isolamento e del disagio psicologico.<br />
<strong>Nell&#8217;ottica della LIDI, l&#8217;esperienza degli introversi nel nostro mondo, problematica per molti aspetti, è in gran parte la conseguenza del pregiudizio sociale che li investe e che essi, purtroppo, interiorizzano, sviluppando precocemente un vissuto di più o meno grave inadeguatezza.</strong><br />
Che tale pregiudizio sia inconsapevole è provato dal fatto che esso è adottato largamente dagli educatori (familiari, insegnanti) e si traduce, di solito, in una pressione pressoché continua operata sugli introversi a fin di bene perché imparino a stare con gli altri, a comunicare, a fare amicizie, ecc.</p>
<p>Il <a href="http://lidi.forumfree.net">Forum della LIDI</a> è ricco di testimonianze a riguardo. Ne riporto alcune, esemplari:</p>
<blockquote>
<p>È una verità che ogni bambino introverso impara ben presto: la società non vuole persone introverse, non sa cosa farsene e così le incita a rinnegare il proprio carattere, i propri bisogni per altri che reputa migliori e più desiderabili. È questo il messaggio che mi è stato trasmesso sia a scuola che nella vita di tutti i giorni: devi parlare, interagire, essere al centro dell&#8217;attenzione anche solo per pochi secondi. Non rimanere in silenzio, non parlare di cose interessanti, non li fare sentire in imbarazzo con la tua incapacità di rincorrere gli argomenti. Il mondo è nelle mani degli estroversi, è palese, sono loro ad avere successo, a far carriera, a cogliere le opportunità migliori&#8230; o perlomeno questo è quello che vogliono farci credere. Il peggior difetto di un introverso? Essere quello che &#8220;non è di moda&#8221;. Il peggior difetto di un estroverso? Il non riflettere veramente su quello che dice o fa.</p>
</blockquote>
<blockquote>
<p>Per i miei genitori la mia timidezza introversione andava bene finché ero bambina, sai com&#8217;è ai &#8220;miei tempi&#8221; (negli anni 90!) c&#8217;era il mito del bambino silenzioso, giudizioso, bravo a scuola. Ed io ero proprio così. Quando sono cresciuta e dovevo allora abbracciare lo stereotipo prima dell&#8217;adolescente e poi dell&#8217;adulta aperta, simpatica, estroversa &#8220;sveglia&#8221; se vogliamo dire, le cose sono andate sempre più peggiorando. È una vita che mi dicono che devo cambiare, che se non cerco di cambiare non mi troverò mai bene nella vita, che siamo fatti per essere esseri sociali e non è possibile che io preferisca stare da sola che uscire con gli amici; che la vita è anche doversi confrontare con il giudizio degli altri e anche soffrirci&#8230; Mi dicono che alla mia età, 24 anni, bisogna essere pieni di vita e di brio, aver voglia di fare. Invece io sono sempre amante dei passatempi solitari: mi piace guardare film su internet, leggere notizie interessanti, leggere un bel libro da sola e fare escursioni da sola a contatto con la natura. Anche avere un&#8217;amica o due con cui confidarmi ma nel gruppo non mi ci trovo.<br />
Mia sorella è molto estroversa, ha avuto tantissimi amici e a me, che ero riservatissima, l&#8217;hanno sempre proposta come modello, a volte credendo di spronarmi dicendo che &#8220;ero una fallita in confronto a lei&#8221; e che &#8220;non ce l&#8217;avrei mai fatta ad essere come lei&#8221; credendo di stimolarmi in quel modo. Ancora oggi non mi lasciano in pace.</p>
</blockquote>
<blockquote>
<p>Purtroppo le difficoltà stanno nel liberarsi dall&#8217;interiorizzazione di certi modelli e nel trovare interlocutori altrettanto liberi e autentici. La cosa è difficile e molto rara. Tutti noi, consapevoli o meno, usiamo delle maschere nell&#8217;affrontare gli altri. Questo è un metodo affinato dall&#8217;uomo che vive in società per riuscire a salvaguardare delle parti di sé intime e profonde (non sempre ha senso dire tutto,far sapere tutto di se, mettersi in gioco completamente e incondizionatamente, usare la massima fiducia e spontaneità nell&#8217;approcciare l&#8217;altro) e allo stesso tempo, però, a entrare in relazione con gli altri. Come tentativo di trovare un compromesso tra le due cose non sarebbe neanche troppo tremenda. Il guaio è che le persone &#8211; senza neanche rendersene conto &#8211; interpretano solo il ruolo assegnato e sono disturbate ossessivamente dall&#8217;avere anche un mondo interiore che vivono come fonte di problemi e di rovinosa compromissione delle prestazioni che devono dare all&#8217;esterno, quindi tentano di annullarlo, di non ascoltarlo, di eliminarlo il più possibile. Il fine è quello di aderire perfettamente ad un modello, essere artificiali, inautentici come segno di controllo di sé, di superiorità, efficienza, maturità e di bellezza. Tutti quelli che non riescono a recitare in maniera inappuntabile e che usano segni di genuinità, spontaneità e differenziazione, di scostamento dal &#8220;come si deve fare&#8221; sono vissuti come persone matte, strane, pericolose o che poverine, non ce la fanno, tradiscono incapacità a controllarsi, a sapersi muovere, parlare relazionarsi, debolezza, pochezza di mezzi, di forze e di risorse. Sono ben poche le persone che non si spaventano e che apprezzano chi si discosta dagli stereotipi, chi li interpreta a maniera sua o se ne inventa di altri.</p>
</blockquote>
<p>L&#8217;amarezza critica esplicita in queste testimonianze non deve indurre a pensare che la LIDI si propone di processare le famiglie, gli insegnanti o la società. Essa intende piuttosto <strong>promuovere una riflessione sul modo di produzione antropologico proprio della nostra società</strong>. Se si sgombra il campo dall&#8217;astrazione psicologista per cui l&#8217;allevamento e l&#8217;educazione sono processi &#8220;naturali&#8221;, si capisce immediatamente che essi tendono a modellare una &#8220;materia prima&#8221; fornita dalla natura, che è il corredo genetico unico e irripetibile con cui ogni soggetto viene al mondo.<br />
Per quanto si possano e si debbano valorizzare i rapporti affettivi tra gli educatori e i bambini ad essi affidati, non c&#8217;è dubbio che il processo educativo richiede l&#8217;adozione, più o meno consapevole, di &#8220;tecniche&#8221; finalizzate a realizzare un progetto.<br />
I progetti possono essere vari, a seconda degli ambienti e degli educatori, ma hanno un obiettivo univoco: la <em>produzione</em> di un soggetto capace di inserirsi nel mondo e di integrarsi in esso, assumendo determinati ruoli e adempiendo i doveri che essi comportano; la produzione, dunque, di un soggetto &#8220;normale&#8221; in rapporto ad un determinato contesto.<br />
Famiglie e Scuola sono, dunque, <em>agenzie sociali</em> cui è affidato, in ultima analisi, il compito di produrre cittadini. </p>
<p>In passato, che i figli fossero destinati a diventare, anzitutto, cittadini, era considerato ovvio. Gli uomini venivano allevati sulla base di principi tradizionali, vissuti come un patrimonio di sapere ereditato dai padri e dagli avi e, da adulti, tendevano ad agire in maniera conforme a quei principi. Il conformismo, in pratica, era un valore primario che non azzerava le differenze individuali, ma le conteneva entro schemi comportamentali ritualizzati, scarsamente flessibili.<br />
Oggi, secondo alcuni, le cose sono radicalmente cambiate. Una nuova sensibilità educativa comporterebbe una particolare attenzione per lo sviluppo dell&#8217;individuo come essere unico e irripetibile. Nessun educatore ovviamente prescinde dall&#8217;insegnare le buone maniere, ma si dà per scontato che ciò avvenga rispettando la diversità e la particolarità dell&#8217;individuo.<br />
Si tratta di un <em>mito</em> piuttosto che di una realtà. Anche se, infatti, in genere gli educatori tendono a riconoscere la diversità che si dà tra i figli e in una certa misura a rispettarla, essi non riescono a prescindere dal dovere che la società assegna loro: quella di <strong>costruire cittadini adattati a questa società</strong>, vale a dire ad una società dinamica e competitiva, che postula anzitutto di essere efficienti.<br />
Il <em>modello</em> di riferimento al quale, lo voglia o no, ogni educatore si riconduce, è dunque piuttosto univoco. Esso <em>valorizza l&#8217;adesione e l&#8217;adattamento alla realtà, la capacità di comunicare e di stare con gli altri, un certo grado di competitività, lo spirito pratico necessario per conseguire risultati oggettivi, il non farsi troppi problemi, il prendere la vita come viene, ecc</em>.<br />
Si tratta di un <strong>modello manifestamente estroverso</strong>, il cui potere di omologazione è enorme perché esso assicura l&#8217;inserimento nel gruppo e la conferma di essere normali.<br />
Applicato inconsapevolmente agli introversi, tale modello ha effetti deleteri.</p>
<p>Se mi si consente un paragone, direi che oggi gli introversi si trovano a vivere, in termini più drammatici, la stessa situazione sperimentata sino a qualche decennio fa dai mancini, che erano assoggettati ad una rieducazione finalizzata a farli diventare destrimani.<br />
