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	<title>LIDI - Lega Italiana per la tutela dei Diritti degli Introversi &#187; senso di giustizia</title>
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	<description>Conoscere, riconoscere, riabilitare l&#039;introversione e prevenire il disagio degli introversi</description>
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		<title>Tre domande sull&#8217;introversione allo scrittore Erri De Luca</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Jan 2011 09:00:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Testimonianze]]></category>
		<category><![CDATA[De Luca]]></category>
		<category><![CDATA[introversione]]></category>
		<category><![CDATA[senso di giustizia]]></category>

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		<description><![CDATA[Tu scrivi, in &#8220;Non ora, non qui&#8221;, che sei stato &#8220;un bambino più assorto che quieto&#8221; e, parlando ancora di te stesso, ricordi che &#8220;una fioritura di reticenze&#8221; preparava la tua identità. Questi caratteri si ripetono nelle esperienze di molti introversi. Come hai vissuto l&#8217;indole che descrivi in modo così limpido nel tuo libro durante [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Tu scrivi, in &#8220;Non ora, non qui&#8221;, che sei stato &#8220;un bambino più assorto che quieto&#8221; e, parlando ancora di te stesso, ricordi che &#8220;una fioritura di reticenze&#8221; preparava la tua identità. Questi caratteri si ripetono nelle esperienze di molti introversi. Come hai vissuto l&#8217;indole che descrivi in modo così limpido nel tuo libro durante la tua infanzia e la tua adolescenza?</em></strong></p>
<p>Ringrazio per l&#8217;aggettivo limpido, che può essere riferito alla scrittura, che arriva a fare da sutura a un tempo suppurato. Nell&#8217;infanzia ero un cespuglio di spine rivolte all&#8217;interno.  L&#8217;adolescenza è stata impegnata dal tentativo di smussarle con lo strumento preferito dai muti, la lingua. Ho letto un castello di libri, ho scritto un deserto di pagine. Non è una terapia, è un modo per approfondire invece il proprio isolamento. </p>
<p><strong><em>Come spesso può registrarsi in molte esperienze di introversi, hai intrapreso la tua strada verso i quarant&#8217;anni anche se durante gli anni da operaio scrivevi nelle ore che ti rimanevano. Quali sono state le difficoltà che hai incontrato nel conciliare il lavoro con la scrittura e quali le motivazioni che ti spingevano a scrivere in quel periodo?</em></strong></p>
<p>Mi sono tenuto compagnia con la scrittura fin da ragazzo. Durante gli anni operai era per me il tempo opposto a quello di lavoro. Aveva un puntiglio di resistenza all&#8217;usura della giornata venduta per salario. Non si conciliavano i due tempi, uno era immenso e schiacciante, l&#8217;altro era minuscolo e capace di non farsi annientare. Scrivevo allora come adesso per raccontarmi storie. Non ho niente dello scrittore professionista che si accomoda al suo scrittoio con l&#8217;intenzione di svolgere il suo lavoro. Scrivo  seduto in qualunque posto e sulle ginocchia. Nessun chiasso intorno, nessuna confusione mi può distrarre.</p>
<p><strong><em>È noto il tuo impegno politico negli anni giovanili e, più tardi, la tua esperienza di impegno civile, in Africa, in Bosnia. È riferibile, questa tua propensione, a quello spiccato senso di giustizia proprio di molti introversi che lo vivono spesso con una profonda sofferenza?</em></strong></p>
<p>La giustizia è il sentimento principale della persona umana, il suo nervo più scoperto. Credo che il periodo rivoluzionario appartenga al tentativo di rispondere a una lesione di quel sentimento. Il 1900 è stato il secolo delle rivoluzioni, ho fatto parte dell&#8217;ultima generazione rivoluzionaria del 1900. Appartenevo alla comunità mondiale che trasformava così i rapporti di forza tra oppressori e oppressi. Nell&#8217;impicciarmi invece di guerre altrui, come quella di Bosnia e quella seguente della Nato contro Belgrado, credo che sono stato mosso dal sentimento della fraternità.</p>
<p class="alignr"><strong>di <span class="highlight-blue">Lisa Cecchi</span> (socia LIDI)</strong></p>
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		<title>Il Gesù dei non credenti</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Oct 2007 12:47:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Introversione e religione]]></category>
		<category><![CDATA[Gesù]]></category>
		<category><![CDATA[introversione]]></category>
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		<description><![CDATA[1. Chi era Gesù al di fuori dell&#8217;oleografia ecclesiale, nella quale egli non si sarebbe presumibilmente riconosciuto? Nel saggio sulla Bibbia (Facci un dio&#8230;), affrontando questo problema in un&#8217;ottica storicistica, ho tracciato un profilo psicologico della personalità di Gesù che riporto integralmente, per quanto ritengo che meriterebbe un approfondimento. La parabola pubblica di Gesù dura [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1.</h3>
<p>Chi era <span class="highlight-blue-b">Gesù</span> al di fuori dell&#8217;oleografia ecclesiale, nella quale egli non si sarebbe presumibilmente riconosciuto?</p>
<p>Nel saggio sulla Bibbia (<a href="http://www.nilalienum.it/Sezioni/Opere/FacciUnDio.html"><em>Facci un dio&#8230;</em></a>), affrontando questo problema in un&#8217;ottica storicistica, ho tracciato un profilo psicologico della personalità di Gesù che riporto integralmente, per quanto ritengo che meriterebbe un approfondimento.</p>
<p>La parabola pubblica di Gesù dura solo tre anni. Fino a trent&#8217;anni, tranne alcuni accenni sulla sua crescita sana e virtuosa e l&#8217;incontro con i dottori della legge a 12 anni che rimangono meravigliati della sua precoce intelligenza, la sua vita è avvolta nel mistero. Nel Vangelo si danno solo due indizi dai quali si può ricavare qualcosa a riguardo. Il primo concerne l&#8217;atteggiamento dei parenti che, dopo poco l&#8217;inizio della predicazione, si mettono sulle sue tracce per ricondurlo a casa poiché lo ritengono un invasato:</p>
<blockquote>
<p>Entrò in una casa e si radunò di nuovo attorno a lui molta folla, al punto che non potevano neppure prendere cibo. Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; poiché dicevano: «È fuori di sé»&#8230;<br />
<br />
Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare. Tutto attorno era seduta la folla e gli dissero: «Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano». Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre».<br />
<cite>Marco, 3, 20 &#8211; 35</cite></p>
</blockquote>
<p>Il secondo indizio è la reazione dei compaesani allorché Gesù torna a predicare in Galilea:</p>
<blockquote>
<p>Partito quindi di là, andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono. Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: «Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?». E si scandalizzavano di lui.<br />
<cite>Marco, 6, 1 &#8211; 3</cite></p>
</blockquote>