Il pregiudizio nei confronti del mancinismo è stato sormontato in nome della consapevolezza promossa dallo sviluppo scientifico che si tratta di una condizione naturale, di origine genetica, rimasta costante nel corso del tempo (dalla preistoria ad oggi), la cui correzione, portata avanti in buona fede ma con una oggettiva crudeltà, ha prodotto un&#8217;inutile sofferenza per i soggetti e, non di rado, danni piuttosto seri a carico della personalità.<br />
La LIDI intende promuovere un processo analogo di consapevolezza in rapporto all&#8217;introversione, e quindi un approccio pedagogico e culturale ad essa che, sormontando il pregiudizio, ne riconosca il valore e ne rispetti le modalità e i tempi di sviluppo.<br />
Sarebbe poco onesto, peraltro, omettere che la LIDI ha un obiettivo più ambizioso di quello che si può ricavare dalla sua sigla. I modelli normativi sui quali ogni cultura fonda la propria identità e che presiedono alla riproduzione sociale, nonostante una tendenziale inerzia, sono dinamici, vale a dire cambiano nel corso del tempo in rapporto allo sviluppo della società.<br />
Pochi dubbi si danno riguardo al fatto che, negli ultimi venti anni, il modello estroverso è andato incontro ad una radicalizzazione per cui, oggi, non sembra azzardato definirlo <strong>estrovertito</strong> nella misura in cui esso promuove una tendenza crescente ad affermare narcisisticamente il proprio valore, esibendo una grande capacità comunicativa, un&#8217;estrema sicurezza e la tendenza ad accettare senza paura qualunque confronto competitivo.<br />
Tale modello normativo, se incide in maniera negativa sull&#8217;evoluzione della personalità e sull&#8217;esperienza di vita degli introversi, in realtà è nocivo per tutti i soggetti, soprattutto per i più giovani.</p>
<p>L&#8217;osservatorio delle scuole fornisce una prova clamorosa di quest&#8217;assunto. La fascia della popolazione scolastica delle medie inferiori pone sempre più spesso di fronte ad un fenomeno inquietante. I ragazzi che accedono ad esse hanno ancora qualche tratto visibilmente infantile. Nel corso dei tre anni, però, essi vanno incontro, in una percentuale elevatissima, ad una &#8220;muta&#8221; sorprendente innescata dallo sviluppo puberale: si trasformano quasi repentinamente in ragazzi e ragazze che, sia pure in misura diversa, tendono ad ostentare un <strong>atteggiamento adultomorfo</strong>, vale a dire a comportarsi come esseri &#8220;vissuti&#8221;, disincantati, disinibiti, cinici e talora aggressivi verbalmente e fisicamente.<br />
Un mio giovanissimo paziente introverso è rimasto sconvolto di recente dal fatto che, nel corso della proiezione a scuola di un filmato su Auschwitz, le cui immagini lo turbavano profondamente, alcuni compagni ridevano sguaiatamente, facendo battute di pessimo gusto. &#8220;Ragazzate&#8221;, indubbiamente, ma terribilmente indiziarie di un crescente processo di anestetizzazione empatica.<br />
Qualche studioso <em>à la page</em> coglie stoltamente in questa &#8220;muta&#8221; i segni positivi di un progresso culturale, che rende gli adolescenti di oggi più &#8220;svegli&#8221; rispetto a quelli del passato. In realtà, essa corrisponde all&#8217;adozione di una &#8220;maschera&#8221; che blocca la maturazione della personalità e obbliga gli adolescenti a dare la prova di <strong>essere adeguati ad un mondo che penalizza ogni forma di debolezza</strong>, e quindi anche l&#8217;umana debolezza intrinseca alle vicissitudini dell&#8217;adolescenza, programmata dalla natura per realizzare gradualmente un passaggio dall&#8217;orizzonte ristretto dell&#8217;infanzia ad un&#8217;apertura al mondo che postula il dubbio, l&#8217;insicurezza, la problematicità.<br />
Altri studiosi hanno identificato in questa muta la &#8220;morte dell&#8217;adolescenza&#8221;, riconducendola al fatto che i ragazzi si trovano di fronte ad un <em>aut aut</em> terribile, tale per cui o ci si maschera da soggetti estrovertiti, realizzando una condizione di pseudo-adultità, o ci si arrende ad essere identificati dal gruppo come deboli, inadeguati, &#8220;sfigati&#8221;, con la conseguenza di finire emarginati se non addirittura ridicolizzati e maltrattati.<br />
<strong>La LIDI intende porre in discussione, criticamente e operativamente, il modello normativo che sottende questa &#8220;muta&#8221;, sulla base degli effetti alienanti che produce. Essa lo fa identificando negli introversi coloro che ne subiscono i danni maggiori.</strong><br />
Posti di fronte all&#8217;aut aut cui si è fatto cenno, alcuni di essi tentano di &#8220;mascherarsi&#8221;, ma raramente ci riescono. I più non ci provano neppure e rimangono confinati, almeno nel rapporto con i coetanei, nel ruolo di esseri inferiori, disadattati, privi di valore. Tale ruolo non è riscattato neppure dal rendimento scolastico talvolta eccellente: nell&#8217;ottica del modello normativo dominante, infatti, andare bene a scuola, se gratifica gli adulti è spesso, agli occhi dei coetanei, un ulteriore motivo di discredito.</p>
<p>Occorre, dunque, partire dal significato negativo, pregiudiziale che il modo di essere introverso ha assunto nel nostro mondo e riabilitare la verità su questo orientamento caratteriale. L&#8217;impresa non è affatto semplice perché, come vedremo, essa impone di trascendere il piano della psicologia e di affrontare complessi problemi inerenti la condizione umana.</p>
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		<title>Che cos&#8217;è l&#8217;introversione: incontro alla Biblioteca Comunale &#8220;Casa del Parco&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Oct 2009 06:32:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Che cos&#8217;è l&#8217;introversione. Dal pregiudizio alla conoscenza Mercoledì 21 ottobre alle ore 10.30, presso i locali della Biblioteca Comunale &#8220;Casa del Parco-Casale del Giannotto&#8221; (via della Pineta Sacchetti, 78 &#8211; Roma), si terrà un primo incontro di presentazione della LIDI con i rappresentanti scolastici, della ASL, del Municipio XIX e le Cooperative Sociali. Presenzieranno il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>Che cos&#8217;è l&#8217;introversione. Dal pregiudizio alla conoscenza</h3>
<p>Mercoledì <strong>21 ottobre</strong> alle ore <strong>10.30</strong>, presso i locali della <strong>Biblioteca Comunale &#8220;Casa del Parco-Casale del Giannotto&#8221;</strong> (via della Pineta Sacchetti, 78 &#8211; Roma), si terrà un primo <strong>incontro di presentazione della LIDI con i rappresentanti scolastici, della ASL, del Municipio XIX e le Cooperative Sociali</strong>. </p>
<p>Presenzieranno il dott. Luigi Anepeta, psichiatra e presidente dell&#8217;associazione LIDI, con delle <strong>riflessioni sulla funzione culturale dell&#8217;introversione</strong> e la dott.ssa Alessandra Bonessi, psicologa e consigliera LIDI, che relazionerà sull&#8217;<strong>intervento della LIDI nelle scuole</strong>.<br />
Durante l&#8217;incontro verranno proiettati due cortometraggi realizzati dagli studenti delle scuole secondarie di II grado di Terni sul tema &#8220;timidezza/introversione&#8221; nell&#8217;ambito del progetto TimidaMente.</p>
<p>La locandina dell&#8217;evento è <a href='http://www.legaintroversi.it/wp-content/uploads/2009/10/Che-cosè-lintroversione-locandina-incontro.pdf'><strong>scaricabile in formato .pdf</strong></a>.</p>
<p><object codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=9,0,0,0" id="doc_541343811350554" name="doc_541343811350554" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" align="middle"	height="500" width="619" ><param name="movie"	value="http://d1.scribdassets.com/ScribdViewer.swf?document_id=20950533&#038;access_key=key-1ylo955cy369t015v1l6&#038;page=1&#038;version=1&#038;viewMode=list"><param name="quality" value="high"><param name="play" value="true"><param name="loop" value="true"><param name="scale" value="showall"><param name="wmode" value="opaque"><param name="devicefont" value="false"><param name="bgcolor" value="#ffffff"><param name="menu" value="true"><param name="allowFullScreen" value="true"><param name="allowScriptAccess" value="always"><param name="salign" value=""><param name="mode" value="list"><embed src="http://d1.scribdassets.com/ScribdViewer.swf?document_id=20950533&#038;access_key=key-1ylo955cy369t015v1l6&#038;page=1&#038;version=1&#038;viewMode=list" quality="high" pluginspage="http://www.macromedia.com/go/getflashplayer" play="true" loop="true" scale="showall" wmode="opaque" devicefont="false" bgcolor="#ffffff" name="doc_541343811350554_object" menu="true" allowfullscreen="true" allowscriptaccess="always" salign="" type="application/x-shockwave-flash" align="middle" mode="list" height="500" width="619"></embed></object></p>
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		<title>Riflessioni di un insegnante sulla scuola</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Jan 2008 15:47:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Testimonianza di Federico D&#8217;Alessio Pensavo da tempo di inviare alla redazione del sito un articolo. L&#8217;occasione mi è stata fornita dal bollettino di guerra della scorsa notte di San Silvestro: ci mancavano veramente i botti finali, con altri morti e altri feriti. Non bastavano i già inauditi episodi di violenza fuori e dentro gli stadi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>Testimonianza di Federico D&#8217;Alessio</h3>