<p>I parenti, dunque, tra cui la madre Maria, lo ritengono un invasato, i compaesani rimangono scandalizzati dalle sue parole e dalle opere. Le due circostanze attestano che Gesù, dopo essere vissuto sino a trenta anni integrato nel gruppo parentale e sociale, facendo il carpentiere, è andato incontro ad un repentino cambiamento di vita e di comportamento tanto radicale da indurre il sospetto di uno squilibrio mentale e/o di una possessione demoniaca. Non è difficile interpretare questo sospetto. Esso muove da un contesto culturale all&#8217;interno del quale l&#8217;individuo è considerato semplicemente una funzione del gruppo, non un&#8217;entità distinta da esso, tal che l&#8217;aspettativa sociale è che egli si comporti in maniera conforme ai doveri inerenti il suo ruolo. Uno scarto comportamentale rilevante da tale aspettativa evoca di conseguenza il pregiudizio di un&#8217;alterazione della personalità dovuta ad una malattia o all&#8217;influenza di spiriti maligni. Mettendo tra parentesi tale pregiudizio, si pone il problema di capire come sia potuto accadere un cambiamento comportamentale tale da indurlo. Occorre, a tal fine, adottare un codice interpretativo ricavato dalle scienze psicologiche.</p>
<p><strong>Gesù è andato incontro ad un repentino processo di individuazione</strong> a tal punto intenso da indurre il misconoscimento dei legami di sangue e dei doveri di appartenenza. La possibilità che una coscienza normalizzata si risvegli da un lungo stato di ipnosi determinato dai condizionamenti ambientali e manifesti repentinamente delle potenzialità inaspettate è ormai riconosciuta dalla psicologia come una circostanza non inconsueta. Il &#8220;risveglio&#8221; avviene di solito per effetto della spinta motivazionale legata alle potenzialità lungamente frustrate e si associa, per effetto della percezione soggettiva di essere finalmente nella propria pelle, ad un certo grado di esaltazione. Il cambiamento affranca il soggetto da una gabbia conformistica che, evidentemente, reprime la sua identità e la sua vocazione ad essere. È inevitabile però &#8211; e accade ancora oggi &#8211; che esso venga interpretato dagli amici e dai parenti come abnorme.</p>
<p>Una repentina crisi di individuazione, che dà luogo ad una radicale ristrutturazione della visione del mondo e dei moduli comportamentali, peraltro, se riconosce delle cause intrinseche alla personalità, riconducibile al grado di frustrazione delle potenzialità individuali, non può avvenire se non per effetto di altre influenze ambientali rispetto a quelle consuete.</p>
<p>Anomala in rapporto al contesto paesano, l&#8217;esperienza di Gesù lo è molto meno in rapporto al contesto regionale. È in Galilea infatti che, come si è accennato in precedenza, già da due secoli, in aperta contestazione col potere sacerdotale vigente a Gerusalemme e con l&#8217;occupazione romana, si sono organizzate alcune sette &#8211; gli Esseni, gli Zeloti &#8211; che perseguono l&#8217;intento di una rivoluzione radicale: gli uni di natura spirituale, incentrata sull&#8217;avvento del regno spirituale dei cieli, gli altri di natura politica, incentrata sulla liberazione della Palestina e sulla restaurazione della monarchia davidica. Sia gli Esseni che gli Zeloti attendono il Messia ma con attributi del tutto diversi. Il Messia essenico porta a compimento la vittoria della Luce sulle tenebre e inaugura il regno della giustizia e della pace. Il Messia zelota è un re guerriero che affranca gli Ebrei dal giogo romano e restaura la potenza di Jahvè e del suo re su tutti gli altri popoli.</p>
<p>Che Gesù debba avere avuto dei contatti con questi movimenti è reso evidente dalla contestazione radicale del potere ufficiale, sacerdotale e farisaico, che rappresenta un sottofondo continuo della sua predicazione. Ciò non significa che abbia fatto parte di uno di essi. Una partecipazione a tali sette, che non può essere provata, si può ritenere addirittura improbabile.</p>
<p>In seguito al &#8220;risveglio&#8221;, il modo di vivere di Gesù, nella misura in cui si differenzia rispetto alla cultura parentale, riconosce uno scarto evidente anche rispetto a quei movimenti, entrambi estremamente ligi al rispetto della tradizione mosaica, e sostanzialmente integralisti.</p>
<p><strong>Gesù è uno spirito libero e irrequieto, insofferente nei confronti dei vincoli e dei doveri, avverso alle autorità costituite, alle forme sociali e ai riti.</strong> Abbandona il lavoro e i parenti per darsi al vagabondaggio, percorre in lungo e in largo la Palestina senza mai trovare pace. Vive dormendo dove capita, cibandosi dei frutti della terra e facendosi mantenere dai discepoli. Rifiuta i più importanti precetti mosaici (l&#8217;osservanza del sabato, l&#8217;abluzione pre &#8211; prandiale, il digiuno rituale), trascura o tarda a pagare i tributi al tempio e le tasse ai Romani. Non riconosce la distinzione tra mondo e immondo, centrale nella cultura mosaica, e frequenta senza difficoltà pubblicani e prostitute. Contesta la necessità di lavorare e di preoccuparsi troppo del futuro. Nel panorama ideologico della società ebraica, pure estremamente diversificato, Gesù è, dunque, un contestatore radicale, un out-sider. Ciò spiega il fatto che egli sente la necessità di fondare un suo movimento.</p>
<p>Anche ammettendo che, sulla scia dei profeti, Gesù avverta acutamente il contrasto tra la religione esteriore farisaica e la religione interiore fondata su di un rapporto diretto e personale del credente con Dio inteso come Padre, nei suoi comportamenti c&#8217;è comunque qualcosa di troppo anticonformistico rispetto alla tradizione ebraica. In più momenti, e quasi sempre provocatoriamente, egli manifesta un&#8217;evidente volontà di offendere e scandalizzare i Farisei e i loro seguaci il cui conservatorismo, per quanto rigido e formale, ha pur sempre contribuito a mantenere viva la fede in Jahvè in un contesto sociale incline da secoli al sincretismo religioso e all&#8217;idolatria. Come spiegare questo aspetto?</p>
<p>L&#8217;ipotesi più probabile è che l&#8217;anticonformismo, a tratti eversivo, di Gesù rappresenti l&#8217;espressione di una protesta contro il mondo così com&#8217;è che muove dall&#8217;intuizione di un mondo possibile radicalmente diverso. La sua matrice andrebbe dunque ricondotta ad <strong>un senso di giustizia innato esasperato dall&#8217;esperienza reale di vita e dalla condizione sociale.</strong></p>
<p>Gesù nasce da una famiglia operaia e fa l&#8217;operaio (il carpentiere) sino a trent&#8217;anni. La condizione degli artigiani di paese dell&#8217;epoca è miserabile. Nelle grandi città essi vivono abbastanza bene per via degli appalti e dell&#8217;edilizia. Nei piccoli paesi si riducono a fare dei lavoretti, il più spesso per parenti o amici, dai quali ricevono una remunerazione in natura. Sopravvivono ma sul filo della perpetua precarietà e assistono, di lontano, alla ricchezza crescente dei proprietari terrieri e immobiliari, degli usurai, degli uomini del tempio e di alcuni sacerdoti.</p>
<p>La ribellione di Gesù allo stato di cose esistente avrebbe dunque origine in <strong>un&#8217;esperienza sociale vissuta come iniqua e resa moralmente intollerabile dal fatto che essa riposa su di una tradizione religiosa</strong>. Ciò spiega la scelta di campo operata da Gesù, univocamente ostile al potere costituito, che oggi definiremmo politica. Il discorso delle beatitudini che probabilmente è una silloge del suo insegnamento, ne è una prova inconfutabile. Solo in Luca, però, esso rivela pienamente il suo significato poiché oppone, <em>tout-court</em>, irriducibilmente poveri e ricchi e presagisce per i primi un riscatto e per i secondi la rovina:</p>