<p>Pensavo da tempo di inviare alla redazione del sito un articolo. L&#8217;occasione mi è stata fornita dal bollettino di guerra della scorsa notte di San Silvestro: ci mancavano veramente i botti finali, con altri morti e altri feriti. Non bastavano i già inauditi episodi di violenza fuori e dentro gli stadi di calcio occorsi durante il 2007.<br />
Prima di esprimere le mie considerazioni non proprio allegre, devo obbligatoriamente scrivere che non voglio credere al funerale definitivo della nazione Italia. Mi sforzo d&#8217;esser d&#8217;accordo con chi pensa che l&#8217;Italia non può dimenticare la cultura che è alle sue spalle, la cultura che da sempre  scorre nelle vene del Paese. Può darsi che sia un luogo comune. Credo però sia difficile smentirlo, molto difficile. In ogni italiano scorre sangue intriso anche di civiltà secolari, che non posso pensare possano essere cancellate da venti, trenta, cinquanta o sessant&#8217;anni di anni di grigiore politico e culturale. Speriamo dunque in un avvenire migliore, per quanto lontano esso si prospetti.</p>
<p>Mi sforzo di convincermi che, quanto ho appena detto, valga più di tutte le righe che seguono, che sono di tutt&#8217;altro tono. Tanto che scelgo una scorciatoia per farmi capire e riporto il testo di una canzone del 1991 di Franco Battiato. La canzone s&#8217;intitola &#8220;Povera Patria&#8221;. La musica, bella e inevitabilmente piena di tristezza, è pure, a mio avviso, in discreta sintonia col testo:</p>
<p><em>Povera patria! Schiacciata dagli abusi del potere<br />
di gente infame, che non sa cos&#8217;è il pudore,<br />
si credono potenti e gli va bene quello che fanno;<br />
e tutto gli appartiene.<br />
Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni!<br />
Questo paese è devastato dal dolore&#8230;<br />
ma non vi danno un po&#8217; di dispiacere<br />
quei corpi in terra senza più calore?<br />
Non cambierà, non cambierà<br />
no cambierà, forse cambierà.<br />
Ma come scusare le iene negli stadi e quelle dei giornali?<br />
Nel fango affonda lo stivale dei maiali.<br />
Me ne vergogno un poco, e mi fa male<br />
vedere un uomo come un animale.<br />
Non cambierà, non cambierà<br />
sì che cambierà, vedrai che cambierà.<br />
Voglio sperare che il mondo torni a quote più normali<br />
che possa contemplare il cielo e i fiori,<br />
che non si parli più di dittature<br />
se avremo ancora un po&#8217; da vivere&#8230;<br />
La primavera intanto tarda ad arrivare.</em></p>
<p>È una canzone amarissima. È la canzone che esprime i sentimenti di rabbia, di disapprovazione, di sconforto nei confronti di ciò che non solo è evitabile, ma evitabilissimo e non viene evitato. Mi riferisco alle prevedibili morti fuori e dentro gli stadi e alle ultime, anche queste prevedibili, legate agli scoppi di petardi durante la guerra dei fuochi d&#8217;artificio di fine anno. Morti che, secondo me, insegnante di Matematica e Fisica delle medie superiori, sono la conseguenza più eclatante della totale mancanza di una politica della Scuola pubblica in Italia. E per questa mancanza che, all&#8217;atto pratico, in Italia, manca proprio la Scuola, sia pubblica che privata.</p>
<p>Chi scrive, come detto, è un insegnante di quarantatre anni, non ancora di ruolo, che non riesce a uscire dalla <em>mediocritas aurea</em> che caratterizza il corpo insegnanti della scuola italiana di oggi. Più funzionario statale che operatore della formazione, il sottoscritto si sente impotente davanti allo spettacolo tragico e crudele che la vita gli propone quotidianamente. Se chi sta leggendo queste righe sta pensando che il sottoscritto, proprio perché cosciente della propria inerzia, dovrebbe tirare fuori il meglio di sé, probabilmente ha ragione. L&#8217;alibi che fornisco a me stesso e che non riesco a superare, per cui ha ragione probabilmente chi critica il corpo insegnanti che si nasconde le proprie responsabilità e le proprie connivenze &#8211; è il seguente. In questo momento un insegnante che venisse allo scoperto e radunasse intorno a sé un drappello di colleghi che si impegnino veramente nel cambiamento prima di se stessi e di conseguenza di quella parte di scuola che dorme o addirittura non c&#8217;è, come si diceva, ebbene un insegnante che abbia questo coraggio, mi fa pensare a una sorte di eroe, che sacrifica la propria vita in nome della causa. Penso a quei giudici solitari che sono stati addirittura assassinati per quanto si sono impegnati nel tentativo di eliminare la piaga della mafia.<br />
Nessun insegnante sarà mai assassinato, però viene ucciso in tanti altri modi. Non esiste in Italia né un insegnante, né un drappello di insegnanti che vogliano cambiare se stessi e quindi cambiare la scuola. Credo che ciò sia legato a una dinamica di gruppo, per cui chi pure vorrebbe, desiste. Credo che se un insegnante cambiasse se stesso al suo interno, prendesse coscienza davvero delle proprie responsabilità e dei danni che fa, anche o soprattutto  involontariamente, operando male nel proprio lavoro, troverebbe grandi difficoltà a trascinare dietro di sé altri colleghi convinti di poter offrire un contributo al cambiamento dello <em>status quo</em>. Prescindendo dal fatto di essere pagato quattro lire (anzi, quattro euro), in effetti oggi non mi risulta che ci sia c&#8217;è un drappello di insegnanti talmente motivati da far da traino a tutti gli altri.</p>
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		<title>Tormentato a scuola</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Apr 2007 12:59:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Introversione e disagio psichico]]></category>
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		<description><![CDATA[1. Dovremo arrenderci, finché le cose non cambieranno, a tenere sul sito un necrologio degli introversi che non ce la fanno a sopportare la persecuzione sociale. Negli ultimi tempi, la lista sta crescendo in maniera preoccupante. Quasimodo di Ragusa ha un record singolare. Nel 1997, un ragazzino di dodici anni si toglie la vita: lo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1.</h3>
<p>Dovremo arrenderci, finché le cose non cambieranno, a tenere sul sito un necrologio degli introversi che non ce la fanno a sopportare la persecuzione sociale. Negli ultimi tempi, la lista sta crescendo in maniera preoccupante.<br />
Quasimodo di Ragusa ha un record singolare. Nel 1997, un ragazzino di dodici anni si toglie la vita: lo prendono in giro perché figlio di contadini (ha &#8220;odore di campagna&#8221;, dicono). L&#8217;8 febbraio 2005 si uccide Marco &#8211; figlio di un italiano e di una donna orientale &#8211; che non sopporta più di essere chiamato &#8220;il cinese&#8221;. Il 15 aprile dello stesso anno si sopprime Damiano, che a 13 anni è oggetto di nomignoli e parole sconvenienti per via della sua altezza.<br />
Casi del genere si registrano, però, anche altrove. Nell&#8217;agosto 2006 un giovane ventenne, che risiede vicino Reggio Emilia, si getta da un dirupo, dopo aver mandato un sms alla madre. Un gruppo di coetanei è stato iscritto nel registro degli indagati per episodi di &#8220;nonnismo&#8221;. L&#8217;anno scorso, il 30 settembre, Isabella, diciassettenne, a San Vito di Cadore, non reggendo più gli apprezzamenti pesanti dei suoi coetanei, si butta da un ponte dopo una cena in pizzeria. I quattro amici con cui è uscita sono indagati per istigazione al suicidio.</p>
<p>C&#8217;è un dato in comune tra queste vicende. In tutti i casi, infatti, si tratta di giovani molto bravi a scuola, presi di mira per una qualche diversità, insultati, emarginati e umiliati, vittime di una vera e propria persecuzione, costretti a vivere una quotidianità di vessazioni e umiliazioni che sopportano fino alla tragica conclusione.</p>
<p>L&#8217;ultima vittima è un ragazzo di sedici anni, M., che frequentava con eccellenti risultati un grande istituto tecnico torinese. Silenzioso e introverso, M. è stato perseguitato dai compagni di classe fino al punto di decidere, il 4 marzo di quest&#8217;anno, di farla finita lanciandosi dal quarto piano del palazzo ove abitava. Prima di suicidarsi, ha scritto una lettera nella quale ha esposto i motivi della sua decisione, chiedendo perdono ai suoi e concludendo: &#8220;Non ce la faccio più&#8221;.</p>
<p>M. era il secondo di tre figli di una coppia formata da un agricoltore italiano e da una donna filippina, venuta in Italia venti anni fa. La madre dichiara: «Perché me lo hanno trattato così? Lui era un essere umano, una persona normale, come tutte le altre. Era buono e gentile. Perché prenderlo in giro con le parolacce, perché dargli del gay quando era chiaro che soffriva e piangeva?». «I problemi sono cominciati più di un anno fa, in prima superiore. Mio figlio era dolce, sensibile, non alzava mai la voce, non partecipava a certi giochi e non litigava con nessuno. I compagni l&#8217;hanno preso di mira, ce l&#8217;avevano con Jonathan, quello del Grande Fratello. Era un modo per dirgli che era gay, poi aggiungevano altre cose&#8230; ».</p>
<p>La donna ha tentato di tutelare il figlio e di aiutarlo. Un anno fa aveva fatto presente la situazione alla vicepreside dell&#8217;istituto, che era anche insegnante di M. Quest&#8217;ultima conferma: «La signora ci ha parlato di questi problemi già nell&#8217;inverno dell&#8217;anno scolastico 2005-2006. Ha avuto un lungo colloquio con noi, al quale sono seguiti rimproveri da parte nostra ai compagni che avevano schernito M.». In seguito all&#8217;intervento, la persecuzione si era allentata: «Da quel momento &#8211; sostiene la vicepreside -, per noi non c&#8217;è stato più alcun segnale di disagio né da parte del ragazzo né della famiglia». In realtà, con l&#8217;inizio dell&#8217;anno la persecuzione era ripresa. M. ne parlava con la madre che gli dava buoni consigli: &#8220;M., stai tranquillo, non hai nessun problema, fai amicizia con i compagni, esci&#8230;&#8221;. M., invece, dopo la scuola tornava subito a casa, giocava al computer o ascoltava i suoi cd.</p>
<p>Afferma la vicepreside: «Purtroppo a questa età, succede spesso che la sensibilità di un ragazzo non sia compresa dagli altri, ma non c&#8217;era alcun bullismo né l&#8217;intenzione di far male, solo degli sciocchi scherzi involontariamente crudeli.» E aggiunge: «M. andava bene a scuola, aveva 7 e 8 in tutte le materie e 10 in condotta. Pensandoci oggi, la sua sensibilità poteva anche nascondere una grande fragilità, ma qui a scuola si traduceva soprattutto in studio e rispetto delle regole.»</p>
<p>Al funerale i compagni di M. hanno esposto un cartellone sul quale si leggeva: «Forse adesso raggiungerai quel mondo diverso che non trovavi mai. Solo che non doveva andare così&#8230; »</p>
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		<title>Sviluppi della riflessione su introversione ed estroversione</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Mar 2007 13:27:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Relazioni e interventi]]></category>
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		<description><![CDATA[Assemblea Ordinaria del 24.03.2007 Relazione del dott. Luigi Anepeta 1. Nel corso di questi mesi, molte riflessioni si sono addensate sul tema dell&#8217;introversione e sul rapporto tra introversione e estroversione. Le riflessioni sono state alimentate in parte dai commenti di coloro che hanno letto il saggio, in parte dall&#8217;aver colto io stesso nel testo alcune [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="alignr"><strong>Assemblea Ordinaria del 24.03.2007<br />
Relazione del <span class="highlight-blue">dott. Luigi Anepeta</span></strong></p>
<h3>1.</h3>
<p>Nel corso di questi mesi, molte riflessioni si sono addensate sul tema dell&#8217;introversione e sul rapporto tra introversione e estroversione. Le riflessioni sono state alimentate in parte dai commenti di coloro che hanno letto <a href="/2007/06/30/il-saggio-sullintroversione-timido-docile-ardente/">il saggio</a>, in parte dall&#8217;aver colto io stesso nel testo alcune lacune che andavano colmate. Se dovessi dar conto di tutti gli sviluppi teorici che hanno prodotto tali riflessioni, l&#8217;incontro assembleare si trasformerebbe in una conferenza. Preferisco focalizzare il discorso su un solo nucleo, peraltro essenziale, più volte rilevato dai lettori. Mentre parecchi introversi, riconoscendosi nei contenuti del libro, hanno in genere un&#8217;illuminazione (che non modifica immediatamente il loro malessere, ma dà ad esso un nuovo significato), gli estroversi reagiscono con una certa noncuranza (dato che la questione non li riguarda) e al limite con una qualche irritazione. Secondo taluni, infatti, <strong>il saggio, nell&#8217;intento di sormontare il pregiudizio nei confronti dell&#8217;introversione, comporterebbe il rischio di rovesciare tale pregiudizio a carico dell&#8217;estroversione</strong>.</p>
<p>Per quanto poco fondata, in quanto non avrebbe senso appellarsi alla tolleranza e al rispetto della diversità tra gli esseri umani sulla base dell&#8217;intolleranza, questa critica significa che il testo presenta qualche ambiguità. Preparando la seconda edizione, penso di averla identificata e di avervi posto rimedio sia sotto il profilo concettuale che terminologico.</p>
<p>Sottopongo all&#8217;Assemblea le mie riflessioni per verificare se esse raccolgono il consenso dei più.</p>
<p>Anzitutto occorre rilevare che il senso comune ostacola non poco i nuovi significati che la LIDI attribuisce ai termini introversione ed estroversione. Nell&#8217;originaria accezione junghiana essi definiscono i due orientamenti caratteriali tipologici più rappresentati e in qualche misura immediatamente evidenti negli esseri umani. Jung ha sufficientemente chiarito che tali orientamenti sono entrambi presenti in ogni essere umano. Parlare di soggetto introverso o estroverso significa, dunque, definire la prevalenza nella sua personalità di un orientamento sull&#8217;altro.</p>
<p>Il senso comune ha semplificato le cose sulla base delle apparenze, ignorando la compresenza dei due orientamenti in ogni personalità. In conseguenza di questo <strong>introversione e estroversione sono divenuti termini che fanno riferimento a orientamenti caratteriali nettamente distinti</strong>: si è pertanto introversi o estroversi tout-court.</p>
<p>Non avrei scritto un saggio e tanto meno fondato una Lega se non avessi intuito che la teoria junghiana difettava in alcuni punti. Pongo tra parentesi il fatto &#8211; importante per la storia del pensiero psicoanalitico &#8211; che <span class="highlight-blue">Jung</span> ha scritto <em>Tipi psicologici</em> dopo avere attraversato una profonda crisi &#8220;introversa&#8221; ed esserne venuto fuori in virtù di quella che egli ha definito una salutare apertura al mondo. Nonostante l&#8217;equilibrio neutrale che cerca di mantenere nel valutare i due orientamenti caratteriali, tra le righe del saggio s&#8217;intuisce che, se è critico nei confronti dell&#8217;estroversione iperadattata al mondo, nutre non poche riserve nei confronti dell&#8217;introversione.</p>
<p>Il punto è un altro. Descrivendo le due tipologie, <strong>Jung dà per scontato che l&#8217;introverso reprime la componente estroversa e che l&#8217;estroverso reprime quella introversa. Da ciò discende che entrambe le tipologie riconoscono in profondità un compenso &#8220;nevrotico&#8221; direttamente proporzionale alla repressione</strong>. Egli non si è mai chiesto se il &#8220;nevroticismo&#8221; introverso e quello estroverso dipendano da influenze ambientali piuttosto che da orientamenti costituzionali, vale a dire se non si dia un modello culturale di riferimento che costringe gli introversi a reprimere la componente estroversa del loro carattere e gli estroversi a reprimere quella introversa.</p>
<p>Apro una parentesi per specificare che il termine <em>nevroticismo</em> va inteso in senso lato e non psichiatrico. Esso prescinde dal fatto che si diano, a livello soggettivo, dinamiche conflittuali potenzialmente capaci di dare luogo a dei sintomi. Fa riferimento ad <strong>un blocco dello sviluppo della personalità </strong>secondo le sue linee di tendenza costituzionali e dunque ad un&#8217;inibizione di potenzialità presenti nel corredo genetico individuale che non trovano la via per dispiegarsi o oggettivarsi. La conseguenza di tale blocco è una struttura di personalità impoverita, unilaterale e, in qualche misura, disfunzionale, che, solo in alcuni casi, si manifesta sotto forma di un disagio psichico conclamato.</p>
<p><strong>Oggi, in misura maggiore rispetto all&#8217;epoca in cui Jung ha scritto il suo saggio, introversione e estroversione sono dimensioni caratteriali i cui sviluppi sono generalmente &#8220;nevrotici&#8221;. Il problema è che il &#8220;nevroticismo&#8221; introverso è socialmente identificato, mentre quello estroverso non viene in genere rilevato ed è giudicato &#8220;normale&#8221;.</strong></p>
<p>Sulle apparenze del comportamento si è costruito il pregiudizio nei confronti dell&#8217;introversione, che dipende dal giudizio positivo con cui si definisce l&#8217;estroversione.</p>
<p>Per convincersi del fatto che quel pregiudizio ha fatto breccia non solo nel senso comune ma anche sulla cultura, basta consultare i dizionari che, a riguardo, diventano indiziari di come le parole possono essere usate per ideologizzare la realtà, vale a dire per qualificarla in un modo piuttosto che in un altro.</p>
<p>Consultandoli, comparando le definizioni e condensandole viene fuori che <strong>l&#8217;estroverso è aperto, comunicativo, cordiale, affettuoso, espansivo, esuberante; l&#8217;introverso, viceversa, chiuso, timido, schivo, freddo, riservato, distaccato</strong>.</p>
<p>Sarebbe interessante fare una ricerca semantica sui campi di significati impliciti in queste qualificazioni. Proporrei questa ricerca ai numerosi insegnanti che sono soci o simpatizzanti della LIDI.</p>
<p>Mi limito per ora solo a rilevare che <strong>un asse fondamentale di significati fa capo all&#8217;antitesi tra apertura e chiusura</strong>, che con un&#8217;evidenza immediata fa riferimento al comportamento del soggetto nei confronti del mondo esterno in termini di attenzione, partecipazione, interazione, comunicazione, ecc. Essa identifica nell&#8217;apertura un valore positivo e nella chiusura un valore negativo.</p>