<blockquote>
<p>Alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva:<br />
«Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio.<br />
Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati.<br />
Beati voi che ora piangete, perché riderete&#8230;<br />
Ma guai a voi, ricchi, perché avete gia la vostra consolazione.<br />
Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame.<br />
Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete»<br />
<cite>Luca 6, 20 &#8211; 25</cite></p>
</blockquote>
<p>A differenza che in Matteo, ove la povertà viene esaltata in quanto associata alla virtù (la semplicità di spirito, la mitezza, ecc.), in Luca essa si pone semplicemente come una condizione sociale, meritoria in quanto sofferta, che postula un riscatto poiché ingiusta. Sulla scia dei Profeti, Gesù attribuisce univocamente l&#8217;ingiustizia all&#8217;avidità, all&#8217;insensibilità e alla corruzione delle classi dominanti.</p>
<p>Non si tratta di un&#8217;analisi sociologica, di cui Gesù è ovviamente incapace, bensì di una presa di posizione che muove da senso di giustizia viscerale. È presumibilmente questo l&#8217;aspetto di personalità che, alimentato da una lettura attenta dei testi profetici e da una identificazione totale con il Servo di Dio, ha prodotto il risveglio e ha avviato Gesù verso la predicazione e il martirio.</p>
<p>In difetto di una capacità di analisi sociologica, però, che può permettere di comprendere, senza giustificarlo, lo stato di cose esistente nel mondo, e di interpretarlo in termini di storia sociale piuttosto che di scelte soggettive, un senso di giustizia viscerale, promuovendo un&#8217;identificazione con coloro che sono vittime di arbitri e di oppressioni, si traduce facilmente in un <strong>orientamento aspramente moralistico e intollerante</strong> nei confronti di coloro che ne sono responsabili.</p>
<p>Nei Vangeli, soprattutto in quello di Matteo, di fatto è pressoché continua l&#8217;alternanza di atteggiamenti comprensivi, indulgenti, compassionevoli e teneri, che pongono in luce una straordinaria capacità di identificazione empatica con l&#8217;altro, e di atteggiamenti rigidi, rabbiosi e intolleranti, che sembrano condizionati, oltre che emotivamente, ideologicamente. Il contrasto tra questi atteggiamenti è a tal punto evidente fa avere indotto qualcuno ad ipotizzare che i Vangeli fondano l&#8217;esperienza di due diversi predicatori: l&#8217;uno, di formazione essena, mite e docile, l&#8217;altro, di formazione zelota, polemico e combattivo. Nonchè insostenibile, tale ipotesi è superflua. Essa, infatti, alla luce della psicoanalisi, può essere facilmente ricondotta ad una tipologia di personalità nota.</p>
<p>La tipologia in questione rientra nell&#8217;ambito del <strong>perfezionismo morale</strong>, che rappresenta spesso l&#8217;espressione di un <strong>orientamento costituzionale introverso</strong> ed è caratterizzata, di solito, da una <strong>viva sensibilità sociale innata</strong> che determina il rapportarsi agli altri su di un registro di grande comprensione, gentilezza e disponibilità. Identificando nel danneggiare in qualunque modo l&#8217;altro una colpa imperdonabile, tale tipologia promuove naturalmente un comportamento sociale di tipo altruistico. C&#8217;è nel perfezionista morale una percezione troppo viva della vulnerabilità e della fragilità umana, tale che il suo comportamento è necessariamente delicato nei confronti degli altri, compassionevole e scrupoloso, vincolato cioè al principio di non nuocere in alcun modo agli altri.</p>
<p>Il problema del perfezionista morale è che, non dovendo fare alcuno sforzo per rispettare gli altri, egli assume come assoluti i valori cui ispira il suo comportamento, che invece riconoscono il loro fondamento in una sensibilità sociale superiore alla media, e si aspetta che tutti agiscano come lui.</p>
<p>In conseguenza di ciò, il confrontarsi con comportamenti non conformi a tali valori, e dunque più o meno marcatamente egoistici e insensibili socialmente, evoca una <strong>rabbia giustizialista smisurata.</strong> Di fatto, Gesù appare tanto umano e comprensivo con coloro che soffrono e hanno bisogno di aiuto, nei quali si identifica, quanto irascibile e intollerante con coloro che, a torto o a ragione, vengono assunti, in conseguenza del loro egoismo, come responsabili della miseria dei più.</p>
<p>La sensibilità sociale di Gesù è attestata da numerose circostanze: le guarigioni, la frequentazione di pubblicani e prostitute, l&#8217;indulgenza verso l&#8217;adultera, la comprensione verso i pagani che si rivolgono a lui per avere un miracolo, la tenerezza verso i bambini, il pianto per la morte dell&#8217;amico Lazzaro, la pietas nei confronti del popolo (&#8220;Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore.&#8221; Matteo 9, 36), la tolleranza nei confronti degli apostoli che rimangono interdetti o equivocano i suoi messaggi, ecc.</p>
<p>In questi comportamenti la tradizione vede l&#8217;espressione viva del comandamento dell&#8217;amore per il prossimo. Ma l&#8217;amore per il prossimo, nella personalità scrupolosa, prima ancora che una virtù, è un modo di sentire originario, talvolta esasperato sino al punto che l&#8217;altro viene percepito, coi suoi bisogni, con le sue sofferenze, come più importante dell&#8217;io stesso. Ciò è confermato dal fatto che questo modo di sentire viene repentinamente meno allorché il soggetto scrupoloso si confronta con qualcuno colpevole di fare soffrire gli altri. Ciò dà luogo, infatti, a comportamenti di tutt&#8217;altro segno rispetto a quelli consueti, fino al limite dell&#8217;intolleranza e della rabbia vendicativa.</p>
<p>Tali comportamenti riguardano anzitutto i Farisei. Che alcuni di essi speculino sull&#8217;ingenuità popolare per interesse è fuori di dubbio, ma in massima parte si tratta di persone oneste, dotate di una viva religiosità, terrorizzate dalla possibilità di poter suscitare la terribile ira di Jahvè. Pur con i loro esasperanti formalismi, essi sono custodi e testimoni di una tradizione religiosa che intendono difendere da ogni adulterazione. La loro ostilità nei confronti di un predicatore che infrange sistematicamente le regole nel cui rispetto rigoroso essi identificano il timore di Dio non ha alcunché d&#8217;incomprensibile. Tanto meno incomprensibile è il loro proposito di votare a morte Gesù nel rispetto della legge mosaica. Tenendo conto delle trasgressioni cui Gesù, provocatoriamente, si abbandona e che riguardano precetti ritenuti tradizionalmente sacri e sanciti dai libri biblici, come l&#8217;astensione dal lavoro il sabato, si rimane piuttosto sorpresi, leggendo i vangeli, da una singolare tolleranza dei Farisei che consentono a Gesù di parlare nelle sinagoghe, si confrontano con lui e impiegano anni ad arrivare ad un verdetto definitivo di condanna. Nei loro confronti Gesù lancia delle maledizioni incompatibili con la legge del perdono e manifesta un&#8217;implacabile durezza di giudizio che esclude ogni attenuante.</p>
<p>Questa durezza si spiega non in termini religiosi bensì sociali. Gesù ritiene i Farisei responsabili, con i Sadducei, dell&#8217;ordine di cose esistente, dell&#8217;oppressione, della miseria e della desolazione del popolo. In quanto tali, non meritano di sfuggire alla giustizia divina. Ciò è comprovato dal giudizio inappellabile, che risuona più volte nel vangelo, sui ricchi e sulla ricchezza.</p>
<p>L&#8217;aspetto religioso della personalità di Gesù affiora attraverso la sua identificazione totale con il Servo di Dio evocato da Isaia, che si vota al martirio per pagare le colpe degli empi e riscattare Israele agli occhi di Dio. La Tradizione vede nella morte di Gesù la realizzazione della profezia, ignorando la possibilità che Gesù abbia agito consapevolmente in maniera tale da realizzarla. Di questa consapevolezza si danno numerosi indizi, il più importante dei quali è la determinazione di Gesù di andare a Gerusalemme, laddove il potere dei sacerdoti, degli scribi e dei Farisei è massimo. Si possono nutrire fondati dubbi riguardo al fatto che Gesù si sia votato al martirio o che pensasse che la sua presenza a Gerusalemme avrebbe potuto innescare una rivolta popolare contro i ceti dominanti. Di certo, però, egli ha tenuto conto della possibilità di essere messo a morte e, ciononostante, non ha esitato ad affrontarla. Un eroismo fanatico, che fa riferimento all&#8217;assolutezza dei principi in cui si crede e alla loro perennità, è implicito in ogni personalità che sfida apertamente un potere ingiusto. Stando dalla parte dei profeti perseguitati, Gesù non ha paura di coloro che possono uccidere il corpo ma non l&#8217;anima, e tanto meno le idee.</p>
<p>Data la carenza degli indizi, altri aspetti della personalità di Gesù sono più difficili da ricostruire. Il suo stile di vita comporta un&#8217;evidente contraddizione. Per un verso, infatti, egli manifesta una serie di atteggiamenti che sembrano denotare un rapporto con la realtà che nulla ha di ascetico. Gesù è rimproverato dai Farisei perché mangia e beve, e dunque si astiene da pratiche rituali mortificanti. Vive col gruppo degli Apostoli in un regime di comunità fraterna. Non manifesta alcuna ritrosia né alcuna difficoltà nel comunicare con le donne, alcune delle quali lo seguono costantemente. Frequenta pubblicani e prostitute, esseri ritenuti immondi, come se ritenesse relativa la nozione del male. Ama teneramente i bambini e il contatto con la natura.</p>
<p>Per un altro verso, però, Gesù sembra periodicamente preda di incubi moralistici incentrati sull&#8217;attribuzione alla natura umana di una tendenza intrinseca al male. Tali incubi lo portano a definire il cuore umano come ricettacolo di ogni male e a vedere la salvezza in una lotta accanita contro gli impulsi malvagi, fino all&#8217;estremo limite del masochismo. Anche questa contraddizione rivela il sovrapporsi ad una modalità spontanea di rapporto con la vita, incentrata sulla partecipazione, di un condizionamento culturale e ideologico.</p>
<p>Un ultimo aspetto che non può essere sottaciuto riguarda l&#8217;alternarsi in Gesù di momenti di straordinaria sicurezza in sé, nelle proprie idee e nel proprio operato e momenti di dubbio profondo, talora angoscioso. Tale alternanza è solo indiziariamente attestata dal fatto che la predicazione dà luogo a delle fughe dal contatto con le masse, che potrebbero attestare dei ripensamenti. È certo invece, perché riferito esplicitamente nei vangeli, la qualità angosciosa del dubbio che sopravviene nel periodo in cui Gesù lancia la sua sfida al potere religioso di Gerusalemme e intuisce di poterla perdere. Probabilmente la sfida viene lanciata sull&#8217;onda di un consenso popolare vissuto come una forza d&#8217;urto contro il potere costituito. Il dubbio si insinua in conseguenza della percezione, fondata, del carattere fatuo di quel consenso, che esprime una protesta popolare contro l&#8217;ordine di cose esistente ma non la disponibilità a rischiare di entrare in rotta con i Sadducei e col potere romano.</p>
<p>Tale dubbio raggiunge l&#8217;estremo dell&#8217;angoscia nel grido che Gesù lancia quand&#8217;è in croce e che riproduce i primi versetti del Salmo 22. È un grido di disperazione che, forse, anziché commentato teologicamente, andrebbe preso alla lettera.</p>
<p>In virtù della loro comprensibilità psicologica e culturale, tutti questi aspetti di personalità confermano che Gesù è un personaggio storico. La loro stessa densità esclude una costruzione mitologica. Umano dunque, Gesù, troppo umano.</p>
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		<title>Il dramma degli introversi nel nostro mondo</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Sep 2007 18:34:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Queste riflessioni danno per scontata la lettura dell&#8217;articolo precedente (Introversione e disagio psichico). Esse valgono ad aggiornare il discorso su di un problema che, un giorno o l&#8217;altro, dovrà essere riconosciuto e affrontato dalle famiglie, dalla scuola e dalla società. Nell&#8217;immediato, la cosa più importante è che sopravvenga una presa di coscienza da parte dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Queste riflessioni danno per scontata la lettura dell&#8217;articolo precedente (<strong><em><a href="/2007/07/24/introversione-e-disagio-psichico/">Introversione e disagio psichico</a></em></strong>). Esse valgono ad aggiornare il discorso su di un problema che, un giorno o l&#8217;altro, dovrà essere riconosciuto e affrontato dalle famiglie, dalla scuola e dalla società. Nell&#8217;immediato, la cosa più importante è che sopravvenga una presa di coscienza da parte dei diretti interessati. Tale presa di coscienza, finché rimarrà individuale, non inciderà in alcun modo nell&#8217;organizzazione pregiudiziale del mondo. Potrà però contribuire ad evitare che l&#8217;introverso inforchi egli stesso gli occhiali del pregiudizio nei propri confronti, sviluppi una rabbia infinità verso gli altri, la cui incomprensione e la cui insensibilità sono più spesso involontarie e imbocchi la via di una normalizzazione mimetica, che consegue di solito effetti mediocri, quando non addirittura patetici.</p>
<h3>1.</h3>
<p>Sostenere che nel nostro mondo gli introversi vivono peggio di quanto sia accaduto nel corso di tutta la storia dell&#8217;umanità è probabilmente eccessivo. Per convincersi di questo, basta pensare a quella che deve essere stata la loro sofferenza in tutte le società organizzate comunitaristicamente e fondate su di una perpetua interazione faccia a faccia, che non comportavano alcun riconoscimento della privacy né autorizzavano alcun raccoglimento privato. In situazioni del genere, presumibilmente, alcuni introversi riuscivano a mettere a frutto le loro qualità, spesso fuori dell&#8217;ordinario, assumendo il ruolo di stregoni, sciamani, oracoli, sacerdoti, poeti, artisti, filosofi. Alcuni, sprovvisti o inconsapevoli della loro creatività, si davano all&#8217;eremitaggio e al monachesimo. I più, quasi di sicuro, finivano però con l&#8217;essere ritenuti e con il sentirsi diversi, strani, bizzarri, e con il comportarsi di conseguenza fino al punto di essere etichettati come malati di mente.</p>