<p>L&#8217;ideologia che sottende tali giudizi si può tranquillamente definire adattiva. Posto che si considera come segno di normalità, nonché di raggiunta maturità, una buona relazione con il mondo esterno, la chiusura ricade nell&#8217;ambito del difetto, del disadattamento.</p>
<p>È facile cogliere il significato ideologico di tale criterio normativo.</p>
<p>In quanto autoconsapevole, ogni soggetto umano sa di avere un&#8217;esperienza mentale, un mondo interno distinto da quello esterno. Sa, dunque, che la sua coscienza vive nell&#8217;interfaccia tra due mondi, ciascuno dei quali esercita su di lui un&#8217;attrazione.</p>
<p>Ogni coscienza fluttua tra l&#8217;apertura al mondo esterno e l&#8217;apertura al mondo interno: tangibile il primo, in quanto apparentemente costituito da oggetti che si possono toccare, manipolare,ecc; intangibile il secondo, in quanto costituito da contenuti psichici (pensieri, emozioni, memorie, fantasie, ecc.).</p>
<p>L&#8217;equilibrio di una personalità sta nel trovare il giusto grado di apertura al mondo esterno e al mondo interno, secondo una formula che non può essere la stessa per tutti.</p>
<p>Oggi una situazione di equilibrio è quasi puramente teorica. Molti introversi si chiudono rispetto al mondo esterno più di quanto sia necessario per salvaguardare la loro identità, si difendono dalla paura perpetua di essere giudicati inadeguati, difettosi, disadattati, e, sentendosi sollecitati a normalizzarsi secondo un modello estraneo alla loro vocazione ad essere, spesso covano una sorda ostilità nei confronti del mondo sociale. Molti estroversi, però, si chiudono al mondo interno più di quanto sia ragionevole per assicurare alla personalità un minimo di sviluppo evolutivo. Essi rimangono cristallizzati in un modo di essere efficiente in rapporto alle richieste dell&#8217;ambiente sociale, ma sostanzialmente ripetitivo e monotono.</p>
<p><strong>È evidente che questi orientamenti &#8220;nevrotici&#8221;, che Jung assume come naturali, sono il prodotto di un modello normativo che mortifica, in diversa misura, le potenzialità evolutive intrinseche al modo di essere introverso e a quello estroverso.</strong></p>
<p>Nel <a href="/2007/06/30/il-saggio-sullintroversione-timido-docile-ardente/">saggio</a> ho definito tale modello tout-court estroverso, commettendo un errore che ha fuorviato alcuni lettori e va rimediato.</p>
<p>Il modello in questione è sufficientemente noto:<strong> esso privilegia l&#8217;adesione e l&#8217;adattamento alla realtà così com&#8217;è, la capacità di comunicare e di stare con gli altri, un certo grado di competitività, lo spirito pratico necessario per conseguire risultati tangibili (in termini di conferme sociali, status. prestigio, ecc.), il non farsi troppi problemi, il prendere la vita come viene, ecc.</strong></p>
<p>In che senso si può ritenere disfunzionale tale modello in rapporto alle potenzialità genetiche umane?</p>
<p>Sottolineerei due aspetti essenziali.</p>
<p><strong>Il primo è la sollecitazione rivolta all&#8217;uomo ad agire, ad essere intraprendente, a sfruttare le occasioni che gli vengono offerte, ma senza avere un atteggiamento critico nei confronti della realtà</strong>. Egli dunque deve essere, al tempo stesso, attivo sul piano del darsi da fare e passivo nell&#8217;accettare le regole del gioco, come se fossero leggi di natura. Certo, quest&#8217;orientamento favorisce l&#8217;integrazione sociale, ma al prezzo di una burocratizzazione dell&#8217;esperienza per cui il soggetto può ritrovarsi ad essere efficiente, inserito e allo stesso tempo insoddisfatto e infelice.</p>
<p><strong>Il secondo aspetto riguarda il perpetuo confronto con gli altri indotto dall&#8217;ideologia della competitività, il misurare di continuo il proprio essere nell&#8217;interazione sociale in termini di adeguatezza/inadeguatezza</strong>. L&#8217;ossessione del confronto naturalmente non può riguardare che le apparenze, vale a dire il modo in cui gli altri si comportano e il loro status (quello che hanno): insomma, l&#8217;immagine sociale. La conseguenza di tale ossessione, che allontana le persone dal valutare e dal coltivare le loro qualità umane e le loro potenzialità indipendentemente dal vantaggio che se ne può ricavare in termini di immagine sociale, è una perpetua intossicazione invidiosa e una tendenza universale all&#8217;omologazione. In virtù di questo, si realizza nel nostro mondo lo strano fenomeno della miseria psicologica nell&#8217;abbondanza secondo l&#8217;assioma di Seneca per il quale non è povero chi ha poco, ma chi desidera di più.</p>
<p>I danni che gli introversi ricavano dal confronto con questo modello normativo, che viene loro proposto come assoluto e al quale non riescono ad adattarsi (anche quando, a rischio di alienarsi, s&#8217;impegnano con tutte le loto forze), sono noti e giustificano la fondazione e l&#8217;attività della LIDI.</p>
<p>Non dobbiamo ignorare però i danni che subiscono gli estroversi.</p>
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		<title>Una storia non facile</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Oct 2006 10:16:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cristiano Nocente</dc:creator>
				<category><![CDATA[Introversione e disagio psichico]]></category>
		<category><![CDATA[adolescenza]]></category>
		<category><![CDATA[disadattamento]]></category>
		<category><![CDATA[disagio giovanile]]></category>
		<category><![CDATA[introversione]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>

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		<description><![CDATA[La vergogna nelle scarpe Quella di Daniele è la storia di un disadattamento tristemente preannunciato. La risposta al dramma soggettivo strenua quanto eroica. La sua anima è un campo devastato da eventi ridicoli (primo iato: quali eventi si possono considerare tali di fronte alla soggettività?) eppure destrutturanti tanto da riuscire a farmi provare l&#8217;orrore della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>La vergogna nelle scarpe</h3>
<p>Quella di Daniele è la storia di un disadattamento tristemente preannunciato. La risposta al dramma soggettivo strenua quanto eroica. La sua anima è un campo devastato da eventi ridicoli (primo iato: quali eventi si possono considerare tali di fronte alla soggettività?) eppure destrutturanti tanto da riuscire a farmi provare l&#8217;orrore della sua mutilazione.</p>
<p>Sedici anni appena, come una foglia accartocciata arsa da un dolore primitivo, vive in un tempo sospeso, in una attesa senza tempo una dissoluzione gloriosa, un &#8220;incontro di spade e di giudizio&#8221; e &#8220;una fine di fuoco&#8221;.<br />
Da quegli occhi fossili balugina un coacervo di rabbie e colpe che si rincorrono imprigionate nel cristallo della sua esperienza (secondo iato: tutte le esperienze vivono e soffrono perchè vogliono essere almeno libere di sperare in un ordine superiore di intelligibilità che le ospiti nell&#8217;alvo dell&#8217;umano).<br />
Una luce legge il cuore di questo cristallo e lo racconta spigolo per spigolo.</p>
<p>Daniele è a scuola, frastornato dal vocìo dei compagni ingrembiulati e arruolati, ma veracemente disordinati. Questa volta il disordine precedente all&#8217;arrivo della suora non lo disagia, ma lo accudisce, quasi lo alleggerisce anzichè preoccuparlo della rappresaglia che sa che spetta ad un tale moscaio. Il suo silenzio rispetta le consegne, ma tradisce la natura dell&#8217; orda. (terzo iato: Daniele è intimorito da quel genere di iniziative terroristiche che mirano a punire indiscriminatamente. È tenuto a sentirsi responsabile delle azioni altrui, quali che siano. Deve quindi agire sia su di sé che sugli altri).<br />
Catapultato da una sequenza ad un&#8217;altra, quasi viaggiassero parallelamente Daniele si ritrova con i suoi compagni davanti al sussidiario, ognuno il proprio, guai a dimenticarlo: dapprima si passa in rassegna poi si fa la conta di chi rimane seduto e di chi subisce l&#8217;onta della derisione, relegato al muro in piedi: una fucilazione morale, ma anche una sorta di acquisita immortalità vista la quotidiana reiterazione dei caduti, gli stessi che non impareranno mai a leggere.<br />
Si inaugura l&#8217;agone della lettura a salti, una staffetta che non ammette ritardi, pena la retrocessione di giornata nel purgatorio delle classi inferiori fin giù all&#8217;inferno asilare.<br />
Uno strano torpore rischia comunque di distoglierlo dalla batteria di &#8220;squalificazione&#8221;, ma è abituato ad esercitare su se stesso raffinate e ostinate forme di controllo. Nonostante ciò lo sguardo non può fare a meno di svelare una atroce manchevolezza: Daniele si scopre senza scarpe. La vergogna lo espone alla &#8221; vertigine del vuoto&#8221;.</p>
<p>Il senso del sogno angoscioso di Daniele è nella tirannide delle sue notti che si avvicinano come ombre minacciose ogni volta all&#8217;imbrunire. D&#8217;estate il sollievo è dato dal loro rarefarsi, allontanate dalle giornate di luce più viva e di più lunga vita.</p>