<p>Più volte ho considerato la possibilità d&#8217;interpretare in questi termini la misteriosa incidenza, costante nel tempo e nello spazio, della schizofrenia che, nelle sue espressioni più proprie, autistiche, non fa altro che accentuare alcuni tratti di carattere intrinseci all&#8217;introversione. Ancora oggi, del resto, gran parte dei soggetti diagnosticati schizofrenici appartengono di fatto allo spettro introverso. È difficile che questo sia un caso, anche se è pregiudiziale affermare che l&#8217;introversione rappresenta una predisposizione alla schizofrenia. Essa predispone ad un&#8217;interazione in qualche misura problematica con il mondo, i cui esiti dipendono però dal contesto ambientale e culturale.</p>
<p>Se non è lecito, dunque, sostenere che gli introversi non siano mai vissuti peggio di quanto vivono nel nostro mondo, non v&#8217;è alcun dubbio che essi, senza alcuna colpa, pagano, ancora oggi, prezzi psicologici rilevanti. <strong>Su dieci soggetti che, per i disturbi più diversi, entrano in terapia, i tratti dell&#8217;introversione e alcune tappe tipiche della carriera introversa sono ricostruibili in una percentuale estremamente significativa (6-7 su dieci).</strong> Perché ancora oggi accade questo è il problema che intendo affrontare. L&#8217;<a href="/2007/07/24/introversione-e-disagio-psichico">articolo sull&#8217;introversione</a> fornisce molteplici spunti di riflessione a riguardo, ma forse è opportuno estrapolare quelli più significativi.</p>
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		<title>La biografia interiore di Jean-Jacques Rousseau</title>
		<link>http://www.legaintroversi.it/2007/05/15/la-biografia-interiore-di-jean-jacques-rousseau/</link>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2007 17:41:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Introversione e filosofia]]></category>
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		<description><![CDATA[Di pochi autori si può dire quello che De Ruggiero (Storia della filosofia occidentale, &#8220;L&#8217;età dell&#8217;illuminismo&#8221;, vol. secondo, Laterza, Bari 1946) ha scritto a proposito di Rousseau: La sua personalità è qualcosa di distinto e di emergente dall&#8217;opera ma [...] essa conserverebbe integro il proprio significato e il proprio valore anche se l&#8217;opera fosse intellettualmente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Di pochi autori si può dire quello che De Ruggiero (<em>Storia della filosofia occidentale</em>, &#8220;L&#8217;età dell&#8217;illuminismo&#8221;, vol. secondo, Laterza, Bari 1946) ha scritto a proposito di <span class="highlight-blue-b">Rousseau</span>:</p>
<blockquote>
<p>La sua personalità è qualcosa di distinto e di emergente dall&#8217;opera ma [...] essa conserverebbe integro il proprio significato e il proprio valore anche se l&#8217;opera fosse intellettualmente caduca.</p>
</blockquote>
<p>Di fatto, si tratta di una personalità ricca, complessa e contraddittoria.</p>
<blockquote>
<p>Ho passioni ardentissime e finché mi agitano nulla eguaglia la mia impetuosità; non conosco più né riguardi, né rispetto, né paura, né buona creanza; sono cinico, sfrontato, violento, intrepido; non c&#8217;è vergogna che mi freni né rischio che mi spaventi: all&#8217;infuori dell&#8217;oggetto che mi occupa, il mondo intero non è più niente per me. Ma tutto ciò non dura che un momento, e il momento che segue già mi annienta. Prendetemi nella calma, sono l&#8217;indolenza e la timidezza in persona; tutto mi sgomenta, tutto mi ripugna; ho paura del volo di una mosca; dire una parola, fare un gesto spaventa la mia pigrizia; paura e vergogna mi soggiogano al punto che vorrei eclissarmi agli occhi di tutti i mortali. Se occorre agire, non so che fare; se occorre parlare, non so che dire; se mi si guarda, mi smarrisco. Quando mi appassiono, so trovare a volte le parole da dire; ma nelle conversazioni abituali non trovo nulla, proprio nulla; mi riescono insopportabili solo per questo: sono obbligato a parlare.</p>
</blockquote>
<blockquote>
<p>Due cose pressoché inconciliabili s&#8217;uniscono in me senza che io possa spiegarmi come: un temperamento focosissimo passioni vive, impetuose, e una lentezza a nascere d&#8217;idee, impacciate, che non si svegliano mai che a cose fatte. Si direbbe che il mio cuore e la mia intelligenza non appartengano al medesimo individuo. Il sentimento, più rapido del lampo, mi inonda l&#8217;animo, ma anziché illuminarmi, mi brucia e mi abbaglia. Sento tutto e non vedo nulla. Sono irruento, ma stupido; mi occorre il sangue freddo per pensare. Lo strano è che mi soccorre, nondimeno, un tatto abbastanza sicuro, penetrazione, persino acume, purché mi si dia tempo: se ne dispongo, sono capace di eccellenti improvvisazioni, ma sull&#8217;istante non ho mai fatto né detto nulla che valga.</p>
</blockquote>
<blockquote>
<p>Così poco padrone della mia mente quando sono solo con me stesso, si giudichi come devo essere nella conversazione, dove per parlare a proposito occorre pensare mille cose insieme e subito. La sola idea di tante convenienze, delle quali già son certo di dimenticarne più d&#8217;una, basta per intimidirmi. Non capisco nemmeno come si osi parlare in un circolo, giacché ad ogni parola bisognerebbe passare in rassegna tutti i presenti, bisognerebbe conoscere il carattere di tutti, sapere le loro storie, per essere sicuri di non dire nulla che possa offendere qualcuno. In questo, chi vive in società ha un grande vantaggio: sapendo meglio che cosa tacere, è più sicuro di ciò che dice; eppure accade ugualmente che sfuggano sortite balorde. Si pensi a chi vi piove come dal cielo: gli è quasi impossibile parlare un minuto solo impunemente A tu per tu, c&#8217;è un altro inconveniente che trovo anche peggiore, la necessità di parlare sempre: se l&#8217;altro parla si deve rispondere, e se non apre bocca bisogna ravvivare la conversazione. Quest&#8217;insopportabile costrizione sarebbe bastata a disgustarmi della mondanità. Non esiste per me imbarazzo più atroce che l&#8217;obbligo di parlare a comando e a getto continuo. Non so se questo dipenda dalla mia mortale avversione per ogni sorta di asservimento; ma basta che io debba parlare a tutti i costi perché infallibilmente esca in un&#8217;idiozia.</p>
</blockquote>
<blockquote>
<p>Pur non essendo uno sciocco, sono sovente passato per tale, anche agli occhi di persone capaci di giudizio: tanto più sfortunato quanto la mia fisionomia e il mio sguardo promettono di più, e questa aspettativa frustrata rende più sorprendente il rilevarsi della mia stupidità.</p>
</blockquote>
<p>Queste quattro citazioni, tratte da <em><strong>Le Confessioni</strong></em> (I Grandi Classici della Letteratura Straniera, CD-Rom O-R, Garzanti, Milano 2000), definiscono in maniera esemplare gli aspetti essenziali del modo d&#8217;essere introverso: <strong>il primato del sentire sulla ragione, che richiede tempi lenti perché le intuizioni si trasformino in idee, lo scarto tra la ricchezza della vita interiore e una capacità comunicativa modesta a livello di vita quotidiana, il disagio persistente legato all&#8217;esposizione sociale e l&#8217;incoercibile disgusto per il parlare fine a se stesso</strong>.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Tormentato a scuola</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Apr 2007 12:59:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Introversione e disagio psichico]]></category>
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		<description><![CDATA[1. Dovremo arrenderci, finché le cose non cambieranno, a tenere sul sito un necrologio degli introversi che non ce la fanno a sopportare la persecuzione sociale. Negli ultimi tempi, la lista sta crescendo in maniera preoccupante. Quasimodo di Ragusa ha un record singolare. Nel 1997, un ragazzino di dodici anni si toglie la vita: lo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1.</h3>
<p>Dovremo arrenderci, finché le cose non cambieranno, a tenere sul sito un necrologio degli introversi che non ce la fanno a sopportare la persecuzione sociale. Negli ultimi tempi, la lista sta crescendo in maniera preoccupante.<br />
Quasimodo di Ragusa ha un record singolare. Nel 1997, un ragazzino di dodici anni si toglie la vita: lo prendono in giro perché figlio di contadini (ha &#8220;odore di campagna&#8221;, dicono). L&#8217;8 febbraio 2005 si uccide Marco &#8211; figlio di un italiano e di una donna orientale &#8211; che non sopporta più di essere chiamato &#8220;il cinese&#8221;. Il 15 aprile dello stesso anno si sopprime Damiano, che a 13 anni è oggetto di nomignoli e parole sconvenienti per via della sua altezza.<br />
Casi del genere si registrano, però, anche altrove. Nell&#8217;agosto 2006 un giovane ventenne, che risiede vicino Reggio Emilia, si getta da un dirupo, dopo aver mandato un sms alla madre. Un gruppo di coetanei è stato iscritto nel registro degli indagati per episodi di &#8220;nonnismo&#8221;. L&#8217;anno scorso, il 30 settembre, Isabella, diciassettenne, a San Vito di Cadore, non reggendo più gli apprezzamenti pesanti dei suoi coetanei, si butta da un ponte dopo una cena in pizzeria. I quattro amici con cui è uscita sono indagati per istigazione al suicidio.</p>
<p>C&#8217;è un dato in comune tra queste vicende. In tutti i casi, infatti, si tratta di giovani molto bravi a scuola, presi di mira per una qualche diversità, insultati, emarginati e umiliati, vittime di una vera e propria persecuzione, costretti a vivere una quotidianità di vessazioni e umiliazioni che sopportano fino alla tragica conclusione.</p>
<p>L&#8217;ultima vittima è un ragazzo di sedici anni, M., che frequentava con eccellenti risultati un grande istituto tecnico torinese. Silenzioso e introverso, M. è stato perseguitato dai compagni di classe fino al punto di decidere, il 4 marzo di quest&#8217;anno, di farla finita lanciandosi dal quarto piano del palazzo ove abitava. Prima di suicidarsi, ha scritto una lettera nella quale ha esposto i motivi della sua decisione, chiedendo perdono ai suoi e concludendo: &#8220;Non ce la faccio più&#8221;.</p>
<p>M. era il secondo di tre figli di una coppia formata da un agricoltore italiano e da una donna filippina, venuta in Italia venti anni fa. La madre dichiara: «Perché me lo hanno trattato così? Lui era un essere umano, una persona normale, come tutte le altre. Era buono e gentile. Perché prenderlo in giro con le parolacce, perché dargli del gay quando era chiaro che soffriva e piangeva?». «I problemi sono cominciati più di un anno fa, in prima superiore. Mio figlio era dolce, sensibile, non alzava mai la voce, non partecipava a certi giochi e non litigava con nessuno. I compagni l&#8217;hanno preso di mira, ce l&#8217;avevano con Jonathan, quello del Grande Fratello. Era un modo per dirgli che era gay, poi aggiungevano altre cose&#8230; ».</p>
<p>La donna ha tentato di tutelare il figlio e di aiutarlo. Un anno fa aveva fatto presente la situazione alla vicepreside dell&#8217;istituto, che era anche insegnante di M. Quest&#8217;ultima conferma: «La signora ci ha parlato di questi problemi già nell&#8217;inverno dell&#8217;anno scolastico 2005-2006. Ha avuto un lungo colloquio con noi, al quale sono seguiti rimproveri da parte nostra ai compagni che avevano schernito M.». In seguito all&#8217;intervento, la persecuzione si era allentata: «Da quel momento &#8211; sostiene la vicepreside -, per noi non c&#8217;è stato più alcun segnale di disagio né da parte del ragazzo né della famiglia». In realtà, con l&#8217;inizio dell&#8217;anno la persecuzione era ripresa. M. ne parlava con la madre che gli dava buoni consigli: &#8220;M., stai tranquillo, non hai nessun problema, fai amicizia con i compagni, esci&#8230;&#8221;. M., invece, dopo la scuola tornava subito a casa, giocava al computer o ascoltava i suoi cd.</p>
<p>Afferma la vicepreside: «Purtroppo a questa età, succede spesso che la sensibilità di un ragazzo non sia compresa dagli altri, ma non c&#8217;era alcun bullismo né l&#8217;intenzione di far male, solo degli sciocchi scherzi involontariamente crudeli.» E aggiunge: «M. andava bene a scuola, aveva 7 e 8 in tutte le materie e 10 in condotta. Pensandoci oggi, la sua sensibilità poteva anche nascondere una grande fragilità, ma qui a scuola si traduceva soprattutto in studio e rispetto delle regole.»</p>
<p>Al funerale i compagni di M. hanno esposto un cartellone sul quale si leggeva: «Forse adesso raggiungerai quel mondo diverso che non trovavi mai. Solo che non doveva andare così&#8230; »</p>
]]></content:encoded>
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		<title>La personalità di Franz Kakfa</title>
		<link>http://www.legaintroversi.it/2007/03/17/la-personalita-di-franz-kakfa/</link>
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		<pubDate>Sat, 17 Mar 2007 12:54:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Introversione e letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[codice normativo]]></category>
		<category><![CDATA[inadeguatezza]]></category>
		<category><![CDATA[introversione]]></category>
		<category><![CDATA[Kafka]]></category>
		<category><![CDATA[opposizione/individuazione]]></category>
		<category><![CDATA[psicobiografie]]></category>
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		<description><![CDATA[Più volte Kafka, lucidamente consapevole del rapporto tra la sua travagliata storia interiore e la produzione letteraria, si è riproposto di scrivere un&#8217;autobiografia. Non ha realizzato questo progetto per l&#8217;innata riservatezza e per l&#8217;inestricabile complessità dei suoi vissuti. Oltre alla sua opera, che per molti aspetti è autobiografica, la personalità si può ricostruire attraverso i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Più volte <span class="highlight-blue-b">Kafka</span>, lucidamente consapevole del rapporto tra la sua travagliata storia interiore e la produzione letteraria, si è riproposto di scrivere un&#8217;autobiografia. Non ha realizzato questo progetto per l&#8217;innata riservatezza e per l&#8217;inestricabile complessità dei suoi vissuti. Oltre alla sua opera, che per molti aspetti è autobiografica, la personalità si può ricostruire attraverso i <strong><em>Diari</em></strong>, il ricco epistolario e l&#8217;esauriente biografia dell&#8217;amico <span class="highlight-blue">Max Brod</span> (<em>Kafka</em>, Mondadori, Milano 1978). Le citazioni sono tratte da quest&#8217;ultimo lavoro.</p>