<p>Daniele è stato fin dall&#8217;avvio dell&#8217;esperienza scolare un bambino perfetto, ma raramente si è sentito esemplare. Tutto teso a conquistare l&#8217;oggetto d&#8217;amore, l&#8217;affetto e la stima della suora, Daniele è pronto a tradire se stesso per un Bene Supremo che dopo averlo forgiato al sacro fuoco del dovere per il dovere, in cambio della promessa di una vita di luce riflessa, getta l&#8217;ombra del rifiuto per l&#8217;assenza di autenticità del suo sforzo. Il Bene Supremo, come gli amori isterici, lo seduce e lo cattura e poi, non lo getta via, ma lo tiene in stallo per misurarne la capacità di resistenza, e, solo dopo le dolorose abluzioni, decide di allontanarlo perché l&#8217;ha troppo domato.</p>
<p>(Quarto iato: Daniele con il petto gonfio di rabbia ha ancora il capo cosparso di cenere).</p>
<p>&#8220;Perché mi offri questi pasticcini?&#8221;<br />
Preso dal panico della risposta che tutti s&#8217;attendono, inciampa in quella ingenuità costituzionale.</p>
<p>&#8220;&#8230; perché tu possa volermi più bene&#8221;</p>
<p>&#8220;Te lo hanno suggerito i tuoi genitori?&#8221;</p>
<p>Per non raccogliere che i cocci tra vasi di ferro Daniele è costretto a vivere nella sua gabbia d&#8217;acciaio faticosamente costruita inaccessibile e trasparente.<br />
La sua vita diventa un rituale antico, troppo antico per capirne donde viene. Nulla deve concedersi al di fuori di esso, nulla può concedere.<br />
Solo continuare a scagionarsi.</p>
<p>Finito il tempo della Madre Matrigna inizierà quello del Padre Egoista. Sono tempi metaforici.<br />
Daniele questo ancora non lo sa perchè Daniele segretamente coltiva il sogno del proprio ammutinamento.</p>
<p>Il motore non perde un colpo, sale più velocemente che in discesa, è quasi spietato. Un ritmo trascendente lo incalza. E lo soffoca.<br />
È una scoperta che lo imbarazza, che rinnega rimaneggiando l&#8217;armatura. Avrebbe bisogno di un traghettatore.</p>
<p>Il narcisismo dei padri vili che tengono per sé i segreti della vita sprofonda Daniele in una palude grigia. Senza maestri di coraggio non si può saltare il fosso.</p>
<p>In una mattina di cose inutili ha un leggero capogiro. Quel liceo non ha mantenuto la promessa. Quanta fatica da troppo, troppo tempo e ora la stagione delle farfalle la deve vedere dal letto.Quella mattina il motore non ha retto. Il padre se lo è andato a prendere allo sfasciacarrozze.</p>
<p>&#8220;Pochi giorni di riposo basteranno&#8221;. Con in cuore un triste presagio.</p>
<p>&#8220;&#8230; non so, arrivederci&#8221; con il ghigno del tradimento del suo latino, del suo greco, stupidi vangeli che non hanno mai resuscitato nessuno.</p>
<p>Daniele è caduto sotto il colpo più pesante: qualcuno gli ha strappato di dosso l&#8217;armatura lasciandolo nudo come un verme.</p>
<p>Quella mattina di cose inutili Daniele scopre che quella testa che aveva con fatica tentato di riempire il più possibile ora lascia spazio al vuoto temuto. Credo anche cercato.<br />
Un vuoto che invade mano a mano quella memoria ricca di strumenti di perfezione e di tortura.<br />
Fatica con il suo linguaggio disarticolato, con la sua attenzione labile catturata da uno stato catatonico, il suo guscio di salvataggio che lo difende da quella corsa pazza.</p>
<p>Daniele era fuggito da quella antica paura rincorrendo un mito di onnipotenza. Sempre primo per non scivolare giù.</p>
<p>Fino a quando ascolterà chi cerca i nodi di un fallimento personale, una ossessione malsana coltivata con il piacere della supremazia, Daniele non potrà capire perché la sua intima natura lo tradisca ancora, refrattaria e ribelle. Ma quando un apostata gli spiegherà che è vittima inconsapevole di un complotto, un Ordito che fabbrica replicatori, Daniele comprenderà l&#8217;insipienza della Cultura alla quale hanno obbedito la Madre Matrigna, i Padri Egoisti e, non ultimo, meschino, Lui stesso.</p>
<h3>Post criptum</h3>
<p>Questo &#8220;racconto clinico&#8221; (perché anche la sociologia comincia ad avere titolo per applicazioni cliniche, dal verbo greco <em>clino</em>, piegarsi per risollevare) è stato scritto per una cornice particolare che è quella di un volume collettaneo, appena pubblicato, che raccoglie emozioni intorno alla scuola.<br />
Una prima stesura accompagnava la storia con considerazioni di natura teorica, ma evidentemente il rispetto del topos letterario imposto dalla casa editrice lo escludeva.</p>
<p>Mi sono dovuto rendere conto che se il binomio introversione-disagio psicosociale alla fine degli anni ottanta &#8211; inizio anni novanta faceva la stessa impressione, destava la stessa incomprensione e il doloroso scetticismo di un incesto nel torbido del quale si pensa alla vittima come ad una connivente, oggi la sola introversione fa gridare allo scandalo.<br />
È la tacita eresia dei nostri tempi per la quale non esiste neanche una inquisizione. È più vicina all&#8217;oblio.<br />
Ancora di più, in un colloquio privato con una titolata accademica che si occupa di sociopatogenesi del disagio giovanile, mi sono arreso alla constatazione che si è persa una grammatica che declini l&#8217;introversione.</p>
<p>&#8220;Gli introversi, ai miei tempi, erano strani, ma suscitavano un certo fascino, li avvertivamo come presenze imperiture&#8230; Ora proprio a pensarci a quegli anni, a quelle amicizie, a quel fragore come in una lunga strada di campagna tra le cicale quegli ombrosi cipressi&#8230; Ecco li sentivamo presenti, discreti, importanti come i cipressi che ti danno la sensazione di chiudere il cerchio della vita, vivere sapendo che passeggi allegramente assieme alla morte quieta, al suo significato trascendente. Oggi ci siamo dimenticati di quel silenzio così pieno&#8230; è uno strappo&#8230;&#8221;</p>
<p>E poi ancora: &#8220;noi ragazze ne eravamo affascinate se poi incontravamo un giovane introverso belloccio, con quel mistero tutto addosso: un sacramento. Comunque prima finivano quasi tutti a fare o gli artisti o i matti. Non mi ricordo, come mi dice lei, di ribelli nei confronti del sistema&#8230; ma sa, in Sicilia quando eravamo adolescenti noi, non c&#8217;era motivo di ribellarsi. Le famiglie ci accudivano seriamente: noi figli eravamo oggetti sacri. Oggi che fanno gli introversi&#8230; ?</p>
<p>Mi lascio trascinare da quella inerzia, con lo sguardo perso in una emozione di solitudine che mi accompagna all&#8217;esilio: non serve dichiararsi introverso visto che oggi ci si può celare facilmente presi dalla cecità dell&#8217;unica morsa &#8211; esisti non esisti: &#8221; non lo so, mi dica lei&#8230;&#8221;</p>
<p>&#8220;Vede il punto è ma esistono ancora?&#8221;</p>
<p>Credo che ogni buon pensiero sia per ognuno di noi criptico nella misura in cui si presta ad una semiosi illimitata, cioè ad una generazione di più piani di significato che vanno scoperti. Anche la fatica di accettare ciò è un segno dei tempi.<br />
Partendo dal mio racconto di vita (quella di Daniele nella sua vergogna nelle scarpe) mi rendo conto di alludere spesso, di omettere per lasciare spazio al simbolico (intendendo come qualcosa che sta per il tutto con l&#8217;ineffabilità che lo contraddistingue), per tentare una &#8221; presa diretta&#8221;.<br />
La scelta di questo stile è più un&#8217;imposizione di natura: bisogna sforzarsi di capire quanto ha da dire un introverso accettando la superficiale inaccessibilità. Il mio messaggio è volutamente in-trasparente, il suo linguaggio è inoppugnabilmente scostante come tutte le verità in minuscolo che scivolano di mano.</p>
<p>Una mia amica mi rinnova le &#8220;critiche di sempre&#8221;: &#8220;il tuo stile e di pensiero e di scrittura seppure rappresenta bene la complessità delle tue idee &#8211; se posso permettermi una interpretazione &#8211; sembra una fuga dal timore di esporti al pubblico, l&#8217;esigenza tutta solipsistica di avvolgerti in spire e di scrivere per te stesso, la delusione per la distanza degli altri, la loro incapacità di comprendere-comprenderti.&#8221;<br />
Riferendosi poi ad alcune mie disavventure di salute e al mio confino ospedalizzato che oggettivamente mi hanno creato una sorta di involucro di asetticità dal mondo: &#8220;goditi, se possibile, questo tuo ritiro e la sua magia del negativo che tanto ti affascina e che è parte di te.&#8221;</p>
<p>Sebbene, non ingiustificatamente, le attribuisca una capacità di analisi intellettuale così sottile e originale da considerarla una &#8220;rabdomante&#8221;, trovo una contaminazione pregiudiziale in quello che dice.</p>
<p>L&#8217;aspetto del ritiro degli introversi che pure va contemplato, non può giustificare la loro parabola. Essi parlano all&#8217;invisibile.</p>
<p>Da <span class="highlight-blue-b"><strong>C. G. Jung</strong></span> in <em><strong>Tipi Psicologici</strong></em>, ed. Netwon Compton:</p>
<blockquote>
<p>Il giudizio dell&#8217;estroverso non può credere a forze invisibili.<br />
<cite>p. 306</cite></p>
</blockquote>
<p>Credo che quello che in sociologia viene considerata la società del rischio sia strutturata in modo tale da rimuovere le forme invisibili come relazioni logico affettive, pure esistenti all&#8217;interno dei processi sociali.</p>