<p>L&#8217;introversione di Kafka è immediatamente evidente in tutte le foto che di lui possediamo. Un suo ritratto infantile ci presenta già &#8220;un ragazzino di circa cinque anni, snello, con grandi occhi interrogativi e le labbra cupamente chiuse e caparbie&#8221;. Nelle foto da adulto, l&#8217;espressione è seria, sostenuta e naturalmente signorile; lo sguardo, fisso su un punto all&#8217;infinito, acuto e penetrante.</p>
<p>L&#8217;introversione Kafka l&#8217;ha ereditata per linea materna. Tanto il padre era, come peraltro gran parte dei suoi parenti, un &#8220;pezzo d&#8217;uomo&#8221;, alto, dalle spalle larghe, dotato di una tenacia, di una capacità di lavoro e di uno spirito pratico eccezionali, espansivo, impulsivo e &#8220;tirannico&#8221;, tanto gli antenati della madre erano &#8220;eruditi, sognatori, con una tendenza alla stranezza o rapiti verso l&#8217;avventura, l&#8217;esotismo, la bizzarria, la solitudine&#8221;. La madre stessa &#8220;era una donna tranquilla, buona, straordinariamente intelligente, anzi piena di saggezza&#8221;. Dalla parte della madre, Kafka eredita anche una costituzione fisica minuta, longilinea e delicata. La sua carnagione di fatto, nelle foto, ha qualcosa di vagamente adolescenziale, se non addirittura d&#8217;effeminato, per via di una pelle pallida, sottile e levigata.</p>
<p>Kafka è perfettamente consapevole di avere ereditato da parte della madre le qualità fondamentali del suo carattere: &#8220;Ostinazione, sensibilità, senso della giustizia, irrequietezza&#8221;.</p>
<p>Secondo la testimonianza della madre, &#8220;Franz era un fanciullo debole e delicato; per lo più serio, ma disposto talvolta a fare il chiasso; un fanciullo che leggeva molto e non voleva fare ginnastica&#8221;.</p>
<p>L&#8217;estraneità fisica e psichica rispetto al padre &#8211; il dramma che segnerà la sua esperienza psicologica &#8211; è radicale. Primogenito e unico maschio, il destino di Kafka è di portare avanti l&#8217;azienda paterna, che consta di una fabbrica e di un negozio al dettaglio. Egli è però un sognatore sprovvisto di qualunque senso pratico, non ama il commercio, non ha ambizioni di status.</p>
<p>Il padre non comprenderà mai le &#8220;stranezze&#8221; del figlio, in particolare non gli perdonerà mai il difetto di senso pratico, né avrà mai alcun&#8217;intuizione della sua genialità letteraria. Kafka il padre lo comprende: capisce che il suo desiderio di affrancarsi da una condizione originaria socialmente umile e l&#8217;aspirazione ad un tenore di vita borghese, impegnandolo a soffrire, a lottare e a non arrendersi, lo hanno indurito ed esaltato. Capisce anche che il suo orgoglio di <em>self-made-man</em> lo ha indotto a considerare la tenacia, la forza di carattere, la capacità di lottare mirando ad obiettivi concreti come gli unici attributi degni di un uomo. Considera anche criticamente alcuni suoi tratti di carattere che hanno pesato nell&#8217;educazione:</p>
<blockquote>
<p>Ero un bambino timido eppure sarò stato testardo come tutti i bambini; mia madre mi avrà certo viziato ma non posso credere di essere stato particolarmente difficile da guidare, non posso credere che una parola gentile, una tacita stretta di mano, uno sguardo amorevole, non avrebbero ottenuto da me ciò che si desiderava. Ora, tu sei in fondo un uomo buono e tenero (ciò che segue non sarà in contraddizione perché parlo soltanto della figura con la quale agivi sul bambino), ma non tutti i bambini hanno la costanza e il coraggio di cercare la bontà finché la trovano. Tu puoi trattare un bambino soltanto secondo la tua stessa natura con forza, baccano e collera, e in questo caso tutto ciò ti sembrava molto adatto perché volevi fare di me un ragazzo forte e coraggioso.</p>
</blockquote>
<p>Si tratta di una critica benevola, che pone l&#8217;accento su una diversità insormontabile. Ciononostante, Kafka vede nel padre un modello ammirevole e supremo di normalità, e misura se stesso alla luce di tale modello. L&#8217;esito è devastante: <strong>per tutta la vita, egli è perseguitato da un vissuto di totale inadeguatezza e inettitudine a vivere che, in alcuni momenti, lo porta sull&#8217;orlo della disperazione</strong>. &#8220;Non sei idoneo alla vita&#8221;: l&#8217;inappellabile verdetto che Kafka, nella celeberrima <em>Lettera</em>, attribuisce al padre, è, di fatto, un verdetto intimamente condiviso. Nulla più di questa condivisione esemplifica il pericolo intrinseco alla personalità introversa di assumere come metro di giudizio un modello inattingibile perché non congeniale e, spesso, inconsciamente addirittura disprezzato. In conseguenza di quella condivisione, al vissuto radicale d&#8217;inadeguatezza si associa in Kafka anche &#8220;una sconfinata coscienza di colpa&#8221;, riconducibile al tradimento, al non poter essere quello che l&#8217;Altro (il padre, la società) si aspetta che egli sia.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>La sindrome di Robespierre</title>
		<link>http://www.legaintroversi.it/2007/03/14/la-sindrome-di-robespierre/</link>
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		<pubDate>Wed, 14 Mar 2007 09:44:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Anepeta</dc:creator>
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		<category><![CDATA[giustizialismo]]></category>
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		<category><![CDATA[senso di giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[sindrome]]></category>

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		<description><![CDATA[1. Maximilien Robespierre era di sicuro un introverso. Nobile non di nascita ma nei modi che, fino alla fine, appaiono contrassegnati da una naturale signorilità ed eleganza, egli, pur seguendo una carriera di studi e professionale fedele alla tradizione familiare, si imbatte precocemente in Rousseau e ne rimane profondamente, irreversibilmente influenzato. Attraverso il pensatore ginevrino, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>1.</h3>
<p><span class="highlight-blue-b">Maximilien Robespierre</span> era di sicuro un introverso. Nobile non di nascita ma nei modi che, fino alla fine, appaiono contrassegnati da una naturale signorilità ed eleganza, egli, pur seguendo una carriera di studi e professionale fedele alla tradizione familiare, si imbatte precocemente in <a href="/2007/05/15/la-biografia-interiore-di-jean-jacques-rousseau/">Rousseau </a>e ne rimane profondamente, irreversibilmente influenzato. Attraverso il pensatore ginevrino, egli scopre ciò che è già implicito nel suo corredo genetico: <strong>l&#8217;uguaglianza degli uomini, il legame fraterno che si dovrebbe dare tra loro, e il terribile peso delle ingiustizie sociali</strong>. In nome di questa scoperta, prima di darsi alla politica, compie una scelta professionale significativa. Come avvocato, si pone a servizio degli umili, dei deboli, degli oppressi, e difende i loro diritti spesso contro i rappresentanti della classe cui egli stesso appartiene.</p>
<p>Quando intraprende la carriera politica, egli diventa<strong> il più accanito difensore dei principi rivoluzionari</strong> (Libertà, Uguaglianza, Fraternità) e si assume l&#8217;onere di realizzarli compiutamente. La sua utopia è splendidamente espressa in un discorso del febbraio 1794:</p>
<blockquote>
<p>Noi vogliamo sostituire, nel nostro paese, la morale all&#8217;egoismo, la probità all&#8217;onore, i principi alle usanze, i doveri alle convenienze, l&#8217;impero della ragione alla tirannia della moda, il disprezzo del vizio al disprezzo della sventura, la fierezza all&#8217;insolenza, la grandezza dell&#8217;animo alla vanità, l&#8217;amore della gloria all&#8217;amore del denaro, la buona gente alla buona compagnia, il merito all&#8217;intrigo, il genio al bello spirito, la verità al lustro, l&#8217;incanto della felicità alla noia della voluttà, la grandezza dell&#8217;uomo alla piccolezza dei grandi&#8230;</p>
</blockquote>
<p>È difficile non riconoscere immediatamente in questo progetto l&#8217;espressione del &#8220;sogno&#8221; che giace al fondo di ogni anima introversa: quella di un mondo nobile, giusto, affrancato dall&#8217;egoismo, anelante alla grandezza e alla felicità nel rispetto dei diritti altrui.<br />
La realizzazione pratica di tale sogno urta, però, contro un ostacolo: esso, infatti, quando Robespierre arriva al potere sull&#8217;onda della fama della sua integrità morale e della saldezza dei suoi principi umanitaristici, non sembra facilmente condiviso dai conservatori e dai moderati, genia esistente in ogni contesto storico, le cui teste appaiono piuttosto impenetrabili al fascino di quei principi. Per Robespierre, anima sostanzialmente mite e niente affatto incline alla violenza, non c&#8217;è problema: basta tagliare le teste e il mondo è destinato a rigenerarsi.</p>
<p>È illecito, da un punto di vista storico, attribuire a Robespierre gli eccessi del Terrore, dovuti, in gran parte, a suoi collaboratori di temperamento tutt&#8217;altro che mite. È fuori di dubbio, però, che, anche se non era al corrente delle violenze che si perpetravano in nome della Rivoluzione, egli ha chiuso gli occhi su di esse.<br />
La circostanza, destinata ad incombere come un marchio sul giudizio degli storici e siull&#8217;immaginario popolare (laddove si è prodotta l&#8217;identificazione di Robespierre come fanatico e spietato dittatore), è tanto più sorprendente se si tiene conto che egli, nel corso della sua vita, ha espresso più volte e in maniera vibrante un giudizio inappellabilmente contrario alla pena di morte. Nel suo intimo, dunque, il rispetto dell&#8217;altro in quanto persona dotata di inviolabile dignità è un valore assoluto.</p>
<p>Il paradosso che si dà, nella biografia di Robespierre, tra i principi e l&#8217;azione è degno di una profonda riflessione sul rapporto che si dà tra individuo e storia. Per ora metto da parte questo tema perché questo articolo ha l&#8217;intento di illuminare uno degli aspetti più densi di significato del modo di essere introverso.</p>
<p>Conio il neologismo <strong>sindrome di Robespierre</strong> per definire l&#8217;atteggiamento interiore nei confronti del mondo, e dei normali, più consueto nei soggetti introversi. Inoffensivi, scrupolosi, compiti, corretti, ciò nondimeno numerosi introversi, nell&#8217;interazione con la realtà sociale, rimangono feriti dalla distanza, abissale per alcuni aspetti, che si dà tra il comportamento medio delle persone e il modello di riferimento, il &#8220;sogno&#8221; che essi albergano. La ferita, che si può verificare originariamente a livello familiare, ma si realizza inesorabilmente a livello sociale, è esasperata dal fatto che gli introversi, nonostante l&#8217;esperienza che fanno del mondo, rimangono sempre sorpresi dai comportamenti sociali che si ripetono attestando una scarsa delicatezza, più spesso inconsapevole che non consapevole, nei confronti degli altri.</p>
<p>Si tratta in genere di microtraumi, perché, eccezion fatta per i bambini o gli adolescenti introversi che vengono investiti da prese in giro, &#8220;giochi&#8221; pesanti e aggressioni fisiche, i comportamenti degli adulti con cui gli introversi si rapportano sono caratterizzati dalla superficialità e da una certa rozzezza. Non sono insomma violenti in senso proprio.<br />
La microtraumaticità dell&#8217;esperienza sociale, però, ha degli effetti costanti e incisivi a livello interiore. <strong>Gli introversi reagiscono solitamente con rabbia allo scostamento dei comportamenti altrui da un sistema di valori ideale che essi vivono come assoluto e vincolante</strong>, equiparandolo ad una sorta di Decalogo scolpito sulla pietra. La rabbia si articola sul vissuto per cui nessuno dovrebbe permettersi di violare la Legge del rispetto nei confronti degli altri. Chi lo fa è dunque inesorabilmente colpevole e va punito.<br />
Il problema è come indurre il rispetto della Legge. Inoffensivi, in genere gli introversi sono anche piuttosto in difficoltà quando si tratta di affrontare i conflitti interpersonali. Per un verso, pensano con timore ad un&#8217;esplosione di rabbia da parte degli altri cui non saprebbero contrapporsi. Per un altro verso, è la loro stessa sensibilità che li inibisce portandoli a pensare che gli altri, di fronte al rilievo della loro scorrettezza, potrebbero non già esplodere, ma sentirsi feriti, umiliati, ecc.</p>
<p>La scarsa capacità interattiva nulla toglie al fatto che i comportamenti contrastanti con la Legge rimangono intollerabili e sanzionabili.<strong> La punizione si realizza, pertanto, a livello interiore sotto forma di rabbia, odio e intolleranza.</strong> Solo raramente gli introversi si concedono di far scorrere a livello cosciente le fantasie che costantemente si associano alla rabbia e all&#8217;odio quando esse superano una soglia critica. Tali fantasie, infatti, realizzano puntualmente la <em>sindrome di Robespierre</em>: le persone che si comportano male e sono incorreggibili vanno eliminate, le loro teste tagliate.</p>
<p>Spesso, però, pur non concedendosi tali fantasie, che risuonano come ripugnanti, gli introversi fanno di peggio. Anziché elaborare le loro rabbie chiedendosi perché gli uomini si comportino mediamente in un certo modo, socialmente accettato ma di fatto &#8220;incivile&#8221;, essi si impongono di alimentarle. Ciò significa che, a seguito di un&#8217;interazione negativa con il mondo, essi la richiamano alla mente, la ruminano cercando di capirne il significato. Naturalmente, più fanno questo più la loro rabbia cresce e l&#8217;accaduto si configura come inaccettabile e intollerabile. È questa ruminazione a far sì che la rabbia sormonta una soglia critica al di là della quale essa si configura come cieca e tale da promuovere la fantasia di tagliare le teste.</p>
<p>Le conseguenze di questo perpetuo esercizio di valutazione negativa del comportamento medio delle persone ha degli effetti incisivi nel mondo interiore introverso. Esso, infatti, <strong>determina costantemente la produzione di sensi di colpa</strong> che si traducono in un marchio, a livello conscio e più spesso inconscio, di negatività e di cattiveria.<br />
Questo è il motivo per cui, in genere, gli introversi convivono con due vissuti che sembrano contraddittori: di inadeguatezza, debolezza e inettitudine per un verso, e di cattiveria, malvagità e, al limite, pericolosità per un altro.</p>
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