<p>Dal punto di vista logico questo è abbozzato ancora in Jung:</p>
<blockquote>
<p>L&#8217;intuito introverso coglie le immagini che provengono dalla base dell&#8217;inconscio, presenti in essi a priori, ereditarie. Questi archetipi, la cui essenza più intima è inaccessibile all&#8217;esperienza, rappresentano il precipitato dei processi psichici di coloro che ci hanno preceduto, la ripetizione di milioni di volte di esperienze dell&#8217;esistenza organica accumulatesi e condensatesi in tipi. Perciò in questi archetipi sono rappresentate tutte le esperienze che sono state vissute su questo pianeta. [...]<br />
<br />
[...] l&#8217;intuito introverso percependo i processi interni fornisce certi dati (informazioni) che possono essere importantissimi per la concezione dell&#8217;evento generale, anzi può addirittura prevedere, più o meno chiaramente, sia le nuove possibilità sia ciò che avverrà successivamente. Tale capacità profetica si spiega col suo rapporto, con gli archetipi, che rappresentano il punto di partenza di tutte le cose sperimentabili.<br />
<cite>p. 314</cite></p>
</blockquote>
<p>Dal punto di vista dell&#8217;affettività, del sentire l&#8217;altro, sappiamo che il ritiro introversivo non può prescindere dal portarsi in valigia, interiorizzate e talvolta ugualmente incombenti il gran fracasso di voci nella testa che impartiscono imperativi nel cuore che correggono l&#8217;egoismo.</p>
<blockquote>
<p>Dato il suo sentire primitivo aspira a una intensità interiore&#8230; che è possibile solo immaginare, non certo capirne la profondità, che rende le persone taciturne e poco accessibili.<br />
<cite>p. 304</cite></p>
</blockquote>
<p>Perché mi sono &#8220;permesso&#8221; di invocare un Ordito ai danni di Daniele ?<br />
E perché c&#8217;è bisogno di un manuale per solo pensare, rendere &#8220;tracciabile&#8221; nella nebulosa sociale, l&#8217;introversione? Lo dice l&#8217;accademica con parole ingenue, ma franche: perché non ne avvertiamo più la presenza possiamo ritenere che non esista più.</p>
<p>Come sociologo so bene che non fu Freud a scoprire l&#8217;inconscio, ma a dar conto della sua giustificazione. Il contesto della scoperta è una impresa, sebbene maturata per lo più inconsciamente, collettiva per richiamare l&#8217;insegnamento di Kuhn. La mente è un paradigma sociale che ogni tanto ricorda le proprie colonne d&#8217;Ercole a qualche avventuriero che osa varcarle. Ma non dipende da lui che ciò che trova diventi scienza riconosciuta.<br />
Se di fronte alla meraviglia per il movimento di un meccanismo di orologio, lo volessimo smontare per analizzarlo ne capiremmo le parti, il funzionamento di queste, ma ci accorgeremmo fin tanto che è sotto esame di non &#8220;sentirlo&#8221; più.<br />
Ne perderemmo, in altre parole, l&#8217;ineffabile esperienza della sua presenza.</p>
<p>Credo dunque che i manuali per montare e smontare le esperienze non possano restituire &#8220;al paradigma&#8221; l&#8217;introversione. E questo il mio caro amico Luigi Anepeta lo sa e lo denuncia pure.</p>
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		<title>La catastrofe sfiorata</title>
		<link>http://www.legaintroversi.it/2006/09/05/la-catastrofe-sfiorata/</link>
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		<pubDate>Tue, 05 Sep 2006 16:43:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Introversione e disagio psichico]]></category>
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		<category><![CDATA[suicidio]]></category>

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		<description><![CDATA[1. A metà febbraio ricevo un&#8217;e-mail il cui titolo è: &#8220;Disperato bisogno di aiuto&#8221;. Il testo (modificato solo nei dati che potrebbero permettere l&#8217;identificazione) è il seguente: Egregio Dottor ANEPETA, sono il padre di Cristiano, un ragazzo che il 20 marzo compirà 18 anni e che frequenta il 4.o Liceo scientifico. Mio figlio il 21 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1.</h3>
<p>A metà febbraio ricevo un&#8217;e-mail il cui titolo è: &#8220;Disperato bisogno di aiuto&#8221;. Il testo (modificato solo nei dati che potrebbero permettere l&#8217;identificazione) è il seguente:</p>
<blockquote>
<p>Egregio Dottor ANEPETA,<br />
sono il padre di Cristiano, un ragazzo che il 20 marzo compirà 18 anni e che frequenta il 4.o Liceo scientifico. Mio figlio il 21 gennaio scorso ha tentato il suicidio, si è salvato non so se per caso, per fortuna o per miracolo.<br />
<br />
La motivazione scatenante è stata il fatto che un compagno di scuola, figlio di un pregiudicato, lo minacciava e lo impauriva; per questo motivo aveva avuto anche un improvviso calo di rendimento scolastico, lui che era il primo della classe.<br />
Cristiano è stato ricoverato subito dopo il tentativo di suicidio per 15 giorni nell&#8217;ospedale generale di Viterbo, poi per tre settimane nella Clinica Universitaria Infantile di Roma in Via dei Sabelli, 108.<br />
<br />
Adesso è tornato a casa e ha ripreso a frequentare la scuola.<br />
<br />
Leggendo alcuni libri scritti da Lei, io e mia moglie ci siamo resi conto che nostro figlio è un introverso e ha tutte le caratteristiche da Lei descritte, e d&#8217;altra parte anche io sono così.<br />
<br />
Vogliamo evitare che nostro figlio entri nel vortice della farmacologia, che sarebbe la fine, e chiediamo disperatamente a Lei un aiuto perché invece Cristiano venga recuperato facendogli capire il suo modo di essere e di relazionarsi.<br />
<br />
Chiediamo, quindi, se Lei si può occupare del nostro caso o se ci può indicare qualche suo collaboratore o qualche centro che segue i suoi metodi e le sue teorie.<br />
<br />
Confidando disperatamente nel suo aiuto, invio distinti saluti.</p>
</blockquote>
<p>Rimango ovviamente sorpreso, non per il fatto in sé e per sé, ma per l&#8217;atteggiamento esplicitamente antipsichiatrico del genitore e della sua capacità di ricondurre il dramma del figlio al suo essere introverso. &#8220;Anch&#8217;io sono così&#8221; significa che, in questo caso, l&#8217;identificazione e l&#8217;empatia funzionano.</p>
<p>Il vortice della farmacologia, di fatto, è già avviato. A Cristiano sono stati prescritti un neurolettico (Risperdal), uno stabilizzatore dell&#8217;umore (Depakin) e un antidepressivo (Entact). È stata formulata la diagnosi di depressione atipica, la quale implica che, al di sotto della depressione, grave per via del comportamento suicidiario che essa ha indotto, potrebbe celarsi un processo morboso più serio: una schizofrenia, insomma. E d&#8217;altro canto, se un ragazzo di 18 anni, in seguito ad un contrasto con un coetaneo, giunge a tentare di togliersi la vita, come pensare che nel suo cervello non ci sia qualcosa che non va?</p>
<p>A vederlo, in effetti, Cristiano inquieta. Ha un&#8217;espressione cupa, quasi tragica, uno sguardo limpido e freddo. Dice poche parole, che suonano come un epitaffio: &#8220;La vita è troppo pesante, troppo dura, per me. Troppi sono i problemi da affrontare. Io non ce la faccio.&#8221;<br />
È tornato a scuola, ma il rendimento è scarso, anche perché i farmaci lo intontiscono. È l&#8217;unico effetto che hanno &#8211; specifica. Era il primo della classe, ma adesso sicuramente perderà quota. Era già isolato e considerato strano dagli altri per via della riservatezza e della tendenza a stare chiuso in casa a studiare e a leggere, senza frequentare comitive. Adesso, ha sulle spalle il peso di un tentato suicidio, di un ricovero in clinica psichiatrica e del marchio di &#8220;malato di mente&#8221;.</p>
<p>I genitori, che assistono al colloquio, sembrano meno spaventati e terrorizzati di quanto mi aspettassi. Sono persone semplici nei modi e nell&#8217;abbigliamento, ma dotate di un notevole acume, oltre che di una grande empatia.<br />
Non credono che il figlio sia un malato di mente. Riconoscono che è un introverso, ma gli attribuiscono qualità rare e speciali. Cristiano, ai loro occhi, è intelligentissimo, buono, sensibile, generoso, ama la giustizia, odia la violenza e la sopraffazione, si interessa di filosofia e di religione.</p>
<p>Tutto vero, ma il problema è che Cristiano non è in grado di apprezzare queste qualità. Egli è ossessionato solo da un difetto, che lo fa vergognare di essere al mondo. Ha scoperto, infatti, sul campo, di essere un vigliacco, un codardo e un inetto. Affrontato provocatoriamente e in maniera arrogante dal compagno di classe, che, essendo tra i peggiori nel rendimento e di carattere piuttosto turbolento, lo vede come il fumo negli occhi in quanto primo della classe e &#8220;lecchino&#8221; (vale a dire corretto e rispettoso nei confronti dei docenti), egli, pur avvertendo una rabbia esplosiva in petto, è rimasto letteralmente bloccato, incapace persino di proferire una parola. È addirittura sbiancato in volto, e ha avuto per qualche istante il timore di collassare.<br />
Lo scontro è avvenuto in classe, nell&#8217;intervallo tra le lezioni. Tutti i compagni sono stati testimoni del fatto. Una vergogna infinita.</p>
<p>L&#8217;episodio è stato peraltro solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Dalle scuole medie in poi Cristiano è convissuto con <strong>un senso di diversità, di stranezza e di estraneità rispetto ai coetanei</strong>. Proprio allora, quando gli altri, abbandonando l&#8217;<em>habitus</em> infantile, hanno cominciato ad essere turbolenti, &#8220;caciaroni&#8221;, intraprendenti con l&#8217;altro sesso, intruppati di pomeriggio nelle comitive, Cristiano è stato letteralmente <strong>risucchiato dall&#8217;introversione</strong>. Ha sviluppato una passione per la cultura, molto al di là degli impegni scolastici, si è messo a studiare le religioni e a percorrere un suo tragitto filosofico, interrogandosi sulla condizione umana, sul mondo così com&#8217;è, su come dovrebbe essere, ecc.</p>
<p>Ha preso dolorosamente atto della violenza esistente nel mondo, interessandosi di politica, seguendo le vicissitudini delle guerre, dei conflitti internazionali. Si è chiesto a lungo perché gli uomini, anziché solidarizzare e vivere in pace, si scannano, ovviamente senza trovare risposta.</p>
<p>Ha sviluppato lentamente dentro di sé <strong>un senso di infinita solitudine</strong>, appena alleviato dal rapporto con i genitori con cui ha sempre potuto parlare di tutto. I suoi hanno sempre riconosciuto la sua superiore intelligenza, ma sono persone semplici e sagge, aperte al dialogo e niente affatto superficiali. Entrambi di sinistra, e di quella sinistra tradizionale e popolare che, anziché immergersi nelle sofisticazioni intellettuali dei progressisti radical-chic, testimonia i valori della sinistra attraverso una pratica di vita coerente e aliena al consumismo, all&#8217;egoismo, al culto dell&#8217;immmagine, ecc., essi hanno sempre capito i problemi del figlio, confortandolo però sul fatto che, nonostante il mondo sia quello che è, le persone oneste e di valore alla fine, come è accaduto a loro, possono trovare il modo di vivere significativamente e di rimanere fedeli a se stessi.</p>
<p>Certo, non sono riusciti a valutare il dramma di Cristiano, che vive interagendo con un contesto giovanile profondamente diverso da quello che loro hanno sperimentato all&#8217;epoca dell&#8217;adolescenza.</p>
<p>Cristiano odia la superficialità dei coetanei, non riesce a stare con loro più di un quarto d&#8217;ora perché parlano solo di donne, di calcio, di moto e di macchine, e intrattengono tra loro rapporti fondati sul prendersi in giro e sul tentativo di mettere l&#8217;altro in mutande.</p>
<p>Nonostante il conforto dei suoi, Cristiano, nel corso degli anni, ha cominciato a vivere la sua diversità come inesorabilmente aggettata su un orizzonte di solitudine radicale. Avrebbe accettato dignitosamente questo &#8220;destino&#8221;, se non fosse intervenuta la circostanza che ha fatto traboccare il vaso.</p>
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		<title>La scuola come incubo</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Jul 2006 09:14:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Introversione e disagio psichico]]></category>
		<category><![CDATA[adolescenza]]></category>
		<category><![CDATA[disagio giovanile]]></category>
		<category><![CDATA[perfezionismo]]></category>
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		<description><![CDATA[1. Su consiglio di una mia amica, una madre mi chiede aiuto con un&#8217;e-mail: Vorrei far seguire mia figlia di circa 10 anni perché da diversi anni soffre di sintomi nervosi quali tic ossessivi e ripetitivi, sbalzi d&#8217;umore, rabbia ingiustificata, isolamento saltuario. È già stata in passato seguita per qualche mese, ma dopo i primi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1.</h3>
<p>Su consiglio di una mia amica, una madre mi chiede aiuto con un&#8217;e-mail:</p>
<blockquote>
<p>Vorrei far seguire mia figlia di circa 10 anni perché da diversi anni soffre di sintomi nervosi quali tic ossessivi e ripetitivi, sbalzi d&#8217;umore, rabbia ingiustificata, isolamento saltuario. È già stata in passato seguita per qualche mese, ma dopo i primi miglioramenti è tornata al punto di partenza.</p>
</blockquote>
<p>Per quanto solitamente non mi faccia carico di situazioni infantili, non mi sento di respingere la richiesta. Primo, perché anche per indirizzare ad altri terapeuti persone che si rivolgono a me preferisco prendere visione delle problematiche da affrontare. Secondo, perché intuisco che la situazione in questione dovrebbe presentare degli aspetti interessanti. Lo intuisco tenendo conto dell&#8217;amica che ha consigliato di consultarmi, la quale mi conosce abbastanza bene per non considerarmi un counselor. Lo intuisco anche perché, nell&#8217;e-mail, la madre mi lascia il cellulare perché la contatti presso il suo studio professionale dalle 8 alle 17. Madre, dunque, professionista a tempo pieno, con un orario che implica che anche la figlia è una studentessa a tempo pieno. Labili indizi, che però rievocano in me una sorta di dejà-vu.</p>
<p>Cristina è uno scricciolo che dimostra meno degli anni che ha, ma si presenta con la disinvoltura un po&#8217; manierata delle bambine cresciute troppo in fretta. Ha uno sguardo vivacissimo, attraverso il quale traspare un&#8217;intelligenza superiore alla media, e un eloquio straordinariamente preciso.<br />
Non ha alcuna difficoltà a ragguagliarmi sulla sua sintomatologia. Da alcuni anni, sono comparsi dei tics al volto abbastanza disturbanti, peraltro del tutto evidenti. Mentre mi parla, il suo volto è percorso da fremiti che riguardano gli occhi, le palpebre, la fronte, il naso, la bocca. Oggettivamente, sembrano smorfie che la imbruttiscono, ma, ai miei occhi, ogni tanto l&#8217;insieme dei tics assume una configurazione significativa.<br />
Il volto di Cristina mi richiama repentinamente quello di chi assiste a un film dell&#8217;orrore o a qualche scena raccapricciante.<br />
I tics si associano frequentemente a mal di testa, dolori addominali e a stati d&#8217;animo che Cristina ha difficoltà a descrivere. Si tratta, però, inconfutabilmente, di picchi di ansia che raggiungono talora l&#8217;acme del panico (cuore in gola, senso di soffocamento, vertigini, ecc.).<br />
La sintomatologia è insorta da alcuni anni, vale a dire dall&#8217;inizio della scolarizzazione, e si va progressivamente incrementando. Cristina mi mette al corrente che essa è del tutto regredita nel corso di un recente viaggio fatto con la scuola, e che di solito si attenua con l&#8217;avvio delle vacanze estive o natalizie.</p>
<p>Elementare, direbbe Watson. Si tratta, per adottare un linguaggio convenzionale, di una sindrome da stress legata alla scuola. Per sormontare il linguaggio convenzionale, occorre capire meglio di che tipo di stress si tratta.</p>
<p>È superfluo dire che Cristina ha un rendimento scolastico buono: un po&#8217; al di sotto del suo impegno, che è totalizzante, e da qualche tempo in calo. La maestra ha detto alla madre che Cristina rende, ma potrebbe fare molto di più&#8230;<br />
Le chiedo esplicitamente come vive il rapporto con lo studio e con la scuola. La risposta è precisa e inequivocabile: studiare, in genere, le piace, ma la scuola è un &#8220;incubo&#8221;. L&#8217;incubo di fatto traspare sul suo volto attraverso i tics e nelle sue viscere, spesso sconvolte dal dolore.<br />
Perché un incubo? Cristina a riguardo è lucidissima. Si lavora troppo, i compiti a casa non danno un attimo di respiro, anche il week-end e le vacanze sono gravate da impegni estremamente onerosi. Studiare è insomma una corsa ad ostacoli, con ostacoli sempre più alti e ravvicinati. È ingiusto &#8211; dice &#8211; vivere così, come se la vita fosse una montagna da scalare.</p>
<p>La madre interviene a questo punto con grande onestà. Riconosce che la maestra di Cristina è una perfezionista, un&#8217;insegnante che si impegna all&#8217;estremo, ma richiede dai suoi alunni il massimo. La scelta della scuola e dell&#8217;insegnante non è avvenuta per caso. Essa ha preso informazioni, dalle quali è risultato che l&#8217;insegnante godeva di un grande credito presso le madri che avevano affidato ad essa i figli. Certo, è una maestra che pretende molto, ma dà ai suoi alunni le &#8220;basi&#8221; per poter poi conseguire, a livello di studi superiori, eccellenti risultati.<br />
Riconosce anche, la madre, di essere pienamente connivente con l&#8217;impostazione della maestra: di essere insomma lei stessa una perfezionista piuttosto severa e di avere esercitato nel corso degli anni una costante pressione su Cristina perché rispondesse alle richieste dell&#8217;insegnante. Pensa che la vita sia di fatto una corsa ad ostacoli, la quale richiede un grande impegno per non rimanere nella fascia dei mediocri.</p>
<p><strong>La rabbia ingiustificata di cui mi ha fatto cenno nella lettera è riconducibile alle proteste periodiche di Cristina contro un&#8217;organizzazione della vita da &#8220;incubo&#8221;</strong>. Neppure i mal di testa e i dolori addominali giustificano, secondo la maestra, le assenze. Occorre proprio star male, avere la febbre, per rimanere a casa. È il gran circo della vita.</p>
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